
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) fu la struttura organizzativa in cui i partiti e i movimenti antifascisti si riunirono per dirigere e coordinare la Resistenza italiana, in seguito all'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Questo tipo di organizzazione si costituì in più parti d'Italia, in larga parte per iniziativa locale, dando così vita a una rete di Comitati di Liberazione Nazionale articolati, in forme variabili a seconda dei territori, a livello regionale, provinciale, comunale, ma anche rionale e aziendale.
Il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (CCLN), con sede a Roma, fu costituito il 9 settembre 1943 dai principali partiti antifascisti e svolse funzioni di indirizzo politico, in particolare nei rapporti con il governo nell'Italia liberata. Nell'Italia settentrionale, occupata dai tedeschi e governata dalla Repubblica Sociale Italiana, il 7 febbraio 1944 il CCLN autorizzò la costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), con sede a Milano e compiti di coordinamento dei CLN delle regioni settentrionali; nel dicembre 1944 il governo Bonomi lo riconobbe come proprio rappresentante nei territori ancora occupati.
Nei territori liberati i comitati assunsero funzioni di governo locale fino all'arrivo del governo militare alleato. A livello nazionale i partiti del CLN parteciparono, dall'aprile 1944, ai governi dell'Italia liberata e ne espressero i presidenti del Consiglio Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri. I comitati esaurirono progressivamente le loro funzioni fino allo scioglimento definitivo, avvenuto il 21 giugno 1946, anticipando la prima seduta dell'Assemblea Costituente.
Il 25 luglio 1943, in seguito alle crescenti difficoltà belliche, il capo del governo Benito Mussolini venne sfiduciato dal Gran consiglio del fascismo. L'evento provocò l'intervento immediato della Corona e delle gerarchie militari; Mussolini fu arrestato, mentre re Vittorio Emanuele III nominò il maresciallo Pietro Badoglio nuovo capo del governo. La caduta del fascismo attivò rapidamente i partiti antifascisti, clandestini da un ventennio, che tra il 27 e il 28 luglio 1943 misero da parte del divergenze ideologiche fondando a Roma il Comitato delle opposizioni, mentre a Milano e Torino furono redatti manifesti comuni. Al comitato delle opposizioni presero quindi parte il Partito Comunista Italiano (PCI), la Democrazia Cristiana (DC), il Partito d'Azione (PdA), il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e la Democrazia del Lavoro (DL). All'interno del comitato l'ala sinistra costituita da PCI, PdA e PSIUP assunse una posizione più critica nei confronti della monarchia, rispetto all'ala destra di DC, PLI e DL, desiderosa di ricostituire l'ordinamento prefascista.
Nei confronti del governo Badoglio il Comitato delle opposizioni romano assunse una posizione attendista, come auspicato da Alcide de Gasperi (DC) e Ivanoe Bonomi (DL), ex presidente del consiglio e persona di riferimento per la Corona. Questa linea politica, nonostante fosse avversata dagli azionisti, fu invece accolta dai comunisti che vedevano nell'unità dei partiti antifascisti il loro obiettivo principale in quel determinato momento. Alcune critiche più marcate a questo approccio pervennero invece dai comitati di Milano e Torino, partecipati maggiormente dai parti dell'ala sinistra, ma la loro influenza non modificò la linea politica generale.
Il 7 agosto i bombardamenti alleati sulle principali città dell'Italia settentrionale, spinsero migliaia di lavoratori a scendere in sciopero. Allo scopo di evitare l'impiego dell'esercito, il 9 agosto Badoglio nominò a capo delle confederazioni sindacali esponenti provenienti da tutti i partiti del Comitato delle opposizioni, in particolare per l'industria: Bruno Buozzi (PSIUP), Giovanni Roveda (PCI) eGioacchino Quarello (DC). Di fronte agli scioperi nel Comitato delle opposizioni romano prevalse la linea collaborazionista dell'ala destra, così il 20 agosto i sindacalisti si recarono a Torino mediando la sospensione degli scioperi, seguì quindi Milano il giorno successivo e il 23 agosto gli scioperi terminarono.
Il 9 settembre 1943, "posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione":
Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (DL, Presidente), Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola (PCI), Alcide De Gasperi (DC), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (PdA), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (PSI), Meuccio Ruini (DL), Alessandro Casati (PLI).
Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali, successivamente vennero costituiti anche Comitati Provinciali.
Il 16 ottobre 1943 viene votata la mozione che si può riassumere in tre punti base:
Il CLN era una formazione interpartitica formata da movimenti di diversa estrazione culturale e ideologica, composta da rappresentanti del Partito Comunista Italiano (PCI), della Democrazia Cristiana (DC), del Partito d'Azione (PdA), del Partito Liberale Italiano (PLI), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e di Democrazia del Lavoro (DL). Nel gruppo dei sei partiti esisteva una frattura tra i tre partiti dell'ala sinistra (PCI, PSIUP e PdA) e i tre partiti dell'ala destra (DC, PLI e DL), con i primi che erano associati più strettamente tra loro attraverso vari patti e accordi: comunisti e socialisti erano legati da un "patto di unità d'azione", per poi formare insieme agli azionisti una "giunta tripartita", in modo da concordare una posizione unitaria da tenere innanzi agli altri partiti.
