Il termine cultura designa un «patrimonio intellettuale e materiale», sistema o insieme di conoscenze, credenze, sogni, mentalità, parole, linguaggi, scritture, segni, simboli, azioni, pratiche, artefatti, mezzi materiali, istituzioni ecc. relativamente durevole e associabile ad un singolo individuo, ad un gruppo sociale, ad una intera popolazione o ad uno Stato.
Il sintagma deriva dal verbo latino colere, che significa "coltivare".
L'utilizzo di tale termine venne esteso a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei", da cui il termine "culto", e a indicare un insieme di conoscenze.

Anche se non c'è univocità degli autori sulla definizione generale di cultura - anche nella traduzione in altre lingue e a seconda dei periodi storici - il concetto moderno si può intendere come quell'insieme di conoscenze e di pratiche acquisite che vengono trasmesse di generazione in generazione.
Tuttavia, il termine cultura nella lingua italiana denota più significati di diversa interpretazione:

Esistono diversi significati del concetto di cultura:
Negli anni, la definizione antropologica di cultura è molto cambiata: ad esempio, l'antropologo svedese Ulf Hannerz la definisce «una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori».
La definizione dell'UNESCO considera la cultura come «caratteristiche spirituali, materiali, intellettuali ed emotive distintive di una società o di un gruppo sociale, e che comprende, oltre all'arte e alla letteratura, stili di vita, modi di convivere, sistemi di valori, tradizioni e credenze».
L'uso popolare della parola cultura in molte società occidentali può riflettere semplicemente il carattere stratificato di queste società: molti usano questa parola per designare i beni di consumo, e attività come ad esempio la cucina, l'arte o la musica. Altri usano il termine di "cultura alta" per distinguere quest'ultima da una presunta "cultura bassa", intendendo con quest'ultima l'insieme dei beni di consumo che non appartengono all'élite.
La cultura in senso antropologico consiste in:
Le caratteristiche che definiscono la cultura nella concezione descrittiva dell'antropologia sono principalmente tre:
Affinché un'azione o un tratto possano essere definiti "culturali" occorre quindi che siano condivisi da un gruppo. Ciò però non significa che un fenomeno "culturale" debba essere obbligatoriamente condiviso dalla totalità della popolazione: è necessario lasciare spazio alla normale variabilità individuale.
Anche per quanto riguarda le variazioni di comportamento tra individuo e individuo all'interno di una società, però, è possibile individuarne dei limiti circoscritti proprio dalle norme sociali che regolano quel determinato gruppo.
Frequentemente gli individui appartenenti a una determinata cultura non percepiscono la loro condotta regolata da tali norme che impongono quale comportamento sia consentito e quale no.
In antropologia l'insieme di queste norme sociali vengono definite modelli culturali generalmente riconosciute anche come "ideali".
La cultura è:
Secondo l'antropologo statunitense Geertz in tutte le culture esiste un “modello di” (es. pulizia, decoro, leggi), attraverso cui si pensa e rappresenta qualcosa. I modelli di generano “modelli per”, ossia concetti guida per l'agire degli individui che si possono classificare nelle seguenti tipologie:
La cultura presenta al proprio interno dei dislivelli. Gramsci, schematizzando, parlò di cultura egemonica (che ha il potere di definire i suoi confini) e cultura subalterna che, non avendo tale potere, non ha possibilità di definirsi. Ad esempio, la divisione tra Hutu e Tutsi è nata in seguito alla colonizzazione belga.
Nella società moderna, pur essendo presenti differenze culturali su base linguistica ed etnica, esse sono tollerate perché viene favorita l'integrazione culturale tramite l'istruzione obbligatoria e le classi sociali non hanno confini rigidi: il sociologo Bauman parla di «modernità liquida»:
Oggi gli antropologi non considerano la cultura il semplice risultato dell'evoluzione biologica, ma suo elemento intrinseco, il meccanismo principale dell'adattamento dell'uomo al mondo esterno.
Secondo queste opinioni, la cultura si presenta come un sistema di simboli con capacità di adattamento, che può cambiare da un posto all'altro, permettendo agli antropologi di studiarne le differenze, che si esprimono in varietà concrete di miti e rituali, in strumenti, in varietà abitative e in principi di organizzazione dei villaggi. In questo modo, gli antropologi evidenziano una differenza tra “cultura materiale” e “cultura simbolica”, non solo perché questi concetti rispecchiano sfere diverse dell'attività umana, ma anche perché comprendono dati base diversi, che in fase di analisi richiedono approcci diversi. Secondo quest'idea di cultura, che prevaleva nell'intervallo tra le due guerre, ogni cultura ha i suoi confini e deve essere considerata come un unico insieme che usa dei punti di vista propri.
