Corporativismo

Il corporativismo è una dottrina e prassi politico-sociale fondata sulla riorganizzazione della società in corporazioni o organismi intermedi di categoria, volti a rappresentare sia i lavoratori sia gli imprenditori di ciascun settore produttivo. Ispiratosi all'esperienza delle corporazioni medievali, si è sviluppato tra il XIX e il XX secolo con l'obiettivo di superare i conflitti di classe attraverso la cooperazione organica e la mediazione statale o la concertazione sociale. Nato in contrapposizione sia all'individualismo liberale (ritenuto responsabile del disordine economico e della speculazione) sia al collettivismo marxista (fondato sulla lotta di classe e sull'abolizione della proprietà privata), il corporativismo si è storicamente presentato come una teorica terza via tra capitalismo e socialismo. Sebbene sia spesso associato alle ideologie di estrema destra o alla terza posizione, il corporativismo ha trovato applicazione anche in regimi democratici.

Nella sua accezione attuale, si intende per corporativismo un sistema economico in cui gli scambi ed i rapporti non sono regolati dalle leggi di mercato, prima fra tutte quella di domanda e offerta, ma da affinità sociali, culturali o familiari.

Storia

A partire dal XII secolo in molte città europee si formarono le Corporazioni delle arti e mestieri, associazioni nate con lo scopo di regolamentare e tutelare l’attività dei professionisti appartenenti a una medesima categoria. Questi organismi, insieme alle più antiche gilde di matrice romano-germanica, costituirono il primo modello di comunità lavorativa organica, fondata sul mestiere, sull’etica professionale e sulla solidarietà interna, prima che la rivoluzione industriale scardinasse tali equilibri. Tale ciclo si concluse con la Rivoluzione francese, che abolendo le corporazioni sancì la fine di un’epoca. Tuttavia, verso la fine dell'Ottocento, emersero nuove dottrine economiche volte a superare la conflittualità tra lavoro e capitale, promuovendo anche un ruolo attivo dello Stato nella mediazione sociale.

Nella dottrina sociale cattolica

Lo stesso argomento in dettaglio: Dottrina sociale cattolica.
(latino)
«In primis quidem huc spectare et contendere debent tum Status tum optimus quisque civis: ut, classium oppositarum certamine sublato, concors 'ordinum' conspiratio excitetur et foveatur...

Attentio quaedam adhibenda est alteri cuidam rei, cum hac arte conexae. Quemadmodum namque humanae societatis unitas in classium oppositione fundari nequit, ita neque oeconomicae rei rectus ordo liberae virium competitioni committi potest. Ex hoc enim fonte, tanquam ex inquinato scaturigine, omnes erroristici individualisticae oeconomicae doctrinae profluxerunt...»
(italiano)
«In primo luogo, sia lo Stato, sia i migliori cittadini devono mirare e tendere a questo scopo: che, tolto di mezzo il conflitto tra le classi opposte, si promuova e si favorisca una concorde collaborazione delle 'corporazioni' [professioni ed arti]...

Ma un'altra cosa è da considerare, che è strettamente congiunta con la precedente. Come l'unità della società umana non può fondarsi sulla lotta delle classi, così il retto ordine dell'economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo fonte infatti, come da velenosa polla, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica...»

Nella dottrina sociale della Chiesa il Corporativismo è un modello socio-economico basato sulla collaborazione tra le classi, la solidarietà e l'organizzazione professionale, nato per superare i conflitti del capitalismo liberale e del collettivismo socialista. I suoi punti cardine poggiano su tre concetti chiave: il rifiuto della lotta di classe, il ritorno ai corpi intermedi e l'ispirazione solidarista. Nel 1881 papa Leone XIII commissionò a teologi e pensatori uno studio del corporativismo al fine di darne una definizione. Nel 1884, a Friburgo, la commissione dichiarò il corporativismo "un sistema di organizzazione sociale che ha come fondamento il raggruppamento degli uomini in comunità fondate sui loro interessi e sulle loro funzioni sociali. Tali gruppi, in quanto veri e propri organi di Stato, dirigono e coordinano il lavoro e il capitale per quanto riguarda l'interesse collettivo". Nella Rerum novarum del 1891, Papa Leone XIII – ricordando che "evidentissimi furono presso i nostri antenati i vantaggi delle corporazioni di arti e mestieri", osserva "con piacere il formarsi ovunque di associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e di padroni". Nella Quadragesimo Anno del 1931, Pio XI, si sofferma sugli aspetti che, presenti nello Stato corporativo fascista, sembrano da valutare come parzialmente positivi, ma ribadisce che "il perseguimento del bene comune non possa essere opera esclusiva dello Stato e delle sue istituzioni", e conferma "la libertà di costituire associazioni di mestiere".

