
Una casalinga è una donna che si occupa delle faccende domestiche in casa propria e non svolge altri lavori.
Rispetto al lavoro svolto da una domestica, l'attività della casalinga si distingue per un maggiore valore in termini di cura, educazione e assistenza ai familiari.
Storicamente il ruolo della donna è quello di casalinga; tuttavia, nelle famiglie del mondo agricolo, almeno fino alla fine dell'Ottocento, il ruolo della donna si estendeva anche alla collaborazione nei lavori agricoli, sia pure specializzandosi in quelli giudicati meno faticosi, e frequentemente nelle famiglie operaie alle donne era richiesto di lavorare anche fuori casa per contribuire al reddito familiare.
Una tradwife (neologismo per moglie tradizionale o casalinga tradizionale) è una donna che crede e pratica i ruoli di genere e i matrimoni tradizionali. Alcune possono scegliere di svolgere un ruolo di casalinga all'interno del loro matrimonio, lasciando la loro carriera per concentrarsi sulla soddisfazione dei bisogni della famiglia in casa.
Nell’Impero romano, la matrona amministrava la casa, supervisionava servi e schiavi e si occupava dell’educazione dei figli.
Nella Grecia classica (circa V-IV secolo a.C.), le donne delle famiglie aristocratiche o benestanti erano casalinghe: gestivano la cucina, la filatura e la cura dei figli. Il loro ruolo era prevalentemente domestico e familiare, mentre gli uomini si occupavano di politica, commercio e vita pubblica. Le donne sposate erano considerate responsabili della oikos, cioè della casa e dei beni della famiglia.

Nel Medioevo, nelle famiglie contadine, uomini e donne collaboravano nei campi, ma le donne mantenevano la responsabilità primaria della casa, della filatura e della preparazione del cibo. Nelle città medievali, le donne partecipavano spesso alle attività artigianali di famiglia. Non esisteva ancora una netta separazione tra “lavoro domestico” e “lavoro produttivo”.
Con la Rivoluzione industriale (a partire dal XVIII secolo in Regno Unito), si afferma la separazione tra sfera pubblica (lavoro salariato maschile) e sfera privata (casa e famiglia, affidate alla donna). Nelle classi borghesi dell’Ottocento nasce l’ideale della “donna angelo del focolare” (la donna come custode della casa e della famiglia, simbolo di purezza, moralità e dedizione). Nelle classi operaie, tuttavia, molte donne continuarono a lavorare in fabbrica o come domestiche.
Con lo sviluppo economico il diffondersi di un certo benessere permise alla maggioranza della popolazione di fare a meno del lavoro femminile, concentrando l'attività della donna nella cura dei figli e i lavori domestici. Il ruolo della casalinga raggiunse la sua apoteosi, in Italia e in altre società europee, nel Novecento. Una forte spinta al ruolo della casalinga fu data dal fascismo e, all'estero, dai regimi totalitari, che sin dal primo dopoguerra valorizzarono infatti il detto ruolo nell'ambito di una più ampia promozione della famiglia come principale luogo della trasmissione ai giovani dei valori tradizionali.
Durante il regime nazista la percentuale di donne casalinghe aumentò, perché il modello femminile promosso dallo Stato era centrato su casa, maternità e famiglia. Il regime di Adolf Hitler (1933-1945) promuoveva infatti l’ideale delle “3K”: Kinder, Küche, Kirche (bambini, cucina, chiesa). Le donne erano incoraggiate a sposarsi giovani, avere molti figli e restare a casa a occuparsi della famiglia. Furono introdotte politiche pro-nataliste, come:

Per converso, nelle nazioni alleate i governi operarono per l'allontanamento dalla casa delle donne, coinvolgendole nell'impegno bellico.
Durante la dittatura di Francisco Franco (1939–1975) la propaganda enfatizzava il ruolo della donna come madre e casalinga, relegando molte donne alla sfera domestica. Il lavoro fuori casa era scoraggiato per le donne sposate. Il regime franchista, in accordo con la Chiesa cattolica, promuoveva l’idea che il ruolo “naturale” della donna fosse moglie, madre e casalinga, e che la sua funzione principale fosse la cura della famiglia e della casa. La Sección Femenina, l’organizzazione femminile della Falange Española de las JONS, svolse un ruolo chiave nella propaganda di genere, sostenendo che le donne dovessero concentrarsi su “bambini, cucina e chiesa” e rinunciare a ruoli sociali e professionali non compatibili con questo modello.