Come risultato emerge il concetto di “relativismo culturale”, idea secondo la quale una persona può accettare i costumi altrui, attraverso i concetti dell'altrui cultura e i suoi elementi (usi, ecc.), e la conoscenza dei sistemi dei simboli, di cui sono parte. Di conseguenza, il concetto che la cultura contiene dei codici di simboli e dei mezzi per trasmetterli da una persona all'altra, significa che la cultura, anche se entro certi limiti, cambia costantemente.
Il fatto che la cultura cambi può essere la conseguenza della formazione di nuove cose, così come avviene al momento del contatto con un'altra cultura. Su scala mondiale, il contatto tra le culture porta all'assimilazione (attraverso lo studio) di vari elementi, cioè la compenetrazione delle culture. In condizioni di antitesi o disuguaglianza politica, le persone di una cultura possono certamente cogliere i valori culturali di un'altra collettività o imporre i propri valori (“acculturazione”).
L'antropologo polacco funzionalista Bronisław Malinowski sosteneva che la cultura comprendesse «gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente». L'obiettivo dell'antropologia funzionalista di Malinowski era quello di profilare chiaramente la «costituzione sociale», individuare «le leggi e le regolarità di tutti i fenomeni culturali», comprendere la cultura studiata attraverso un'analisi olistica che tenesse unite tutte le parti, individuare «tutte le regole e le regolarità [...] tutto ciò che è permanente e fisso», comprendere le risposte culturali ai bisogni di base e soprattutto di comprendere «il punto di vista dell'indigeno, il suo rapporto con la vita, di rendersi conto della sua visione del suo mondo».
L'antropologo sociale inglese Radcliffe-Brown soteneva che la cultura fosse «un'astrazione vaga» e pensieri non osservabili, di conseguenza non era possibile studiarla scientificamente. Per questa ragione egli riteneva che l'antropologia sociale dovesse studiare la struttura sociale, intesa quale «[complessa] rete di relazioni realmente esistenti». Inoltre, egli distingueva la struttura sociale dalla forma strutturale, sostenendo che la prima è dinamica poiché costituita dalle persone, che cambiano in continuazione (nati e morti, immigrati ed emigrati), mentre la seconda, ossia le istituzioni, le regole, i principi che regolano i rapporti tra i ruoli sociali, «può rimanere relativamente costante per un periodo di tempo più o meno lungo», quindi non escludeva la possibilità che potesse cambiare.
L'antropologo culturale americano Clifford Geertz ha definito le culture «reti di significato». Egli sostiene che per interpretarle vada utilizzato il metodo della descrizione densa (thick description), affinché emerga il significato delle dinamiche sociali quotidiane e si possa comprendere il funzionamento culturale di esse. Di grande importanza è anche l'apprendimento dei codici della cultura studiata.
L'antropologo strutturalista francese Claude Lévi-Strauss ha sostenuto l'esistenza di strutture universali della mente umana, che fanno sì che quest'ultima «operi e sia organizzata in modo simile ovunque», quindi «[t]utti gli esseri umani possiedono una struttura mentale che li porta a pensare in determinati modi e che è alla base di ogni comportamento culturale». Questo significa che se all'apparenza una dinamica culturale di una realtà sociale risulta diversa da quella di un'altra realtà sociale, in realtà entrambe condividono la stessa struttura organizzatrice fondamentale di partenza. Un esempio sono le opposizioni binarie, ad es. sacro e profano, uomo e donna, sè e gli altri, noi e loro, natura e cultura, yin e yang, perché tutte le culture hanno in comune la struttura che le porta poi ad elaborare le proprie particolari opposizioni.
L'antropologo statunitense Franz Boas ha sostenuto, criticando l'antropologia evoluzionista (il cui assunto generalizzato era che le culture si sviluppassero attraverso determinati stadi), che ogni cultura fosse il risultato di una «storia particolare», nel senso che i «fenomeni culturali all'apparenza simili [...] possono essere il prodotto di cause storiche molte diverse». Era necessario, quindi, studiare «una specifica area culturale e ricostruire, al suo interno, i processi storici che hanno portato alla formazione di un fenomeno culturale e, al suo esterno, il processo di diffusione e di scambio con le culture vicine o con culture la cui relazione storica può essere provata». Da qui deriva il particolarismo storico, secondo cui ogni cultura è specifica e di conseguenza non ha senso cercare leggi generali come facevano gli evoluzionisti.
