
Il crepuscolarismo è una corrente letteraria eterogenea sviluppatasi in Italia all'inizio del XX secolo a opera di alcuni poeti tra i quali possiamo citare Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti e Corrado Govoni, ma anche Aldo Palazzeschi, Tito Marrone, Nino Oxilia, Fausto Maria Martini, Antonia Pozzi e diversi altri meno noti.
Non fu un vero e proprio movimento, ma una comunanza di stile e di intenti collocati in un ambito post-dannunziano e post-carducciano, ma anche con una forte influenza del Poema paradisiaco del D'Annunzio stesso. Massimi ispiratori furono però Giovanni Pascoli (con le sue "piccole cose" e il "fanciullino" che diventano "le buone cose di pessimo gusto" di Gozzano e il "piccolo fanciullo che piange" di Corazzini) e i simbolisti del decadentismo franco-belga ed europeo (Maeterlinck Jammes, Verlaine), il tardo romanticismo italiano di Prati, Aleardi e la poesia prosastica dei veristi come Betteloni.
I giovani crepuscolari si rappresentano come intellettuali deboli e malati al pari della Scapigliatura (ma non sono, a differenza di questi, dei ribelli), desiderano voltare le spalle alla società e provano vergogna per il loro essere poeti, ripiegando su tematiche intime, e rifiutando estetismo (se non in senso ironico), superomismo e impegno civile. Dalla sfiducia del proprio ruolo nasce la "strategia di abbassamento" (del tono, dello stile, dei temi), il male di vivere, l'atteggiamento dimesso e rinunciatario, a volte auto-ironico, la malinconia, svolgendo anche preludio alle Avanguardie, alla nuova poesia intimista di Saba e Cardarelli, alla letteratura della crisi con la figura dell'inetto.
Il termine "crepuscolare" fu coniato, inizialmente in senso dispregiativo (come era avvenuto per "decadentismo") nel 1910 dal critico Giuseppe Antonio Borgese.
Il 1º settembre 1910 apparve sul quotidiano La Stampa una recensione del critico Giuseppe Antonio Borgese alle liriche di Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves, dal titolo Poesia crepuscolare, e così venne usato per la prima volta il termine per indicare una categoria letteraria. La metafora del crepuscolo voleva indicare una situazione di spegnimento, dove predominavano i toni tenui e smorzati, di quei poeti che non avevano emozioni particolari da cantare, se non la vaga malinconia, come scrive appunto il Borgese, "di non aver nulla da dire e da fare". Il termine "crepuscolare" cominciò così ad essere usato dalla critica per delineare quel gruppo di poeti che, pur non costituendo una vera scuola, si trovavano concordi nelle scelte tematiche e linguistiche e che, soprattutto, rifiutavano qualsiasi forma di poesia eroica o sublime. Tale metafora sta ad indicare la fine di un'ideale parabola della poesia italiana, che si spegne in un «mite e lunghissimo crepuscolo» dopo il mattino (Dante, Petrarca, Boccaccio), il mezzodì (Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso), il primo meriggio (Carlo Goldoni, Giuseppe Parini, Vittorio Alfieri) e il vespro (Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi).
Negli stessi anni in cui si assisteva allo spirito di rivolta fondato sul vitalismo e l'individualismo del decadentismo italiano, del "niccianesimo" e delle filosofie della vita, propenso a vedere nell'intellettuale e nello scrittore il protagonista della storia e il creatore delle forze dell'avvenire (il poeta vate e il poeta-veggente di Arthur Rimbaud), dai crepuscolari vengono fatte esperienze poetiche differenti che sostanzialmente svalutano la funzione del poeta, e che quindi vanno nella direzione opposta da quella proposta da Giosuè Carducci (classicismo e richiami alla storia) e dalla elaborazione superomistica di Gabriele D'Annunzio nelle sue opere maggiori. I crepuscolari, intimisti e sentimentalisti, si rifanno invece più a Giovanni Pascoli (la poetica delle "piccole cose" delle raccolte Myricae e Canti di Castelvecchio), agli stessi D'Annunzio e Carducci ma solo per il Poema paradisiaco e le pagine più intime, e risentono dell'influsso di Paul Verlaine, di Mallarmé e specialmente di alcuni poeti decadenti fiamminghi e francesi, come Maurice Maeterlinck, Francis Jammes, Sully Prudhomme, Georges Rodenbach e Jules Laforgue; altre influenze sono gli ultimi vittoriani (Dowson, Symons, Johnson, Wilde), il tardo romanticismo italiano (Prati, Aleardi, Fogazzaro), Arturo Graf e la poesia prosastica dei veristi Betteloni e Guerrini, e qualche influsso degli scapigliati (Praga e Guerrini stesso).
Essi hanno ormai preso coscienza del logoramento di quella tradizione classica alla quale molti altri rimanevano fedeli; furono il ponte di tramite, alternativo alle Avanguardie (futurismo, a cui alcuni di loro come Govoni e Palazzeschi aderiranno per un periodo, ermetismo, la "rivoluzione" stilistica di Dino Campana, ecc.), tra il decadentismo e la nuova poesia intimista di autori come Umberto Saba e Vincenzo Cardarelli.