Il corporativismo fascista ed autoritario

Corporativismo in Italia

«Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime ma tutela di tutti gli interessi che armonizzano con quelli della produzione e della nazione»
Le corporazioni sindacali
Lo stesso argomento in dettaglio: Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali.
Edmondo Rossoni parla all'adunanza delle corporazioni sindacali fasciste di Napoli nel 1924

Nell'Italia del XX secolo, la teoria corporativa affondò le sue radici nelle elaborazioni del sindacalismo rivoluzionario, del nazionalismo economico e nel programma sansepolcrista del 1919. Prima della marcia su Roma, la dottrina trovò una prima strutturazione con la nascita della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, fondata a Bologna nel gennaio del 1922 sotto la guida di Edmondo Rossoni e con l'appoggio di esponenti come Italo Balbo e Dino Grandi. L'obiettivo esplicito era riunire i lavoratori sotto l'ideologia fascista sulla base della solidarietà nazionale e della collaborazione di classe, subordinando l'interesse individuale e di categoria al bene supremo della Nazione. Inizialmente, Rossoni teorizzò il cosiddetto "sindacalismo integrale", un modello che avrebbe dovuto accogliere nella medesima organizzazione sia i lavoratori subordinati sia i datori di lavoro. Tuttavia, l'intransigenza degli industriali impedì la fusione organica, costringendo il regime a mantenere separate le associazioni datoriali e quelle operaie. Attraverso il Patto di Palazzo Chigi (1923) e il Patto di Palazzo Vidoni (ottobre 1925), la Confindustria e i sindacati fascisti si riconobbero reciprocamente l'esclusività della rappresentanza, sancendo la soppressione delle commissioni interne di fabbrica e il monopolio sindacale del regime

L'assetto giuridico del sistema venne definito con la legge 3 aprile 1926, n. 563 (nota come Legge Rocco), elaborata dal giurista Alfredo Rocco. La legge vietò lo sciopero e la serrata, elevando la violazione a reato penale, e istituì la Magistratura del Lavoro per la risoluzione coercitiva delle controversie collettive. Pochi mesi dopo, con il Regio Decreto 2 luglio 1926, n. 1131, fu istituito il Ministero delle Corporazioni, la cui direzione fu affidata al sottosegretario Giuseppe Bottai.

Il manifesto etico-politico del corporativismo fu la Carta del Lavoro approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 21 aprile 1927 e redatta principalmente da Alfredo Rocco e Giuseppe Bottai. Salutata dalla propaganda del regime come il documento fondamentale della "rivoluzione fascista", la Carta definiva la Nazione italiana come un organismo unitario avente fini e mezzi superiori a quelli dei singoli individui. Secondo Bottai, la Carta poneva l'Italia all'avanguardia mondiale nella legislazione sociale, regolando la tutela dei lavoratori (ferie retribuite, indennità di licenziamento, previdenza) all'interno di un sistema rigorosamente statalizzato. La Magistratura del Lavoro fu confermata come l'organo supremo di arbitrato, secondo il principio che, come ai cittadini è precluso farsi giustizia da sé in sede civile o penale, allo stesso modo doveva essere vietato l'autotutela violenta (sciopero e serrata) nei luoghi di lavoro.

Il corporativismo regolò la vita economica e sindacale italiana del ventennio fascista, nel dichiarato intento del regime di creare una "terza via" per la risoluzione dei conflitti tra le classi sociali.

Lo Stato corporativo
Schema dell'Ordinamento Corporativo dello Stato Fascista

Il concetto di Stato corporativo trovò il proprio fondamento speculativo nell'idealismo di marca hegeliana e nella rielaborazione teorica della Destra ideale, il cui pensiero fu declinato sia dalle tesi del nazionalismo di Enrico Corradini sia dalle formulazioni più radicali del filosofo attualista Ugo Spirito. Questa impostazione muoveva dal presupposto etico, teorizzato da Benito Mussolini e Giovanni Gentile, secondo cui l'individuo non possiede un'esistenza autonoma o un valore indipendente se non in quanto integrato nello Stato e totalmente subordinato alle sue esigenze primarie. Trasposta nel campo delle attività commerciali e industriali, tale visione implicava che la produzione non potesse più essere considerata una sfera privata regolata dalle forze del mercato, ma un dominio pubblico indirizzato al perseguimento dei fini morali e politici della Nazione.

Su queste basi teoriche, spettava allo Stato, per il tramite delle corporazioni, definire d'autorità la "giusta mercede" e la congrua remunerazione del lavoro, soppiantando il tradizionale meccanismo liberale della legge della domanda e dell'offerta e azzerando l'autonomia del mercato. Il liberismo economico veniva così superato in favore di un dirigismo pubblico capace di guidare l'economia verso i superiori interessi statali; le correnti più audaci del regime - impersonate dalla tesi della "corporazione proprietaria" esposta da Ugo Spirito al Convegno di studi corporativi di Ferrara del 1932 - ipotizzarono persino la trasformazione dell'azienda in un'entità socializzata gestita dai lavoratori-azionisti, dove la corporazione stessa avrebbe stabilito prezzi e salari. Nelle intenzioni dei suoi ideologi, il sistema avrebbe dovuto pianificare la produzione avvalendosi della leva fiscale e tributaria senza tuttavia scivolare nella burocratizzazione livellatrice e nel collettivismo di matrice bolscevica.

Se sul piano della propaganda il corporativismo veniva celebrato come la sintesi perfetta in cui capitale e lavoro godevano di pari diritti nella comune cooperazione patriottica, la realtà concreta dell'Italia fascista si rivelò profondamente difforme dall'ideale proclamato. All'interno degli organismi corporativi, il bilanciamento tra le parti rimase puramente formale: i sindacati dei lavoratori erano infatti rappresentati da funzionari e dirigenti designati d'autorità dal Partito Nazionale Fascista, privi di reale autonomia e preposti essenzialmente alla disciplina delle masse e al contenimento dei salari; al contrario, le associazioni dei datori di lavoro e la Confindustria continuarono a godere di un'effettiva indipendenza e poterono avvalersi di propri tecnici e quadri d'azienda. Tale asimmetria rappresentava la logica conseguenza di un'economia di tipo liberal-capitalista, nella quale il regime evitò con cura di alienarsi il sostegno della grande industria e della proprietà privata.

