Aulo Cecina (in latino Aulus Caecina) (fl. I secolo a.C.) è stato uno scrittore romano, appartenente alla famiglia etrusca dei Cecina di Volterra. Corrispondente e amico di Cicerone, fu autore di un fondamentale trattato in latino sull'Etrusca disciplina. Schierato contro Cesare nella guerra civile, che attaccò con un violento pamphlet, fu punito con l'esilio.
Aulo Cecina apparteneva al ramo della gens Caecina di Volterra trasferitosi a Roma nei primi decenni del I secolo a.C. Era con ogni probabilità figlio dell'Aulo Cecina difeso da Cicerone nel 69 a.C. nell'orazione Pro Caecina: una parte della tradizione erudita, fino a Paavo Hohti, ha identificato i due personaggi, ma la critica più recente tende a distinguerli, osservando fra l'altro che Cicerone dichiara di conoscere il proprio corrispondente fin da ragazzo e gli si rivolge con il tono di un uomo più anziano. Secondo Gérard Capdeville il corrispondente non era figlio di Cesennia, la vedova al centro del processo del 69, ma di un precedente matrimonio del padre; nel 46 a.C. aveva a sua volta più figli, fra cui un adulescens che gli faceva da tramite con Cicerone a Roma.
Formatosi a Roma, coltivò l'oratoria fin dalla giovinezza; Cicerone ne loda la probità e l'eloquenza, e Seneca scrive che si sarebbe fatto un nome come oratore se non fosse rimasto nell'ombra di Cicerone, testimonianza che Capdeville giudica peraltro sospetta, perché presuppone una rivalità che si accorda male con l'amicizia documentata fra i due.
Nella guerra civile Cecina si schierò con i pompeiani e attaccò Cesare in uno scritto che Svetonio definisce criminosissimus liber, ricordando che il dittatore sopportò l'offesa civili animo; dal confronto con i versi diffamatori di Pitolao, citati da Svetonio nello stesso passo, si deduce che l'opera fosse in prosa. Seguì probabilmente l'esercito pompeiano nella campagna africana conclusasi con la battaglia di Tapso: un Aulo Cecina figura infatti nell'elenco degli avversari cui Cesare concesse la vita a Utica nel 46 a.C., senza però la facoltà di rientrare in Italia. Visse quindi esule in Sicilia.
Fra l'agosto del 46 e il febbraio del 45 a.C. Cecina e Cicerone si scambiarono le lettere conservate nel libro VI delle Ad familiares (VI, 5-8), il cui tema centrale è la ricerca del perdono di Cesare. Nell'unica lettera superstite di Cecina (VI, 7) l'esule lamenta che il pamphlet era stato scritto da nemico in armi e che è ingiusto continuare a negargli il ritorno. A questo scopo compose una ritrattazione intitolata Querelae, menzionata nel carteggio; secondo Capdeville le esitazioni dello stesso Cecina e il silenzio della tradizione fanno dubitare che l'opera sia mai stata pubblicata, mentre altri studiosi, fra cui Fiona C. Tweedie, ritengono che la ritrattazione sia effettivamente uscita.
Cicerone si mosse su più fronti: scrisse a Tito Furfanio Postumo, proconsole di Sicilia, raccomandandogli l'amico (VI, 9), e nel dicembre del 46 a Publio Servilio Isaurico, allora proconsole d'Asia, dove Cecina aveva interessi economici, ricordandogli che i Cecina erano clienti della sua famiglia, verosimilmente dalla resa di Volterra a suo padre nel 79 a.C., e chiedendogli di intercedere presso Cesare (XIII, 66). L'esito di questi sforzi non è documentato: secondo Capdeville, Cecina poté verosimilmente rientrare a Roma solo dopo la morte di Cesare, ed è probabilmente lui il Cecina menzionato come ospite in una lettera di Cicerone del maggio 43 a.C.; Tweedie osserva però che quel Cecina potrebbe essere anche il figlio del corrispondente o un altro membro della famiglia. Da lui va comunque distinto il Caecina quidam Volaterranus che fu uomo di fiducia di Ottaviano fra il 44 e il 41 a.C.: la formula impersonale usata da Cicerone esclude, secondo Capdeville, che possa trattarsi del suo corrispondente.
L'opera maggiore di Cecina fu un trattato in latino sull'Etrusca disciplina, la dottrina divinatoria etrusca, che gli era stata insegnata dal padre secondo la consuetudine etrusca della trasmissione familiare del sapere religioso, riservata alle stirpi dei principes. La pubblicazione del trattato, avvenuta secondo Capdeville probabilmente dopo la morte di Cicerone, è stata definita da Elizabeth Rawson un evento di primo piano nella vita intellettuale della tarda repubblica; come le opere pressoché coeve di Tarquizio Prisco e Giulio Aquila, essa rispondeva all'esigenza di fissare in latino, mentre la stessa lingua etrusca si spegneva, il sapere religioso contenuto nei libri sacri originali.
Cecina divenne l'autorità di riferimento in materia di dottrina fulgurale, cioè di interpretazione dei fulmini. Seneca lo cita espressamente per nome tre volte nella trattazione sui fulmini delle Naturales quaestiones (II, 39; 49; 56), riportandone due estratti di una certa ampiezza, e Capdeville ipotizza che anche quanto Seneca attribuisce genericamente agli «Etruschi» derivi in realtà da lui; Plinio il Vecchio lo indica fra le fonti del secondo libro della Naturalis historia, dove Cecina, Tarquizio e Aquila sono i soli autori citati per l'Etrusca disciplina. Cicerone, che secondo Capdeville non conobbe l'opera pubblicata, dovette comunque al sapere del suo corrispondente diverse informazioni del De divinatione, come la leggenda di Tagete e la suddivisione del cielo in sedici regioni impiegata dagli Etruschi per localizzare la provenienza dei fulmini.
A Cecina è attribuita anche un'opera di contenuto storico, dedicata alle più remote tradizioni del popolo etrusco: ne sopravvive un'eco esplicita in uno scolio veronese a Virgilio (Schol. Veron. in Aen., X, 200), relativo all'espansione etrusca oltre l'Appennino e alla fondazione di Mantova, la cui sostanza si ritrova in un lemma del cosiddetto Servio Danielino (ad Aen., X, 198). Del pamphlet contro Cesare e delle Querelae non resta invece nulla.
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