Deplatforming

Screenshot dell'account Twitter sospeso di Donald Trump nel 2021
Screenshot dell'account Twitter sospeso di Donald Trump nel 2021

Deplatforming (dall'inglese "togliere [uno o più utenti] da una piattaforma di espressione"), chiamato anche no-platforming (dall'inglese "boicottaggio di uno o più oratori con idee estremiste"), indica una strategia volta all'esclusione permanente o temporanea di singole persone o gruppi da piattaforme principalmente digitali (come reti sociali, fornitori di servizi online o internet service provider).

Ciò avviene di norma a causa di ripetute violazioni di regole stabilite, ma può verificarsi anche senza fornire motivazioni, oppure a seguito di pressioni pubbliche o da parte degli inserzionisti pubblicitari. Nello specifico, l'esclusione comporta l'eliminazione o il blocco di account, profili o canali, ossia di tutte o del maggior numero possibile di piattaforme necessarie alla persona o al gruppo «per rimanere famosi e, di conseguenza, rilevanti».

In letteratura, i due termini possono sovrapporsi, ma hanno anche contesti d'uso differenti: no-platforming è legato storicamente al rifiuto di concedere una piattaforma a determinati oratori, mentre deplatforming viene usato frequentemente per la rimozione di utenti da servizi digitali.

Origini

Prima di Internet

Le origini di alcune pratiche oggi ricondotte al concetto di deplatforming possono essere rintracciate negli Stati Uniti negli anni Trenta.

Tali divieti furono attuati attraverso politiche adottate dalle stesse università. L'Università della California aveva una politica nota come Speaker Ban ("divieto di conferenza"), codificata nei regolamenti universitari sotto la presidenza di Robert Gordon Sproul, che prendeva di mira soprattutto, ma non esclusivamente, i comunisti. Una delle norme stabiliva che «l'Università si riservava il diritto di impedire che il proprio prestigio fosse sfruttato da persone non qualificate o da coloro che avrebbero utilizzato l'ateneo come piattaforma per la propaganda». Nel 1951, questa norma fu utilizzata per impedire a Max Shachtman, un socialista, di parlare all'Università della California a Berkeley. Nel 1947, l'ex vicepresidente degli Stati Uniti Henry A. Wallace fu bandito dall'UCLA a causa delle sue posizioni sulla politica statunitense della guerra fredda. Nel 1961, anche a Malcolm X fu impedito di parlare a Berkeley in qualità di esponente religioso.

In questo contesto, la National Union of Students (NUS) adottò ufficialmente, nell'aprile 1974, una politica di No Platform, volta a impedire alle organizzazioni apertamente fasciste e razziste, in particolare al National Front, di utilizzare gli spazi universitari per organizzarsi e diffondere le proprie idee. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, il No Platform fu oggetto di dibattito e, in alcuni ambienti studenteschi, venne esteso anche ad altre categorie di soggetti, suscitando controversie sui suoi limiti e sulle sue possibili applicazioni.

In senso ampio, forme di deplatforming e no-platforming venivano attuate anche da regimi comunisti, nazisti e fascisti. Ad esempio, un'università poteva impedire a un oppositore di tenere una conferenza (quindi gli veniva negato l'accesso a una piattaforma pubblica) oppure allontanare un docente perché rifiutava il giuramento di fedeltà (quindi venova rimosso dalla propria piattaforma di insegnamento).

Web statico

I primi casi riconducibili al deplatforming online risalgono agli anni Novanta (nel web statico). In questa fase, le esclusioni avvenivano soprattutto attraverso la sospensione degli account, la chiusura di servizi e la limitazione dell'accesso a forum e gruppi di discussione. Uno dei primi casi di deplatforming fu quello del sito web The Nuremberg Files, che pubblicava informazioni su medici e altri soggetti coinvolti nell'attività abortiva negli Stati Uniti. Fu rimosso dal provider MindSpring il 5 febbraio 1999, in seguito a una controversia giudiziaria. Dopo essere ricomparso presso un altro provider, venne nuovamente oscurato a seguito delle pressioni esercitate sul fornitore di connettività di quest'ultimo.