Ciononostante, Mussolini ribadì a più riprese la centralità dell'impianto, giungendo a dichiarare nel 1930 che il corporativismo rappresentava «la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista». A fronte di queste affermazioni perentorie, la legislazione in materia rivelò una notevole incertezza di fondo, testimoniata da una successione continua di leggi, decreti e aggiustamenti normativi varati con cadenza quasi annuale. Dopo la legge di riforma sindacale dell'aprile 1926 - che aveva proibito scioperi e serrate istituendo la Magistratura del Lavoro -, nel luglio dello stesso anno fu creato il Ministero delle Corporazioni, al quale vennero attribuite competenze estremamente ampie, estese dalla regolamentazione degli stipendi alla direzione generale dell'economia nazionale. Nel dicembre del 1926, lo stesso Duce si disse convinto di poter realizzare attraverso la macchina corporativa una vera e propria conscrizione civile ed economica dell'intera popolazione italiana. Il percorso istituzionale proseguì faticosamente fino al 22 aprile 1930, data dell'inaugurazione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni quale organo di rilevanza costituzionale.

A questo si aggiunge l'imponente legislazione sociale del fascismo, di cui ricordiamo, per completezza, solo alcuni provvedimenti molto importanti: Tutela lavoro donne e fanciulli - (R.D. 653/1923); Maternità e infanzia - (R.D. 2277/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri - (R.D. 2841/1923); Assicurazione contro la disoccupazione - (R.D. 3158/1923); Assicurazione invalidità e vecchiaia - (R.D. 3184/1923); Riforma “Gentile” della scuola - (R.D. 2123/1923); Assistenza illegittimi e abbandonati - (R.D. 798/1927); Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi - (R.D. 2055/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose - (R.D. 312/1928); Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali - (R.D. 928/1929); Opera nazionale orfani di guerra - (R.D. 1397/1929); Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. - (R.D. 264/1933); Istituzione libretto di lavoro - (R.D. 112/1935); Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. - (R.D. 1827/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore - (R.D. 1768/1937); Ente comunale di assistenza E.C.A. - (R.D. 847/1937); Assegni familiari - (R.D. 1048/1937); Casse rurali ed artigiane - (R.D. 1706/1937); Tessera sanitaria per addetti servizi domestici - (R.D. 1239 23/06/1939); Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. - (R.D. 318/1943)...

Alla prova dei fatti, il contributo offerto da questo macchinoso sistema alla gestione concreta dell'economia nazionale si rivelò pressoché nullo. La vasta ed onerosa burocrazia fiorita attorno agli organi corporativi agì più spesso come un elemento di intralcio e di freno alle dinamiche produttive che come uno stimolo reale, riducendosi a un apparato di controllo formale. Verso la fine della guerra, ma anche nel secondo dopoguerra, gli stessi esponenti del fascismo - tra cui Giuseppe Bottai - avrebbero ammesso il sostanziale fallimento dell'esperimento:

«La corporazione non è mai riuscita a nascere, strozzata alla gola dal cordone ombelicale che la legava al ventre della classe dominante.»

In pratica durante il ventennio fascista il corporativismo fu il massimo di "rivoluzionarietà" a cui il Duce potesse realisticamente ambire. Le cose cambiarono con l'avvento della Repubblica sociale italiana e con la conseguente fuga di parte dei poteri plutocratici che fino allora avevano tenuto in ostaggio ogni velleità rivoluzionaria. Se il corporativismo inserito in un'ottica sociale di interessi divergenti tra proprietari e dipendenti appare utopistico e demagogico, diversa è la situazione in un sistema economico aziendale socializzato nel quale tutti hanno uguali diritti e doveri, senza più padroni e dipendenti. In tal caso il corporativismo si rende necessario come organo facente le funzioni dell'estinto padrone. In quanto in un'azienda senza più proprietari, a sostituire il padrone altro non può esserci che un'assemblea di tutti i lavoratori che possiedono l'azienda, la qual cosa è per l'appunto, il Corporativismo.

«I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un'alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio»
L'istituzione delle corporazioni

Dal 1938 i membri del Consiglio nazionale delle corporazioni, insieme a quelli del Consiglio nazionale del PNF, costituirono, a far data dal 1939, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni fino all'agosto 1943, quando il governo Badoglio la sciolse.

La legge del 5 febbraio 1934 n.163 "Costituzione e funzioni delle Corporazioni", stabilì 22 corporazioni:

  • Cereali
  • Orto-floro-frutticoltura
  • Viti-vinicola e olearia
  • Zootecnia e pesca
  • Legno
  • Tessile
  • Abbigliamento
  • Siderurgia e metallurgia
  • Meccanica
  • Chimica
  • Combustibili liquidi e carburanti
  • Carta e stampa
  • Costruzioni edili
  • Acqua, gas, ed elettricità
  • Industrie estrattive
  • Vetro e ceramica
  • Comunicazioni interne
  • Mare e aria
  • Spettacolo
  • Ospitalità
  • Professioni e arti
  • Previdenza e credito

A queste Corporazioni fu riconosciuto il diritto di emettere norme giuridiche (le cosiddette "ordinanze corporative") aventi per oggetto la disciplina della produzione, i rapporti di lavoro, le tariffe delle prestazioni e dei beni di consumo.

