
Deplatforming (dall'inglese "togliere [uno o più utenti] da una piattaforma di espressione"), chiamato anche no-platforming (dall'inglese "boicottaggio di uno o più oratori con idee estremiste"), indica una strategia volta all'esclusione permanente o temporanea di singole persone o gruppi da piattaforme principalmente digitali (come reti sociali, fornitori di servizi online o internet service provider).
Ciò avviene di norma a causa di ripetute violazioni di regole stabilite, ma può verificarsi anche senza fornire motivazioni, oppure a seguito di pressioni pubbliche o da parte degli inserzionisti pubblicitari. Nello specifico, l'esclusione comporta l'eliminazione o il blocco di account, profili o canali, ossia di tutte o del maggior numero possibile di piattaforme necessarie alla persona o al gruppo «per rimanere famosi e, di conseguenza, rilevanti».
In letteratura, i due termini possono sovrapporsi, ma hanno anche contesti d'uso differenti: no-platforming è legato storicamente al rifiuto di concedere una piattaforma a determinati oratori, mentre deplatforming viene usato frequentemente per la rimozione di utenti da servizi digitali.
Le origini di alcune pratiche oggi ricondotte al concetto di deplatforming possono essere rintracciate negli Stati Uniti negli anni Trenta.
Tali divieti furono attuati attraverso politiche adottate dalle stesse università. L'Università della California aveva una politica nota come Speaker Ban ("divieto di conferenza"), codificata nei regolamenti universitari sotto la presidenza di Robert Gordon Sproul, che prendeva di mira soprattutto, ma non esclusivamente, i comunisti. Una delle norme stabiliva che «l'Università si riservava il diritto di impedire che il proprio prestigio fosse sfruttato da persone non qualificate o da coloro che avrebbero utilizzato l'ateneo come piattaforma per la propaganda». Nel 1951, questa norma fu utilizzata per impedire a Max Shachtman, un socialista, di parlare all'Università della California a Berkeley. Nel 1947, l'ex vicepresidente degli Stati Uniti Henry A. Wallace fu bandito dall'UCLA a causa delle sue posizioni sulla politica statunitense della guerra fredda. Nel 1961, anche a Malcolm X fu impedito di parlare a Berkeley in qualità di esponente religioso.
In questo contesto, la National Union of Students (NUS) adottò ufficialmente, nell'aprile 1974, una politica di No Platform, volta a impedire alle organizzazioni apertamente fasciste e razziste, in particolare al National Front, di utilizzare gli spazi universitari per organizzarsi e diffondere le proprie idee. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, il No Platform fu oggetto di dibattito e, in alcuni ambienti studenteschi, venne esteso anche ad altre categorie di soggetti, suscitando controversie sui suoi limiti e sulle sue possibili applicazioni.
In senso ampio, forme di deplatforming e no-platforming venivano attuate anche da regimi comunisti, nazisti e fascisti. Ad esempio, un'università poteva impedire a un oppositore di tenere una conferenza (quindi gli veniva negato l'accesso a una piattaforma pubblica) oppure allontanare un docente perché rifiutava il giuramento di fedeltà (quindi venova rimosso dalla propria piattaforma di insegnamento).
I primi casi riconducibili al deplatforming online risalgono agli anni Novanta (nel web statico). In questa fase, le esclusioni avvenivano soprattutto attraverso la sospensione degli account, la chiusura di servizi e la limitazione dell'accesso a forum e gruppi di discussione. Uno dei primi casi di deplatforming fu quello del sito web The Nuremberg Files, che pubblicava informazioni su medici e altri soggetti coinvolti nell'attività abortiva negli Stati Uniti. Fu rimosso dal provider MindSpring il 5 febbraio 1999, in seguito a una controversia giudiziaria. Dopo essere ricomparso presso un altro provider, venne nuovamente oscurato a seguito delle pressioni esercitate sul fornitore di connettività di quest'ultimo.
Uno dei primi esempi riconducibili al deplatforming nelle reti sociali riguarda Friendster, lanciato nel 2002. Nei primi anni di attività, la piattaforma eliminò i cosiddetti Fakesters, profili fittizi creati dagli utenti per rappresentare personaggi immaginari, celebrità o entità collettive.
