| Baia Domizia frazione | |
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Comune | |
| Territorio | |
| Coordinate | 41°12′N 13°48′E |
| Altitudine | 5 m s.l.m. |
| Abitanti | 332 (2001) |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 81030 |
| Prefisso | 0823 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Patrono | san Francesco d'Assisi |
| Cartografia | |
Baia Domizia è una località turistica balneare italiana situata in Campania. Ubicata nel Golfo di Gaeta, lungo il litorale domitio, in provincia di Caserta, è frazione sia del comune di Sessa Aurunca che del comune di Cellole, al confine con il Lazio, dal quale è separata dal fiume Garigliano.
La località è inserita in un'area di grande interesse naturalistico. Gli ultimi 4 km del litorale della località sono compresi nel Parco regionale di Roccamonfina-Foce Garigliano. La parte alle spalle del litorale sabbioso è delimitata da un lungo susseguirsi di dune che, verso l'interno, lasciano il posto alla pineta. All'interno di quest'area è già presente una rete di sentieri che permette di visitarne tutti gli ambienti. La sabbia come la spiaggia è di origine vulcanica, nata dal vicino e inattivo vulcano di Roccamonfina, e la vegetazione è costituita dalla macchia mediterranea e soprattutto dalla massiccia presenza di pini.
La pineta è in gran parte antropica: fu infatti piantata durante le varie bonifiche dell'area che fu paludosa, e che a tratti è quasi priva di sottobosco. Laddove le condizioni ecologiche lo consentono, lascia il posto alla macchia alta ed infine alla lecceta. Verso il mare domina la macchia mediterranea, ancora intatta su oltre 6 km del litorale. Nella zona vegetano la Romulea rollii, il cosiddetto "zafferanetto di Rolli", le orchidacee, con una decina di specie, soprattutto di Ophrys e prospera il candido e robusto Pancratium maritimum (giglio di mare). La vegetazione è arricchita dalla presenza delle piante pioniere cresciute sulle dune a ridosso delle spiagge.

Per la sua posizione geografica è stata definita "Porta del Sud" per essere la prima località della Campania che si incontra arrivando dal Lazio.
Il suo nome deriva dalla sua posizione geografica: la cittadina è stata infatti fondata sulla baia del golfo di Gaeta ed è situata sul litorale domitio che denomina il tratto di costa che da Torregaveta arriva al fiume Garigliano, tangendo l'attuale Via Domiziana (SS7 quater).
In età antica, il tratto della pineta alla foce del Garigliano era, per le popolazioni italiche prima e per gli antichi Romani poi, un lucus (bosco sacro) dedicato alla dea Marìca, ninfa delle paludi e delle acque, il cui tempio si trovava sull'opposta sponda del fiume, nel territorio di Minturno. Gli Ausoni, anche detti Aurunci, le dedicarono un grande tempio presso l'antica città di Minturnae, edificato probabilmente attorno al VII/VI secolo a.C., sulla riva destra-nord, in prossimità della foce del fiume Liri, oggi Garigliano, a circa 400 m dal mare. Sulla sponda sinistra-Sud si estendeva invece il bosco sacro, il Lūcus Marīcae, dedicato alla divinità. Il tempio era costruito con blocchi di tufo grigio provenienti dalle cave a sud del monte Massico.
Poco prima del crollo dell'impero romano, nell'estate del 457, un gruppo di Vandali, guidato dal cognato di Genserico, sbarcò alla foce del Garigliano e devastò l'area ricca di ville gentilizie, saccheggiandola: la minaccia fu debellata dall'intervento dell'esercito imperiale, comandato da uno degli ultimi imperatori romani, Maggioriano, che guidò personalmente l'esercito in battaglia, sconfiggendo i barbari nei pressi di Sinuessa e inseguendoli, mentre erano appesantiti dal bottino, fino alle navi. Dopo la caduta dell'impero romano, con le continue scorrerie barbariche e saracene, divenne impossibile continuare a manutenere i sistemi irrigui e di contenimento delle acque nelle campagne, che vennero abbandonate. Questo, unitamente alla natura dei terreni, naturalmente ricchi d'acqua, portò all'impaludamento delle zone immediatamente a ridosso della linea di costa. Il territorio divenne così una grande palude, conosciuta come pantano di Sessa.
