| Camporovere frazione | |
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Comune | |
| Territorio | |
| Coordinate | 45°52′49.02618″N 11°29′03.68578″E |
| Altitudine | 1 057 m s.l.m. |
| Abitanti | 400−500 circa |
| Altre informazioni | |
| Lingue | alto-vicentino, cimbro, italiano |
| Prefisso | 0424 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Nome abitanti | camporoveresi |
| Patrono | San Giovanni Battista |
| Giorno festivo | 24 giugno |
| Cartografia | |
Camporovere (Kamparübar in cimbro, Canporóare in alto-vicentino) è una frazione montana del comune italiano di Roana, in provincia di Vicenza in Veneto. Un tempo, sotto il comune di Roana, ha fatto parte della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni.
Camporovere è situato sull'Altopiano dei Sette Comuni, uno dei principali massicci montuosi della regione Veneto, a un'altitudine media di 1 057 m s.l.m. La località sorge ai piedi del Monte Interrotto, rilievo noto per la presenza dell'omonima fortificazione militare.
Il territorio circostante è caratterizzato da estese formazioni boschive, prevalentemente composte da conifere quali l'abete bianco, l'abete rosso, il larice e il pino cembro. Sono inoltre presenti esemplari autoctoni di latifoglie, in particolare il faggio e la quercia roverella.
La fauna locale presenta un'elevata biodiversità. Tra le specie di maggiore rilevanza scientifica e conservazionistica si segnala la presenza di grandi carnivori come il lupo e l'orso bruno. L'avifauna include l'aquila reale, mentre tra i mesocarnivori è diffusa la volpe.
Sotto il profilo etimologico, il toponimo si riferisce alla presenza storica ma sporadica della quercia roverella all'interno del manto boschivo circostante, storicamente dominato dalle conifere.
Le prime testimonianze della presenza umana sull'Altopiano dei Sette Comuni risalgono alla fine dell'ultima glaciazione (circa 11 000 anni a.C.). Durante il Paleolitico superiore e il Mesolitico, la piana di Asiago e le aree limitrofe furono frequentate stagionalmente da gruppi di cacciatori-raccoglitori. Tra i siti archeologici di maggiore rilevanza scientifica si segnalano il Riparo Battaglia in località Prunno (Asiago), la Grotta d'Ernesto nella piana di Marcesina e i reperti d'alta quota rinvenuti presso Cima XII. Questi insediamenti temporanei sfruttavano le cavità naturali e le risorse faunistiche montane durante la stagione estiva.
Dopo una fase di scarsa frequentazione durante il Neolitico, il territorio registrò una colonizzazione stabile a partire dall'inizio dell'età del bronzo e, in modo più marcato, nell'età del ferro. In questo periodo sorsero i primi insediamenti stanziali legati alla pastorizia, all'agricoltura e al commercio della selce. I complessi archeologici più significativi di questa epoca sono:
Nel corso dell'età del ferro (I millennio a.C.), l'Altopiano dei Sette Comuni assunse il ruolo di zona di frontiera e di contatto culturale tra diverse popolazioni preromane. La sua posizione geografica favorì l'incontro e l'ibridazione materiale tra la civiltà alpina dei Reti e le popolazioni di pianura, in particolare i Veneti antichi e, successivamente, le tribù celtiche dei Galli Cenomani.
La popolazione dei Reti (storicamente legata alla Cultura di Fritzens-Sanzeno) rappresenta la componente indigena montana più radicata sull'Altopiano. Stanziati principalmente nelle vallate alpine e centro-alpine, i Reti lasciarono tracce profonde nella cultura materiale locale. L'esempio archeologico più celebre è il Villaggio del Bostel a Rotzo, un insediamento d'altura dove le strutture abitative (case seminterrate con zoccolo in pietra) ed i manufatti metallici testimoniano una piena affiliazione alla cultura retica. Questa popolazione era dedita alla pastorizia, alla metallurgia e al controllo delle vie commerciali montane.