Nella RSI
Congresso di Verona del 1943 - veduta dell'entrata al Castelvecchio di Verona

Nel contesto drammatico seguito al crollo del 25 luglio 1943, all'armistizio dell'8 settembre e all'occupazione militare tedesca, l'avvento della Repubblica Sociale Italiana (RSI) segnò una svolta radicale nell'ideologia economica del fascismo. La caduta della monarchia e l'abbandono delle regioni settentrionali da parte dei vertici dell'alta finanza e del grande capitale industriale - accusati dal fascismo repubblicano di aver tradito il regime per schierarsi con gli Alleati - consentirono a Benito Mussolini di recidere i vincoli conservatori che avevano condizionato il Ventennio e di rispolverare la carica "rivoluzionaria" delle origini sansepolcriste.

Il manifesto programmatico dell'ultimo fascismo venne approvato nel Congresso di Verona del novembre 1943, stabilendo che il lavoro, sotto ogni sua forma, costituiva il fondamento primario della Repubblica e proclamando il superamento definitivo del sistema salariale capitalistico. Tale indirizzo trovò traduzione normativa nella "Premessa fondamentale" del gennaio 1944 e nel successivo decreto sulla socializzazione delle imprese del 12 febbraio 1944, promosso dal Ministro dell'Economia Corporativa Angelo Tarchi con l'apporto teorico di Manlio Sargenti. La normativa stabiliva l'esproprio o la gestione statale diretta delle aziende d'interesse nazionale e l'introduzione dei Consigli di gestione nelle imprese private e parastatali; in tali organi, i rappresentanti eletti da operai, tecnici e impiegati avrebbero partecipato direttamente alla direzione aziendale e all'equa ripartizione degli utili aziendali.

Il Decreto del Duce n. 853 del 20 dicembre 1943 costituisce la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti (C.G.L.T.A.) come la base del sistema corporativo della RSI. Il suo scopo era di fare da contenitore organizzativo di tutte le singole corporazioni, rifondate sulla base delle nuove regole stabilite nel Congresso di Verona. Secondo queste regole le corporazioni avrebbero rappresentato ognuna un settore produttivo secondo lo schema già esistente, e avrebbero rappresentato ogni ambito produttivo ed indirettamente ogni lavoratore secondo una logica organicistica in previsione della creazione della democrazia organica.

Nelle intenzioni dei suoi promotori e di esponenti come Giuseppe Bottai, il quale nel dopoguerra avrebbe teorizzato l'auspicio di «uno Stato di destra con una struttura economica di sinistra», la socializzazione doveva rappresentare l'autentica realizzazione della "terza via". Tuttavia, alla prova dei fatti, il provvedimento si ridusse a un'operazione prevalentemente propagandistica. La riforma incontrò l'ostilità sotterranea dei comandi militari tedeschi, preoccupati per l'efficienza bellica delle fabbriche, la ferma opposizione dei padroni d'industria e la diffidenza della classe operaia settentrionale; quest'ultima, guidata dai quadri clandestini del Partito Comunista Italiano, rigettò la socializzazione giudicandola una manovra demagogica e rispose con i grandi scioperi del marzo 1944 e con la diserzione dei referendum aziendali.

L'eredità del corporativismo nel dopoguerra

Nonostante il fallimento pratico, l'eredità ideale di Salò e il mito della socializzazione diventarono il patrimonio fondativo del neofascismo nell'Italia repubblicana. Quando il 26 dicembre 1946 venne fondato a Roma il Movimento Sociale Italiano (MSI) per iniziativa di reduci del fascismo repubblicano come Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Clemente Graziani, affiancati da elementi dei Fasci d'Azione Rivoluzionaria (FAR), il richiamo alla legislazione sociale della RSI fu inserito direttamente nei primi documenti programmatici. Il partito si propose di raccogliere la memoria storica dei «vinti di Salò» e di rivendicare la validità del cosiddetto "Stato Nazionale del Lavoro". L'eredità di Salò generò tuttavia un'insolubile spaccatura identitaria all'interno del neofascismo parlamentare, dividendo il partito in due correnti fondamentali:

  • La "Sinistra Nazionale" e il fascismo sociale: Guidata da Giorgio Almirante, Ernesto Massi e Manlio Sargenti, questa corrente manteneva un viscerale rifiuto del capitalismo liberale e della democrazia borghese, promuovendo il parlamentarismo solo come tribuna tattica e difendendo il programma di Verona, la partecipazione dei lavoratori agli utili e il terzaforzismo in politica estera, opposto sia all'imperialismo sovietico sia all'atlantismo statunitense.
  • La corrente moderata e l'inserimento istituzionale: Incoraggiata da dirigenti come Arturo Michelini ed Augusto De Marsanich, questa fazione prevalse a partire dal Congresso di Bari del 1956, imponendo un riposizionamento strategico del partito. Per uscire dal ghetto politico del dopoguerra e arginare il pericolo comunista, il MSI accettò l'integrazione nell'alleanza atlantica, promosse il dialogo con monarchici e democristiani conservatori (fino al sostegno al governo Tambroni nel 1960) e stemperò la retorica socializzatrice in favore di un programma d'ordine, difensore della proprietà e della legalità borghese.

