Il termine coscienza indica la capacità della mente di essere presente in uno stato di veglia (contrapposto a incoscienza) nel quale acquisire consapevolezza della realtà oggettiva e darle senso o significato, raggiungendo una "conosciuta unità" di tutto ciò che viene appreso e giudicato con l'intelletto.

Il termine deriva dal latino conscientia, a sua volta derivato di conscire, composto da cum e scire, cioè «sapere insieme» indicando un sapere a cui si aggiunge la consapevolezza che la persona ha di sé e dei propri contenuti mentali. In questo senso il termine "coscienza" viene genericamente assunto non come primo stadio di apprensione immediata di una realtà oggettiva, ma come sinonimo di "consapevolezza" nel suo riferimento "alla totalità delle esperienze vissute, ad un dato momento o per un certo periodo di tempo".
L'etimologia dimostra come i due termini di coscienza e consapevolezza abbiano una diversità di origine cronologica e come all'inizio non si sentisse la necessità di distinguere tra il significato di coscienza e di "essere consapevole".

A seconda dell'ambito nel quale viene osservata, la coscienza viene intesa nei seguenti modi:
L'equivalente biblico è il termine lev, cuore, centro dell’essere vivente, sede della sapienza da cui scaturisce l’ascolto.
Occorre ricordare che nella storia della cultura occidentale il termine "coscienza" ha assunto ulteriori significati indipendenti da quello di "consapevolezza".
τὰ φρονέοντ' ἀνὰ θυμὸν ἅ ῥ' οὐ τελέεσθαι ἔμελλον·
φῆ γὰρ ὅ γ' αἱρήσειν Πριάμου πόλιν ἤματι κείνῳ
Nella cultura omerica «la riflessione interiore è per l'uomo conversazione dell'io con il thumos (θυμός), o del θυμός con l'io».
Il Sogno maligno inviato da Zeus raggiunge Agamennone per convincerlo ad armare gli Achei, fatto questo, il Sogno maligno lo lascia lì a φρονέοντ' ἀνὰ θυμὸν ("a pensare nella sua mente"). Il θυμός (thūmós) è quindi la "mente", la "coscienza" dell'uomo che si interroga, ma anche lo spirito vitale e la sede delle emozioni.
La nozione di θυμός a volte risulta sovrapponibile a quella di ψυχή (psyché), in altri casi è ben evidente che ψυχή e θυμός sono due elementi differenti.
Il primo autore a considerare una nozione di "coscienza" come luogo di riflessione e interiorità fu il filosofo neoplatonico Plotino:
Già lo stoicismo aveva evidenziato il carattere di interiorità della coscienza che si manifesta come colloquio dell'anima con se stessa di fronte al "non senso" del mondo e delle sue realtà caduche, l'unica via che rimane al saggio è il ripiego su sé stessi che dà significato alla propria esistenza individuale.

Sant'Agostino riprende questa concezione stoica presentandola come occasione ideale per tutti gli uomini saggi e per i cristiani di cogliere la verità:
La strada del in te ipsum redi è quella che avvia alla verità assoluta rappresentata da Dio.
Per San Tommaso (in Summa Theologiae, I, q. 79, a. 13) «coscientia deriva da cum alio scientia [scienza unita ad altro]» nel senso che la coscienza è la consapevolezza di un sentimento di moralità per cui «... si dice che la coscienza attesta, impedisce, incita, come pure che accusa, rimorde e riprende. E tutto ciò proviene dall'applicazione di una nostra cognizione o scienza alle nostre azioni. Ora, questa applicazione avviene in tre modi. Primo, riconoscendo di aver fatto o di non aver fatto un'azione, secondo quel detto della Scrittura [Qo 7, 23]: «La tua coscienza [il tuo cuore] sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri». E in questo caso diciamo che la coscienza attesta. Secondo, giudicando con la nostra coscienza di dover fare o di non dover fare una data cosa: e in questo caso si dice che la coscienza incita o trattiene. Terzo, giudicando con la coscienza se una data azione è stata fatta bene o male: e allora si dice che essa scusa, oppure che accusa o rimorde».
Secondo Tommaso, la coscienza è una modifica reale dello stato in cui vive il soggetto conoscente: del corpo animato se si tratta di conoscenza sensibile; dell'anima, se si tratta di conoscenza intellettuale. La conoscenza, inoltre, inerisce all'oggetto conosciuto che è ad essa esterno e la trascende, è coscienza di qualcosa che è altro-da-sé, quindi non è come un accidente interno al soggetto. La conoscenza è il risultato di una species impressa (generalmente, ma non sempre), dell'intelletto agente e dell'intelletto possibile personali.
La coscienza può essere paragonata a un quadro che può essere visto come un oggetto fisico composto da una tela e dagli elementi chimici che determinano i colori, così come essere considerato quale rappresentazione di Tizio oppure di Caio. In modo analogo, anche la coscienza può essere vista come realtà psicologica del soggetto conoscente oppure con riferimento all'oggetto rappresentato.
Il primo autore a elaborare la nozione di "coscienza" nella sua moderna accezione fu Gottfried Wilhelm von Leibniz, il quale, agli inizi del XVIII secolo, distinse le petites perceptions subliminali dalle aperceptions attraverso le quali le prime si manifestano a livello cosciente:
Nel XX secolo di pari passo con lo sviluppo della fisica moderna e delle neuroscienze sono state proposte diverse teorie sulla formazione della coscienza, nessuna delle quali ancora provata sperimentalmente; una di queste è stata elaborata dal fisico teorico Roger Penrose ed implicherebbe fenomeni connessi alla meccanica quantistica e alla teoria della relatività.
Al 2022 non esiste prova che la coscienza possa essere l'effetto di un processo fisico e in particolare cerebrale o neuronale. Sono note solamente correlazioni fra stati neuronali e stati di coscienza.
Il 19 luglio 2024, all'Università di New York, è stata firmata una Dichiarazione sulla coscienza animale che segue a quella sottoscritta nel 2012 a Cambridge.
Il documento riconosce l'esperienza cosciente a mammiferi e uccelli, pesci, rettili, anfibi e alcuni invertebrati (come polpi, granchi e insetti), invitando a un trattamento etico basato su questa assunzione.
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