I Veneti antichi (o Paleoveneti), insediati stabilmente nelle pianure e nelle fasce collinari venete (con importanti centri egemoni come Este e Padova), frequentarono assiduamente l'Altopiano. Più che una colonizzazione stanziale di massa, la presenza venetica sull'Altopiano si manifestò sotto forma di intensi scambi commerciali e legami culturali con i Reti residenti. I Veneti risalivano i massicci montuosi principalmente per la transumanza del bestiame e per l'approvvigionamento di legname e materie prime. L'influenza venetica è riscontrabile in diversi reperti ceramici e, secondo alcuni studiosi, nell'influsso stilistico di alcune Incisioni rupestri della Val d'Assa.
A partire dal IV secolo a.C., la penetrazione delle tribù celtiche nella Gallia Cisalpina portò i Galli Cenomani a stabilirsi nella Lombardia orientale e nel Veneto occidentale (tra i fiumi Oglio e Adige, con capitale a Brescia). L'Altopiano si trovava ai margini orientali della loro sfera d'influenza. Piuttosto che scontri militari, l'evidenza archeologica mostra un processo di pacifica assimilazione e osmosi culturale: i Cenomani si integrarono progressivamente con i Veneti e con le comunità alpine, introducendo elementi tipici della cultura celtica di La Tène (come armi, fibule e ornamenti in bronzo) che sono stati rinvenuti anche nei siti d'altura dell'Altopiano.
Il processo di romanizzazione dell'Altopiano dei Sette Comuni non avvenne tramite campagne di conquista militare, bensì attraverso una progressiva e pacifica assimilazione politica e culturale, favorita dalla storica alleanza tra la Repubblica romana e i Veneti antichi contro le invasioni dei Galli.
A partire dal II secolo a.C., il territorio dell'Altopiano entrò gradualmente nella sfera d'influenza di Roma. Con la concessione della cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina tramite la Lex Roscia (49 a.C.) e la successiva riorganizzazione augustea dell'Italia, l'Altopiano venne integrato amministrativamente nella Regio X Venetia et Histria. Dal punto di vista giurisdizionale, l'area montana fu ripartita tra i territori dei principali municipia di pianura: la parte occidentale rimase legata al territorio di Vicetia (Vicenza), mentre i settori orientali gravitavano attorno a Patavium (Padova) e alla colonia di Asolo.
In epoca imperiale, l'Altopiano perse la sua funzione di frontiera culturale per diventare un'importante area di sfruttamento economico. Le attività principali erano legate alla silvicoltura (per l'approvvigionamento di legname destinato ai cantieri della pianura) e alla pastorizia transumante.
Per supportare queste attività e garantire il controllo militare delle rotte verso la Rezia, i Romani potenziarono la rete viaria. Sebbene l'importante via Claudia Augusta transitasse più a ovest (nella vicina Valsugana), l'Altopiano era attraversato da percorsi secondari ma strategici, come la via che risaliva la Val d'Astico e collegava la pianura vicentina con la valle dell'Adige.
La transizione culturale è testimoniata dall'abbandono progressivo dei vecchi castellieri protostorici, come il Bostel di Rotzo, a favore di un modello insediativo più sparso. I principali rinvenimenti di epoca romana sull'Altopiano includono:
Nel corso del Basso Medioevo, il territorio di Camporovere, così come tutto l'Altopiano, fu interessato dalle ondate migratorie di popolazioni di ceppo germanico, comunemente note come Cimbri.
Contrariamente a una tesi storiografica di stampo umanistico, che intendeva far risalire queste genti ai superstiti dell'omonima tribù germanica sconfitta da Caio Mario nel 101 a.C., la moderna storiografia e la ricerca linguistica concordano nel ricondurre l'origine dei Cimbri a flussi migratori pacifici di contadini, boscaioli e minatori provenienti dall'Alta Baviera e dal Tirolo.