Nella zona presso il fiume si svolsero nella storia diverse battaglie: nell'881 sbarcarono nei pressi della foce del Garigliano i Saraceni che qui si stabilirono in una vera e propria cittadella fortificata, un cosiddetto ribāṭ, dal quale partivano per veloci scorribande predatorie in tutta l'Italia centro-meridionale. Nel 915 papa Giovanni X riunì un esercito nella Lega Cristiana, composta da Longobardi e Bizantini, per fronteggiare le incursioni saracene. Dopo la prima battaglia del Garigliano, che spazzò via l'insediamento saraceno, per custodire l'area venne eretta una serie di alte torri fortificate, che attraverso segnali luminosi ed acustici avrebbero potuto segnalare l'arrivo di eventuali invasori su tutta la linea di costa a nord e a sud del fiume, alla foce del Garigliano e nelle zone interne più alte. Il principe longobardo di Capua Pandolfo Capodiferro edificò attorno alla metà del X secolo, alla foce del fiume, la torre che prese appunto il nome del condottiero, la Torre di Pandolfo Capodiferro.
Si ricordano inoltre la seconda battaglia del Garigliano (1503) tra spagnoli e francesi, che consegnò di fatto tutto il meridione d'Italia al dominio degli spagnoli per oltre tre secoli, e la terza battaglia del Garigliano (1860) tra le truppe borboniche e quelle sabaude – combattuta presso il ponte Real Ferdinando, innovativo ponte sospeso in ferro edificato fra il 1828 ed il 1832 –, epilogo della spedizione dei Mille durante l'unità d'Italia.
La località, durante la seconda guerra mondiale, venne interessata dagli scontri fra tedeschi ed alleati, costituendo la parte più meridionale della Linea Gustav, fronte famoso per la battaglia di Montecassino. Durante i combattimenti per lo sfondamento della linea (1943-1944) vennero distrutte alcune costruzioni di rilievo storico; fra queste la medievale Torre di Pandolfo Capodiferro, che era divenuta la sede del "Museo della Civiltà Aurunca" ed è ancora ridotta in rovine, e il ponte borbonico Real Ferdinando sul fiume Garigliano progettato da Luigi Giura (in seguito ricostruito solo alla fine del XX secolo).

Già durante il boom economico italiano, nella seconda metà degli anni 1950, nacque l'idea di fare della località un insediamento turistico: nel 1958 fu bandito un concorso nazionale per la progettazione di un centro turistico che doveva sorgere presso la località Pantano, mettendo in vendita i terreni al miglior offerente. Il progetto non ebbe tuttavia seguito a causa della scarsa disponibilità di capitali e della mancanza di know-how da parte dell'imprenditoria locale.
Negli anni 1960 il comune di Sessa Aurunca, nell'intento di valorizzare e urbanizzare la pineta, bandí un concorso a livello nazionale, richiamando una commissione per il vaglio dei progetti. Fu scelta la società "Aurunca Litora", con sede nel Veneto, il cui presidente era l'imprenditore padovano Giuseppe Longato; quest'ultimo, nel 1959, aveva già avviato un'operazione analoga a Bibione, in provincia di Venezia, mentre Mocellini in quel periodo costruiva palazzi sul Lido di Jesolo. Una coeva pubblicità della società veneta spiegava che il progetto avrebbe rispettato l'ambiente naturale preesistente e che solo poche costruzioni sarebbero state visibili dalla spiaggia, mentre l'accesso al mare attraverso la pineta sarebbe avvenuto esclusivamente attraverso viali pedonali.
Il progetto di massima definitivo venne elaborato dall'architetto e urbanista padovano Lorenzo Menegazzo, noto come Renzo Men. La viabilità sarebbe stata costituita da un'asse centrale curvilinea intersecata, tramite rotatorie, da piccole strade a scarso traffico che si dipartivano verso le aree residenziali; ci sarebbe stata un'unica strada di scorrimento esterna al centro abitato. Le strade raggiungevano una lunghezza complessiva di 26 km ed erano previsti circa un milione e mezzo di m³ di costruzioni (con un indice di 0,7 m³ per m²). Erano previsti tre "nuclei insediativi" a maggiore densità edilizia, che dovevano sorgere a circa 2 km l'uno dall'altro, intervallati da zone estensive e delimitati da due zone con impianti sportivi, a sud e a nord dell'insediamento: a nord, sul fiume Garigliano, avrebbe dovuto sorgere un porto turistico, mentre a sud, approfittando delle sorgenti sulfuree nel territorio confinante dell'antica città di Sinuessa e di Mondragone, doveva sorgere un impianto termale. Il nucleo centrale avrebbe ospitato la maggior parte dei servizi (stazione di pullman, uffici comunali, azienda di soggiorno, banche, centri religiosi, scuole, stazioni di polizia, cinema, teatro, sale giochi): fu immaginata e costruita come località balneare destinata ad un pubblico d'élite.
