Il corporativismo è una dottrina e prassi politico-sociale fondata sulla riorganizzazione della società in corporazioni o organismi intermedi di categoria, volti a rappresentare sia i lavoratori sia gli imprenditori di ciascun settore produttivo. Ispiratosi all'esperienza delle corporazioni medievali, si è sviluppato tra il XIX e il XX secolo con l'obiettivo di superare i conflitti di classe attraverso la cooperazione organica e la mediazione statale o la concertazione sociale. Nato in contrapposizione sia all'individualismo liberale (ritenuto responsabile del disordine economico e della speculazione) sia al collettivismo marxista (fondato sulla lotta di classe e sull'abolizione della proprietà privata), il corporativismo si è storicamente presentato come una teorica terza via tra capitalismo e socialismo. Sebbene sia spesso associato alle ideologie di estrema destra o alla terza posizione, il corporativismo ha trovato applicazione anche in regimi democratici.
Nella sua accezione attuale, si intende per corporativismo un sistema economico in cui gli scambi ed i rapporti non sono regolati dalle leggi di mercato, prima fra tutte quella di domanda e offerta, ma da affinità sociali, culturali o familiari.
È fondamentale distinguere il corporativismo dalla corporatocrazia, due concetti distinti sul piano storico e teorico, ma spesso confusi anche a causa della parziale sovrapposizione semantica tra il termine inglese corporation e quello italiano di corporazione. Nell’uso contemporaneo angloamericano, il primo designa una società o un’impresa costituita in forma societaria e può riferirsi a soggetti economici molto diversi tra loro: dai grandi gestori patrimoniali come BlackRock, Vanguard e State Street a gruppi industriali e commerciali come Ferrari, Esselunga e Cargill. Si tratta di realtà caratterizzate da strutture proprietarie, forme giuridiche e modelli di attività differenti, accomunate dall’appartenenza al mondo delle imprese e delle organizzazioni societarie. Il termine inglese, pertanto, non va automaticamente identificato con la nozione storica italiana di corporazione, che può indicare un’associazione di mestiere o di categoria produttiva e, in determinati ordinamenti, un organismo istituzionale di rappresentanza degli interessi economici e sociali. La distinzione tra corporativismo e corporatocrazia riguarda soprattutto la struttura del potere, il rapporto tra istituzioni pubbliche e interessi economici e le modalità di partecipazione dei gruppi organizzati alle decisioni collettive. Il corporativismo comprende una famiglia di dottrine e assetti istituzionali che attribuiscono alle categorie professionali, produttive e sociali un ruolo organizzato nella rappresentanza degli interessi e nella regolazione della vita economica. Alcune sue correnti, sviluppatesi anche nell’ambito della dottrina sociale cattolica, hanno proposto la cooperazione tra le classi in alternativa tanto all’individualismo liberale quanto alla lotta di classe marxista. Nel Novecento, il corporativismo ha assunto anche forme autoritarie, in particolare nei regimi fascisti, nei quali le organizzazioni di categoria erano integrate in un ordinamento diretto dallo Stato e sottoposte al controllo del potere politico. Diversamente, nelle democrazie contemporanee (soprattutto in quelle scandinave), il neocorporativismo designa forme istituzionalizzate di concertazione e negoziazione tra governi, organizzazioni imprenditoriali e sindacati, finalizzate alla definizione di politiche economiche e sociali. La corporatocrazia, invece, è un termine prevalentemente critico, impiegato per descrivere una situazione in cui le grandi imprese, le multinazionali e i gruppi finanziari esercitano un’influenza sproporzionata sulle istituzioni e sulle decisioni politiche. Tale influenza può manifestarsi attraverso il lobbying, il finanziamento della politica, le cosiddette porte girevoli tra incarichi pubblici e posizioni private e altri meccanismi di condizionamento del processo decisionale. In determinate circostanze, questi fenomeni possono contribuire alla cosiddetta state capture, ossia alla capacità di interessi particolari di orientare la formazione delle norme e delle politiche pubbliche a proprio vantaggio. Il termine corporatocrazia, tuttavia, non identifica una dottrina politica univocamente definita né presuppone necessariamente il controllo totale dello Stato da parte delle imprese. In sostanza, il corporativismo riguarda l’organizzazione e la rappresentanza istituzionale degli interessi collettivi, attraverso modalità che possono essere autoritarie oppure negoziali e democratiche; la corporatocrazia indica invece una condizione di predominio o di influenza eccessiva del potere economico privato sulle istituzioni pubbliche. La distinzione fondamentale non consiste dunque semplicemente nell’opposizione tra Stato e imprese, ma nel modo in cui il potere viene distribuito, esercitato e sottoposto a controllo.
