Braccio da Montone

Andrea Fortebraccio
Anonimo, Braccio Fortebraccio, Perugia, 1600-1610 circa
Principe di Capua
Stemma
Stemma
In caricaluglio 1421 – 5 giugno 1424
PredecessoreRinaldo d'Angiò-Durazzo
SuccessoreSergianni Caracciolo
Conte di Foggia
In caricaluglio 1421 – 5 giugno 1424
PredecessoreReale demanio
SuccessoreReale demanio
Conte di Montone
In carica28 agosto 1414 – 5 giugno 1424
PredecessoreStato Pontificio
SuccessoreOddo Fortebraccio
Signore di Bologna
In caricaottobre 1414 – 26 gennaio 1420 (I)
21 luglio 1420 – agosto 1423 (II)
PredecessoreStato Pontificio (I)
Anton Galeazzo Bentivoglio (II)
SuccessoreAnton Galeazzo Bentivoglio (I)
Stato Pontificio (II)
Signore di Perugia
In carica18 luglio 1416 – 5 giugno 1424
PredecessoreStato Pontificio
SuccessoreStato Pontificio
TrattamentoPrincipe
Altri titoli
NascitaPerugia, 1º luglio 1368
MorteL'Aquila, 5 giugno 1424 (55 anni)
DinastiaFortebraccio
PadreOddo Fortebraccio
MadreGiacoma Montemelini
ConiugiElisabetta Armanni
Nicolina da Varano
FigliOddo (illegittimo)
Lucrezia (illegittima)
Carlotta (illegittima)
Carlo
ReligioneAteismo
Andrea Fortebraccio
Cristofano dell'Altissimo, Ritratto di Andrea Fortebraccio detto Braccio da Montone, Galleria degli Uffizi, Firenze, 1552-1568 circa
SoprannomeBraccio da Montone
NascitaPerugia, 1º luglio 1368
MorteL'Aquila, 5 giugno 1424
Cause della morteVedi sezione
Luogo di sepolturaChiesa di San Francesco al Prato, Perugia
Dati militari
Paese servito Repubblica di Firenze
Stato Pontificio
Regno di Napoli
Regno d'Aragona
Forza armataMercenari
Anni di servizio39 (1385-1424)
GradoCondottiero
ComandantiGiovanni Acuto
Guido d'Asciano
Alberico da Barbiano
Battaglie
Comandante diCompagnia braccesca
voci di militari presenti su Wikipedia
«Braccio
…che per tutto ancora
Con maraviglia e con terror si noma
»

Andrea Fortebraccio, noto come Braccio da Montone (Perugia, 1º luglio 1368 – L'Aquila, 5 giugno 1424), è stato un nobile, condottiero, capitano di ventura e politico italiano.

Fu principe di Capua, conte di Foggia e Montone, e signore di Arcevia, Assisi, Bologna, Cannara, Castel Bolognese, Castel San Pietro Terme, Cingoli, Città della Pieve, Città di Castello, Gualdo Cattaneo, Gualdo Tadino, Jesi, Medicina, Montecassiano, Narni, Nocera Umbra, Orte, Orvieto, Ostra Vetere, Perugia, Pieve di Cento, Rieti, San Gemini, Sassoferrato, Spello, Spoleto, Teramo, Terni e Todi. Fu inoltre capitano generale della Chiesa, gran connestabile del Regno di Napoli e senatore di Roma. Con le sue imprese fu quasi pronto a formare uno Stato proprio nell'Italia centrale del XV secolo.

Biografia

Gli inizi

Andrea Fortebraccio nacque nel rione di Porta Sant'Angelo di Perugia il 1º luglio 1368 dai nobili Oddo Fortebraccio, giureconsulto, e Giacoma Montemelini. Era il terzogenito di cinque tra figli e figlie, nell'ordine, dopo i fratelli maggiori Carlo e Giovanni e prima delle sorelle minori Stella e Giacoma. Alcuni autori, tenendo conto della denominazione che assumerà negli anni tale personaggio, riportano erroneamente il castello di Montone come suo luogo di nascita, borgo, compreso nella medesima suddivisione, da dove invece si era originata e aveva vissuto la famiglia fino al 1280, quando si spostò a Firenze per esercitare delle cariche pubbliche ottenute.