L'antropologa statunitense Ruth Benedict, la quale rientra nella corrente antropologica chiamata Cultura e Personalità o Antropologia psicologica, nel saggio Patterns of Culture ha concettualizzato i "pattern culturali", ovverosia possibilità comportamentali selezionate e considerate «accettabili e normative». Nel senso che i «comportamenti selezionati sono quelli conformi alla configurazione culturale». Ogni contesto culturale, secondo l'autrice, sarebbe caratterizzato da un proprio modello psicologico e comportamentale. Ella infatti riteneva che la cultura, «come un individuo, è un pattern di pensiero e di azione più o meno coerente».
L'antropologo norvegese Fredrik Barth, nel saggio Ethnic groups and boundaries. The social organization of culture difference, ha criticato l'idea dei precedenti antropologi secondo i quali «l'isolamento geografico e sociale siano stati i fattori determinanti per il mantenimento della diversità culturale» e che «ogni gruppo sviluppi la propria forma culturale e sociale in relativo isolamento», mostrando che, al contrario, la diversità culturale è dovuta al «mantenimento dei confini etnici» che ciò «implica anche situazioni di contatto sociale tra persone di culture diverse». Barth spiega che i gruppi sociali strutturano l'interazione attraverso «un insieme di prescrizioni che regolano le situazioni di contatto e consentono l'articolazione in alcuni settori o ambiti di attività, e un insieme di divieti sulle situazioni sociali che impediscono l'interazione interetnica in altri settori, isolando così parti delle culture dal confronto e dalla modifica».
L'antropologa inglese Mary Douglas, nel saggio Purity and Danger: An Analysis of Concept of Pollution and Taboo, sostiene che la cultura «nel senso delle valutazioni pubbliche standardizzate di una comunità – media le esperienze degli individui. Essa fornisce anticipatamente alcune categorie fondamentali, un modello positivo in cui le idee e le valutazioni sono perfettamente ordinate. E soprattutto essa possiede l’autorità [...] il suo carattere pubblico rende più rigide le categorie». Essa stabilisce dei divieti e dei tabù, ossia dei confini, che hanno la funzione di separare l'ordine dal disordine. Douglas definisce lo sporco «materia fuori posto», che si trova fuori dall'ordine in quanto materia disordinata, impura, sbagliata, maligna. Ciò che è considerato e giudicato sporco si trova pertanto all'esterno dell'ordine, poiché lo destabilizzerebbe e quindi è in netto contrasto con esso. Da questo deriva un comportamento che reagisce negativamente a «ogni oggetto o idea che può confondere o contraddire» le categorie e le classificazioni socio-morali ordinate a cui le persone sono legate.
L'antropologa culturale e sociale inglese Janet Carsten, nel saggio Cultures of Relatedness, ha introdotto il concetto di "culture of relatedness". Attraverso questo concetto Carsten mostra «cosa significa 'essere relazionate' per determinate persone che vivono in specifiche località», indagando, in questo modo, «[l']esperienza vissuta della relazione nei contesti locali».
Influenzata dagli studi dell'antropologia culturale, la sociologia si dedica con particolare attenzione allo studio della cultura. In senso antropologico, la cultura è tutto ciò che possiede un determinato significato (simboli, linguaggio), e il termine è riferito a un gruppo specifico: la cultura ha quindi dei confini riconoscibili. A partire dagli anni '60/'70 del Novecento, il concetto di cultura ha iniziato ad avere un ruolo centrale e non più marginale. La struttura produttiva e occupazionale (società dei servizi) cambia e si sviluppano i vari settori.
La cultura dunque porta cambiamento, che a sua volta valorizza il marketing, la qualità del prodotto, le strategie economiche: tutti elementi che necessitano la conoscenza. Ogni cultura è relativa alla società o al gruppo a cui appartiene. Essa può essere per esempio la vita familiare, la religione, gli abbigliamenti, le consuetudini ecc, ed è limitata ad un determinato arco di tempo e luogo. Uno dei più grossi errori della storia è stato quello di gerarchizzare la cultura, un vero e proprio atto di etnocentrismo che ha comportato la credenza e il sostenimento di culture “superiori” ad altre, generando il blocco culturale delle nazioni e quindi conflitti internazionali. Oggi invece siamo nel pieno della globalizzazione: si può dunque parlare di una sorta di sincretismo, ossia la fusione/conciliazione di più credenze.