Questi coloni si stabilirono sull'Altopiano tra l'XI e il XIII secolo, richiamati dai signori feudali locali (tra cui i vescovi di Vicenza e di Padova e i conti di Maltraverso) per procedere alla bonifica, al dissodamento e al capillare sfruttamento forestale di aree montane fino ad allora semidisabitate dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Il termine stesso "cimbro" deriverebbe verosimilmente dal tedesco antico tzimberer (ovvero "taglialegna" o "carpentiere"), a testimonianza della principale attività economica praticata dai coloni.
La colonizzazione cimbra modificò profondamente l'assetto sociale, antropico e culturale della zona. Camporovere divenne parte integrante di questo nucleo etno-linguistico, sviluppando forti legami con il vicino centro di Roana (Robaan). L'eredità più evidente di questo periodo storico risiede nella toponomastica locale: il nome cimbro del paese, Kamparübar, riflette l'antica parlata di origine bavarese, e numerosi toponimi di contrade, boschi e rilievi circostanti mantengono radici linguistiche germaniche.
Il progressivo consolidamento di queste comunità portò nel 1310 alla nascita formale della Federazione dei Sette Comuni (Hòoge Vüüronge dar Siben Komaüne), un'entità politica autonoma alla quale Camporovere rimase legata per i secoli successivi, godendo di ampi privilegi legati allo sfruttamento collettivo delle terre e dei boschi.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, il territorio dell'Altopiano subì le vicende storiche legate alle invasioni barbariche, entrando a far parte prima del Regno ostrogoto e, successivamente, del Ducato longobardo di Vicenza (VI-VIII secolo).
Con l'avvento dell'Impero carolingio e la successiva nascita del Regno d'Italia, l'area venne inserita nel sistema feudale. Nel 910, l'imperatore Berengario I concesse ampi privilegi e territori della pedemontana e dell'Altopiano al Vescovo di Padova, mentre altre porzioni di territorio passarono sotto la giurisdizione del Vescovo di Vicenza. Camporovere e l'area circostante si trovarono così al centro di storiche dispute confinarie e giurisdizionali tra le due diocesi.
Nel corso del Basso Medioevo, il controllo effettivo di ampie porzioni dell'Altopiano fue esercitato da potenti famiglie della nobiltà feudale vicentina e padovana, tra i quali si distinsero i Maltraverso e, successivamente, i Da Romano. Fu proprio sotto la spinta di questi signori feudali che, a partire dall'XI secolo, vennero incentivati gli insediamenti di coloni di origine bavarese (i Cimbri) per valorizzare economicamente le terre d'alta quota.
Con il declino del potere feudale e la progressiva affermazione dei Comuni urbani in pianura, le comunità dell'Altopiano iniziarono a organizzarsi in forme di autogoverno per difendere i propri diritti di pascolo e di legnatico. Nel XIII secolo, il territorio vicentino (compreso l'Altopiano) cadde sotto il controllo della signoria degli Ezzelini, per poi essere sottomesso dal Comune di Padova.
Nel 1311, la regione passò sotto il dominio degli Scaligeri di Verona. Sotto il controllo di Cangrande della Scala, le comunità montane ottennero ampi margini di autonomia amministrativa e fiscale. Questa politica di favore culminò nel 1310 con l'unione formale delle varie comunità locali nella Federazione dei Sette Comuni, un'istituzione nata per tutelare i privilegi economici e la gestione collettiva del territorio (i beni civici), entro la quale Camporovere assunse il ruolo di contrada storicamente legata al comune di Roana.
Nel 1405, a seguito del declino della signoria scaligera e dell'espansione della Repubblica di Venezia nella terraferma veneta, la Federazione dei Sette Comuni compì un atto di formale dedizione alla Serenissima. Questo passaggio segnò l'inizio di un lungo periodo di stabilità politica e sociale, durato quasi quattro secoli, durante il quale il territorio mantenne ampie prerogative di autogoverno.