La sconfitta in città della fazione aristocratica dei Beccherini, cui appartenevano i Fortebraccio, per mano di quella popolana dei Raspanti, guidata dai Michelotti, comportò nel 1378 la perdita dei beni e l'esilio dei vari membri da Perugia, tra cui Andrea, fanciullo, con il padre Oddo, divenuto capitano del popolo fiorentino negli anni 1372 e 1373, il quale morirà poi intorno al 1380. Rimasta vedova, la madre Giacoma Montemelini appoggiò la vocazione militare del figlio, che, dodicenne, si formò nella Compagnia Bianca del condottiero inglese Giovanni Acuto e iniziò appieno la carriera nel 1385 come paggio all'interno della compagine di Guido d'Asciano. Nel 1388 passò nella Compagnia di San Giorgio del comandante Alberico da Barbiano, conte di Cunio, della quale facevano parte i futuri rivali Muzio Attendolo Sforza e Jacopo Caldora.

Rientrato nel 1390 a Montone, aiutato dai fratelli Carlo e Giovanni, uccise nella piazza tre membri della fazione avversaria dei Raspanti: per tale azione si guadagnò una taglia sulla sua testa e l'appellativo di "Braccio" al posto del nome Andrea. Il Fortebraccio si diede quindi alla ventura, formando con quindici uomini d'arme iniziali una propria compagine, la Compagnia braccesca, e mettendosi al soldo di Antonio II da Montefeltro contro Malatesta IV Malatesta, che assaltò l'anno seguente nella rocca di Fossombrone, uscendone gravemente ferito al petto e alla nuca, trauma che lo rese zoppo a vita alla gamba sinistra. Nel 1393, salito a capo della fazione dei Beccherini, giungendo in soccorso di Fratta Todina, venne catturato e nel riottenere la libertà rifiutò di entrare al servizio di Biordo Michelotti, al vertice dei Raspanti.

Imprese militari e separazione da Alberico da Barbiano

Nell'aprile del 1395 tornò a combattere per Alberico da Barbiano nel Regno di Napoli, rincontrando nuovamente lo Sforza. Nel 1397 passò al soldo della Repubblica di Firenze ed ottenne il comando di trenta uomini d'arme. Nel 1398 affiancò lo Stato Pontificio nella guerra contro Perugia, assediando prima Montone e poi, alla morte del Michelotti, attaccando la città che l'aveva esiliato. Finì per devastare il territorio di Assisi nell'inutile tentativo di penetrare nell'attuale capoluogo umbro. Nel 1400 Perugia finì in mano ai Visconti e Braccio tornò alle sue battaglie in lungo e in largo per la penisola. Nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo Visconti, agli ordini di Mostarda da Forlì, combatté per i pontifici contro i viscontei. Nel 1403 papa Bonifacio IX si accordò con il nuovo ducato di Milano e finirono sotto il controllo dello Stato Pontificio Bologna, Perugia e Assisi: la fazione dei Raspanti ottenne però che i fuoriusciti non potessero avvicinarsi a meno di venti miglia dalla città.

Nel 1404 Braccio tornò così al servizio di Alberico da Barbiano, conte di Cunio, combattendo di nuovo a fianco di Lorenzo Attendolo, contro Faenza e lo Stato Pontificio: questa seconda battaglia rimarrà ricordata come uno degli esempi della perizia nell'arte della guerra di Braccio. Nei pressi del fiume Reno, nella Pianura Padana, le truppe del conte di Cunio rimasero in minoranza di fronte al nemico, e Braccio, che componeva la retroguardia, fece costruire tre ponti ad uso militare, per attraversare il fiume e trincerarsi oltre le sponde, riuscendo così a resistere agli assalti delle truppe papali. Per questa impresa Braccio si poté fregiare del titolo di cavaliere e del diritto di inserire nel suo stemma le insegne del conte di Cunio.

I primi successi del giovane condottiero finirono per suscitare invidie nella compagnia: qualcuno lo calunniò avvertendo Alberico che Braccio voleva ucciderlo per prenderne il posto, e così Braccio, avvertito dalla moglie del conte di Cunio, dovette fuggire dall'accampamento per non essere a sua volta assassinato. Più tardi Alberico si pentì di questo suo proposito e chiese a Braccio, vanamente, di tornare nella sua compagnia.