In Portogallo durante la dittatura di António de Oliveira Salazar e dell’Estado Novo (1933–1974) si trovava un modello molto simile a quello della Spagna franchista: il regime promuoveva una visione tradizionale e patriarcale del ruolo femminile come casalinga, centrata su famiglia, maternità e sottomissione al marito.
A partire dalla fine degli anni Settanta questo modello familiare entrò progressivamente in crisi perché per molte donne lo svolgimento dei lavori domestici e la cura dei figli come unica attività divenne sempre meno ambita. La causa di ciò, secondo molti, è da ricercarsi in un'inversione dell'ordine sociale, legata anche al diffondersi dei movimenti femministi e dell'istruzione superiore tra le donne, con le conseguenti maggiori opportunità professionali. Queste ultime cause sono interdipendenti.
Già a partire dalla fine del secolo, alla famiglia mono-reddito basata a livello economico sulle entrate del marito si sostituì spesso una famiglia dove entrambi i coniugi lavoravano fuori casa. Col nuovo millennio, fu lo stesso concetto di famiglia a subire una profonda crisi, a causa del venire meno dei vincoli morali e religiosi tradizionalmente accettati, e sono diventate accettabili delle famiglie mono-parentali. La crisi economica, bloccando l'ingresso di molte donne nel mondo del lavoro, riuscì comunque a tenere alto il numero delle casalinghe. Ad esempio in Italia nel 2023 circa 6,2 milioni di donne tra i 15 e gli 89 anni si dichiararono casalinghe, e tra le donne “inattive” costituivano circa il 41,4% di tutte le persone inattive (cioè che non lavoravano né cercavano lavoro) secondo elaborazioni basate sui dati ISTAT/EU-LFS.
In Italia dal 1997 è attivo una forma previdenziale dedicato alle persone di più di 16 anni che «svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari».
Il paradosso di Cowan prende il nome dalla storica Ruth Schwartz Cowan che ha analizzato come il tempo di lavoro domestico delle casalinghe non è diminuito dal 1870 al 1970 nonostante tutti gli elettrodomestici introdotti.


Nelle colonie europee delle Americhe (spagnole, portoghesi, britanniche e francesi): il lavoro domestico era parte dell’economia familiare. Nelle colonie inglesi del futuro Stati Uniti, le donne bianche gestivano casa, orto e produzione tessile. In America Latina coloniale (es. Messico e Brasile), la struttura sociale includeva schiavitù e servitù domestica, con forti differenze di classe e razza. Le donne indigene e africane schiavizzate svolgevano gran parte del lavoro domestico nelle élite coloniali. Non esisteva ancora la figura moderna della “casalinga” come ruolo esclusivo e separato dal lavoro produttivo.
Nel XIX secolo, soprattutto negli Stati Uniti e in Canada: Si sviluppa il “Cult of Domesticity” (Culto della Domesticità, ideale della donna pura, morale, casalinga). Nella classe media urbana nasce il modello della moglie non lavoratrice.
Nelle classi popolari e tra le minoranze, molte donne continuarono a lavorare (fabbriche, servizio domestico, agricoltura). In America Latina, l’urbanizzazione ottocentesca rafforzò l’ideale della donna madre e custode dell’onore familiare, ma la realtà economica richiedeva spesso lavoro femminile informale. Il marianismo ruota attorno alla venerazione per quelle che considera virtù femminili che le donne ispano-latine (secondo questo ideale) dovrebbero seguire, come l'armonia interpersonale, la forza interiore, il sacrificio di sé, la famiglia (compreso l'essere casalinga), la castità e la moralità, ma anche la passività, la purezza sessuale e l'auto-censura.