Web dinamico

Uno dei primi esempi riconducibili al deplatforming nelle reti sociali riguarda Friendster, lanciato nel 2002. Nei primi anni di attività, la piattaforma eliminò i cosiddetti Fakesters, profili fittizi creati dagli utenti per rappresentare personaggi immaginari, celebrità o entità collettive.

Con l'affermazione di piattaforme come Facebook e MySpace, la gestione dei contenuti iniziò a essere disciplinata attraverso condizioni d'uso e regole di comportamento. Facebook nel 2005 iniziò a vietare contenuti considerati dannosi, minacciosi, molesti o razzisti.

Un'altra linea di sviluppo riguarda gli interventi delle autorità pubbliche sull'accesso alle piattaforme. Nel novembre 2007, la Siria limitò l'accesso a Facebook, in un contesto di controllo delle critiche rivolte al governo. Nel 2008, il Pakistan bloccò temporaneamente YouTube per la presenza di contenuti ritenuti blasfemi. Nel maggio 2009, l'Iran impose restrizioni ai social network durante la campagna elettorale, nel tentativo di limitare l'utilizzo di questi strumenti da parte dell'opposizione politica.

Un passaggio significativo si verificò nel giugno 2015, quando Reddit censurò diverse comunità dedicate alla derisione delle persone sulla base del peso corporeo e alla diffusione di contenuti razzisti e violenti. La decisione rappresentò un esempio di esclusione non limitata a singoli utenti, ma estesa a intere comunità organizzate attorno a specifici spazi della piattaforma. Uno studio del ricercatore Eshwar Chandrasekharan e colleghi, pubblicato nel 2017, ha analizzato gli effetti di queste rimozioni sulle comunità coinvolte e sul comportamento degli utenti. Il caso viene inoltre indicato nella letteratura successiva come uno dei primi importanti episodi di deplatforming dei social media in senso contemporaneo.

Descrizione

Funzione

L'obiettivo del deplatforming è privare la persona o il gruppo colpito della portata pubblica ed escluderlo dal proprio pubblico e dalle proprie fonti di finanziamento. Il portale Netzpolitik.org scrisse nel 2020:

«Indica l'esclusione di account dai social network o anche dai servizi di pagamento. Di norma, il deplatforming riduce in modo significativo la visibilità pubblica delle organizzazioni o dei singoli individui coinvolti e, spesso, anche i loro introiti. Si tratta di uno strumento molto potente a disposizione delle piattaforme private.»

Differenza con il ban

Il ban è una misura specifica; il deplatforming è un processo più ampio che può utilizzare diversi strumenti, compresi i ban.

I due termini, tuttavia, non sono sempre contrapposti: un singolo ban può essere descritto come una forma di deplatforming, soprattutto quando impedisce a qualcuno di utilizzare un canale importante per comunicare.

Posizioni

L'efficacia della strategia del deplatforming è controversa.

Alcuni critici sostengono che non sia del tutto efficace. Infatti, sebbene porti a una riduzione della visibilità e talvolta dei guadagni, gli attori colpiti ripiegano talvolta su servizi alternativi. Ad esempio, se un utente viene escluso da X e/o da Facebook può appoggiarsi ai social network Gab e Parler.

Un caso significativo si è verificato dopo che la piattaforma di crowdfunding Patreon ha bannato diversi attivisti dell'Alt-right; questi ultimi hanno fondato la propria piattaforma, Hatreon. Vi sono inoltre riscontri del fatto che diverse persone colpite da ban tendano a radicalizzarsi ulteriormente.

I critici lamentano inoltre che il deplatforming equivalga a una limitazione della libertà di espressione. In certi casi, singole piattaforme (come quelle appartenenti all'azienda Google) occupano una posizione dominante sul mercato, che consente loro di esercitare un'influenza significativa sulle modalità di utilizzo dei propri servizi da parte degli utenti, delle aziende e delle organizzazioni, anche attraverso i termini di servizio. La scrittrice Tina Uebel definisce il deplatforming «solo un altro modo per dire 'rifiuto del confronto': si vuole un mondo omogeneo in cui tutti siano dello stesso parere».