A partire dal XII secolo in molte città europee si formarono le Corporazioni delle arti e mestieri, associazioni nate con lo scopo di regolamentare e tutelare l’attività dei professionisti appartenenti a una medesima categoria. Questi organismi, insieme alle più antiche gilde di matrice romano-germanica, costituirono il primo modello di comunità lavorativa organica, fondata sul mestiere, sull’etica professionale e sulla solidarietà interna, prima che la rivoluzione industriale scardinasse tali equilibri. Tale ciclo si concluse con la Rivoluzione francese, che abolendo le corporazioni sancì la fine di un’epoca. Tuttavia, verso la fine dell'Ottocento, emersero nuove dottrine economiche volte a superare la conflittualità tra lavoro e capitale, promuovendo anche un ruolo attivo dello Stato nella mediazione sociale.
Nella dottrina sociale della Chiesa il Corporativismo è un modello socio-economico basato sulla collaborazione tra le classi, la solidarietà e l'organizzazione professionale, nato per superare i conflitti del capitalismo liberale e del collettivismo socialista. I suoi punti cardine poggiano su tre concetti chiave: il rifiuto della lotta di classe, il ritorno ai corpi intermedi e l'ispirazione solidarista. Nel 1881 papa Leone XIII commissionò a teologi e pensatori uno studio del corporativismo al fine di darne una definizione. Nel 1884, a Friburgo, la commissione dichiarò il corporativismo "un sistema di organizzazione sociale che ha come fondamento il raggruppamento degli uomini in comunità fondate sui loro interessi e sulle loro funzioni sociali. Tali gruppi, in quanto veri e propri organi di Stato, dirigono e coordinano il lavoro e il capitale per quanto riguarda l'interesse collettivo". Nella Rerum novarum del 1891, Papa Leone XIII – ricordando che "evidentissimi furono presso i nostri antenati i vantaggi delle corporazioni di arti e mestieri", osserva "con piacere il formarsi ovunque di associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e di padroni". Nella Quadragesimo Anno del 1931, Pio XI, si sofferma sugli aspetti che, presenti nello Stato corporativo fascista, sembrano da valutare come parzialmente positivi, ma ribadisce che "il perseguimento del bene comune non possa essere opera esclusiva dello Stato e delle sue istituzioni", e conferma "la libertà di costituire associazioni di mestiere".

Nell'Italia del XX secolo, la teoria corporativa affondò le sue radici nelle elaborazioni del sindacalismo rivoluzionario, del nazionalismo economico e nel programma sansepolcrista del 1919. Prima della marcia su Roma, la dottrina trovò una prima strutturazione con la nascita della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, fondata a Bologna nel gennaio del 1922 sotto la guida di Edmondo Rossoni e con l'appoggio di esponenti come Italo Balbo e Dino Grandi. L'obiettivo esplicito era riunire i lavoratori sotto l'ideologia fascista sulla base della solidarietà nazionale e della collaborazione di classe, subordinando l'interesse individuale e di categoria al bene supremo della Nazione. Inizialmente, Rossoni teorizzò il cosiddetto "sindacalismo integrale", un modello che avrebbe dovuto accogliere nella medesima organizzazione sia i lavoratori subordinati sia i datori di lavoro. Tuttavia, l'intransigenza degli industriali impedì la fusione organica, costringendo il regime a mantenere separate le associazioni datoriali e quelle operaie. Attraverso il Patto di Palazzo Chigi (1923) e il Patto di Palazzo Vidoni (ottobre 1925), la Confindustria e i sindacati fascisti si riconobbero reciprocamente l'esclusività della rappresentanza, sancendo la soppressione delle commissioni interne di fabbrica e il monopolio sindacale del regime
L'assetto giuridico del sistema venne definito con la legge 3 aprile 1926, n. 563 (nota come Legge Rocco), elaborata dal giurista Alfredo Rocco. La legge vietò lo sciopero e la serrata, elevando la violazione a reato penale, e istituì la Magistratura del Lavoro per la risoluzione coercitiva delle controversie collettive. Pochi mesi dopo, con il Regio Decreto 2 luglio 1926, n. 1131, fu istituito il Ministero delle Corporazioni, la cui direzione fu affidata al sottosegretario Giuseppe Bottai.