In cambio dell'atto di fedeltà e del controllo dei confini settentrionali contro le incursioni del Ducato d'Austria, Venezia riconobbe l'autonomia della Federazione, confermando e ampliando gli antichi statuti. Il territorio fu esentato da gran parte delle imposte dirette e ottenne il diritto di autogoverno amministrativo e giudiziario.
La Federazione mantenne una propria assemblea (la Reggenza), nella quale sedevano i rappresentanti dei sette comuni (tra cui Roana, da cui Camporovere dipendeva amministrativamente come contrada). Venezia non impose un proprio podestà governatore sul territorio altopianese, ma istituì la figura del Cancelliere di Venezia, con funzioni di mediazione e di garanzia per il rispetto dei patti tra la Repubblica e le comunità montane.
Durante questo periodo, Camporovere e le aree limitrofe assunsero una notevole rilevanza economica e militare per la Serenissima:
Nel contesto delle guerre d'Italia, il territorio della Federazione dei Sette Comuni — e di riflesso la contrada di Camporovere — fu direttamente coinvolto nella Guerra della Lega di Cambrai. Il conflitto vide una vasta coalizione internazionale (composta da Sacro Romano Impero, Regno di Francia, Spagna e Stato Pontificio) schierata con l'intento di neutralizzare l'espansione e la potenza della Repubblica di Venezia.
Nel 1509, a seguito della grave disfatta veneziana nella battaglia di Agnadello, le truppe imperiali guidate dall'imperatore Massimiliano I d'Asburgo avanzarono verso la terraferma veneta, occupando Vicenza e Bassano. L'Altopiano si trovò improvvisamente esposto alla minaccia di invasione lungo i suoi confini settentrionali e occidentali.
Nonostante lo scioglimento formale del vincolo di fedeltà concesso da Venezia per evitare rappresaglie sulle popolazioni locali, le comunità dell'Altopiano scelsero di rimanere leali alla Serenissima. Camporovere, per la sua posizione stradale di accesso che collegava la conca centrale con le vie di comunicazione della Valsugana, divenne un punto di transito strategico per il controllo territoriale. La popolazione locale partecipò attivamente alle operazioni di difesa e guerriglia attraverso le Cernide, le milizie paesane formate da boscaioli e cacciatori altopianesi.
Le milizie della Federazione sfruttarono l'aspra morfologia del territorio carsico per tendere imboscate alle truppe imperiali, bloccando i passi montani e intercettando le linee di rifornimento tedesche. Questa strenua resistenza ostacolò i tentativi di penetrazione profonda degli Imperiali verso la pianura vicentina attraverso le valli dell'Altopiano.
Con la fine delle ostilità e la firma dei trattati di pace (Trattato di Noyon del 1516 e accordi di Bruxelles), che ripristinarono sostanzialmente lo status quo territoriale precedente al conflitto, Venezia premiò la straordinaria fedeltà dimostrata dagli alpigiani. Il doge Leonardo Loredan e i suoi successori riconfermarono solennemente tutti i privilegi fiscali, giuridici e di autogoverno della Federazione dei Sette Comuni. Questo legame di fedeltà e mutua difesa rimase indissolubile fino alla definitiva caduta della Repubblica nel 1797.
Il XVII secolo fu caratterizzato da una profonda crisi economica, sanitaria e sociale che colpì l'intera Repubblica di Venezia, ripercuotendosi duramente anche sulle comunità dell'Altopiano dei Sette Comuni e sulla contrada di Camporovere.
Il preludio della crisi si manifestò alla fine degli anni venti del Seicento. A causa di una serie di annate meteorologiche eccezionalmente sfavorevoli, che compromisero i raccolti agricoli sia in pianura sia nelle limitate colture montane, l'Altopiano venne colpito dalla grave carestia del 1628. La scarsità di generi alimentari di prima necessità, in particolare dei cereali che dovevano essere importati dalla pianura vicentina e padovana, indebolì fortemente la popolazione locale, esponendola a tassi elevati di mortalità e alla vulnerabilità verso le malattie.