Diversi crepuscolari moriranno giovani, segnati dalla malattia (Gozzano, Corazzini, Martini, Chiaves, Vallini) o per altri motivi (Pozzi, suicida, Oxilia caduto in guerra). Palazzeschi seguirà altre strade, Govoni tornerà alla poesia intimista dopo la parentesi futurista e sarà attivo fino alla vecchiaia, così come Moretti.
Gli aspetti, privi di ogni ornamento e liberi dal peso della tradizione, sono accomunati dal bisogno di compianto e di confessione, dal rimpianto per i valori tradizionali persi e da una perenne insoddisfazione che non si sfoga in ribellione ma cerca solamente tranquilli angoli del mondo e luoghi conosciuti dell'anima in cui rifugiarsi.
Inoltre, i crepuscolari declinano apertamente la poetica celebrativa di Carducci e l'esasperato estetismo e superomismo di D'Annunzio, pur da questi segnati e loro logorati eredi. Lo stile dannunziano viene talvolta imitato ma spesso parodiato

Uno tra i primi poeti crepuscolari, Corrado Govoni, in una lettera del 1904 inviata all'amico Gian Pietro Lucini, offre un esempio dei temi di questa poesia:
Mentre Sergio Corazzini parla della propria non identificazione col ruolo di poeta, anticipando in maniera differente la dichiarazione di Montale (Non chiederci la parola):
Mentre per Gozzano sono "la Patria? Dio? l'Umanità? Parole / che i retori t'han fatto nauseose!…", ma la natura è "la sola verità buona a sapersi".
A questi contenuti corrisponde una coerente scelta linguistica. I crepuscolari tendono a ridurre la poesia a prosa e cercano un verso che, pur mantenendo il ritmo poetico, rompa con la metrica tradizionale e rimanga nell'ambito della prosa. Questo desiderio di un linguaggio prosastico e privo di ogni forma aulica e classicistica conduce alla piena affermazione del verso libero, o in rime semplici.




Tra il 1899 e il 1904 nascono i primi testi crepuscolari ad opera di un gruppo romano raccolto intorno a Tito Marrone, a Corrado Govoni e a Sergio Corazzini, con Nino Oxilia, mentre, contemporaneamente, comincia a produrre un gruppo torinese che ha come maggiore esponente Guido Gozzano. Oltre a questi gruppi operano altri autori, come Fausto Maria Martini, Marino Moretti, Carlo Chiaves, Antonia Pozzi, Carlo Vallini e per un certo periodo Aldo Palazzeschi.
Elenco cronologico delle opere principali dei poeti crepuscolari ricostruito da Giuseppe Farinelli in Perché tu mi dici poeta?, Storia e poesia del movimento crepuscolare, Carocci, Roma 2005, pag. 33:
A questo elenco occorre aggiungere Carnascialate. Poemi provinciali. Favole e fiabe, una raccolta inedita di Tito Marrone, raccolta che coaduna composizioni in parte pubblicate su riviste tra il 1903 e il 1908.
Dopo la stroncatura di Borgese, anche il filosofo Benedetto Croce, già critico di Pascoli, D'Annunzio e Fogazzaro, giudicò con sufficienza il crepuscolarismo, considerandolo privo di grande slancio lirico o viziato da un patetismo provinciale e dimesso, come già detto alcuni anni prima.
Fu Eugenio Montale, distante come poetica, vicina all'ermetismo, ma ammiratore del Gozzano, che cominciò a rivalutare il movimento, riassumendo la propria posizione in Gozzano, trent'anni dopo, pubblicato nel 1951 per il trentacinquesimo anniversario della morte del poeta piemontese, di cui riprenderà la lezione poetica nelle raccolte liriche della maturità come Satura (in particolare le sezioni Xenia), contenente poesie composte tra gli anni '60 e il 1971.
Tra i maggiori studiosi e interpreti del Crepuscolarismo si segnala il giornalista e critico letterario Nino Tripodi, che ha curato l'antologia I crepuscolari (Edizioni del Borghese, Milano 1966), in cui sono contenuti, tra gli altri, testi mai più ristampati dalla editio princeps, e altri inediti, facendo entrare le poesie della corrente nelle antologie popolari, e tenendo l'anno prima la conferenza dal titolo Con Gozzano e altri poeti nel salotto di Nonna Speranza, pubblicata sul Secolo d'Italia. La prima parte del saggio è sui crepuscolari veri e propri. Tripodi non include Antonia Pozzi e dedica la seconda parte del testo a poeti successivi di ascendenza crepuscolare a suo dire, tra cui Elio Pagliarani, Lionello Fiumi, Eugenio Montale, Umberto Saba, Ardengo Soffici, Camillo Sbarbaro e Vittorio Sereni.
Più recentemente, a cura di Francesco Grisi, è stato pubblicato il volume I crepuscolari (Newton Compton, 1995), un'antologia che ripercorre la poesia crepuscolare da Gozzano a Corazzini, passando per Palazzeschi, Govoni, Marrone, Oxilia, fino ai nomi meno celebri.
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