A queste tesi si oppone uno studio del 2020 dell'Istituto per la Democrazia e la Società Civile di Jena. Commissionato da Facebook, lo studio ha esaminato gli effetti del deplatforming sugli "attori d'odio". Nelle conclusioni si legge che:

«Il deplatforming degli attori dell'estrema destra è una risposta efficace, ma non sufficiente, alle strategie di occupazione dello spazio digitale da parte della destra radicale. La rimozione di singoli contenuti, account o gruppi rappresenta, dal punto di vista quantitativo, solo una goccia nel mare. Nei confronti dei principali "attori d'odio", invece, il deplatforming funziona perché li priva di portata, attenzione e rete di contatti. Pertanto, si tratta di uno "strumento di difesa valido".»

Motivi del deplatforming

I motivi del deplatforming possono essere vari:

Regimi

Nei contesti governati da regimi autoritari o caratterizzati da forti tensioni geopolitiche, i fenomeni di deplatforming e no-platforming non dipendono dalle scelte commerciali o reputazionali di società private occidentali, ma assumono la forma di un controllo politico-infrastrutturale coordinato. In queste giurisdizioni, la moderazione e il blocco dei contenuti sono finalizzati alla soppressione del dissenso, alla conservazione del monopolio informativo o all'allineamento alle direttive ideologiche degli Stati. Gli account di giornalisti, attivisti e accademici che esprimono opinioni non conformi alle politiche di governo possono subire la chiusura immediata e irrevocabile.

Deplatforming "a cascata"

Il deplatforming "a cascata" (infrastrutturale) non riguarda solo i social media. Servizi di hosting (come Cloudflare), app store (Apple App Store, Google Play) o sistemi di pagamento (PayPal, Stripe) possono revocare i propri servizi a siti o app che violano le loro regole, rendendoli di fatto inaccessibili sul web.

L'esclusione da un servizio digitale può avere conseguenze anche al di fuori della piattaforma che adotta la decisione. La cessazione dell'hosting, la rimozione da un negozio di applicazioni o l'interruzione di servizi di pagamento possono limitare la possibilità di rendere accessibili, distribuire o finanziare un sito o un'applicazione. Questi interventi possono assumere forme diverse in base al servizio interessato, al provvedimento adottato e alle motivazioni dichiarate dal fornitore.

Deplatformization

La deplatformization (spesso distinta dal semplice deplatforming) è una strategia sistemica con cui le grandi aziende tecnologiche e i gestori delle infrastrutture digitali isolano un'intera piattaforma o un'intera comunità, e non solo un singolo account, spingendola ai margini dell'ecosistema digitale. Consiste cioè nel rendere una piattaforma o una comunità progressivamente meno visibile e più difficile da raggiungere o utilizzare su Internet, attraverso la limitazione della sua reperibilità, dell'accesso ai servizi digitali e delle possibilità di interazione con il resto dell'ecosistema online. Ciò può comportare una riduzione degli utenti e delle risorse economiche, derivanti per esempio dalla pubblicità e dalle donazioni, compromettendone la capacità di operare e di mantenere attiva la propria comunità. Può derivare anche dalla riduzione delle raccomandazioni sui social network, dalla rimozione dagli app store o dalle restrizioni alla condivisione dei contenuti. Il deplatforming e il no-platforming possono essere componenti della deplatformization.

