
Joseph Barboza Jr., detto The Animal, noto anche con lo pseudonimo di Joseph Baron (New Bedford, 20 settembre 1932 – San Francisco, 11 febbraio 1976), è stato un mafioso statunitense e uno dei più spietati sicari al soldo della famiglia Patriarca del New England negli anni Sessanta. Figura di rilievo nel sottobosco criminale di Boston, divenne informatore dell’FBI nel 1967 ed entrò successivamente nel programma protezione testimoni.
La sua testimonianza fu decisiva nel processo contro sei uomini accusati dell’omicidio di Edward Deegan, avvenuto nel 1965: quattro di loro furono condannati a morte e due all’ergastolo. In seguito emerse che Barboza aveva contribuito a incastrare gli imputati, i quali risultarono vittime di una condanna ingiusta, mentre i veri responsabili del delitto sarebbero stati lui stesso e Vincent Flemmi.
Nel 1976, dopo che la sua posizione fu rivelata al vicecapo della famiglia Patriarca, Gennaro Angiulo, Barboza venne freddato a colpi d’arma da fuoco a San Francisco.
Joseph Barboza nacque il 20 settembre 1932 a New Bedford, Massachusetts, da emigranti portoghesi originari di Valpaços, nell’Alto Trás-os-Montes. Suo padre, Joseph Barboza Sr. (nato José Barbosa), era un pugile di categoria medio-massimi, mentre la madre, Palmeda Camille, lavorava come sarta. Il padre disputò soltanto due incontri da professionista a Los Angeles: il debutto il 27 gennaio 1933 contro Pete Frisco e il secondo, il 27 aprile dello stesso anno, contro Carlos Chipres.
Joseph crebbe insieme ai due fratelli, Donald e Anthony, e alla sorella, Anne Houghton.
Nonostante non avesse completato nemmeno la scuola media inferiore e fosse quasi analfabeta, Barboza parlava correntemente portoghese, italiano e spagnolo. Si sposò con una donna di origine ebraica, dalla quale ebbe una figlia nel 1965 e in seguito anche un figlio. Durante quegli anni viveva a Chelsea, nel Massachusetts, e lavorava al servizio della famiglia criminale Patriarca.
Barboza intraprese una carriera come pugile professionista nei pesi mediomassimi, iscritto alla United States Boxing Association, combattendo con il soprannome di “The Baron”. Il suo debutto avvenne il 18 aprile 1949 a El Paso, Texas, contro Rocky Lucero, mentre l’ultimo incontro si tenne il 23 settembre 1961 a Boston contro Don Bale. Combatteva con guardia ortodossa.
Il suo record ufficiale conta undici incontri: otto vittorie, cinque delle quali ottenute per KO. Era classificato come out-fighter, cioè un pugile che combatte a distanza, ma si distingueva soprattutto per la potenza devastante dei suoi colpi.
Nel corso della carriera fu compagno di allenamento di Americo Sacramone (legato alla famiglia Patriarca), del futuro revisore dei conti del Massachusetts Joe DeNucci, di Edward G. Connors e di Anthony Veranis.
Dopo il ritiro dal ring lavorò come scaricatore di porto e come commesso in un negozio di frutta, ma finì sempre per tornare al crimine.
Barboza era un uomo tarchiato e muscoloso, con il collo massiccio e un cranio angoloso, dalla forma simile a un cocomero. Fin da adolescente si immerse nella criminalità, dedicandosi a rapine e aggressioni.
Nel 1950, a soli 18 anni, fu condannato a cinque anni di reclusione presso il Massachusetts Correctional Institution di Concord. Nell’estate del 1953 organizzò una spettacolare evasione, la più grande nei settantacinque anni di storia del carcere. Insieme a sei compagni, dopo aver ingurgitato whiskey di contrabbando e rubato compresse di anfetamine, sopraffece quattro guardie e fuggì con due automobili. Durante la breve fuga, durata meno di ventiquattro ore, il gruppo aggredì passanti a caso, trascorse la notte nei bar di Scollay Square a Boston, si spinse fino ai quartieri di Lynn e Revere, per poi essere catturato in una stazione della metropolitana a East Boston.
