Edward Charles Deegan, detto Teddy (Boston, 2 gennaio 1930 – Chelsea, 12 marzo 1965), è stato un criminale statunitense affiliato alla famiglia Bonanno.
È noto perché nel 1965 fu ucciso a colpi d’arma da fuoco in un vicolo a Chelsea, Massachusetts intorno alle 21:30. Nel 1967 la polizia incriminò sei uomini per il delitto. Al processo, il principale testimone dell’accusa fu Joseph Barboza, informatore dell’FBI. Il 31 luglio 1968, la corte condannò Louis Greco, Henry Tameleo, Ronald Cassesso e Peter Limone alla pena di morte. Joseph Salvati e Roy French ricevettero invece l’ergastolo come complici nell’omicidio.
Nel 1997 la condanna di Salvati fu commutata dal governatore William Weld. Nel gennaio 2001 un giudice annullò le condanne di Limone e Salvati dopo che nuovi documenti dell’FBI avevano dimostrato la loro innocenza.
Nel 2004 la giudice Nancy Gertner autorizzò le famiglie di Greco, Tameleo, Limone e Salvati a intentare una causa civile contro il governo federale. Tre anni più tardi, nel 2007, una storica sentenza ordinò agli Stati Uniti di risarcire con 101,7 milioni di dollari gli imputati e i loro familiari per l’ingiusta condanna.
Il caso è rimasto emblematico perché mise in luce l’uso corrotto degli informatori da parte dell’FBI negli anni sessanta e i gravi abusi di potere che ne derivarono.
Era lo zio materno di Gerard T. Indelicato, accademico e amministratore statunitense che ricoprì l’incarico di consigliere per l’istruzione del governatore del Massachusetts Michael Dukakis.
Cresciuto nel quartiere West End di Boston, Deegan divenne presto ciò che diversi autori di true crime e criminologi, tra cui Emily Sweeney, hanno definito un “delinquente abituale” o un “gangster di quartiere”. Il suo lungo dossier giudiziario risale già al 1948, quando fu arrestato e incriminato per furto. Negli anni ’50 e ’60 accumulò accuse per effrazioni e rapine a mano armata; nel 1959 scontò una pena di sei mesi nella Norfolk County House of Correction. Negli anni Sessanta, Deegan era ormai considerato una “figura marginale” della malavita di Boston, un ambiente allora dominato da bande rivali e gangster in lotta per il controllo del territorio.
Negli anni Sessanta, uno dei problemi più gravi per le forze dell’ordine del New England era la criminalità organizzata. Una delle strategie adottate dall’FBI per contrastarla fu quella di reclutare informatori tra i criminali stessi, così da ottenere informazioni riservate su persone e attività illecite.
Nel 1966, Joseph Barboza fu convinto dagli agenti dell’FBI Paul Rico e Dennis Condon a collaborare come testimone in cambio di pene più lievi per i reati da lui commessi. Anche il suo amico Vincent “Jimmy the Bear” Flemmi era stato arruolato come informatore, nonostante fosse accusato di diversi omicidi. Barboza apparteneva alla famiglia criminale Patriarca, che nel 1965 aveva deciso di eliminare Edward Deegan come vendetta per le rapine compiute ai danni dell’organizzazione.
Secondo un rapporto redatto dall’agente H. Paul Rico il 10 marzo 1965, due giorni prima dell’omicidio di Deegan, Vincent Flemmi - in qualità di informatore - dichiarò di aver parlato con alcuni associati di Deegan e che insieme avevano pianificato di tendergli un agguato mortale. La persona a cui Flemmi si riferiva era Raymond Patriarca, il boss dell’omonima famiglia.
Un documento interno dell’FBI, inviato da un agente speciale al direttore J. Edgar Hoover il 20 ottobre 1964, rivelava inoltre che Deegan era stato avvertito del fatto che Vincent Flemmi stava progettando di sparargli.