La progressiva trasformazione del MSI in un "partito d'ordine" conservatore provocò la frustrazione delle basi giovanili e dei militanti intransigenti, per i quali il compromesso parlamentare rappresentava un tradimento dello spirito rivoluzionario della RSI.

La frattura tra il neofascismo parlamentare e l'estremismo giovanile portò alla nascita della destra extraparlamentare, le cui formazioni ripresero la componente radicale, comunitarista ed eversiva del fascismo repubblicano e delle dottrine tradizionaliste. Nel 1956, in polemica con la linea moderata di Michelini, Pino Rauti e Clemente Graziani fondarono il Centro Studi Ordine Nuovo (poi Movimento Politico Ordine Nuovo), affiancato successivamente dall'Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. Tali organizzazioni rifiutarono la dialettica democratica, abbinando il misticismo guerriero ispirato a Julius Evola al richiamo alla rivoluzione nazionale e teorizzando la dottrina della "guerra sovversiva" contro lo Stato antifascista e "straniero". Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, nel clima della strategia della tensione e del terrore politico, l'area extraparlamentare, nonostante le ulteriori evoluzioni ideali (dal nazimaoismo di Franco Freda fino allo spontaneismo armato dei NAR), mantenne l'idea dello Stato Corporativo intatto. Con la svolta di Fiuggi, Gianfranco Fini, l'erede politico dell'MSI, abbandona definitivamente le istanze corporativiste della destra storica per abbracciare senza riserve i principi del capitalismo e dell'economia di mercato, dando vita all'Alleanza Nazionale.

L'eredità concettuale della socializzazione delle imprese e del corporativismo di Salò ha continuato a esercitare la propria influenza anche nei decenni successivi alla fine della Prima Repubblica, in particolare in movimenti come CasaPound, che hanno ripreso dalle origini repubblichine i temi del mutuo sociale, del blocco dei fitti e del sindacalismo non conforme.

Corporativismo in Spagna

Esperimento primoderivista
Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura di Primo de Rivera.

La prima traduzione pratica dell'ideale corporativo si ebbe con il colpo di Stato del settembre 1923 promosso da Miguel Primo de Rivera e avallato da re Alfonso XIII. Di fronte all'incapacità delle istituzioni parlamentari di gestire le insorgenze operaie e le tensioni post-belliche, la dittatura impose la pace sociale vietando gli scioperi e avviando un ampio programma di opere pubbliche e ammodernamento infrastrutturale. Sotto l'impulso del ministro del Lavoro Eduardo Aunós, il regime creò l'Organizzazione Corporativa Nazionale e la rete dei Comitati Paritetici (Comités Paritarios), nei quali rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori si riunivano sotto la presidenza statale per concordare salari e dirimere le vertenze industriali. Sebbene la crisi finanziaria del 1929 e l'opposizione politica portassero alle dimissioni del generale nel gennaio 1930, l'esperimento primoderiverista pose le basi concettuali per l'integrazione del lavoro negli apparati pubblici .

Sotto la Seconda Repubblica
Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda Repubblica (Spagna) e Guerra civile spagnola.
Il capo della Falange spagnola José Antonio Primo de Rivera (1903-1936), fucilato durante la guerra civile spagnola.

Con la proclamazione della Seconda Repubblica nel 1931, l'antiliberalismo si radicalizzò nel fronte delle destre. Formazioni cattoliche come Acción Popular e la CEDA di José María Gil-Robles y Quiñones, monarchici tradizionalisti e Carlisti individuarono nel corporativismo lo strumento ideale per preservare l'ordine sociale, la famiglia e il comune. Contemporaneamente, nel campo del fascismo spagnolo, Ramiro Ledesma Ramos e Onésimo Redondo Ortega fondarono le JONS (Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista), teorizzando uno "Stato del lavoro" fondato sul corporativismo e sulla socializzazione dei mezzi di produzione . Nel 1933 nacque la Falange Española guidata da José Antonio Primo de Rivera - sostenuta finanziariamente dal regime di Mussolini -, la quale si unì l'anno successivo alle JONS formando la FE-JONS . La dottrina falangista del nazional-sindacalismo proponeva un'organizzazione organica alternativa alla democrazia rappresentativa, fondata sui corpi naturali della società (famiglia, comune e sindacato corporativo di produttori) e permeata dal sentimento religioso cattolico, concependo il capitale come puro strumento subordinato al lavoro .

L'ascesa di Franco
Lo stesso argomento in dettaglio: Spagna franchista.

L'insurrezione militare del luglio 1936 e la successiva guerra civile condussero all'ascesa di Francisco Franco come Caudillo e dunque dittatore dello Stato Spagnolo. Nell'aprile 1937, mediante il Decreto di Unificazione, Franco unificò d'autorità la Falange, i Carlisti e le varie componenti nazionaliste in un solo partito ufficiale, la FET y de las JONS (Movimiento Nacional). Il 9 marzo 1938 il governo di Burgos promulgò la prima legge fondamentale del regime, il Fuero del Trabajo, palesemente ispirata alla Carta del Lavoro del fascismo italiano. La carta definiva lo Stato come strumento totalitario e sindacalista contro il capitalismo e il marxismo, elevando il lavoro a dovere e diritto sociale sottratto alla logica di merce. Soppressi i sindacati liberi e vietato lo sciopero, venne edificata la Organización Sindical Española (nota come "Sindicato Verticale"), articolata in ventiquattro sindacati nazionali di categoria che inquadravano obbligatoriamente datori di lavoro e maestranze come "produttori" secondo i principi di unità, totalità e gerarchia. Nelle aziende, l'imprenditore assumeva la veste di jefe de empresa responsabile della produzione, affiancato dai jurados de empresa e subordinato alla Magistratura del Lavoro per la tutela dei minimi salariali e la prevenzione dei licenziamenti arbitrari .