In attesa di processo per l’evasione, Barboza continuò a distinguersi per la sua violenza: nel novembre dello stesso anno colpì senza motivo una guardia durante il pranzo in mensa e, tre mesi più tardi, lanciò un tavolo contro il petto di un agente entrato nella sua cella.
È probabile che Barboza abbia avuto i primi contatti con l’ambiente della malavita organizzata di Boston durante la detenzione nel carcere di Walpole. Rilasciato sulla parola nel 1958, divenne presto un volto noto negli ambienti criminali di East Boston e frequentatore abituale di un bar all’angolo tra Bennington Street e Brook Street, che i malavitosi iniziarono a chiamare “Barboza’s Corner”.
La sua banda, composta da piccoli ladri e scassinatori, includeva Joseph W. Amico, Patrick Fabiano, James Kearns, Arthur Bratsos, Thomas DePrisco, il duo padre e figlio Joseph e Ronald Dermody, Carlton Eaton, Edward Goss e Nicholas Femia. Ufficialmente, il gruppo operava sotto la supervisione di Stephen “The Rifleman” Flemmi per conto della famiglia Patriarca.
Pur non essendo mai stato formalmente “fatto” (made) nella famiglia a causa delle sue origini non italiane, Barboza si costruì in meno di otto anni la fama di uno dei più prolifici killer su commissione e uomini d’azione del sottobosco criminale di Boston. Per via della carnagione scura e delle origini portoghesi, i suoi associati italiani lo chiamavano dispregiativamente “il negro”. Secondo il pentito Vincent Teresa, Barboza provava un odio profondo verso gli afroamericani e avrebbe ucciso almeno due persone esclusivamente per motivi razziali. Nel 1964 cambiò legalmente il suo cognome in Baron.
Le autorità erano convinte che avesse compiuto diversi omicidi su incarico diretto di Raymond L. S. Patriarca. Nel gennaio 1966 era ormai considerato una figura di primo piano nel mondo criminale bostoniano. Quella stessa estate, per disturbo della quiete pubblica, colpì con un pugno l’agente Joe MacLean della Metropolitan District Commission Police e venne condannato a sei mesi di carcere. Dopo il rilascio, frequentò una costosa scuola di cucina e successivamente si imbarcò sull’SS President Wilson diretto in Oriente.
Tra le sue vittime più note figurano Edward McLaughlin e i fratelli Cornelius e Stevie Hughes, uccisi tra il 1965 e il 1966. In quegli anni si avvicinò alla Winter Hill Gang, anche perché James “Buddy” McLean era alleato di Vincent Flemmi, uno dei pochi uomini di cui Barboza si fidasse, insieme al fratello Stephen Flemmi. Già nel 1965 l’agente dell’FBI H. Paul Rico stava sfruttando quel legame di fiducia per spingerlo a diventare informatore.
Barboza guidava una Oldsmobile Cutlass del 1965, che gli investigatori soprannominarono “la macchina di James Bond” perché equipaggiata con un sofisticato sistema d’allarme e un congegno capace di sprigionare denso fumo nero dal tubo di scappamento.
Nel 1966 la posizione di Joseph Barboza all’interno della malavita di Boston era diventata estremamente instabile. Sopravvisse a un attentato davanti alla sua casa di Chelsea e le autorità sospettavano che ci fossero stati altri tentativi mai denunciati. Gonfio di arroganza e potere, rifiutava di rispettare le regole tradizionali della Cosa Nostra: una notte, ad esempio, entrò in un locale che già pagava la protezione a Gennaro Angiulo e pretese che l’esercente versasse del denaro anche a lui. A metà del 1966, la costante pressione da parte delle forze dell’ordine stava logorando sempre più la sua posizione nel crimine organizzato.