Gli scontri in Umbria e a Roma

Nel 1406 combatté con i fuoriusciti contro Perugia e nel 1407 formò una compagnia di ventura composta principalmente da esuli perugini, danneggiando e ricattando vari piccoli comuni del contado romagnolo e dell'alta Valle del Tevere per finanziarsi con queste scorrerie, ponendo la sua base presso Sansepolcro. In maggio gli abitanti di Arcevia gli offrirono la signoria della città in cambio del suo aiuto contro il marchese di Fermo Lodovico Migliorati, che stava assediando la città. Il Montone accettò, occupò il Monte Conero e devastò il territorio di Fano, dove si impadronì di alcuni castelli. In seguito Braccio si rappacificò con il Migliorati e passò al servizio del re del Regno di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo proprio presso Fermo. Ai suoi ordini vi erano ormai più di 1 200 cavalieri e 1 000 fanti, cui dispensò complessivamente una paga di 14 000 fiorini. Devastò le terre dei Trinci di Foligno poiché si erano rifiutati di vettovagliare le sue truppe. Nel 1408 Perugia si arrese al re Ladislao, ma ottenne da questi una dichiarazione di belligeranza verso tutti i fuoriusciti della città. Braccio ripiegò nelle Marche, ad Ancona, dichiarandosi a sua volta nemico di Ladislao, e s'impossessò di Jesi.

Nel 1409 combatté dapprima a Città di Castello, quindi ad Arezzo a fianco dei fiorentini e poi si diresse alla volta di Roma, assediando Castel Sant'Angelo, salvo ripiegare nelle Marche per l'arrivo dell'inverno. Nel 1410 Roma subì attacchi da parte degli eserciti di Luigi II d'Angiò-Valois e Ladislao d'Angiò-Durazzo e di diverse compagnie di ventura, tra cui quella del Fortebraccio, che, una volta viste in ritirata le truppe napoletane, le inseguì e le sconfisse presso Sora, poi saccheggiata. In agosto i fiorentini gli consegnarono 14 000 fiorini nel perugino, in settembre Spoleto gli commissionò scorrerie punitive nel territorio di Terni, in novembre attaccò nuovamente Perugia assediandola da Porta San Pietro, senza riuscire nell'intento. In questi anni di guerre, concentrate perlopiù in Umbria, Braccio ebbe modo di perfezionare la sua tecnica militare, impostata sulla rapidità della manovra e sulla velocità dei movimenti, e questa fu la caratteristica della propria scuola d'arme.

La presa di Perugia e il dominio sull'Umbria

Antonio Pisanello, Braccio da Montone e Niccolò Piccinino allattati dal grifone di Perugia, Museo nazionale del Bargello, Firenze, 1439-1441 circa

Nel 1414 l'antipapa Giovanni XXIII lo nominò conte di Montone, inoltre lo chiamò a governare Bologna. Braccio sfruttò la situazione per accumulare molto denaro, taglieggiando le città di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena e Castel San Pietro. Nello stesso anno combatté a Todi contro lo Sforza; in giugno, al termine della battaglia, venne accolto con tutti gli onori a Firenze, con cui siglò un'alleanza di dieci anni. In agosto Ladislao d'Angiò-Durazzo morì e Braccio lasciò Bologna in libertà per la cifra di 180 000 ducati e raggiunse l'Umbria, occupando città e castelli durante il suo passaggio; Perugia, temendo il suo arrivo, si affidò a Carlo I Malatesta, nominato "Difensore dei perugini per la Santa Chiesa"; lo scontro, molto duro, avvenne a Sant'Egidio il 12 luglio 1416, con la vittoria dei bracceschi. Nella battaglia si distinsero il figlio di Braccio, Oddo, e l'allievo Niccolò Piccinino.

Quindi la città di Perugia non poté far altro che aprirgli le porte e nominarlo signore, ed in seguito fu la volta di Terni: in un primo momento vinse la città, ma la seconda volta i ternani dovettero cedere per mancanza di aiuti esterni. Todi era già stata conquistata subito dopo Perugia, Narni neanche provò a ribellarsi e poi Orvieto; gli abitanti lo vollero come loro reggitore senza troppi scrupoli. Fu così che si venne a suggellare il dominio di Braccio nel territorio dell'Umbria. Braccio chiese quindi al neoeletto papa Martino V di concedergli il vicariato sull'Umbria, ma questi glielo negò e gli mandò contro Guidantonio da Montefeltro, suo parente, e lo Sforza suo alleato, che il Montone sconfisse puntualmente in una memorabile battaglia presso Spoleto. Sfruttando la vittoria, Braccio mosse contro i territori del Montefeltro.