La struttura istituzionale del franchismo venne infine completata con la Ley Constitutiva de las Cortes del luglio 1942, che diede veste formale alla cosiddetta democrazia organica . Le Cortes corporative sostituirono il parlamento partitico con un'assemblea fondata sui corpi intermedi della nazione, nella quale un terzo dei seggi era riservato ai delegati dei sindacati verticali, affiancati da rappresentanti dei comuni, delle province, delle università e delle famiglie. Tale sistema di rappresentanza corporativa e nazional-cattolica, ulteriormente definido dal *Fuero de los Españoles* del 1945 e dalla *Ley de Principios del Movimiento Nacional* del 1958, garantì il raccordo tra la base produttiva e i vertici dello Stato, rimanendo l'asse portante dell'ordinamento spagnolo fino alla fine della dittatura.

Pressione internazionale e liberalizzazione dell'economia
Lo stesso argomento in dettaglio: Plan de Estabilización de 1959.

L'esperimento corporativo e autarchico edificato dal franchismo nel dopoguerra con il Fuero del Trabajo e il Sindicato Verticale rivelò le sue insuperabili crepe già verso la metà degli anni Cinquanta. L'utopia di un'economia autosufficiente e impermeabile all'influenza esterna si scontrò con la realtà di una nazione stremata dalle devastazioni della Guerra Civile, priva di riserve di valuta pregiata, afflitta da una perenne carenza di materie prime energetiche e paralizzata dalle inefficienze della pianificazione statale. A questo dissesto interno si sommarono gli effetti dell'isolamento internazionale decretato dalle Nazioni Unite nel dopoguerra e la deliberata esclusione della Spagna dai fondi del Piano Marshall, ostacoli che condannarono il Paese a un lungo decennio di inflazione e carestia, mitigato soltanto dai cruciali aiuti alimentari e finanziari concessi dall'Argentina di Juan Domingo Perón.

La progressiva reintegrazione della Spagna sullo scacchiere geopolitico, favorita dalle esigenze della Guerra fredda e culminata nel 1953 con la firma degli accordi bilaterali per le basi militari statunitensi, non bastò a salvare il modello economico corporativo dal collasso. Nel 1958 l'azzeramento delle riserve valutarie della Banca di Spagna portò il Paese sull'orlo dell'imminente bancarotta, costringendo Francisco Franco a compiere un drastico ridimensionamento della fazione falangista e ad affidare la gestione dell'economia a una nuova classe di ministri tecnocrati vicini all'Opus Dei, tra i quali spiccarono Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres.

Sotto la spinta e le precise prescrizioni stabilite dal Fondo Monetario Internazionale e dall'OECE - le cui linee di credito furono subordinate alla fine del protezionismo statale -, il governo di Madrid approvò il Plan de Estabilización del luglio 1959. Il piano decretò l'abbandono definitivo dell'autarchia, svalutò la peseta e liberalizzò il commercio con l'estero, aprendo le porte agli investimenti privati e all'integrazione della Spagna nei mercati occidentali. Sebbene la Organización Sindical Española rimanesse formale come organo di controllo poliziesco sul lavoro, il sistema corporativo fu svuotato di ogni reale potere economico durante gli anni del boom e del "miracolo economico" spagnolo, mentre nelle fabbriche clandestinamente cresceva la pressione sindacale dal basso promossa dalle Comisiones Obreras. La parabola della democrazia organica giunse al suo definitivo epilogo con la morte di Franco nel 1975 e l'avvio della Transición Española, consacrata dalla legalizzazione dei sindacati liberi nel 1977 e dalla Costituzione democratica del 1978.

Il corporativismo liberale

Il corporativismo non ha rappresentato una prerogativa esclusiva dei regimi autoritari o delle ideologie di estrema destra. Accanto alle varianti stataliste e coercitive sorte tra le due guerre mondiali, la storiografia e la scienza politica individuano un filone riformista e pluralista, comunemente definito corporativismo liberale o neocorporativismo democratico.

Corporativismo negli Stati Uniti

Il New Deal
Lo stesso argomento in dettaglio: New Deal.
Fotografia di Franklin Delano Roosevelt

L'applicazione più imponente ed estesa del corporativismo liberale si realizzò negli Stati Uniti degli anni Trenta sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt attraverso il New Deal.

L'esplosione della Grande depressione a seguito del crollo della Borsa di Wall Street nell'ottobre 1929 segnò il punto di rottura del capitalismo classico fondato sul laissez-faire e sull'assenza di regole mercatali. Di fronte alla crollo della produzione e alla disoccupazione di massa, l'amministrazione Roosevelt, insediatasi nel marzo 1933, rigettò sia l'inerzia liberista sia le velleità autoritarie, promuovendo una politica di pianificazione statale volta a risollevare il potere d'acquisto popolare, sostenere i salari e disciplinare l'economia nell'interesse collettivo.