Secondo l'atto di compravendita, il progetto avrebbe dovuto concretizzarsi con le seguenti tappe:
Il consiglio comunale di Sessa Aurunca favorì l'iniziativa, come occasione di sviluppare turisticamente la zona marina. Le difficoltà che le amministrazioni del tempo incontrarono ne impedirono la realizzazione diretta, così la commissione allora presieduta dal notaio Antonio Franco Girfatti (poi dimessosi) indusse a vendere la pineta alla "Aurunca Litora". Il 28 agosto del 1963 venne approvata dalla giunta provinciale amministrativa la vendita dei terreni alla società veneta: i terreni di proprietà comunale in località Pineta, per un'estensione di 275 ettari, furono venduti al prezzo di 450 lire al m², per un totale di 1 239 228 000 lire, di cui la società avrebbe pagato subito la somma di 904 812 851 lire e il resto, pari a 334 415 149, in quattro rate a iniziare dal 31 dicembre 1964 fino al 31 dicembre 1967. Il primo contratto di compravendita, preceduto da un contratto preliminare dell'11 aprile 1962, fu firmato il 13 ottobre 1962, mentre il contratto definitivo venne stipulato il 22 agosto 1963.
I lavori cominciarono il 27 aprile 1965 ed il progetto, seppur solo a grandi linee, venne realizzato; mancarono tuttavia alcune delle opere a corollario, le quali restarono incompiute: non vennero realizzate la zona nord, denominata "sportiva", dove sarebbe dovuto sorgere il porticciolo con la darsena, e qualche altra importante struttura, opere che furono poi in seguito abbandonate. Il comune di Sessa Aurunca si era obbligato a cedere ad un prezzo concordato i terreni per realizzare la darsena con accesso dal Garigliano "ovunque fosse ritenuto idoneo tecnicamente", ed inoltre anche un'area di estensione compresa tra i 15 e i 20 ettari per realizzare un aeroporto turistico.
Nel 1977 il libro "Dossier Baia Domizia. Uno scandalo democristiano", scritto dal giornalista Silvio Bertocci, tratta le vicende relative alla nascita della località come un caso di commistione tra affari e politica, che vedeva implicato il partito egemone, la Democrazia Cristiana, che all'epoca dominava il consiglio comunale di Sessa Aurunca ed aveva ugualmente una notevole forza in Veneto. Secondo il giornalista, si trattò di un'enorme speculazione edilizia, utile per far incassare al partito sostanziose tangenti e creare nuovi rapporti clientelari. Nel libro, fra l'altro, sono citati due casi che hanno suscitato ampie discussioni in illo tempore: il primo è quello di un trenino turistico che era una delle principali attrazioni della località, fino a quando non fu definitivamente posto sotto sequestro dalla magistratura in quanto il proprietario, gestore di un noleggio di biciclette, secondo i giudici lo utilizzava illegalmente come un vero e proprio servizio di trasporto urbano a pagamento (400 lire di allora, e si trattava di due trenini, uno diretto al villaggio svedese e l'altro a Baia Murena) i cui ricavi – esentasse – furono quantificati dagli inquirenti in una ventina di milioni di lire circa a stagione (equivalenti, in illo tempore, alla quotazione media di una casa di piccole dimensioni del posto); il secondo riguarda la presenza di una sorta di polizia privata locale, che si automanteneva imponendo una sorta di tributo ai proprietari delle numerose villette presenti in loco, e chi si opponeva a ciò avrebbe poi trovato la propria abitazione sistematicamente svaligiata.
Un altro libro che parla dell'edificazione di Baia Domizia è "Giovanni Leone. La carriera di un presidente", scritto da Camilla Cederna, e pubblicato nel 1978.