Nel 1629, nel contesto della guerra di successione di Mantova e del Monferrato, il territorio vicentino e i canali di accesso alpini furono interessati dal transito delle truppe mercenarie imperiali, i Lanzichenecchi, inviati dall'imperatore Ferdinando II.
Sebbene la Federazione dei Sette Comuni avesse mobilitato le milizie delle Cernide per presidiare i passi montani e le vie di comunicazione — tra cui le direttrici viarie che lambivano Camporovere verso la Valsugana —, le incursioni e i saccheggi perpetrati dai soldati tedeschi nelle aree limitrofe causarono gravi danni economici. Le truppe non solo depredarono le scarse risorse agro-pastorali rimaste, ma si rivelarono il principale vettore del contagio pestilenziale.
Il momento più tragico della crisi si consumò nel 1630 con l'arrivo della devastante epidemia di peste bubbonica (nota storicamente come la "peste manzoniana"). Nonostante il parziale isolamento geografico offerto dall'altitudine, la malattia penetrò rapidamente neivillaggi dell'Altopiano, favorito dagli scambi commerciali per l'approvvigionamento dei viveri e dai contatti con i soldati infetti.
L'impatto demografico su Camporovere e sull'intero territorio della Reggenza fu catastrofico: l'epidemia decimò la popolazione, azzerando intere famiglie e provocando un brusco arresto delle attività silvo-pastorali. Per far fronte all'emergenza e seppellire le numerosissime vittime lontano dai centri abitati, vennero istituiti cimiteri d'emergenza (i cosiddetti "lazzaretti" o "campi della peste") nelle aree boschive circostanti. La ripresa economica e demografica della comunità richiese diversi decenni per essere pienamente completata.
La fine del XVIII secolo e la prima metà dell'Ottocento rappresentarono per Camporovere e per l'intero Altopiano un periodo di radicali sconvolgimenti politici, istituzionali ed economici, caratterizzato dalla perdita delle storiche autonomie e dal passaggio sotto diverse dominazioni straniere.
Nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia a opera delle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte e la successiva firma del Trattato di Campoformio, il territorio fu temporaneamente ceduto all'Impero d'Austria. Tuttavia, a seguito della Pace di Presburgo (1805), l'Altopiano entrò a far parte del neonato Regno d'Italia napoleonico.
Sotto l'amministrazione francese, nel 1807, venne decretato il definitivo scioglimento della Federazione dei Sette Comuni. Questo provvedimento abolì il secolare sistema di autogoverno e i privilegi fiscali di cui godevano le comunità montane, introducendo il moderno ordinamento comunale e la tassazione centralizzata. Sotto il profilo amministrativo, Camporovere perse ogni residua autonomia giuridica e venne integrata stabilmente come frazione all'interno del Comune di Roana. La privatizzazione forzata di ampie porzioni di terre collettive (beni civici) mise in grave crisi l'economia silvo-pastorale locale, basata fino ad allora sui diritti di uso civico.
Con la caduta di Napoleone e la successiva riorganizzazione geopolitica dell'Europa stabilita dal Congresso di Vienna (1815), il territorio passò sotto il controllo dell'Impero d'Austria, inquadrato nel Regno Lombardo-Veneto.
Durante il dominio austriaco, l'amministrazione imperiale si concentrò sul ripristino dell'ordine pubblico e sul potenziamento delle infrastrutture. Fu in questo periodo che venne avviata una prima razionalizzazione della rete viaria altopianese e una rigida regolamentazione dello sfruttamento delle foreste, considerate strategiche per l'approvvigionamento di legname del Regno. Nonostante una gestione amministrativa generalmente efficiente, la pressione fiscale e la coscrizione militare obbligatoria alimentarono un diffuso malcontento tra la popolazione locale.