Il fulcro di questo sistema fu il National Industrial Recovery Act (NIRA), emanato nel giugno 1933, che dette vita alla National Recovery Administration (NRA). La NRA operò come un grande organismo di concertazione paritetica tra il governo federale, gli imprenditori e i sindacati. Attraverso l'elaborazione dei Codici di Corretta Concorrenza, l'ente stabilì minimi salariali obbligatori, limiti all'orario lavorativo e tetti alla produzione per evitare il *dumping* industriale e la speculazione sui prezzi. Allo stesso tempo, l'articolo 7(a) del NIRA sancì espressamente il diritto di organizzazione sindacale e di contrattazione collettiva per la classe lavoratrice. Tale assetto indusse diversi analisti ed economisti dell'epoca a definire la NRA una forma di corporativismo liberale, poiché lo Stato conferiva alle categorie produttive la facoltà di coordinare la produzione salvaguardando il quadro delle libertà democratiche.

Le differenze tra il corporativismo democratico americano e quello fascista europeo furono tuttavia profonde e sostanziali. Sebbene la propaganda del regime italiano tentasse di presentare il New Deal come una conferma della superiorità dello Stato corporativo, l'esperimento rooseveltiano mantenne intatta la sovranità del Parlamento, la pluralità dei sindacati e il diritto di sciopero, rifiutando ogni inquadramento poliziesco o coercitivo delle forze sociali. Quando poi nel maggio 1935 la Corte Suprema degli Stati Uniti annullò il NIRA ritenendolo incostituzionale per eccessivo accentramento di poteri nell'esecutivo, Roosevelt accettò la sentenza giudiziaria e riorientò la propria azione su riforme giuslavoriste e sociali autonome. Inoltre, a differenza del dirigismo italiano rivolto alla concentrazione oligopolistica e all'autarchia militare, il programma americano mirò alla redistribuzione della ricchezza e al reale innalzamento dei consumi popolari.

Invece di affidarsi alla concertazione corporativa corporato-statale, la nuova legislazione rooseveltiana si concentrò sulla tutela autonoma dei diritti sociali e sulla redistribuzione del reddito attraverso il mercato. Con l'approvazione del National Labor Relations Act (noto come Wagner Act) del luglio 1935, lo Stato garantì la piena indipendenza dei sindacati e il diritto di contrattazione collettiva senza inquadrarli in strutture statali, mentre il Social Security Act gettò le basi del sistema previdenziale americano. Durante la Seconda guerra mondiale vennero temporaneamente creati comitati di pianificazione della produzione bellica, ma nel dopoguerra gli Stati Uniti consolidarono definitivamente un modello di capitalismo di mercato regolato da politiche fiscali keynesiane, abbandonando ogni forma di rappresentanza corporativa a favore del pluralismo democratico e della libera contrattazione sociale.