Per la campagna pubblicitaria internazionale fu creato uno stemma, disegnato da Pino Castagna, uno scultore-ceramista amico del presidente Longato, con una B contrapposta ad una D inserite in un cerchio, con un'onda al centro: il marchio, con le foto della neonata destinazione, era presente sulle principali riviste italiane ed europee, in particolare nel Regno Unito, in Germania, Svizzera, Francia e nei paesi scandinavi, da cui arrivarono numerosi villeggianti, soprattutto dalla Svezia.
Una delle strutture più famose fu il villaggio turistico "La Serra", di proprietà svedese, da tutti conosciuto in illo tempore come il "villaggio svedese", essendo riservato allora ai soli villeggianti scandinavi. Il tutto fu riportato anche in un cinegiornale dell'Istituto Luce del 1975: «Una 'fettina' di Svezia in Italia, 217 cottages per 1 600 posti, un villaggio nato nel 1968 grazie ad una cooperativa, di proprietà dei sindacati svedesi». Sulle spiagge di Baia si videro i primi topless, che fecero gridare allo scandalo: persino l'allora vescovo di Sessa Aurunca, Vittorio Maria Costantini (che fra l'altro inaugurò e benedì nel 1974 la nuova chiesa parrocchiale di San Francesco, appena costruita), tuonò dal pulpito arrivando a definire Baia Domizia la «pietra dello scandalo», dando luogo ad un vero e proprio fenomeno di costume.
Lo scrittore casertano Francesco Piccolo racconta tale fenomeno nel suo libro del 2018 "L'animale che mi porto dentro": «Sembravano tutte – così dicevano – magre, alte, allegre», scrive a proposito delle sue esperienze estive quando era poco più che un bambino e la sua comitiva alimentava miti sessuali su un gruppo di ragazze svedesi. In quel «così dicevano» c’è il senso di tutto il discorso: quando ancora non sa cosa pensare del corpo femminile, ecco che dentro di lui si insinuano gli schemi della comunità.
Alle svedesi si aggiungevano le presenze internazionali del campeggio e dei vari hotel che la rendevano abitata per oltre il 50% da stranieri.
Baia Domizia fu, fino alla fine degli anni '70, una delle destinazioni più alla moda di tutto il Sud Italia al punto che, per quantità e qualità della vita notturna, rivaleggiò con Capri e le altre rinomate località della costiera amalfitana.[senza fonte]
Nei suoi bar e locali notturni il cocktail più diffuso era lo spritz; vi fu l'inaugurazione dell'hotel "Domizia Palace", e nei suoi locali notturni si esibivano i più importanti cantanti e gruppi musicali del tempo. Le sue stradine erano sempre affollate di turisti provenienti da tutte le parti d'Europa e vi circolavano variopinti risciò a pedali. La stagione cominciava a marzo e terminava alla fine di ottobre. Enorme fu, in termini di sviluppo economico e di crescita sociale, ma anche di liberazione sessuale, l'impatto sulle popolazioni dei paesi circostanti. Tutta l'area aurunca risentì positivamente della ventata d'aria fresca che giungeva con le genti e le culture che Baia Domizia attirava.[senza fonte]

Nel 1975 il distacco del comune di Cellole da quello di Sessa Aurunca comportò la suddivisione amministrativa della località balneare tra i due enti. La divisione avrebbe dovuto essere provvisoria, in attesa che i comuni interessati trovassero tra di loro un accordo ma, in mancanza di esso, di fatto divenne definitiva. Ciò innescò un sistema di veti incrociati che ancora oggi costituisce una delle cause del mancato sviluppo, anche a causa della miopia delle rispettive giunte comunali che, invece di investire nella località e promuovere iniziative tali da incoraggiare ulteriormente l'afflusso turistico, pensarono unicamente a sfruttarne le risorse. Intanto la società "Aurunca Litora" fu travolta dalle difficoltà economiche di alcuni soci che decisero di lasciare e che vendettero – in alcuni casi svendendoli a cifre molto basse – i terreni rimasti, tra i quali quelli della zona nord che era completamente da edificare.
In seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980, per far fronte all'emergenza, vennero requisite molte seconde case ed alcuni residence e hotel al fine di alloggiare circa 7 000 terremotati provenienti dalle zone più disagiate di Napoli e provincia. Alcuni ritennero ciò una decisione politica, il cui scopo sarebbe stato quello di salvaguardare determinate località turistiche campane a discapito della provincia di Caserta, la cui forza politica non sarebbe stata tale da esercitare una energica opposizione. A riprova di ciò, molti occupanti vi rimasero a lungo, bloccando di fatto gran parte delle attività turistiche e determinando una generale situazione di degrado. In alcuni casi, i destinatari degli alloggi addirittura ridussero gli immobili requisiti al limite della fatiscenza, come nel caso dell'"Hotel Giulivo" e, a Baia Domizia Sud, del "Cosida Residence", quest'ultimo reso del tutto inagibile – in alcuni punti letteralmente devastato in modo tale da manifestare perfino il rischio di crollo – e successivamente riattato con radicali opere di ripristino delle strutture edilizie.
A partire dalla seconda metà degli anni 2000 si è assistito progressivamente ad una ripresa dei finanziamenti e ad interventi per migliorare la vivibilità del luogo, come l'attivazione di un impianto di depurazione nel comune di Cellole e la realizzazione di percorsi ciclabili, per un rilancio turistico fondato sull'impianto urbanistico e sul rispetto della natura, oltre che sulla vicinanza a numerosi luoghi di interesse archeologici e artistici.
Sulla base dei rilievi effettuati nel 2014, l'Arpac ha dato un giudizio di eccellenza in termini di pulizia delle acque; la località registró nelle sue strutture ricettive oltre 600 000 presenze (circa l'85% dall'estero) che ne fecero la prima nell'accoglienza in tutta la provincia di Caserta.
A maggio 2024 la F.E.E. (Foundation for Environmental Education) ha insignito il mare di Baia Domizia, per la parte del comune di Cellole, del riconoscimento di Bandiera blu, al culmine di investimenti della Regione Campania secondo il progetto "La Bandiera Blu del litorale domizio". Si tratta della prima assegnazione ad un comune della provincia di Caserta.

Molti artisti, pittori e scultori frequentarono la località; ad esempio a Baia Domizia trascorreva le sue vacanze l'artista futurista Sante Monachesi. Qui, nel settembre del 1968 l'artista si rinchiuse per alcuni giorni in un grande cubo nero (in segno di lutto), costruito con tralicci in legno, stoffa e perspex, che sistemò nella piazza centrale per attuare una sua personale protesta contro la repressione sovietica della primavera di Praga. La cosa ebbe grande eco sia in Italia che a livello internazionale. Rinchiuso nel cubo, oltre a dipingere, scrisse la terza parte del manifesto del movimento artistico del quale fu fondatore, il cosiddetto movimento agrà.
La località fu frequentata tra gli altri anche da alcuni tra gli artisti e personaggi più in vista dell'epoca, tra cui Michelangelo Antonioni, John Lennon, Peppino De Filippo, Totò, Patty Pravo, il principe Karim Aga Khan IV, Lucio Dalla, Tony Tammaro, Umberto Bindi e più recentemente la showgirl Barbara d'Urso e il calciatore italiano Lorenzo Insigne. Tra le altre personalità amanti del luogo si ricordano lo scrittore e giornalista Mario Pomilio, che ad esso dedicò alcune sue poesie, il giurista Giuseppe Abbamonte, che ne è stato per oltre 40 anni un innamorato frequentatore, l'imprenditore Giuseppe Longato, che lo fece arricchire dallo scultore Pino Castagna con delle sue opere in ceramica poste in alcuni dei grandi alberghi, ed il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.
Originariamente Baia Domizia era una frazione compresa interamente nel comune di Sessa Aurunca. Nel 1975 Cellole, anch'essa precedentemente frazione di Sessa Aurunca, ottenne l'autonomia amministrativa diventando un comune. Il territorio della località fu quindi diviso tra i due comuni: le parti a sud e ad est, Baia Domizia Sud e Baia Felice, furono assegnate a Cellole, mentre la zona del centro e tutta la parte nord fino al fiume Garigliano rimasero sotto l'amministrazione di Sessa Aurunca. Dopo più di mezzo secolo i confini amministrativi tra Sessa Aurunca e Cellole non sono definitivi e sono ancora oggetto di discussioni e scontri tra i due comuni.[senza fonte]
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