Il manifesto etico-politico del corporativismo fu la Carta del Lavoro approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 21 aprile 1927 e redatta principalmente da Alfredo Rocco e Giuseppe Bottai. Salutata dalla propaganda del regime come il documento fondamentale della "rivoluzione fascista", la Carta definiva la Nazione italiana come un organismo unitario avente fini e mezzi superiori a quelli dei singoli individui. Secondo Bottai, la Carta poneva l'Italia all'avanguardia mondiale nella legislazione sociale, regolando la tutela dei lavoratori (ferie retribuite, indennità di licenziamento, previdenza) all'interno di un sistema rigorosamente statalizzato. La Magistratura del Lavoro fu confermata come l'organo supremo di arbitrato, secondo il principio che, come ai cittadini è precluso farsi giustizia da sé in sede civile o penale, allo stesso modo doveva essere vietato l'autotutela violenta (sciopero e serrata) nei luoghi di lavoro.
Il corporativismo regolò la vita economica e sindacale italiana del ventennio fascista, nel dichiarato intento del regime di creare una "terza via" per la risoluzione dei conflitti tra le classi sociali.

Il concetto di Stato corporativo trovò il proprio fondamento speculativo nell'idealismo di marca hegeliana e nella rielaborazione teorica della Destra ideale, il cui pensiero fu declinato sia dalle tesi del nazionalismo di Enrico Corradini sia dalle formulazioni più radicali del filosofo attualista Ugo Spirito. Questa impostazione muoveva dal presupposto etico, teorizzato da Benito Mussolini e Giovanni Gentile, secondo cui l'individuo non possiede un'esistenza autonoma o un valore indipendente se non in quanto integrato nello Stato e totalmente subordinato alle sue esigenze primarie. Trasposta nel campo delle attività commerciali e industriali, tale visione implicava che la produzione non potesse più essere considerata una sfera privata regolata dalle forze del mercato, ma un dominio pubblico indirizzato al perseguimento dei fini morali e politici della Nazione.
Su queste basi teoriche, spettava allo Stato, per il tramite delle corporazioni, definire d'autorità la "giusta mercede" e la congrua remunerazione del lavoro, soppiantando il tradizionale meccanismo liberale della legge della domanda e dell'offerta e azzerando l'autonomia del mercato. Il liberismo economico veniva così superato in favore di un dirigismo pubblico capace di guidare l'economia verso i superiori interessi statali; le correnti più audaci del regime - impersonate dalla tesi della "corporazione proprietaria" esposta da Ugo Spirito al Convegno di studi corporativi di Ferrara del 1932 - ipotizzarono persino la trasformazione dell'azienda in un'entità socializzata gestita dai lavoratori-azionisti, dove la corporazione stessa avrebbe stabilito prezzi e salari. Nelle intenzioni dei suoi ideologi, il sistema avrebbe dovuto pianificare la produzione avvalendosi della leva fiscale e tributaria senza tuttavia scivolare nella burocratizzazione livellatrice e nel collettivismo di matrice bolscevica.
Se sul piano della propaganda il corporativismo veniva celebrato come la sintesi perfetta in cui capitale e lavoro godevano di pari diritti nella comune cooperazione patriottica, la realtà concreta dell'Italia fascista si rivelò profondamente difforme dall'ideale proclamato. All'interno degli organismi corporativi, il bilanciamento tra le parti rimase puramente formale: i sindacati dei lavoratori erano infatti rappresentati da funzionari e dirigenti designati d'autorità dal Partito Nazionale Fascista, privi di reale autonomia e preposti essenzialmente alla disciplina delle masse e al contenimento dei salari; al contrario, le associazioni dei datori di lavoro e la Confindustria continuarono a godere di un'effettiva indipendenza e poterono avvalersi di propri tecnici e quadri d'azienda. Tale asimmetria rappresentava la logica conseguenza di un'economia di tipo liberal-capitalista, nella quale il regime evitò con cura di alienarsi il sostegno della grande industria e della proprietà privata.