Casi divenuti famosi

Persona / Entità Ambito / Motivo Piattaforme coinvolte Anno Descrizione / Dettagli
Alex Jones (InfoWars) Disinformazione e incitamento all'odio Apple Podcasts, Spotify, YouTube, Facebook, Twitter 2018 Rimozione coordinata per violazione delle policy contro le molestie e i discorsi d'odio (in particolare legata al massacro alla Sandy Hook Elementary School).
Donald Trump Politica / Attacco al Campidoglio USA Twitter, Facebook, Instagram, YouTube 2021 Sospensione/ban a seguito degli eventi del 6 gennaio 2021 per il rischio di incitamento alla violenza (account poi ripristinati nel 2023).
Robert F. Kennedy Jr. e "Disinformation Dozen", un gruppo di 12 personalità influenti individuate da un rapporto del Center for Countering Digital Hate (CCDH) come i principali produttori e diffusori di disinformazione sul tema Pandemia / Disinformazione su COVID-19 e vaccini Instagram, Facebook, YouTube 2021 Rimozione di account e canali legati alla diffusione sistematica di disinformazione medica non verificata sui vaccini durante la pandemia. Il suo account Instagram fu ripristinato nel giugno 2023, mentre quello della sua organizzazione rimase sospeso.
Parler (App/Piattaforma) Deplatforming infrastrutturale - deplatformization/ Attacco al Campidoglio Apple App Store, Google Play Store, AWS (Amazon Web Services) 2021 In seguito all'attacco al Campidoglio del 6 gennaio, Parler è stata rimossa dagli app store e privata dell'hosting di Amazon per assenza di moderazione dei contenuti violenti.
RT e Sputnik (Media statali russi) Guerra in Ucraina / Disinformazione di Stato YouTube, Meta (Facebook/Instagram), TikTok, Telegram (in UE) 2022 Blocco globale e restrizioni nell'Unione Europea a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina per contrastare la propaganda bellica.
Andrew Tate Incitamento all'odio e misoginia Meta (Instagram, Facebook), TikTok, YouTube, Twitter 2022 Ban dalle principali piattaforme per violazione delle regole sulla sicurezza, discorsi d'odio e contenuti che incitavano alla misoginia. Il suo account tornò attivo nel novembre 2022.
Kanye West (Ye) Discorsi antisemitici / Incitamento alla violenza Twitter/X, Instagram 2022 Sospensione degli account in seguito a post contenenti dichiarazioni antisemite ed incitamento alla violenza. Il suo account tornò attivo nel luglio 2023.