Nel secondo dopoguerra negli Stati Uniti si afferma il modello della famiglia suburbana monoreddito. Ci fu la diffusione massiccia di elettrodomestici e cultura del consumo e la casalinga divenne simbolo del “sogno americano”. In Paesi come Argentina e Cile, la classe media urbana adottò modelli simili, pur con maggiore instabilità economica.
Con la seconda ondata femminista ci fu critica alla reclusione domestica, crescente ingresso femminile nel lavoro retribuito e diffusione della contraccezione e riforme sul divorzio. Negli Stati Uniti il libro The Feminine Mystique (1963) di Betty Friedan denunciò l’insoddisfazione delle casalinghe suburbane. In America Latina, i movimenti femministi si intrecciarono con lotte contro dittature e disuguaglianze sociali.
Nel 2024/2025 negli Stati Uniti, in Canada e in America Latina la maggioranza delle donne partecipava al mercato del lavoro (circa 56%, 59% e 54%), tuttavia resta alta la percentuale di lavoro informale.
In Brasile il lavoro domestico è regolato dalla legge 8.212 del 24 luglio 1991, che ne norma gli aspetti previdenziali. Secondo la legislazione del paese una persona che svolge lavoro casalingo può usufruire di diritti che erano un tempo riservati ai lavoratori dipendenti come la pensione di invalidità, quella di vecchiaia o quella per anzianità di servizio. Per alcuni benefici quali contributi in caso di malattia o il salario di maternità è necessario un determinato numero minimo di mesi di contribuzione.

In Cina, sotto l’influenza del confucianesimo, la donna sposata entrava a far parte della famiglia del marito. Era casalinga e responsabile dell’educazione dei figli e dell’armonia familiare, valori centrali nell’etica tradizionale. Il lavoro domestico era parte integrante dell’economia familiare.
L'opera La madre di Mencio che taglia il telaio di Kurihara Gyokuyo del 1921 era ampiamente diffusa nelle società tradizionali dell'Asia orientale, ed era considerata un esempio di "istruzione materna", sottolineando la responsabilità centrale della madre casalinga nell'educare i figli e coltivare la virtù, incarnando l'archetipo della "madre saggia". Infatti la madre di Mencio taglia i fili del telaio per insegnare al figlio il valore della perseveranza nello studio. L’espressione si riferisce a un episodio famoso della tradizione cinese. Quando il giovane Mencio voleva abbandonare gli studi, sua madre tagliò il tessuto che stava tessendo al telaio per mostrargli che interrompere lo studio è come tagliare un tessuto a metà: tutto il lavoro fatto prima diventa inutile.

In Giappone, durante il periodo Edo (1603–1868), la moglie curava la casa e i figli, ma nelle campagne partecipava anche al lavoro agricolo. Con la modernizzazione e soprattutto nell’era Meiji, si affermò il modello della “buona moglie, saggia madre” (ryōsai kenbo), che consolidava l’ideale femminile come pilastro morale e educativo della famiglia. Nel secondo dopoguerra, con la crescita economica, molte donne lasciavano il lavoro dopo il matrimonio o la nascita del primo figlio, rafforzando il modello della casalinga a tempo pieno, almeno tra i ceti urbani.
In India, il sistema patriarcale e la famiglia estesa prevedevano un forte controllo sociale sul ruolo femminile, soprattutto in ambito domestico. Tuttavia, nelle campagne le donne partecipavano attivamente al lavoro agricolo. Nel XX secolo urbano, la classe media adottò progressivamente il modello della moglie casalinga come segno di rispettabilità sociale, distinguendosi così dalle classi lavoratrici.
In Corea del Sud, e nella Corea storica, l’etica neo-confuciana rafforzava l’ideale della moglie obbediente e della madre dedita alla casa. Durante il rapido sviluppo industriale del dopoguerra, emerse la figura della madre altamente coinvolta nell’educazione dei figli, considerata decisiva per il successo scolastico e sociale della famiglia.
La modernizzazione ha però prodotto percorsi differenti. In Cina, dopo il 1949, il regime comunista promosse ufficialmente il lavoro femminile con lo slogan “le donne sostengono metà del cielo”, riducendo l’ideale della casalinga a tempo pieno e mantenendo elevata la partecipazione femminile al lavoro rispetto ad altri Paesi asiatici. In Giappone e Corea del Sud, invece, pur con una crescente occupazione femminile, sono rimaste forti aspettative tradizionali sulla centralità della madre nella gestione familiare.