Ciononostante, Mussolini ribadì a più riprese la centralità dell'impianto, giungendo a dichiarare nel 1930 che il corporativismo rappresentava «la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista». A fronte di queste affermazioni perentorie, la legislazione in materia rivelò una notevole incertezza di fondo, testimoniata da una successione continua di leggi, decreti e aggiustamenti normativi varati con cadenza quasi annuale. Dopo la legge di riforma sindacale dell'aprile 1926 - che aveva proibito scioperi e serrate istituendo la Magistratura del Lavoro -, nel luglio dello stesso anno fu creato il Ministero delle Corporazioni, al quale vennero attribuite competenze estremamente ampie, estese dalla regolamentazione degli stipendi alla direzione generale dell'economia nazionale. Nel dicembre del 1926, lo stesso Duce si disse convinto di poter realizzare attraverso la macchina corporativa una vera e propria conscrizione civile ed economica dell'intera popolazione italiana. Il percorso istituzionale proseguì faticosamente fino al 22 aprile 1930, data dell'inaugurazione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni quale organo di rilevanza costituzionale.
A questo si aggiunge l'imponente legislazione sociale del fascismo, di cui ricordiamo, per completezza, solo alcuni provvedimenti molto importanti: Tutela lavoro donne e fanciulli - (R.D. 653/1923); Maternità e infanzia - (R.D. 2277/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri - (R.D. 2841/1923); Assicurazione contro la disoccupazione - (R.D. 3158/1923); Assicurazione invalidità e vecchiaia - (R.D. 3184/1923); Riforma “Gentile” della scuola - (R.D. 2123/1923); Assistenza illegittimi e abbandonati - (R.D. 798/1927); Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi - (R.D. 2055/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose - (R.D. 312/1928); Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali - (R.D. 928/1929); Opera nazionale orfani di guerra - (R.D. 1397/1929); Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. - (R.D. 264/1933); Istituzione libretto di lavoro - (R.D. 112/1935); Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. - (R.D. 1827/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore - (R.D. 1768/1937); Ente comunale di assistenza E.C.A. - (R.D. 847/1937); Assegni familiari - (R.D. 1048/1937); Casse rurali ed artigiane - (R.D. 1706/1937); Tessera sanitaria per addetti servizi domestici - (R.D. 1239 23/06/1939); Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. - (R.D. 318/1943)...
Alla prova dei fatti, il contributo offerto da questo macchinoso sistema alla gestione concreta dell'economia nazionale si rivelò pressoché nullo. La vasta ed onerosa burocrazia fiorita attorno agli organi corporativi agì più spesso come un elemento di intralcio e di freno alle dinamiche produttive che come uno stimolo reale, riducendosi a un apparato di controllo formale. Verso la fine della guerra, ma anche nel secondo dopoguerra, gli stessi esponenti del fascismo - tra cui Giuseppe Bottai - avrebbero ammesso il sostanziale fallimento dell'esperimento:
In pratica durante il ventennio fascista il corporativismo fu il massimo di "rivoluzionarietà" a cui il Duce potesse realisticamente ambire. Le cose cambiarono con l'avvento della Repubblica sociale italiana e con la conseguente fuga di parte dei poteri plutocratici che fino allora avevano tenuto in ostaggio ogni velleità rivoluzionaria. Se il corporativismo inserito in un'ottica sociale di interessi divergenti tra proprietari e dipendenti appare utopistico e demagogico, diversa è la situazione in un sistema economico aziendale socializzato nel quale tutti hanno uguali diritti e doveri, senza più padroni e dipendenti. In tal caso il corporativismo si rende necessario come organo facente le funzioni dell'estinto padrone. In quanto in un'azienda senza più proprietari, a sostituire il padrone altro non può esserci che un'assemblea di tutti i lavoratori che possiedono l'azienda, la qual cosa è per l'appunto, il Corporativismo.
Dal 1938 i membri del Consiglio nazionale delle corporazioni, insieme a quelli del Consiglio nazionale del PNF, costituirono, a far data dal 1939, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni fino all'agosto 1943, quando il governo Badoglio la sciolse.