La cultura si può distinguere in base agli aspetti materiali e quelli immateriali:
Tuttavia esiste una correlazione (o meglio Interdipendenza) tra i due tipi di cultura, ovvero non può esistere la cultura materiale senza quella immateriale: la materiale è portatrice dell'immateriale, ed è responsabile dei cambiamenti e dei modi di vita. Secondo Weber, in Cina erano molto più avanzati dell'Occidente, ma la presenza dell'etica confuciana e il tipo di società bloccavano la rivoluzione capitalista. In occidente, invece, la rivoluzione protestante sbloccò il capitalismo e svegliò il suo sviluppo economico. La cultura immateriale è sempre più lenta: le mentalità rimangono immutate per secoli.
Sono i valori, le norme e i simboli:
Sono stati teorizzati diversi tipi di cultura:
Si possono distinguere diversi livelli di cultura:
Émile Durkheim, ponendosi il problema del perché la società mantenga un livello minimo di coesione, ritiene che ogni società si stabilisca e permanga solo se si costituisce come comunità simbolica. Nel suo studio, e in quello dei suoi allievi, hanno una grande importanza le rappresentazioni collettive, cioè «il modo in cui il gruppo pensa a se stesso nei suoi rapporti con gli oggetti che lo influenzano»; gli insiemi di norme e credenze condivise da un gruppo sociale, sentite dagli individui come obbligatorie. Esse sono considerate da Durkheim vere e proprie istituzioni sociali che costituiscono il cemento della società, consentendo la comunicazione tra i suoi membri e mutando con il cambiamento sociale.
Gli autori legati alla scuola di Chicago sono interessati alla vita culturale nelle città statunitensi e studiano i nuovi processi di integrazione, di comunicazione e mobilità sociale delle realtà urbane. Il sociologo William Thomas studia gli immigrati nelle società statunitensi e ritiene che le differenze di integrazione siano legate alla cultura e che la cultura abbia un carattere interattivo e processuale.
Dopo anni di scarso interesse da parte dei sociologi, Talcott Parsons riprende il tema della cultura e la considera come uno dei sottosistemi del suo sistema generale dell'azione (lo schema AGIL).
Parsons afferma che la cultura è costituita da sistemi strutturali o ordinati di simboli (che sono gli oggetti dell'orientamento all'azione), da componenti interiorizzate della personalità degli individui e da modelli istituzionalizzati dei sistemi sociali.
Parsons distingue quattro dimensioni idealtipiche principali della cultura:
Oltre a queste dimensioni analitiche, si distinguono quattro componenti della cultura: valori, norme, concetti e simboli.
Il sociologo statunitense William Fielding Ogburn parte dal presupposto che la cultura plasmi le società e il comportamento delle persone, ma «le varie componenti della cultura moderna non cambiano alla stessa velocità, [perché] alcune cambiano molto più rapidamente di altre». L'analisi di Ogburn mette in luce il fatto che, riguardo alla cultura materiale, le invenzioni «sono responsabili della maggior parte del cambiamento sociale e che le componenti immateriali di una cultura sono quelle che rimangono indietro». Da qui ha origine la teoria del ritardo culturale (theory of cultural lag), secondo la quale la cultura materiale, soprattutto tecnologica, si sviluppa più velocemente rispetto alla cultura immateriale, che di conseguenza non fa in tempo a regolarla e controllarla tramite regole, norme, valori, procedure, istituzioni, istruzione, modi di fare e di pensare.
Con l'avvento della globalizzazione lo studio della cultura si complica e semplifica allo stesso tempo. Se nella modernità i territori erano concepiti come contenitori di culture, nell'epoca contemporanea la cultura viene studiata in una prospettiva relazionale e reticolare. L'antropologo svedese Ulf Hannerz afferma infatti che «in quanto sistemi collettivi di significato le culture appartengono innanzitutto alle relazioni sociali e ai network di queste relazioni. Appartengono ai luoghi solo indirettamente e senza una necessità logica».
Il sociologo Pierre Bourdieu ha introdotto nelle analisi sociologiche delle influenze culturali i concetti di habitus che sottintende l'insieme di atteggiamenti e comportamenti acquisiti per lo più inconsci, che influenzano le pratiche e le percezioni dei membri di una classe sociale, ed il concetto di capitale culturale ovvero il capitale di studi, oggetti culturali, modelli di espressione sviluppati nel corso della socializzazione di classe.