Nel Sud-est asiatico, in Paesi come le Filippine e l’Indonesia, molte donne hanno combinato lavoro informale e gestione domestica. Inoltre, il fenomeno del lavoro migrante femminile (ad esempio come collaboratrici domestiche all’estero) ha ridefinito il concetto stesso di cura familiare, creando famiglie “transnazionali” in cui la maternità e la gestione domestica si esercitano anche a distanza (Telefonate, videochiamate o messaggi quotidiani con i figli, invio di denaro per le spese scolastiche, alimentari o mediche, decisioni su educazione e disciplina, spesso coordinate a distanza.).

Nell'antico Egitto (circa 3000–30 a.C.) le donne erano casalinghe: cucinavano, filavano lino e si prendevano cura dei figli. Alcune donne, specie nelle famiglie nobili, potevano avere servitù che svolgeva molte delle mansioni domestiche. Le donne egizie avevano tuttavia diritti legali: potevano possedere beni, stipulare contratti e gestire terreni.
In regioni dell’attuale Nigeria e Ghana, le donne coltivavano campi, trasformavano prodotti agricoli e gestivano mercati locali. Nell’Africa orientale (es. Kenya e Tanzania) contribuivano in modo centrale alla produzione alimentare. In molte culture, la divisione del lavoro era complementare più che rigidamente separata tra “pubblico” e “privato”. Il lavoro domestico (cucina, cura dei figli, raccolta dell’acqua) era parte integrante dell’economia familiare, non un’attività separata dal lavoro produttivo.
Con la colonizzazione europea, le economie locali furono riorganizzate attorno a colture da esportazione, gli uomini furono spesso impiegati nel lavoro salariato coloniale e in alcune aree urbane emerse un modello più vicino a quello europeo di moglie casalinga, soprattutto tra le élite istruite. Nel Nord Africa le norme islamiche e le tradizioni locali influenzarono fortemente la separazione degli spazi domestici e pubblici, specie nelle classi urbane.
Dopo le indipendenze in molti Paesi (come Senegal e Tanzania), le politiche statali incoraggiarono l’istruzione femminile. Tuttavia, la crisi economica degli anni ’70–’80 rafforzò il ruolo delle donne nell’economia informale. Nelle città crebbe la distinzione tra donne salariate e donne principalmente dedicate alla casa. Oggi la situazione africana è molto diversificata. In Paesi come Sudafrica, la partecipazione femminile al lavoro è relativamente elevata. In contesti rurali dell’Africa subsahariana, le donne continuano a sostenere gran parte della produzione agricola e del lavoro domestico. In aree urbane di Nigeria o Kenya, cresce la classe media con modelli familiari più simili a quelli globali. In alcune società nordafricane, persistono aspettative tradizionali, ma aumenta l’accesso femminile a istruzione e impiego.
Nell’Impero ottomano, che per secoli governò gran parte della regione, la famiglia era l’unità sociale fondamentale. Le donne erano casalinghe e spesso contribuivano alla produzione artigianale o agricola. Nelle città, alcune donne partecipavano ai mercati locali; nelle campagne lavoravano nei campi insieme agli uomini.
In Paesi come l’Iran, l’Iraq o la Siria, la struttura familiare estesa e l’autorità maschile erano centrali. Le norme religiose islamiche regolavano matrimonio, eredità e ruoli di genere, pur con differenze significative tra aree urbane e rurali e tra classi sociali. La condizione femminile variava molto a seconda del contesto sociale ed economico.
Con la modernizzazione del XX secolo, i cambiamenti furono disomogenei. In Turchia, sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk, furono introdotte riforme laiche che ampliarono i diritti civili delle donne, favorendo istruzione e partecipazione pubblica. In Iran, durante il periodo dello Scià si promossero istruzione e occupazione femminile urbana, mentre dopo la rivoluzione del 1979 il quadro normativo cambiò, pur mantenendo una significativa presenza femminile nell’istruzione superiore.