Note

  1. ↑ (EN) deplatform, su dictionary.cambridge.org, 12 ottobre 2026. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  2. ↑ No-platforming, su wordreference.com.
  3. ↑ (EN) The Good, The Bad, & The Semantically Imprecise - 8/10/2018, su www.merriam-webster.com. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  4. ↑ Werner Bogula, Digitale Plattformen für Internationale Kulturbeziehungen: Sichere Kommunikation und Kooperation im Netz, ifa (Institut für Auslandsbeziehungen e.V.), 2019, DOI:10.17901/AKBP1.08.2019, ISBN 978-3-948205-11-9. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  5. ↑ (DE) Schreier ohne Bühne, su Tages-Anzeiger, 3 maggio 2019. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  6. ↑ (EN) José Van Dijck, Tim de Winkel e Mirko Tobias Schäfer, Deplatformization and the governance of the platform ecosystem, in New Media & Society, vol. 25, n. 12, 2023-12, pp. 3438–3454, DOI:10.1177/14614448211045662. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  7. ↑ (EN) Gretchen Kell, Busted: Three Free Speech Movement myths, su Berkeley News, 29 settembre 2014. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  8. ↑ Communism on Trial by Robert Gordon Sproul, 28 gennaio 1951, su digicoll.lib.berkeley.edu.
  9. ↑ (EN) A Short History of the University of California Speaker Ban, su www.jofreeman.com. URL consultato il 27 ottobre 2026 (archiviato dall'url originale l'8 dicembre 2019).
  10. ↑ Evan Smith, No Platform: A History of Anti-Fascism, Universities and the Limits of Free Speech, 3 aprile 2020, DOI:10.4324/9780429455131, ISBN 978-0-429-45513-1. URL consultato il 21 ottobre 2026.
  11. ↑ Evan Smith, The national union of students and the policy of ‘no platform’ in the 1970s and 1980s, Palgrave Macmillan, 2018, pp. 203–224, DOI:10.1007/978-3-319-58241-2_9, ISBN 978-3-319-58240-5. URL consultato il 21 ottobre 2026.
  12. ↑ Mario Carrara rifiuta il giuramento di fedeltà al regime fascista, su www.asut.unito.it. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  13. ↑ Svetlana A Borinskaya, Andrei I Ermolaev e Eduard I Kolchinsky, Lysenkoism Against Genetics: The Meeting of the Lenin All-Union Academy of Agricultural Sciences of agosto 1948, Its Background, Causes, and Aftermath, in Genetics, vol. 212, n. 1, 1º maggio 2019, pp. 1–12, DOI:10.1534/genetics.118.301413. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  14. ↑ (EN) John Connelly, Foundations for Reconstructing Elites: Communist Higher Education Policies in the Czech Lands, East Germany, and Poland, 1945-1948, in East European Politics and Societies, vol. 10, n. 3, SAGE Publications Inc, 1º settembre 1996, pp. 367–392, DOI:10.1177/0888325496010003001. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  15. ↑ (EN) Rene Sanchez, Antiabortion Web Site Handed a Win, in The Washington Post, 29 marzo 2001. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  16. ↑ (EN) Frederick Clarkson, New Version of Nuremberg Files Yanked off Web, su Women's eNews, 5 dicembre 2003. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  17. ↑ (EN) Danah M. Boyd e Nicole B. Ellison, Social Network Sites: Definition, History, and Scholarship, in Journal of Computer-Mediated Communication, vol. 13, n. 1, 2007, pp. 210–230, DOI:10.1111/j.1083-6101.2007.00393.x. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  18. ↑ (EN) Elizabeth Dubois e Anna Reepschlager, How harassment and hate speech policies have changed over time: Comparing Facebook, Twitter and Reddit (2005–2020), in Policy & Internet, vol. 16, n. 3, 2024, pp. 523–542, DOI:10.1002/poi3.387. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  19. ↑ (EN) Efforts by Nations to Ban Access to Social Media, su www.jurist.org, 8 maggio 2014. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  20. ↑ Michael Simeone e Steven Corman, Network Ripple Effects: How Twitter Deplatforming Flipped Authority Structure and Discourse of the Arizona Election Review Community, in SAGE Open, vol. 15, 29 gennaio 2025, DOI:10.1177/21582440251314538. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  21. ↑ (DE) Großes Hass-Domino in sozialen Netzwerken, su netzpolitik.org, 30 giugno 2020. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  22. ↑ Bannare - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 29 ottobre 2026.
  23. ↑ Manoel Horta Ribeiro, Shagun Jhaver e Jordi Cluet-i-Martinell, Deplatforming Norm-Violating Influencers on Social Media Reduces Overall Online Attention Toward Them, in Proceedings of the ACM on Human-Computer Interaction, vol. 9, n. 2, Association for Computing Machinery, 2 maggio 2025, pp. CSCW062:1 – CSCW062:25, DOI:10.1145/3710960. URL consultato il 29 ottobre 2026.