Con l'affermazione di piattaforme come Facebook e MySpace, la gestione dei contenuti iniziò a essere disciplinata attraverso condizioni d'uso e regole di comportamento. Facebook nel 2005 iniziò a vietare contenuti considerati dannosi, minacciosi, molesti o razzisti.
Un'altra linea di sviluppo riguarda gli interventi delle autorità pubbliche sull'accesso alle piattaforme. Nel novembre 2007, la Siria limitò l'accesso a Facebook, in un contesto di controllo delle critiche rivolte al governo. Nel 2008, il Pakistan bloccò temporaneamente YouTube per la presenza di contenuti ritenuti blasfemi. Nel maggio 2009, l'Iran impose restrizioni ai social network durante la campagna elettorale, nel tentativo di limitare l'utilizzo di questi strumenti da parte dell'opposizione politica.
Un passaggio significativo si verificò nel giugno 2015, quando Reddit censurò diverse comunità dedicate alla derisione delle persone sulla base del peso corporeo e alla diffusione di contenuti razzisti e violenti. La decisione rappresentò un esempio di esclusione non limitata a singoli utenti, ma estesa a intere comunità organizzate attorno a specifici spazi della piattaforma. Uno studio del ricercatore Eshwar Chandrasekharan e colleghi, pubblicato nel 2017, ha analizzato gli effetti di queste rimozioni sulle comunità coinvolte e sul comportamento degli utenti. Il caso viene inoltre indicato nella letteratura successiva come uno dei primi importanti episodi di deplatforming dei social media in senso contemporaneo.
L'obiettivo del deplatforming è privare la persona o il gruppo colpito della portata pubblica ed escluderlo dal proprio pubblico e dalle proprie fonti di finanziamento. Il portale Netzpolitik.org scrisse nel 2020:
Il ban è una misura specifica; il deplatforming è un processo più ampio che può utilizzare diversi strumenti, compresi i ban.
I due termini, tuttavia, non sono sempre contrapposti: un singolo ban può essere descritto come una forma di deplatforming, soprattutto quando impedisce a qualcuno di utilizzare un canale importante per comunicare.
L'efficacia della strategia del deplatforming è controversa.
Alcuni critici sostengono che non sia del tutto efficace. Infatti, sebbene porti a una riduzione della visibilità e talvolta dei guadagni, gli attori colpiti ripiegano talvolta su servizi alternativi. Ad esempio, se un utente viene escluso da X e/o da Facebook può appoggiarsi ai social network Gab e Parler.
Un caso significativo si è verificato dopo che la piattaforma di crowdfunding Patreon ha bannato diversi attivisti dell'Alt-right; questi ultimi hanno fondato la propria piattaforma, Hatreon. Vi sono inoltre riscontri del fatto che diverse persone colpite da ban tendano a radicalizzarsi ulteriormente.
I critici lamentano inoltre che il deplatforming equivalga a una limitazione della libertà di espressione. In certi casi, singole piattaforme (come quelle appartenenti all'azienda Google) occupano una posizione dominante sul mercato, che consente loro di esercitare un'influenza significativa sulle modalità di utilizzo dei propri servizi da parte degli utenti, delle aziende e delle organizzazioni, anche attraverso i termini di servizio. La scrittrice Tina Uebel definisce il deplatforming «solo un altro modo per dire 'rifiuto del confronto': si vuole un mondo omogeneo in cui tutti siano dello stesso parere».
A queste tesi si oppone uno studio del 2020 dell'Istituto per la Democrazia e la Società Civile di Jena. Commissionato da Facebook, lo studio ha esaminato gli effetti del deplatforming sugli "attori d'odio". Nelle conclusioni si legge che:
I motivi del deplatforming possono essere vari:
Nei contesti governati da regimi autoritari o caratterizzati da forti tensioni geopolitiche, i fenomeni di deplatforming e no-platforming non dipendono dalle scelte commerciali o reputazionali di società private occidentali, ma assumono la forma di un controllo politico-infrastrutturale coordinato. In queste giurisdizioni, la moderazione e il blocco dei contenuti sono finalizzati alla soppressione del dissenso, alla conservazione del monopolio informativo o all'allineamento alle direttive ideologiche degli Stati. Gli account di giornalisti, attivisti e accademici che esprimono opinioni non conformi alle politiche di governo possono subire la chiusura immediata e irrevocabile.