Nei Paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, la scoperta del petrolio e la rapida urbanizzazione hanno trasformato profondamente la società. Per lungo tempo, il modello dominante è stato quello della donna principalmente casalinga, sostenuta economicamente dal reddito maschile. Tuttavia, in epoca moderna si è registrata una crescente partecipazione femminile all’istruzione e, gradualmente, al mercato del lavoro.
Durante i processi di industrializzazione e urbanizzazione, molte donne mediorientali hanno iniziato a lavorare come insegnanti, infermiere, impiegate pubbliche o nel settore dei servizi. Tuttavia, la partecipazione femminile al lavoro è rimasta in media più bassa rispetto a molte regioni asiatiche, soprattutto per fattori culturali, giuridici e legati alla struttura del mercato del lavoro.
Oggi il Medio Oriente presenta situazioni molto differenziate. In Paesi come la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti, la presenza femminile nell’istruzione universitaria è elevata. In altri contesti, conflitti e instabilità (come in Siria o Iraq) hanno inciso profondamente sulla struttura familiare e sui ruoli di genere, talvolta aumentando le responsabilità economiche delle donne.

Fino all’inizio del XX secolo, l’Impero russo era in larga parte rurale. La famiglia contadina patriarcale (secondo il modello del Domostroj) costituiva l’unità economica fondamentale. Le donne erano prevalentemente casalinghe ma lavoravano anche nei campi insieme agli uomini e contribuivano alla produzione domestica (filatura, tessitura, allevamento). Come in molte società agrarie, il lavoro domestico non era separato dall’economia familiare. Nelle classi nobili e urbane, invece, il modello femminile era più legato alla sfera domestica e alla rispettabilità sociale.
Con la rivoluzione del 1917 e la nascita dell’Unione Sovietica, il nuovo regime promosse ufficialmente l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne. L’ideologia sovietica sosteneva che l’emancipazione femminile passasse attraverso il lavoro salariato, le donne dovessero partecipare pienamente alla produzione industriale e lo Stato dovesse sostenere maternità e lavoro con asili nido e servizi pubblici. La partecipazione femminile al lavoro divenne molto alta, soprattutto in fabbriche, sanità, istruzione e amministrazione. Tuttavia, nonostante l’uguaglianza formale, le donne continuarono a sostenere la maggior parte del lavoro domestico: si parlò infatti di “doppio carico” (lavoro retribuito e cura della famiglia).
Dopo il 1991, con la fine dell’URSS e la nascita della Federazione Russa, la transizione al capitalismo portò a forti cambiamenti economici e sociali. Negli anni ’90 molti servizi sociali statali furono ridimensionati, aumentarono insicurezza economica e disoccupazione e riemersero modelli più tradizionali di genere in alcuni settori della società. Allo stesso tempo, l’istruzione femminile rimase elevata e le donne continuarono a essere fortemente presenti nel mercato del lavoro, specialmente nei servizi, nell’istruzione e nella sanità.
Oggi in Russia si osserva una combinazione di elementi:
Il modello dominante non è quello della casalinga a tempo pieno, ma piuttosto quello della donna lavoratrice che resta però principale responsabile della gestione familiare.
In molte società polinesiane, micronesiane e melanesiane, le donne avevano ruoli centrali nella gestione domestica, nella cura dei figli e nella produzione alimentare (coltivazione di taro, manioca, verdure), oltre a contributi artigianali (tessitura, ceramica, lavori su fibre naturali). Alcune società matrilineari, come quelle di alcune isole di Figi, garantivano alle donne un controllo significativo sulla terra e sulle risorse domestiche. In generale, come in Asia e Medio Oriente, il lavoro domestico non era separato dall’economia familiare: la casa e il villaggio costituivano un’unità produttiva complessa.
Con la colonizzazione europea e l’introduzione di religioni cristiane, scolarizzazione e mercato monetario, i ruoli femminili subirono trasformazioni. In molte isole, si rafforzarono modelli patriarcali sotto influenza missionaria, con la donna vista soprattutto come madre e custode della casa. Tuttavia, le donne continuarono a partecipare alla produzione agricola locale e alla gestione dei mercati di villaggio, mantenendo un ruolo economico rilevante.