Assedio dell'Aquila, battaglia campale e morte

Braccio da Montone e Jacopo Caldora si fronteggiano con i loro rispettivi eserciti sotto le mura dell'Aquila, davanti alla Porta Barete; da una miniatura di un anonimo cronista ed illustratore aquilano del 1440 circa

Nel 1421 Braccio da Montone andò in aiuto della regina del Regno di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo, scomunicata dal papa, venendo però esso stesso interdetto dai sacramenti. Controllando in poco tempo, grazie alla sua abilità militare, quasi tutti i territori dell'Abruzzo e parteggiando per Alfonso V d'Aragona contro gli Angioini, conseguentemente ai suoi successi, fu nominato gran connestabile del Regno di Napoli, principe di Capua e conte di Foggia. Passato dalla parte degli Aragonesi nel 1424, perse la carica di gran connestabile del Regno, venendo rimpiazzato dallo Sforza, al soldo degli Angioini, e ricevette da Alfonso l'incarico di assediare L'Aquila con la promessa dell'ottenimento del governo di tale feudo, di importanza cruciale nel territorio del Regno di Napoli.

In marcia verso lo scontro finale, presso Pescara morì lo Sforza; contemporaneamente Braccio da Montone cominciò l'assedio dell'Aquila distruggendo i "99 Castelli Fondatori" e spezzando ogni tipo di collegamento. Ma la città, guidata dal suo governatore Antonuccio Camponeschi, gli oppose una strenua e duratura resistenza che fece durare il conflitto più di un anno. Così la regina Giovanna II d'Angiò-Durazzo mandò in suo soccorso un folto esercito capitanato dal gran connestabile Jacopo Caldora, potente ed esperto condottiero, ex allievo di Braccio, il quale affrontò il suo maestro presso la Piana di Bazzano, luogo in cui si era stabilito quest'ultimo, in una battaglia che fu veramente feroce. L'esercito braccesco venne sconfitto. Braccio da Montone riportò gravi ferite alla testa (in particolare al collo) per aver ricevuto un colpo di mazza ferrata, venne catturato ed imprigionato sul posto e morì intorno alle ore 22:00 del giorno lunedì 5 giugno 1424, data che pose termine al conflitto che finì per decidere le sorti di gran parte della penisola italiana. Essendo morto scomunicato, il papa lo fece seppellire in terra sconsacrata, dove quivi rimase fino al 1432, quando, per iniziativa di suo nipote Niccolò Fortebraccio, fu tumulato ed i suoi resti furono custoditi nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia. Nel 1505 sulla lapide della sua tomba fu aggiunto il seguente epitaffio:

(latino)
«Anno Domini MDV.
Exciderat Latijs bellandi gloria terris,
nec pedes ad pugnam, nec fuit aptus eques
pro scelus, externo populi duce bella gerebant,
atq. [atque]; erat externi militis illud opus,
ereptum Italiæ reddit decus inclytus armis
Braccius; et cives restituit patriæ.
Dum Capuæ princeps regia signa gerit.
Tristia sic semper miscet fortuna secundis,
hic patriæ pietas ossa revecta locat.
»
(italiano)
«Anno del Signore 1505. Era fuggito dalle terre del Lazio per la gloria militare, in battaglia non fu adatto né come fante né come cavaliere a causa della [sua] malvagità; i popoli facevano guerra al capitano straniero, eppure quella famosa impresa [guerra dell'Aquila] fu a lui attribuita; l'illustre guerriero Braccio risollevò l'onore dell'Italia e restituì i cittadini alla patria. Per tutto il tempo che fu principe di Capua portò le insegne regie. Come la sorte avvicenda sempre eventi tristi a favorevoli, così la devozione ripone in patria i resti mortali recuperati.»

Nel 2013, a 589 anni dalla sua morte, i suoi resti sono stati estumulati per poi essere restaurati. La ricognizione ha portato al rilevamento della presenza di un foro sul cranio del condottiero, situato in un punto «non alto ma ben piazzato», che ha confermato quanto riportato dalle fonti storiche riguardo alla sua morte durante l'assedio della città aquilana.

Nella città dell'Aquila gli è stata intitolata la strada in cui sarebbe deceduto; è stato inoltre oggetto di interesse anche a Terni.

Leggende sulla morte

Via Fortebraccio all'Aquila, dove si spense Braccio da Montone

Circolano diverse leggende sulla morte di Braccio da Montone:

È stato inoltre tramandato che nel 1432, durante la traslazione dei resti curata dal nipote Niccolò Fortebraccio, nella Campagna romana una violenta grandinata abbia distrutto tutto il raccolto, seguendo il feretro (una cassa avvolta da un velluto rosso con cuciture d'oro e ricami d'argento trasportata in spalla dai nobili accompagnati da 50 cavalieri coperti da veli neri) lungo tutto il suo tragitto fino a Perugia.