  24. ↑ (DE) deutschlandfunkkultur.de, Rechtsterrorismus in Deutschland, su Deutschlandfunk Kultur, 22 febbraio 2020. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  25. ↑ (DE) Wenn Hass Konsequenzen hat, su netzpolitik.org, 4 gennaio 2021. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  26. ↑ (DE) Angela Gruber, Hatreon, WeSearchr, RootBocks, Gab: Die Alt-Right setzt auf eigene Dienste, in Der Spiegel, 15 agosto 2017. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  27. ↑ (EN) Zach Weissmueller, Deplatforming backfired, su Reason Magazine, 22 dicembre 2025. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  28. ↑ (EN) Glenn Harlan Reynolds, When Digital Platforms Become Censors, in Wall Street Journal, 17 agosto 2018. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  29. ↑ (EN) Conor Friedersdorf, Camille Paglia Can’t Say That, su The Atlantic, 1º maggio 2019. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  30. ↑ (DE) Ijoma Mangold, Literatur: "Ich bitte Sie, nicht zu lachen!", in Die Zeit, 6 febbraio 2020. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  31. ↑ (DE) Maik Baumgärtner e Ann-Katrin Müller, Studie: Kanäle von Rechtsextremen sperren ist erfolgreich, in Der Spiegel, 9 dicembre 2020. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  32. ↑ Amin Mekacher, Max Falkenberg e Andrea Baronchelli, The systemic impact of deplatforming on social media, in PNAS nexus, vol. 2, n. 11, 2023-11, pp. pgad346, DOI:10.1093/pnasnexus/pgad346. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  33. ↑ (EN) De-platforming disinformation: conspiracy theories and their control, su Montreal AI Ethics Institute, 5 giugno 2022. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  34. ↑ 10 Reasons why you might get banned from Google AdSense, su wpadvancedads.com.
  35. ↑ (EN) RSF World Press Freedom Index 2025: economic fragility a leading threat to press freedom | RSF, su rsf.org. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  36. ↑ (EN) North Korea, the surveillance state, su Amnesty International UK, 9 marzo 2016. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  37. ↑ (EN) China cracks down on online content inciting hostility, pessimism, in Reuters, 22 settembre 2025. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  38. ↑ (EN) University of Technology Sydney, Deplatforming and deportation, su www.uts.edu.au. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  39. ↑ (EN) International Campaign for Tibet, China launches three-month crackdown on the internet, su International Campaign for Tibet, 2 luglio 2026. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  40. ↑ (EN) Russia Crackdown on Bypassing Online Censorship | Human Rights Watch, su hrw.org, 24 settembre 2026. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  41. ↑ (EN) Terminating Service for 8Chan, su Cloudflare Blog, 5 agosto 2019. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  42. ↑ (EN) Kate Cox, Amazon cuts off Parler’s Web hosting following Apple, Google bans, su Ars Technica, 10 gennaio 2021. URL consultato il 26 ottobre 2026.
  43. ↑ Stephanie Hill, 'Definitely not in the business of wanting to be associated': Examining public relations in a deplatformization controversy, in Convergence, vol. 30, n. 6, 2024-12, pp. 2131–2151, DOI:10.1177/13548565231203981. URL consultato il 27 ottobre 2026.
  44. ↑ (EN) José van Dijck, Tim de Winkel e Mirko Tobias Schäfer, Deplatforming and deplatformization as governance strategies, in Chapters, Edward Elgar Publishing, 2024, pp. 500–513. URL consultato il 26 ottobre 2026.
  45. ↑ (EN) Alex Hern, Facebook, Apple, YouTube and Spotify ban Infowars' Alex Jones, in The Guardian, 6 agosto 2018. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  46. ↑ Twitter bans Trump, su apnews.com.
  47. ↑ (EN) News Agencies, Which online platforms banned Trump over Capitol riot?, su Al Jazeera. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  48. ↑ (EN) Ending Suspension of Trump’s Accounts With New Guardrails to Deter Repeat Offenses, su Meta Newsroom, 25 gennaio 2023. URL consultato il 26 ottobre 2026.
  49. ↑ (EN) Instagram bans Robert F Kennedy Jr over Covid vaccine posts, su www.bbc.com, 11 febbraio 2021. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  50. ↑ (EN) Cristiano Lima-Strong, Instagram reinstates Robert Kennedy Jr. after launch of presidential bid, in The Washington Post, 5 giugno 2023. URL consultato il 26 ottobre 2026.
  51. ↑ (EN) Bhargav Acharya, Apple, Amazon suspend Parler social network from App Store and web hosting service, in Reuters, 10 gennaio 2021. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  52. ↑ (EN) YouTube to block channels linked to Russia's RT and Sputnik across Europe, in Reuters, 1º marzo 2022. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  53. ↑ (EN) YouTube joins Facebook in banning Andrew Tate, 19 agosto 2022. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  54. ↑ (EN) Kanye West's Twitter and Instagram accounts locked over anti-Semitism, 10 ottobre 2022. URL consultato il 20 ottobre 2026.
  55. ↑ CORRECTED-Kanye West back on Twitter after suspension as Musk takes control of platform, su finance.yahoo.com.

Bibliografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

  Portale Internet: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Internet