Aristide di Tebe (in greco antico Ἀριστείδης?, Aristèides; Tebe, IV secolo a.C. – IV secolo a.C.) è stato un pittore greco antico, alcuni lo considerano figlio di Nicomaco, altri reputano che quest'ultimo sia stato suo fratello e che suo padre sia stato Aristodemo, sempre secondo quest'ipotesi il pittore aveva un altro fratello di nome Euxenidas; comunque la sua ascendenza non era molto chiara nemmeno per la tradizione antica. Si suppone inoltre che possa essere vissuto un artista a lui omonimo, suo nonno. Secondo le informazioni che ci sono arrivate sembra che Aristide avesse due figli e discepoli: Nicerus e Ariston. Si ritiene che l'attività di Aristide si ponga quasi contemporanea alla vita di Alessandro Magno.
Aristide era solito essere duro nell'uso dei colori ed è ritenuto l'inventore della tecnica dell'encausto. Egli fu il primo nella storia ad esprimere nella pittura lo stato d'animo, le sensazioni e le emozioni degli uomini. Dunque una delle sue caratteristiche principali fu l'espressione del patetico, come per lo scultore quasi contemporaneo Skopas. Ma, guardando i titoli delle sue opere, egli esprimeva le emozioni attraverso figure anonime e non, come fino ad allora avevano fatto tutti, attraverso personaggi del mito. Alcuni critici moderni hanno comunque tentato di identificare alcuni soggetti delle sue opere.
Il suo quadro più famoso è quello che, per cento talenti, fu acquistato da Alessandro Magno, il quale lo trasportò a Pella nel 338 a.C., in seguito alla distruzione di Tebe. In questo dipinto, sullo sfondo c'era una città che sta per cadere nelle mani del nemico e nel centro spiccava una madre ferita a morte col figlio in braccio che afferra la mammella per nutrirsi, mentre la donna pare che si accorga che, finito il latte, il piccolo possa bere del sangue.
Aristide fu anche l'autore di un dipinto che rappresentava una battaglia contro i Persiani: la tavola era composta da cento figure e per ognuna di queste Mnasone, tiranno di Elateia, pagò 10 mine. Si dice che una copia di quest'opera si trovi nel mosaico pompeiano di Alessandro, che però è più probabile sia stato realizzato copiando un altro dipinto riconducibile ad un discepolo di Aristide, Filosseno.
Tra gli altri suoi dipinti Plinio ricorda:
Polemone inserisce Aristide fra i pittori che si occuparono anche di soggetti volgari e fu celebrato per le sue immagini di cortigiane e spesso ci si riferisce a lui con l'appellativo di πορνογράφος ("pornografo").
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