Carattere e personalità

«Fu Braccio di aspetto prestante, benché impedito dal lato sinistro; la sua parola era dolce e carezzevole; aveva però un temperamento crudele al punto di ridere mentre ordinava di torturare la gente e di straziarla con atroci supplizi, e di dilettarsi a gettare dei poveretti da alte torri. A Spoleto diede ordine di precipitare giù da un ponte un messaggero che gli aveva portato una lettera ostile. Ad Assisi gettò tre uomini da una torre che si innalza nella piazza principale. Nel convento dei frati minori diede ordine di punire diciotto monaci che avevano sentimenti a lui ostili, pestando e spappolando i loro testicoli sopra un'incudine. A Viterbo fece immergere un prigioniero in una sorgente d'acqua bollente che si chiama Pelacano […] Braccio non credeva né al Paradiso né all'Inferno, era nemico della Chiesa e della religione e assolutamente indegno di ricevere esequie religiose.»
«Fù di natura crudele, e empia, e poco amico di S. Chiesa, che fè gettare vn pouero curriere dentro del barbacane di Viterbo, il quale raccomandatosi à Dio, e inuocando l'aiuto di S. Antonio da Padoua, fù liberato dalla morte; ma egli lo fè la seconda, e terza volta buttare in quel precipitio, e fù dal detto Santo miracolosamente liberato per sua gran confusione, e dal popolo fù rimprouerata la sua crudeltà, volendo contender col Santo. Fè da vn campanile buttar sei frati minori, li quali stauano cantando, e diceua li dauano fastidio.»
«Braccio fù di uita empia, nemico d'ogni religgione, e si uantaua non hauer uisto 30 anni messa né ufficio diuino, fù crudele, e lasciò memoria di infiniti esempij di crudeltà; ma nel mistier del'arme fù ualentissimo, e di grande ingegno, se ben alfine per superbia si perdesse; fù fedele, à tutti quelli â cui seruì, e sarebbe stato uno de maggior huomini che mai in Italia fosser nati, se questi enormi uitij non hauesse hauuti.»

Ascendenza

Braccio da Montone in una xilografia di Tobias Stimmer del 1575
Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Oddo Fortebraccio Rubeo Fortebraccio  
 
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Guido Fortebraccio  
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Oddo Fortebraccio  
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Andrea Fortebraccio  
Francesco Montemelini ?  
 
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Tiveri Montemelini  
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Giacoma Montemelini  
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Discendenza

Braccio da Montone si sposò due volte:

Da relazioni extraconiugali avute nel periodo tra il primo ed il secondo matrimonio ebbe inoltre un figlio e due figlie:

Opere

La chiesa di San Francesco al Prato di Perugia, fatta restaurare nel 1420 da Braccio da Montone e dove sono custodite le sue spoglie

Dopo aver conchiuso accordi di pace con il papa Martino V ed il condottiero Guidantonio da Montefeltro nei mesi di febbraio e marzo 1420, nell'aprile seguente Braccio da Montone rientrò a Perugia per preparare una spedizione militare volta a riportare Bologna all'obbedienza pontificia e durante tale soggiorno ebbe modo di far realizzare varie opere pubbliche al fine di curare l'abbellimento del capoluogo umbro: nella piazza di San Lorenzo fu ricavata una loggia fatta di quattro archi sorretti da pilastri ottagonali contigua alla preesistente cattedrale di Sant'Ercolano e al Palazzo dei Consoli, sotto la piazza del Sopramuro vennero erette delle volte come basamento, le mura di cinta della città vennero ricostruite e fu compiuto il restauro della chiesa di San Francesco al Prato. Nello stesso periodo fece attuare l'emissario del lago Trasimeno, ossia scavare una galleria sotterranea per regolarne il livello delle acque ed irrigare il comprensorio limitrofo, ritenuta, questa, una vera e propria magnum opus dell'epoca. Nel borgo di Montone, culla delle proprie radici, tra il 1423 e il 1424 diede incarico al pittore ferrarese Antonio Alberti di affrescare nel sottarco della chiesa di San Francesco, luogo di culto dei Fortebraccio, gli Episodi della vita di San Francesco e le scene del Giudizio universale. Sempre nel 1423 aveva fatto ricostruire la rocca di Todi dopo aver ordinato l'abbattimento delle abitazioni poste ai margini del centro abitato.