Alle 23:00 del 12 marzo 1965, il corpo di Edward Deegan fu ritrovato riverso sulla schiena, coperto di sangue, con un cacciavite lungo circa trenta centimetri accanto alla mano sinistra, in un vicolo di Chelsea, Massachusetts. Secondo i rapporti della polizia, Deegan era stato freddato intorno alle 21:30 mentre tentava di introdursi negli uffici di una società finanziaria di Chelsea. Fu colpito da sei proiettili, esplosi da almeno tre armi diverse: una calibro .45 e due pistole calibro .38.
Poche ore dopo l’omicidio, l’ufficio dell’FBI di Boston inviò un memorandum al direttore J. Edgar Hoover, in cui si segnalava la presenza, sulla scena del crimine, di Joseph Barboza, Vincent Flemmi, Ronald “Ronnie the Pig” Cassesso e Wilfred Roy French.
Dopo essere diventato informatore nel 1966, Joseph Barboza accettò di testimoniare al processo per l’omicidio di Edward Deegan. L’agente dell’FBI Paul Rico promise a Roy French e Ronald Cassesso pene ridotte se avessero confermato la falsa versione di Barboza.
Il 5 ottobre 1967, Barboza depose in aula, raccontando davanti al grand jury della contea di Suffolk non solo i presunti accordi con il governo federale, ma anche una versione dei fatti che coinvolgeva uomini che in realtà non si trovavano sulla scena del delitto. Non fece alcun riferimento al ruolo di Vincent Flemmi nell’omicidio. Secondo la sua testimonianza, il 20 gennaio 1965 Peter Limone gli avrebbe detto che la morte di Deegan era stata approvata dal boss della famiglia Patriarca e che gli offriva 7.500 dollari per eseguire il contratto. Il movente, stando a Barboza, era un furto da 82.000 dollari subito da Limone per mano di Deegan, motivo per cui quest’ultimo avrebbe pagato “qualsiasi somma” pur di eliminarlo.
Barboza dichiarò inoltre di aver discusso della qestione con Enrico "Henry" Tameleo prima del delitto e di aver ricevuto il suo appoggio. Disse che Joseph Salvati avrebbe indossato una parrucca per sembrare calvo e assomigliare a Jimmy Flemmi, e chiamò in causa anche Wilfred “Roy” French, Ronald Cassesso e Louis Greco. Tuttavia, la cronologia degli eventi da lui fornita non coincideva con i rapporti già in possesso dell’FBI, rivelando chiaramente che Barboza stava mentendo e sfruttava la sua posizione di informatore per vendette personali. Inoltre, incastrò falsamente Louis Greco al posto di Vincent Flemmi, benché vi fossero prove ufficiali che dimostravano che Greco non si trovava nemmeno in Massachusetts al momento del delitto.
Subito dopo la sua testimonianza, diversi uomini furono arrestati. Il 27 maggio 1968 lo Stato del Massachusetts avviò il processo contro Wilfred French, Peter Limone, Enrico Tameleo, Ronald Cassesso, Louis Greco e Joseph Salvati per l’omicidio di Deegan. In cambio della cooperazione, Barboza ottenne uno sconto di pena, mentre gli altri imputati furono accusati con capi d’imputazione più gravi. La procura chiese la pena di morte per tutti e sei: Greco, Tameleo, Cassesso e Limone furono condannati alla pena capitale, mentre Salvati e French ricevettero l’ergastolo come complici. Tuttavia, poco dopo lo Stato del Massachusetts abolì la pena di morte, e le condanne a morte vennero commutate in ergastolo.
Nel 1983 il Massachusetts Advisory Board of Pardons raccomandò al governatore di commutare la pena di Limone. La richiesta fu sostenuta perfino dalla famiglia Deegan, convinta della sua innocenza. Il 20 settembre 1983, però, il governatore Michael Dukakis respinse la petizione.
Nel 1997, invece, il governatore William Weld commutò l’ergastolo di Joseph Salvati in “pena scontata”: dopo oltre trent’anni di prigione, Salvati venne rilasciato.