La legge del 5 febbraio 1934 n.163 "Costituzione e funzioni delle Corporazioni", stabilì 22 corporazioni:
A queste Corporazioni fu riconosciuto il diritto di emettere norme giuridiche (le cosiddette "ordinanze corporative") aventi per oggetto la disciplina della produzione, i rapporti di lavoro, le tariffe delle prestazioni e dei beni di consumo.

Nel contesto drammatico seguito al crollo del 25 luglio 1943, all'armistizio dell'8 settembre e all'occupazione militare tedesca, l'avvento della Repubblica Sociale Italiana (RSI) segnò una svolta radicale nell'ideologia economica del fascismo. La caduta della monarchia e l'abbandono delle regioni settentrionali da parte dei vertici dell'alta finanza e del grande capitale industriale - accusati dal fascismo repubblicano di aver tradito il regime per schierarsi con gli Alleati - consentirono a Benito Mussolini di recidere i vincoli conservatori che avevano condizionato il Ventennio e di rispolverare la carica "rivoluzionaria" delle origini sansepolcriste.
Il manifesto programmatico dell'ultimo fascismo venne approvato nel Congresso di Verona del novembre 1943, stabilendo che il lavoro, sotto ogni sua forma, costituiva il fondamento primario della Repubblica e proclamando il superamento definitivo del sistema salariale capitalistico. Tale indirizzo trovò traduzione normativa nella "Premessa fondamentale" del gennaio 1944 e nel successivo decreto sulla socializzazione delle imprese del 12 febbraio 1944, promosso dal Ministro dell'Economia Corporativa Angelo Tarchi con l'apporto teorico di Manlio Sargenti. La normativa stabiliva l'esproprio o la gestione statale diretta delle aziende d'interesse nazionale e l'introduzione dei Consigli di gestione nelle imprese private e parastatali; in tali organi, i rappresentanti eletti da operai, tecnici e impiegati avrebbero partecipato direttamente alla direzione aziendale e all'equa ripartizione degli utili aziendali.
Il Decreto del Duce n. 853 del 20 dicembre 1943 costituisce la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.G.L.T.A.) come la base del sistema corporativo della RSI. Il suo scopo era di fare da contenitore organizzativo di tutte le singole corporazioni, rifondate sulla base delle nuove regole stabilite nel Congresso di Verona. Secondo queste regole le corporazioni avrebbero rappresentato ognuna un settore produttivo secondo lo schema già esistente, e avrebbero rappresentato ogni ambito produttivo ed indirettamente ogni lavoratore secondo una logica organicistica in previsione della creazione della democrazia organica.
Nelle intenzioni dei suoi promotori e di esponenti come Giuseppe Bottai, il quale nel dopoguerra avrebbe teorizzato l'auspicio di «uno Stato di destra con una struttura economica di sinistra», la socializzazione doveva rappresentare l'autentica realizzazione della "terza via". Tuttavia, alla prova dei fatti, il provvedimento si ridusse a un'operazione prevalentemente propagandistica. La riforma incontrò l'ostilità sotterranea dei comandi militari tedeschi, preoccupati per l'efficienza bellica delle fabbriche, la ferma opposizione dei padroni d'industria e la diffidenza della classe operaia settentrionale; quest'ultima, guidata dai quadri clandestini del Partito Comunista Italiano, rigettò la socializzazione giudicandola una manovra demagogica e rispose con i grandi scioperi del marzo 1944 e con la diserzione dei referendum aziendali.
Nonostante il fallimento pratico, l'eredità ideale di Salò e il mito della socializzazione diventarono il patrimonio fondativo del neofascismo nell'Italia repubblicana. Quando il 26 dicembre 1946 venne fondato a Roma il Movimento Sociale Italiano (MSI) per iniziativa di reduci del fascismo repubblicano come Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Clemente Graziani, affiancati da elementi dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria (FAR), il richiamo alla legislazione sociale della RSI fu inserito direttamente nei primi documenti programmatici. Il partito si propose di raccogliere la memoria storica dei «vinti di Salò» e di rivendicare la validità del cosiddetto "Stato Nazionale del Lavoro". L'eredità di Salò generò tuttavia un'insolubile spaccatura identitaria all'interno del neofascismo parlamentare, dividendo il partito in due correnti fondamentali:
La progressiva trasformazione del MSI in un "partito d'ordine" conservatore provocò la frustrazione delle basi giovanili e dei militanti intransigenti, per i quali il compromesso parlamentare rappresentava un tradimento dello spirito rivoluzionario della RSI.