Il deplatforming "a cascata" (infrastrutturale) non riguarda solo i social media. Servizi di hosting (come Cloudflare), app store (Apple App Store, Google Play) o sistemi di pagamento (PayPal, Stripe) possono revocare i propri servizi a siti o app che violano le loro regole, rendendoli di fatto inaccessibili sul web.
L'esclusione da un servizio digitale può avere conseguenze anche al di fuori della piattaforma che adotta la decisione. La cessazione dell'hosting, la rimozione da un negozio di applicazioni o l'interruzione di servizi di pagamento possono limitare la possibilità di rendere accessibili, distribuire o finanziare un sito o un'applicazione. Questi interventi possono assumere forme diverse in base al servizio interessato, al provvedimento adottato e alle motivazioni dichiarate dal fornitore.
La deplatformization (spesso distinta dal semplice deplatforming) è una strategia sistemica con cui le grandi aziende tecnologiche e i gestori delle infrastrutture digitali isolano un'intera piattaforma o un'intera comunità, e non solo un singolo account, spingendola ai margini dell'ecosistema digitale. Consiste cioè nel rendere una piattaforma o una comunità progressivamente meno visibile e più difficile da raggiungere o utilizzare su Internet, attraverso la limitazione della sua reperibilità, dell'accesso ai servizi digitali e delle possibilità di interazione con il resto dell'ecosistema online. Ciò può comportare una riduzione degli utenti e delle risorse economiche, derivanti per esempio dalla pubblicità e dalle donazioni, compromettendone la capacità di operare e di mantenere attiva la propria comunità. Può derivare anche dalla riduzione delle raccomandazioni sui social network, dalla rimozione dagli app store o dalle restrizioni alla condivisione dei contenuti. Il deplatforming e il no-platforming possono essere componenti della deplatformization.
| Persona / Entità | Ambito / Motivo | Piattaforme coinvolte | Anno | Descrizione / Dettagli |
| Alex Jones (InfoWars) | Disinformazione e incitamento all'odio | Apple Podcasts, Spotify, YouTube, Facebook, Twitter | 2018 | Rimozione coordinata per violazione delle policy contro le molestie e i discorsi d'odio (in particolare legata al massacro alla Sandy Hook Elementary School). |
| Donald Trump | Politica / Attacco al Campidoglio USA | Twitter, Facebook, Instagram, YouTube | 2021 | Sospensione/ban a seguito degli eventi del 6 gennaio 2021 per il rischio di incitamento alla violenza (account poi ripristinati nel 2023). |
| Robert F. Kennedy Jr. e "Disinformation Dozen", un gruppo di 12 personalità influenti individuate da un rapporto del Center for Countering Digital Hate (CCDH) come i principali produttori e diffusori di disinformazione sul tema | Pandemia / Disinformazione su COVID-19 e vaccini | Instagram, Facebook, YouTube | 2021 | Rimozione di account e canali legati alla diffusione sistematica di disinformazione medica non verificata sui vaccini durante la pandemia. Il suo account Instagram fu ripristinato nel giugno 2023, mentre quello della sua organizzazione rimase sospeso. |
| Parler (App/Piattaforma) | Deplatforming infrastrutturale - deplatformization/ Attacco al Campidoglio | Apple App Store, Google Play Store, AWS (Amazon Web Services) | 2021 | In seguito all'attacco al Campidoglio del 6 gennaio, Parler è stata rimossa dagli app store e privata dell'hosting di Amazon per assenza di moderazione dei contenuti violenti. |
| RT e Sputnik (Media statali russi) | Guerra in Ucraina / Disinformazione di Stato | YouTube, Meta (Facebook/Instagram), TikTok, Telegram (in UE) | 2022 | Blocco globale e restrizioni nell'Unione Europea a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina per contrastare la propaganda bellica. |
| Andrew Tate | Incitamento all'odio e misoginia | Meta (Instagram, Facebook), TikTok, YouTube, Twitter | 2022 | Ban dalle principali piattaforme per violazione delle regole sulla sicurezza, discorsi d'odio e contenuti che incitavano alla misoginia. Il suo account tornò attivo nel novembre 2022. |
| Kanye West (Ye) | Discorsi antisemitici / Incitamento alla violenza | Twitter/X, Instagram | 2022 | Sospensione degli account in seguito a post contenenti dichiarazioni antisemite ed incitamento alla violenza. Il suo account tornò attivo nel luglio 2023. |