In ottobre, dopo essere stato arrestato insieme a tre complici per porto d’armi illegale mentre girava nella Combat Zone di Boston, Barboza comprese di essere ormai ai margini. Mentre i suoi compari furono rilasciati su cauzione, la sua fu fissata a 100.000 dollari, una cifra che non poteva permettersi. Nessuno della famiglia Patriarca mosse un dito per aiutarlo e lui stesso sospettava che fosse stata la Mafia a segnalarlo alla polizia. Due suoi uomini di fiducia, Arthur Bratsos e Thomas DePrisco, tentarono di raccogliere il denaro per liberarlo, ma cinque settimane dopo furono assassinati al Nite Lite Cafe da soldati della cosca di Ilario Zannino, guidati da Ralph “Ralphie Chong” Lamattina. I killer si impossessarono dei soldi, nascosero i cadaveri sul sedile posteriore dell’auto di Bratsos e abbandonarono il veicolo a South Boston, cercando di far ricadere la colpa sulle bande irlandesi. Un informatore, Joseph Lanzi, rivelò però tutto alla polizia. Pochi mesi più tardi, il 18 aprile 1967, anche lui venne assassinato dagli scagnozzi di Jerry Angiulo.
L’FBI intensificò allora i tentativi di convincere Barboza a collaborare. In dicembre il suo socio Joe Amico fu ucciso e, l’anno seguente, Barboza fu condannato a cinque anni per il possesso di armi. Nell’estate del 1967 Stephen Flemmi lo mise in guardia: Gennaro Angiulo e i suoi fratelli avevano deciso di eliminarlo. A quel punto Barboza cedette: accettò di diventare informatore dell’FBI e, in cambio, testimoniò contro Raymond Patriarca, entrando poi tra i primi nel Programma di Protezione Testimoni. Le autorità lo ricattarono: se non avesse collaborato, sua moglie e i suoi figli non sarebbero stati protetti. Gli promisero anche un ristorante e un intervento di chirurgia plastica per renderlo irriconoscibile, ma nessuna di queste promesse fu mantenuta.
Le sue deposizioni portarono a incriminazioni eccellenti: il 20 giugno 1967 Patriarca e Enrico Tameleo furono accusati di cospirazione per l’omicidio del bookmaker Willie Marfeo; il 9 agosto Gennaro Angiulo fu imputato per la morte di Rocco DiSiglio; nell’ottobre dello stesso anno sei uomini furono incriminati per l’omicidio di Edward “Teddy” Deegan, ucciso nel 1965. L’accusa sosteneva che Deegan fosse stato condannato a morte per i furti commessi insieme a Stephen Flemmi.
L’eco mediatica fu enorme e Barboza finì sulle prime pagine come “traditore”. In una lettera al Boston Herald scrisse:
Tutto ciò che voglio è essere lasciato in pace.
La Mafia tentò di comprarne il silenzio con 25.000 dollari; Barboza rilanciò chiedendo 50.000, cifra che venne accettata ma che rifiutò dopo aver consultato il suo avvocato. Angiulo fu poi assolto. Anni dopo, il presidente della giuria, Kenneth Matthews, rivelò che nessuno dei giurati aveva trovato credibile Barboza:
Non servì affatto allo Stato. Non era affidabile, non era nulla come testimone.
Il 30 gennaio 1968 una bomba piazzata nell’auto del suo avvocato, John E. Fitzgerald (in seguito giudice in South Dakota), lo ferì gravemente, costringendolo all’amputazione di una gamba sotto il ginocchio. Dopo quell’attentato, Barboza fu spostato di continuo: da Thacher Island a Fort Devens, fino agli alloggi ufficiali di Fort Knox, Kentucky. Qui era solito passeggiare con il suo pastore tedesco insieme a John Morris, futuro agente corrotto dell’FBI che all’epoca prestava servizio come militare della polizia.
Nel maggio 1968 iniziò il processo per l’omicidio Deegan: dopo cinquanta giorni di udienze, la giuria emise sei condanne. Quattro imputati - Peter Limone, Louis Greco, Enrico Tameleo e Ronald Cassesso - furono condannati a morte, mentre Joseph Salvati e Wilfred Roy French all’ergastolo. Barboza ricevette un anno di pena, incluso il tempo già scontato, e fu rilasciato sulla parola nel marzo 1969 sotto il falso nome di Joseph Bentley, trasferendosi a Santa Rosa, California, dove si iscrisse a una scuola di cucina.