La frattura tra il neofascismo parlamentare e l'estremismo giovanile portò alla nascita della destra extraparlamentare, le cui formazioni ripresero la componente radicale, comunitarista ed eversiva del fascismo repubblicano e delle dottrine tradizionaliste. Nel 1956, in polemica con la linea moderata di Michelini, Pino Rauti e Clemente Graziani fondarono il Centro Studi Ordine Nuovo (poi Movimento Politico Ordine Nuovo), affiancato successivamente dall'Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. Tali organizzazioni rifiutarono la dialettica democratica, abbinando il misticismo guerriero ispirato a Julius Evola al richiamo alla rivoluzione nazionale e teorizzando la dottrina della "guerra sovversiva" contro lo Stato antifascista e "straniero". Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, nel clima della strategia della tensione e del terrore politico, l'area extraparlamentare, nonostante le ulteriori evoluzioni ideali (dal nazimaoismo di Franco Freda fino allo spontaneismo armato dei NAR), mantenne l'idea dello Stato Corporativo intatto. Con la svolta di Fiuggi, Gianfranco Fini, l'erede politico dell'MSI, abbandona definitivamente le istanze corporativiste della destra storica per abbracciare senza riserve i principi del capitalismo e dell'economia di mercato, dando vita all'Alleanza Nazionale.
L'eredità concettuale della socializzazione delle imprese e del corporativismo di Salò ha continuato a esercitare la propria influenza anche nei decenni successivi alla fine della Prima Repubblica, in particolare in movimenti come CasaPound, che hanno ripreso dalle origini repubblichine i temi del mutuo sociale, del blocco dei fitti e del sindacalismo non conforme.
La prima traduzione pratica dell'ideale corporativo si ebbe con il colpo di Stato del settembre 1923 promosso da Miguel Primo de Rivera e avallato da re Alfonso XIII. Di fronte all'incapacità delle istituzioni parlamentari di gestire le insorgenze operaie e le tensioni post-belliche, la dittatura impose la pace sociale vietando gli scioperi e avviando un ampio programma di opere pubbliche e ammodernamento infrastrutturale. Sotto l'impulso del ministro del Lavoro Eduardo Aunós, il regime creò l'Organizzazione Corporativa Nazionale e la rete dei Comitati Paritetici (Comités Paritarios), nei quali rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori si riunivano sotto la presidenza statale per concordare salari e dirimere le vertenze industriali. Sebbene la crisi finanziaria del 1929 e l'opposizione politica portassero alle dimissioni del generale nel gennaio 1930, l'esperimento primoderiverista pose le basi concettuali per l'integrazione del lavoro negli apparati pubblici .

Con la proclamazione della Seconda Repubblica nel 1931, l'antiliberalismo si radicalizzò nel fronte delle destre. Formazioni cattoliche come Acción Popular e la CEDA di José María Gil-Robles y Quiñones, monarchici tradizionalisti e Carlisti individuarono nel corporativismo lo strumento ideale per preservare l'ordine sociale, la famiglia e il comune. Contemporaneamente, nel campo del fascismo spagnolo, Ramiro Ledesma Ramos e Onésimo Redondo Ortega fondarono le JONS (Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista), teorizzando uno "Stato del lavoro" fondato sul corporativismo e sulla socializzazione dei mezzi di produzione . Nel 1933 nacque la Falange Española guidata da José Antonio Primo de Rivera - sostenuta finanziariamente dal regime di Mussolini -, la quale si unì l'anno successivo alle JONS formando la FE-JONS . La dottrina falangista del nazional-sindacalismo proponeva un'organizzazione organica alternativa alla democrazia rappresentativa, fondata sui corpi naturali della società (famiglia, comune e sindacato corporativo di produttori) e permeata dal sentimento religioso cattolico, concependo il capitale come puro strumento subordinato al lavoro .