Nella cultura di massa

Nel 2016 è stato sviluppato il gioco di carte Fortebraccio, che consente di ricreare le battaglie medievali ai tempi di Braccio da Montone. Inoltre è stato prodotto dalla Acies e commercializzato dalla White Ship Games il gioco da tavolo di strategia Braccio da Montone, che permette di simulare le due principali battaglie combattute dal condottiero perugino: quella di Sant'Egidio e quella dell'Aquila.

Note

  1. ↑ Il cognome del condottiero è riportato anche nella forma Fortebracci.
  2. ↑ La sua denominazione, nel complesso, compare talvolta come Braccio Fortebraccio.
  3. ↑ DBI; Dizionario di storia; Enciclopedia Britannica; Enciclopedia italiana; Sapere.it.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 Condottieridiventura.it.
  5. ↑ Condottieridiventura.it; Vendettini (1778), p. 78.
  6. ↑ Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), pp. 29-67.
  7. ↑ Condottieridiventura.it; DBI; Enciclopedia machiavelliana.
  8. ↑ Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 28.
  9. ↑ DBI; Enciclopedia italiana; Fabretti (1842), p. 111; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), pp. 23-28; Treccani.it.
  10. 1 2 3 Condottieridiventura.it; DBI; Enciclopedia italiana.
  11. ↑ Condottieridiventura.it; DBI; Roscio et al. (1646), p. 90; Thomassino e Turpino (1596), p. 42.
  12. ↑ Condottieridiventura.it; Enciclopedia italiana; Enciclopedia machiavelliana; Fazio (1869), p. 12.
  13. ↑ Rufini (2013), pp. 70-71.
  14. ↑ Condottieridiventura.it; Lopez (1986), p. 103 e 108.
  15. ↑ Citazioni su Braccio da Montone, su condottieridiventura.it.
  16. 1 2 Riesumati i resti di Braccio Fortebraccio, in PerugiaToday, Perugia, 11 maggio 2013 (archiviato dall'url originale il 18 febbraio 2020).
  17. ↑ Ghostbusters a caccia del fantasma di Braccio Fortebraccio, in Corriere dell'Umbria, Terni, 3 agosto 2016 (archiviato dall'url originale il 18 agosto 2016); Lopez (1986), p. 123.
  18. 1 2 3 4 5 Condottieridiventura.it; Quando L'Aquila disse no a Fortebraccio: assedio e vittoria di una città testarda, in Abruzzo Web, L'Aquila, 24 agosto 2014 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2025).
  19. ↑ Campano (1572), pp. 90-91 e 101-102; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 67.
  20. ↑ Campano (1572), pp. 90-91; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 67.
  21. ↑ Campano (1572), pp. 101-102; Condottieridiventura.it; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), pp. 67-68.
  22. ↑ Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 68.
  23. ↑ Campano (1572), p. 84 e 97; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 67.
  24. ↑ Campano (1572), p. 84; Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 67.
  25. ↑ Giobbi Fortebraccio da Montone (1689), p. 67.
  26. ↑ Campano (1572), p. 97.
  27. ↑ Condottieridiventura.it; Enciclopedia italiana.
  28. ↑ Fortebraccio diventa un gioco di carte, in Perugia 1416, Perugia, 23 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2025).
  29. ↑ Dekoninck, Guiderdoni e Melion (2020), p. 701, nota n. 15.

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

Predecessore Principe di Capua Successore
Rinaldo d'Angiò-Durazzo 1421 – 1424 Sergianni Caracciolo

Predecessore Conte di Foggia Successore
Reale demanio 1421 – 1424 Reale demanio

Predecessore Conte di Montone Successore
Stato Pontificio 1414 – 1424 Oddo Fortebraccio

Predecessore Signore di Bologna Successore
Stato Pontificio 1414 – 1420 Anton Galeazzo Bentivoglio I
Anton Galeazzo Bentivoglio 1420 – 1423 Stato Pontificio II

Predecessore Signore di Perugia Successore
Stato Pontificio 1416 – 1424 Stato Pontificio

Predecessore Capitano generale della Chiesa Successore
(carica vacante) 1414 – 1421 (carica vacante)

Predecessore Gran Connestabile del Regno di Napoli Successore
Muzio Attendolo Sforza 1421 – 1424 Muzio Attendolo Sforza

Predecessore Senatore di Roma Successore
Ruggero d'Antignola 1417 – 1418 Nanni Spinelli
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