Nel dicembre 2000 il Dipartimento di Giustizia avviò un’indagine sulla corruzione all’interno dell’FBI, dopo accuse di frode e insabbiamenti governativi. L’inchiesta portò alla luce numerosi fascicoli mai rivelati durante il processo per l’omicidio di Edward Deegan. Tali documenti dimostravano che Deegan era stato preso di mira da alcuni informatori dell’FBI. Secondo quei file, furono Joseph Barboza, Ronald Cassesso, Jimmy Flemmi e Wilfred French a compiere materialmente l’omicidio, mentre Louis Greco, Peter Limone, Enrico Tameleo e Joseph Salvati erano stati falsamente condannati, con la complicità dell’FBI. L’indagine rivelò anche nastri e registrazioni segrete che provavano come la testimonianza di Barboza al processo fosse in contrasto con le dichiarazioni rese in precedenza all’FBI.
Emersero quindi gravi responsabilità degli agenti H. Paul Rico, Dennis Condon, John Morris e John Connolly, che avevano deliberatamente contribuito alla condanna di uomini innocenti pur di proteggere Vincent “Jimmy the Bear” Flemmi e Joseph Barboza.
Un rapporto del Committee on Government Reform del 2004 affermò:
Le informazioni fornite da Barboza erano in contraddizione con quelle già note ai funzionari federali, il che rendeva la sua testimonianza sospetta. È inconcepibile che le autorità federali non sapessero in anticipo cosa Barboza avrebbe dichiarato davanti al grand jury. È quindi molto probabile che almeno alcuni funzionari federali fossero consapevoli che Barboza aveva commesso spergiuro e che si preparava a testimoniare il falso al processo.
Enrico Tameleo e Louis Greco morirono in prigione rispettivamente nel 1985 e nel 1995. Le condanne di Peter Limone e Joseph Salvati, invece, furono annullate nel gennaio 2001: dopo 33 anni di detenzione, i due uomini vennero finalmente scarcerati.
Nel 2001, Peter Limone intentò una causa federale da 300 milioni di dollari contro il governo degli Stati Uniti. Anche il figlio di Louis Greco e i familiari di Enrico Tameleo avviarono cause separate, chiedendo fino a 75 milioni di dollari di risarcimento ciascuno. Nel 2002 fu Joseph Salvati a presentare a sua volta una causa federale da 300 milioni. Tutte le azioni legali si basavano sull’ingiusta condanna subita e sulla persecuzione giudiziaria dolosa. Il 17 settembre 2004 un giudice federale autorizzò le cause ad andare avanti, dichiarando che:
il processo contro Limone, Greco, Salvati e Tameleo era stato orchestrato dall’FBI e alimentato da agenti federali e funzionari statali che sapevano che le accuse erano false.
All’inizio del 2007 il tribunale diede avvio alle udienze, durante le quali i legali di Greco, Tameleo, Salvati e Limone attribuirono la responsabilità all’FBI per l’ingiusta detenzione dei loro assistiti, chiedendo un risarcimento alle famiglie. Alcuni membri del Congresso, tra cui il repubblicano Dan Burton e i democratici William D. Delahunt e Stephen F. Lynch, criticarono apertamente la gestione degli informatori da parte dell’FBI e presenziarono al processo.
Il 26 luglio 2007, la giudice distrettuale Nancy Gertner stabilì che l’FBI aveva aiutato Barboza a incastrare quattro uomini per l’omicidio di Deegan, occultando per decenni prove che avrebbero potuto scagionarli. Il governo degli Stati Uniti fu condannato a pagare 101,7 milioni di dollari di risarcimento per le condanne ingiuste, la somma più alta mai riconosciuta dal governo federale ai sensi del Federal Tort Claims Act. Di tale importo, 13 milioni furono destinati all’eredità di Enrico Tameleo, in particolare al figlio e alla moglie.
Nel suo libro del 2007, il conduttore radiofonico Howie Carr commentò l’intera vicenda:
Per l’FBI era più importante mantenere Vincent, e poi Barboza, in libertà come informatori, piuttosto che impedire l’incarcerazione di uomini innocenti. In realtà, l’incastro dei quattro servì a due scopi: permettere a Vincent e Joseph Barboza di sfuggire a una condanna per un omicidio che avevano commesso, e allo stesso tempo eliminare alcuni membri o affiliati della famiglia Patriarca che l’FBI non era riuscito a colpire legalmente.