L'insurrezione militare del luglio 1936 e la successiva guerra civile condussero all'ascesa di Francisco Franco come Caudillo e dunque dittatore dello Stato Spagnolo. Nell'aprile 1937, mediante il Decreto di Unificazione, Franco unificò d'autorità la Falange, i Carlisti e le varie componenti nazionaliste in un solo partito ufficiale, la FET y de las JONS (Movimiento Nacional). Il 9 marzo 1938 il governo di Burgos promulgò la prima legge fondamentale del regime, il Fuero del Trabajo, palesemente ispirata alla Carta del Lavoro del fascismo italiano. La carta definiva lo Stato come strumento totalitario e sindacalista contro il capitalismo e il marxismo, elevando il lavoro a dovere e diritto sociale sottratto alla logica di merce. Soppressi i sindacati liberi e vietato lo sciopero, venne edificata la Organización Sindical Española (nota come "Sindicato Verticale"), articolata in ventiquattro sindacati nazionali di categoria che inquadravano obbligatoriamente datori di lavoro e maestranze come "produttori" secondo i principi di unità, totalità e gerarchia. Nelle aziende, l'imprenditore assumeva la veste di jefe de empresa responsabile della produzione, affiancato dai jurados de empresa e subordinato alla Magistratura del Lavoro per la tutela dei minimi salariali e la prevenzione dei licenziamenti arbitrari .
La struttura istituzionale del franchismo venne infine completata con la Ley Constitutiva de las Cortes del luglio 1942, che diede veste formale alla cosiddetta democrazia organica . Le Cortes corporative sostituirono il parlamento partitico con un'assemblea fondata sui corpi intermedi della nazione, nella quale un terzo dei seggi era riservato ai delegati dei sindacati verticali, affiancati da rappresentanti dei comuni, delle province, delle università e delle famiglie. Tale sistema di rappresentanza corporativa e nazional-cattolica, ulteriormente definido dal *Fuero de los Españoles* del 1945 e dalla *Ley de Principios del Movimiento Nacional* del 1958, garantì il raccordo tra la base produttiva e i vertici dello Stato, rimanendo l'asse portante dell'ordinamento spagnolo fino alla fine della dittatura.
L'esperimento corporativo e autarchico edificato dal franchismo nel dopoguerra con il Fuero del Trabajo e il Sindicato Verticale rivelò le sue insuperabili crepe già verso la metà degli anni Cinquanta. L'utopia di un'economia autosufficiente e impermeabile all'influenza esterna si scontrò con la realtà di una nazione stremata dalle devastazioni della Guerra Civile, priva di riserve di valuta pregiata, afflitta da una perenne carenza di materie prime energetiche e paralizzata dalle inefficienze della pianificazione statale. A questo dissesto interno si sommarono gli effetti dell'isolamento internazionale decretato dalle Nazioni Unite nel dopoguerra e la deliberata esclusione della Spagna dai fondi del Piano Marshall, ostacoli che condannarono il Paese a un lungo decennio di inflazione e carestia, mitigato soltanto dai cruciali aiuti alimentari e finanziari concessi dall'Argentina di Juan Domingo Perón.
La progressiva reintegrazione della Spagna sullo scacchiere geopolitico, favorita dalle esigenze della Guerra fredda e culminata nel 1953 con la firma degli accordi bilaterali per le basi militari statunitensi, non bastò a salvare il modello economico corporativo dal collasso. Nel 1958 l'azzeramento delle riserve valutarie della Banca di Spagna portò il Paese sull'orlo dell'imminente bancarotta, costringendo Francisco Franco a compiere un drastico ridimensionamento della fazione falangista e ad affidare la gestione dell'economia a una nuova classe di ministri tecnocrati vicini all'Opus Dei, tra i quali spiccarono Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres.
Sotto la spinta e le precise prescrizioni stabilite dal Fondo Monetario Internazionale e dall'OECE - le cui linee di credito furono subordinate alla fine del protezionismo statale -, il governo di Madrid approvò il Plan de Estabilización del luglio 1959. Il piano decretò l'abbandono definitivo dell'autarchia, svalutò la peseta e liberalizzò il commercio con l'estero, aprendo le porte agli investimenti privati e all'integrazione della Spagna nei mercati occidentali. Sebbene la Organización Sindical Española rimanesse formale come organo di controllo poliziesco sul lavoro, il sistema corporativo fu svuotato di ogni reale potere economico durante gli anni del boom e del "miracolo economico" spagnolo, mentre nelle fabbriche clandestinamente cresceva la pressione sindacale dal basso promossa dalle Comisiones Obreras. La parabola della democrazia organica giunse al suo definitivo epilogo con la morte di Franco nel 1975 e l'avvio della Transición Española, consacrata dalla legalizzazione dei sindacati liberi nel 1977 e dalla Costituzione democratica del 1978.