Inizialmente, la frattura tra destra e sinistra si manifestò in merito alla linea politica da tenere nei confronti della monarchia e del governo Badoglio:
Con le dimissioni dalla presidenza del demolaburista Ivanoe Bonomi, rassegnate il 24 marzo 1944, sembrò affermarsi la linea dell'intransigenza verso la monarchia, ma in aprile la svolta di Salerno, con la quale il PCI di Palmiro Togliatti accettò di entrare nel governo Badoglio, capovolse la situazione.
Le profonde divisioni tra le componenti di destra e di sinistra del CLN, nonché quelle interne alla stessa sinistra tra i comunisti e gli altri, trovano testimonianza anche nella corrispondenza clandestina tra i centri dirigenti del PCI di Roma e Milano, in cui si rinvengono diffusamente duri attacchi agli altri partiti. Nell'introduzione alla raccolta di lettere, pubblicata nel 1973, Luigi Longo in proposito scrive:
Questa lotta, per conquistare alla parte più numerosa e decisiva della popolazione il posto che le spettava per la sua importanza e funzione nella vita nazionale, faceva tutt'uno con la campagna che conducevamo di recisa opposizione ad ogni forma, aperta o mascherata, di attendismo o anche solo di neutralità nei confronti di chi osteggiava questa lotta. Erano le due facce di una stessa esigenza.
Non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere oggi che alcuni di quegli attacchi qualche volta siano andati oltre il limite del giusto e che spesso, oltre il fatto singolo o le singole persone, si intendeva colpire determinate correnti dell'antifascismo moderato le quali, per le loro origini politiche e sociali, costituivano a nostro avviso pericoli mortali per lo sviluppo ed il trionfo della lotta contro il fascismo e l'occupante nazista.»
Al primo presidente del CLN Bonomi spettò, dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), di assumere responsabilità di governo con la Presidenza del Consiglio (11 giugno). A lui successero alla Presidenza del Consiglio il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri e il 10 dicembre 1945 Alcide De Gasperi. Dopo la nascita del CLNAI, quest'ultimo venne presieduto, dal 1943 al 1945, da Alfredo Pizzoni.
Rimasero fuori dal CLN il Partito Repubblicano Italiano, pur partecipando alla Resistenza, per la sua posizione istituzionale che comportava una pregiudiziale antimonarchica-istituzionale, ed anche alcuni gruppi di sinistra che non accettavano il compromesso dell'unità nazionale su cui si basava il CLN che prevedeva la "precedenza alla lotta contro il nemico esterno, spostando a dopo la vittoria il problema dell'assetto Istituzionale dello Stato".
Non aderirono inoltre al CLN formazioni politico militari antifasciste di rilevante importanza come Bandiera rossa di Roma e formazioni anarchiche di pesante valenza militare come le Brigate Bruzzi-Malatesta di Milano, pur agendo di concerto con le Brigate Matteotti, nonché diverse formazioni anarchiche che agivano nella Lunigiana e sui monti di Carrara come il Battaglione Lucetti, mentre di converso molti anarchici per motivi contingenti di mancanza di organizzazione autonoma locale confluirono nelle Brigate Partigiane che facevano riferimento al CLN come, ad esempio, Emilio Canzi comandante unico della XIII Zona operativa, zona relativa all'Appennino Tosco-Emiliano. La stessa adesione al CLN di Stella Rossa fu complessa e problematica, con una grandissima discrezionalità di azione permessa alla Brigata Partigiana stessa da parte del CLN.
Prima delle elezioni del 1946 i CLN vennero spogliati di ogni funzione e quindi sciolti nel 1947.
Ogni partito rappresentato nel CLN ebbe le sue formazioni militari partigiane, che in genere erano coordinate dal rispettivo rappresentante nel CLN (così come vi furono formazioni Repubblicane ed anche di altri gruppi di sinistra).
La giunta militare del CLN era formata da Manlio Brosio (PLI), Giorgio Amendola (PCI), Riccardo Bauer (PdA), Giuseppe Spataro (DC), Sandro Pertini (PSIUP) e Mario Cevolotto (DL).
Nei comitati regionali troviamo esponenti quali, in Veneto, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti e il federalista Silvio Trentin, mentre nel Comitato Toscano di Liberazione Nazionale spicca il nome di Carlo Ludovico Ragghianti.
I comitati regionali e provinciali ebbero un compito prevalentemente politico e di coordinamento, con influenza ma non comando diretto sulle formazioni militari partigiane, che rispondevano in genere direttamente al loro partito. In vari casi le formazioni militari disattesero accordi e ordini del CLN. In ogni caso fu in nome dei comitati regionali che vennero intraprese importanti decisioni e atti, come l'insurrezione dell'11 agosto 1944 in Toscana o la resa tedesco-nazi-fascista di Genova del 25 aprile 1945.
La composizione politica delle brigate partigiane era piuttosto varia:
Il 19 giugno 1944 si costituisce a Milano, quale trasformazione dell'iniziale Comitato Militare del CLN, il CVL (Corpo volontari della libertà). Ne fanno parte il comunista Luigi Longo, l'azionista Ferruccio Parri, il democratico-cristiano Enrico Mattei, il socialista Giovanni Battista Stucchi e, per le formazioni autonome, Mario Argenton. Consulente militare è il generale Giuseppe Bellocchio.
Il 3 novembre 1944 il Comando del CVL è assegnato al generale Raffaele Cadorna, affiancato, in qualità di vice comandanti, da Longo e Parri.
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