Nell’estate del 1970 tornò a uccidere: la vittima fu Clay Wilson, considerata dall’FBI la ventiseiesima vittima di omicidio firmato da lui. Nel 1971 si dichiarò colpevole di omicidio di secondo grado e fu condannato a cinque anni a Folsom Prison. Durante la detenzione si dedicò alla scrittura di poesie sulla mafia americana, tra cui Boston Gang War, The Mafia Double Crosses, A Cat’s Lives e The Gang War.
Mentre collaborava con l’FBI, l’agente H. Paul Rico contribuì a incastrare Joseph Salvati, Peter Limone, Louis Greco e persino il suo ex superiore mafioso Enrico Tameleo per l’omicidio di Edward Deegan.
Dei sei condannati per quel delitto, solo Ronald “Ronnie the Pig” Cassesso e Wilfred Roy French erano effettivamente presenti nel vicolo in cui l’omicidio avvenne. Rico offrì a entrambi la possibilità di pene più lievi se avessero confermato la falsa testimonianza di Barboza, ma i due rifiutarono. Quando French venne minacciato con la pena di morte, rispose con sarcasmo a Rico:
Scalda pure la sedia elettrica.
Cassesso morì in carcere trent’anni dopo, mentre French venne liberato soltanto 34 anni più tardi.
Nel 1999, John Martorano, sicario della Winter Hill Gang, decise di collaborare con il governo dopo aver scoperto che sia Stephen Flemmi sia James “Whitey” Bulger erano informatori dell’FBI e passavano informazioni sulla Mafia e sulla stessa Winter Hill. Nel patteggiamento, Martorano rivelò a un agente della DEA che Barboza gli aveva confessato di aver mentito sui responsabili dell’omicidio Deegan. Martorano aggiunse anche che Vincent Flemmi aveva ammesso di essere lui l’autore materiale dell’uccisione di Deegan.
Intanto, Tameleo e Greco morirono in carcere dopo quasi trent’anni di detenzione, mentre Salvati e Limone furono scarcerati rispettivamente nel 1997 e nel 2001. Le famiglie di Greco, Tameleo, Salvati e Limone fecero causa al governo federale per oltre un miliardo di dollari complessivi. Nel luglio 2007, la giudice distrettuale Nancy Gertner stabilì che l’FBI aveva contribuito alla loro ingiusta condanna e ordinò agli Stati Uniti di risarcire i quattro uomini con 100 milioni di dollari.
Joseph Barboza fu rilasciato il 30 ottobre 1975 e si trasferì in un appartamento a San Francisco sotto il falso nome di Joseph Donati, pagando 250 dollari al mese. Scelse quel cognome dai fratelli gemelli Richard e Robert Donati. Poco dopo, stringendo amicizia con il piccolo criminale James Chalmas di South Boston, la sua posizione fu scoperta da Gennaro Angiulo.
L’11 febbraio 1976, Barboza uscì dall’appartamento di Chalmas: mentre si avvicinava alla sua auto, venne colpito a bruciapelo da quattro scariche di fucile a pompa. Era armato con una Colt calibro .38, ma non ebbe neppure il tempo di estrarla. Il suo avvocato, F. Lee Bailey, commentò la notizia con parole taglienti:
Con tutto il rispetto per il mio ex cliente, non credo che la società abbia perso molto.
In seguito, una microspia registrò Ilario Zannino, braccio destro e uomo di fiducia di Angiulo, vantarsi che a premere il grilletto era stato Joseph "J.R." Russo, definendolo “un genio con la carabina”.
Barboza venne sepolto al South Dartmouth Cemetery di Dartmouth, Massachusetts.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 108119770 · LCCN (EN) no2010052215 · J9U (EN, HE) 987007327609305171 |
|---|