In Australia e Nuova Zelanda, le popolazioni indigene subirono marginalizzazione sociale, ma nel XX secolo le donne urbane hanno avuto accesso crescente a istruzione e lavoro retribuito: le donne entrarono nel mercato del lavoro urbano, in particolare nei servizi, nell’istruzione e nella sanità, pur con disparità salariali rispetto agli uomini. Nelle isole del Pacifico, le dinamiche tradizionali si combinarono con l’emergere di occupazioni retribuite, turismo e commercio, creando un modello misto di lavoro domestico e lavoro esterno. La migrazione femminile verso città o Paesi esterni (es. per lavoro domestico o nel turismo) ha ridefinito il concetto di cura familiare a distanza.
Oggi in Oceania si osservano modelli molto differenziati. In Australia e Nuova Zelanda, la partecipazione femminile al lavoro è alta, con dibattiti attivi su conciliazione lavoro-famiglia e politiche di congedo parentale. Nelle isole del Pacifico, molte donne continuano a svolgere un ruolo centrale nell’economia domestica e nella gestione delle risorse comunitarie, combinando lavoro tradizionale e opportunità moderne. In generale, la modernizzazione e la globalizzazione hanno portato a una maggiore autonomia economica femminile, pur mantenendo forti legami con le responsabilità familiari e comunitarie.
A partire dalla seconda metà del XX secolo si verificarono importanti cambiamenti nei ruoli familiari. L’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, i movimenti per l’uguaglianza di genere, la diffusione di sistemi di welfare e l’evoluzione delle strutture familiari contribuirono a una maggiore flessibilità nella divisione dei ruoli domestici. In questo periodo iniziò a diffondersi il termine inglese stay-at-home dad per indicare padri che si occupano principalmente della casa e dei figli.
Nel XXI secolo il numero di uomini che svolgono prevalentemente attività domestiche è aumentato in diversi paesi, anche se rappresentano ancora una minoranza rispetto alle donne casalinghe. Le cause includono fattori economici (come differenze di reddito tra partner o periodi di disoccupazione), scelte personali legate alla cura dei figli, e cambiamenti culturali che valorizzano un maggiore coinvolgimento paterno nella vita familiare.
Il fenomeno varia notevolmente tra le diverse regioni del mondo. Nei paesi nordici, caratterizzati da politiche familiari e congedi parentali più estesi, la partecipazione maschile alla cura domestica tende a essere più elevata. In altre aree, invece, modelli culturali tradizionali continuano a influenzare la divisione dei ruoli familiari.
La presenza di uomini casalinghi è spesso discussa nel contesto delle trasformazioni dei ruoli di genere e delle dinamiche familiari. Studi sociologici hanno evidenziato che gli uomini impegnati nella gestione domestica possono contribuire a una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e a un coinvolgimento paterno più diretto nell’educazione dei figli.
Allo stesso tempo, in alcune società persistono stereotipi culturali che associano il lavoro domestico principalmente alle donne, rendendo talvolta meno comune o meno riconosciuto il ruolo dell’uomo casalingo.
Lo stereotipo della donna di casa è stato formulato in alcune società dove la figura della casalinga è stata o rimane tuttora rilevante, con espressioni ormai entrate nell'uso comune. Possono, ad esempio, essere citate in Germania la Casalinga sveva (Schwäbische Hausfrau, austera portatrice di un ethos di saggezza frugale e parsimoniosa) e, in Italia, la Casalinga di Voghera (che rappresenterebbe una fascia della popolazione italiana piccolo-borghese, dal basso livello di istruzione e che esercita dei lavori piuttosto semplici). Tali espressioni vengono usate di frequente nel dibattito politico ed economico, tanto da essere assurse alla dimensione di miti collettivi.
Anche la serie televisiva statunitense Desperate Housewives (lett. "casalinghe disperate"), che descrive in modo impietoso il cosiddetto "American way of life", è presto uscita dall'ambito del puro intrattenimento per diventare un vero e proprio fenomeno culturale.
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