Note

Annotazioni
  1. ↑ Dal discorso del 1º ottobre 1930
Fonti
  1. ↑ Dizionario di dottrina sociale della Chiesa, su dizionariodottrinasociale.it. URL consultato il 28 luglio 2026.
  2. ↑ Giovanni Cecini, "I gerarchi fascisti", 2022, pp. 86
  3. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 46
  4. 1 2 Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 182
  5. ↑ Emilio Gentile, "Fascismo - Storia e interpretazione", 2002, pp. 42
  6. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 171
  7. ↑ Emilio Gentile, "Storia del fascismo", 2022, pp. 15
  8. ↑ Giovanni Cecini, "I gerarchi fascisti", 2022, pp. 90
  9. ↑ Benito Mussolini, Giovanni Gentile, Luca Leonello Rimbotti, "La dottrina del fascismo e i documenti ufficiali", 2019, pp. 244
  10. 1 2 Giordano Bruno Guerri, "Benito", 2024, pp. 3
  11. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 134
  12. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 48
  13. ↑ Benito Mussolini, Giovanni Gentile, Luca Leonello Rimbotti, "La dottrina del fascismo e i documenti ufficiali", 2019, pp. 233
  14. ↑ Emilio Gentile, "Fascismo - Storia e interpretazione", 2002, pp. 73
  15. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 82
  16. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 63
  17. ↑ Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 309
  18. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 83
  19. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 105
  20. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 173
  21. ↑ Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 308
  22. ↑ Valentino Piccoli e Carlo Ravasio, 1934.
  23. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 184
  24. ↑ Emilio Gentile, "Storia del fascismo", 2022, pp. 19
  25. ↑ Emilio Gentile, "Storia del fascismo", 2022, pp. 26
  26. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista", 1990, pp. 133
  27. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019
  28. ↑ Enzo Pezzato, 1993.
  29. ↑ Marco Palla, 2019, p. 74.
  30. ↑ Corporazioni, su treccani.it. URL consultato il 28 luglio 2026.
  31. ↑ Mimmo Franzinelli, "Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945", 2020, pp. 283
  32. 1 2 Giordano Bruno Guerri, "Benito", 2024, pp. 16
  33. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 312
  34. ↑ Emilio Gentile, "Storia del fascismo", 2022, pp. 41
  35. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 307
  36. ↑ Mimmo Franzinelli, "Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945", 2020, pp. 285
  37. ↑ Benito Mussolini, Giovanni Gentile, Luca Leonello Rimbotti, "La dottrina del fascismo e i documenti ufficiali", 2019, pp. 193-205
  38. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 75
  39. ↑ Benito Mussolini, "Scritti e discorsi", 2022, pp. 217
  40. ↑ Mimmo Franzinelli, "Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945", 2020, pp. 286-290
  41. ↑ Aldo Grandi, "Almirante", 2014, pp. 6
  42. ↑ Davide Conti, "L' anima nera della Repubblica", 2018, pp. 132
  43. ↑ Saverio Ferrari, "Da Salò ad Arcore", 2006, pp. 24
  44. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 309
  45. ↑ Marco Tarchi, "Esuli in Patria", 2017, pp. 47
  46. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 307-310
  47. ↑ Davide Conti, "L' anima nera della Repubblica", 2018, pp. 134
  48. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 314-315
  49. ↑ Marco Tarchi, "Esuli in Patria", 2017, pp. 53-55
  50. ↑ Davide Conti, "L' anima nera della Repubblica", 2018, pp. 133-136
  51. ↑ Aldo Grandi, "Almirante", 2014, pp. 8
  52. ↑ Marco Tarchi, "Esuli in Patria", 2017, pp. 56
  53. ↑ Saverio Ferrari, "Da Salò ad Arcore", 2006, pp. 21-23
  54. ↑ Nicola Rao, "Trilogia della celtica", 2014, pp. 318
  55. ↑ Aldo Giannuli, Elia Rosati, "Storia di Ordine Nuovo", 2017, pp. 300
  56. ↑ Julius Evola, "Fascismo e Terzo Reich", 2013, pp. 71
  57. ↑ Davide Conti, "L'Italia di piazza Fontana", 2020, pp. 169
  58. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 27-30
  59. 1 2 Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 30-31
  60. ↑ Loris Zanatta, "Breve historia del peronismo clásico", 2012, pp. 15-20
  61. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 31-33
  62. ↑ Miguel Ángel Del Arco Blanco, "La dittatura franchista. Le origini politiche e ideologiche e il suo consolidamento (1936-1945)", 2018, pp. 185-218
  63. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 49-50
  64. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Benito", 2024, pp. 120-125
  65. ↑ Emilio Gentile, "Storia del fascismo", 2001, pp. 200-205
  66. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 52-56
  67. ↑ Julius Evola, "Fascismo e Terzo Reich", 2013, pp. 70-75
  68. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 27-28
  69. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 56-57
  70. ↑ Loris Zanatta, "Breve historia del peronismo clásico", 2012, pp. 25-30
  71. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 73-74
  72. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 82-83
  73. ↑ Julius Evola, "Fascismo e Terzo Reich", 2013, pp. 80-85
  74. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 62-67
  75. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 64-66, 84-85
  76. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2023, pp. 75-79
  77. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2024, pp. 50-51
  78. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 63-64
  79. ↑ Miguel Ángel Del Arco Blanco, "La dittatura franchista. Le origini politiche e ideologiche e il suo consolidamento (1936-1945)", 2018, pp. 194-196
  80. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 103-106
  81. ↑ Loris Zanatta, "Breve historia del peronismo clásico", 2012, pp. 21, 24
  82. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2024, pp. 44-45
  83. ↑ Tom Gallagher, "Salazar", 2020, pp. 151-153
  84. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 131-133
  85. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 137-139
  86. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2024, pp. 63-65
  87. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 139-141
  88. ↑ Roberto Lobosco, "Controstoria del franchismo", 2024, pp. 50, 65
  89. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 140-142
  90. ↑ Giles Tremlett, "El Generalísimo", 2025, pp. 137, 142
  91. ↑ Miguel Ángel Del Arco Blanco, "La dittatura franchista. Le origini politiche e ideologiche e il suo consolidamento (1936-1945)", 2018, pp. 193-195
  92. 1 2 Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 290-295
  93. 1 2 Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 192-195
  94. 1 2 Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 292-295
  95. 1 2 Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 192-195, 207-209
  96. ↑ Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 290-292
  97. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 189-191
  98. ↑ Sarah Phillips, "FDR, Hoover, and the New Rural Conservation, 1920–1932", 2009, pp. 107-111, 134-137
  99. 1 2 3 4 5 Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 294-295
  100. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 193-195, 208-209
  101. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 208-209
  102. 1 2 Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 194-195
  103. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 193-195
  104. ↑ Giordano Bruno Guerri, "Giuseppe Bottai", 2019, pp. 175-176
  105. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 195, 209
  106. ↑ A. Dan Tarlock, "Rediscovering the New Deal's Environmental Legacy", 2009, pp. 155-160
  107. ↑ Louis Franck, "Il corporativismo e l' economia dell' Italia fascista", 1990, pp. 192-195, 225-227
  108. ↑ Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 294-296
  109. ↑ Valerio Castronovo, "Storia economica d'Italia", 2021, pp. 296-300
  110. ↑ David B. Woolner e Henry L. Henderson, "FDR and the Environment", 2009, pp. 135-137

Bibliografia

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

Controllo di autoritàThesaurus BNCF 17141 · LCCN (EN) sh85032910 · GND (DE) 4032510-6 · BNE (ES) XX526645 (data) · BNF (FR) cb11934142n (data) · J9U (EN, HE) 987007565200105171