La sociologa statunitense Ann Swidler, nell'articolo Culture in Action: Symbols and Strategies, ha concepito la cultura come «cassetta degli attrezzi» («tool kit») contenente habitus, abilità, credenze, pratiche, linguaggi, «simboli, storie, rituali, visioni del mondo, che le persone possono utilizzare in varie configurazioni per risolvere diversi tipi di problemi». Questo significa che le persone, a seconda del momento storico-sociale che stanno vivendo o a seconda del contesto in cui si trovano, modificano il modo in cui organizzano e affrontano la vita cambiando gli "strumenti" attraverso la cultura.
Il sociologo statunitense Omar Lizardo, nell'articolo Improving Cultural Analysis: Considering Personal Culture in its Declarative and Nondeclarative Modes, distingue la cultura pubblica da quella personale. La cultura pubblica è quella «esteriorizzata sotto forma di simboli, discorsi e istituzioni pubbliche». La cultura personale è qulla individuale, che si divide in sapere dichiarato, ossia valori, attitudini, orientamenti, visioni del mondo e ideologia, e in sapere non dichiarato, ossia abilità, disposizioni, schemi mentali, associazioni.
Sotto la prospettiva socio-culturale i ricercatori Hazel Markus e Shinobu Kitayama nel 1991 hanno proposto la distinzione tra culture indipendenti, che enfatizzano l'autonomia individuale diffuse nei paesi occidentali, e culture interdipendenti, che enfatizzano le relazioni con le persone e l'armonia sociale.
Anche l'evoluzione della specie incide sull'evoluzione culturale in quanto gli stessi cambiamenti demografici condizionano le culture e viceversa.
Nell'opera L'ingegneria della cultura. Controllo, appartenenza e impegno in un'impresa ad alta tecnologia il sociologo israeliano Gideon Kunda analizza la cultura organizzativa come strumento di controllo culturale utilizzato per costruire la personalità, i valori e la volontà dei dipendenti dell'organizzazione, affinché la loro identità coincida con quella organizzativa. Per tale fine, i leader elaborano e trasmettono una ideologia, definita quale «sistema autoritario di significati», in modo tale che i dipendenti acquisiscano inconsapevolmente la personalità organizzativa, diventando così un tutt'uno con l'organizzazione.
Negli studi di psicologia delle organizzazioni emerge che nel momento in cui si verifica un cambiamento organizzativo, a cambiare di solito sono i membri (quantità e competenze), i compiti lavorativi che i membri svolgono, gli obiettivi da portare a termine, la struttura organizzativa, mentre la cultura, poiché diffusa capillarmente all'interno del contesto organizzativo, risulta essere un fattore in grado di resistere maggiormente al cambiamento.
Lo psicologo sociale Edgar Schein, nel saggio Cultura d'azienda e leadership, in cui si è occupato delle organizzazioni, ha articolato il concetto di "cultura organizzativa", che definisce «[...] un insieme di assunti di base condivisi, appresi dal gruppo nel corso della risoluzione dei propri problemi di adattamento esterno e integrazione interna; tali assunti si sono dimostrati sufficientemente validi da essere considerati corretti e, di conseguenza, da essere trasmessi ai nuovi membri come il modo giusto di percepire, pensare e provare sentimenti in relazione a tali problemi» e la suddivide in tre livelli, che variano in base al «grado in cui il fenomeno culturale è visibile all'osservatore»:
Il sociologo e storico William H. Sewell Jr., nell'articolo Historical events as transformations of structures: Inventing revolution at the Bastille, ha definito l'evento storico come una «(1) sequenza ramificata di eventi che (2) è riconosciuta come notevole dai contemporanei e che (3) si traduce in una trasformazione duratura delle strutture», che «cambia il corso della storia». Egli spiega che essi si verificano quando le strutture culturali e sociali vanno in crisi. Infatti, Sewell sostiene «che gli eventi debbano essere concepiti come sequenze di accadimenti che determinano trasformazioni di strutture. Tali sequenze iniziano con una rottura di qualche tipo, ovvero una sorprendente interruzione della pratica di routine» e inoltre «[u]n evento diventa storico [...] solo quando innesca una catena di avvenimenti che trasformano in modo duraturo le strutture e le pratiche precedenti».
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