Il corporativismo non ha rappresentato una prerogativa esclusiva dei regimi autoritari o delle ideologie di estrema destra. Accanto alle varianti stataliste e coercitive sorte tra le due guerre mondiali, la storiografia e la scienza politica individuano un filone riformista e pluralista, comunemente definito corporativismo liberale o neocorporativismo democratico.

L'applicazione più imponente ed estesa del corporativismo liberale si realizzò negli Stati Uniti degli anni Trenta sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt attraverso il New Deal.
L'esplosione della Grande depressione a seguito del crollo della Borsa di Wall Street nell'ottobre 1929 segnò il punto di rottura del capitalismo classico fondato sul laissez-faire e sull'assenza di regole mercatali. Di fronte alla crollo della produzione e alla disoccupazione di massa, l'amministrazione Roosevelt, insediatasi nel marzo 1933, rigettò sia l'inerzia liberista sia le velleità autoritarie, promuovendo una politica di pianificazione statale volta a risollevare il potere d'acquisto popolare, sostenere i salari e disciplinare l'economia nell'interesse collettivo.
Il fulcro di questo sistema fu il National Industrial Recovery Act (NIRA), emanato nel giugno 1933, che dette vita alla National Recovery Administration (NRA). La NRA operò come un grande organismo di concertazione paritetica tra il governo federale, gli imprenditori e i sindacati. Attraverso l'elaborazione dei Codici di Corretta Concorrenza, l'ente stabilì minimi salariali obbligatori, limiti all'orario lavorativo e tetti alla produzione per evitare il *dumping* industriale e la speculazione sui prezzi. Allo stesso tempo, l'articolo 7(a) del NIRA sancì espressamente il diritto di organizzazione sindacale e di contrattazione collettiva per la classe lavoratrice. Tale assetto indusse diversi analisti ed economisti dell'epoca a definire la NRA una forma di corporativismo liberale, poiché lo Stato conferiva alle categorie produttive la facoltà di coordinare la produzione salvaguardando il quadro delle libertà democratiche.
Le differenze tra il corporativismo democratico americano e quello fascista europeo furono tuttavia profonde e sostanziali. Sebbene la propaganda del regime italiano tentasse di presentare il New Deal come una conferma della superiorità dello Stato corporativo, l'esperimento rooseveltiano mantenne intatta la sovranità del Parlamento, la pluralità dei sindacati e il diritto di sciopero, rifiutando ogni inquadramento poliziesco o coercitivo delle forze sociali. Quando poi nel maggio 1935 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò il NIRA ritenendolo incostituzionale per eccessivo accentramento di poteri nell'esecutivo, Roosevelt accettò la sentenza giudiziaria e riorientò la propria azione su riforme giuslavoriste e sociali autonome. Inoltre, a differenza del dirigismo italiano rivolto alla concentrazione oligopolistica e all'autarchia militare, il programma americano mirò alla redistribuzione della ricchezza e al reale innalzamento dei consumi popolari.
Invece di affidarsi alla concertazione corporativa corporato-statale, la nuova legislazione rooseveltiana si concentrò sulla tutela autonoma dei diritti sociali e sulla redistribuzione del reddito attraverso il mercato. Con l'approvazione del National Labor Relations Act (noto come Wagner Act) del luglio 1935, lo Stato garantì la piena indipendenza dei sindacati e il diritto di contrattazione collettiva senza inquadrarli in strutture statali, mentre il Social Security Act gettò le basi del sistema previdenziale americano. Durante la Seconda guerra mondiale vennero temporaneamente creati comitati di pianificazione della produzione bellica, ma nel dopoguerra gli Stati Uniti consolidarono definitivamente un modello di capitalismo di mercato regolato da politiche fiscali keynesiane, abbandonando ogni forma di rappresentanza corporativa a favore del pluralismo democratico e della libera contrattazione sociale.
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