Le difficili condizioni economiche derivate dalla perdita dei vecchi privilegi della Federazione, unite alle asperità del territorio montano, favorirono la nascita e la diffusione del brigantaggio nelle aree boschive che circondavano Camporovere. Le bande locali, composte spesso da renitenti alla leva o da contadini impoveriti, sfruttavano la fitta vegetazione e i territori di confine con il Trentino austriaco per compiere scorrerie e sfuggire alla gendarmeria imperiale.
Questo lungo periodo di dominazione straniera si concluse nel 1866 al termine della Terza guerra d'indipendenza. In seguito al plebiscito del Veneto, Camporovere e l'intero Altopiano vennero ufficialmente annessi al Regno d'Italia, trovandosi tuttavia a ridosso del nuovo e teso confine di Stato con l'Impero austro-ungarico.
A causa della sua posizione geografica a ridosso del confine di Stato tra il Regno d'Italia e l'Impero austro-ungarico, il territorio di Camporovere rivestì un ruolo di primaria importanza strategica prima e durante la Prima Guerra Mondiale, subendo la totale devastazione dell'abitato.
Negli anni precedenti il conflitto, l'esercito italiano avviò un massiccio piano di fortificazione dell'Altopiano dei Sette Comuni. Tra il 1883 e il 1887, sul monte che sovrasta l'abitato di Camporovere, venne costruito il Forte Interrotto (originariamente battezzato Tagliata d'Interrotto). Interamente edificato in pietra locale, il forte nacque come caserma difensiva e sbarramento stradale per controllare i transiti provenienti dalla Valsugana.
Allo scoppio delle ostilità nel maggio 1915, la fortificazione si rivelò tuttavia obsoleta dal punto di vista balistico di fronte alle moderne artiglierie; fu pertanto disarmata dagli italiani e adibita principalmente a punto di osservazione e centro logistico.
La svolta drammatica per la comunità locale avvenne nel maggio del 1916, con l'offensiva primaverile austro-ungarica nota storicamente come Strafexpedition (Offensiva di Primavera). L'avanzata imperiale travolse le prime linee italiane, trasformando Camporovere in teatro di accaniti combattimenti di retroguardia.
Il 21 maggio 1916 la popolazione civile ricevette l'ordine tassativo di evacuazione immediata. Gli abitanti di Camporovere furono costretti ad abbandonare precipitosamente le proprie case, venendo sfollati come profughi in varie province della pianura padana e del centro Italia, in particolare nel territorio vicentino e in Piemonte. Pochi giorni dopo, l'esercito austro-ungarico occupò il paese e il soprastante Forte Interrotto, trasformando la zona in un fulcro logistico e difensivo della nuova linea di resistenza imperiale.
Tra il 1916 e il 1918, Camporovere rimase bloccata nel cuore della zona di operazioni. Il paese subì continui e devastanti bombardamenti da parte delle artiglierie italiane posizionate sui massicci meridionali dell'Altopiano (come il Monte Cengio e il settore del Kaberlaba).
I colpi d'artiglieria e i successivi incendi rasero al suolo la quasi totalità degli edifici, inclusa la chiesa parrocchiale, riducendo l'antico borgo a un cumulo di macerie. Le foreste di conifere circostanti vennero completamente cancellate dai bombardamenti e dalle esigenze belliche di legname.
Al termine del conflitto, nel novembre 1918, il territorio si presentava totalmente distrutto e disseminato di ordigni inesplosi. Il rientro dei profughi, avviato nel corso del 1919, si svolse in condizioni di estrema precarietà. La comunità dovette affrontare una complessa opera di ricostruzione materiale e identitaria, coordinata dal Genio Militare e dall'Opera di Soccorso, che portò negli anni venti alla rinascita del tessuto urbano e alla riedificazione delle strutture pubbliche e religiose.
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