Gennaro Joseph Angiulo Sr., detto Jerry (Boston, 20 marzo 1919 – Boston, 29 agosto 2009), è stato un mafioso statunitense che raggiunse il ruolo di sottocapo nella famiglia Patriarca del New England, sotto la guida di Raymond Patriarca Sr..
Nel 1986 fu condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e racket, scontando una lunga pena detentiva fino al rilascio avvenuto nel 2007. Secondo Thomas J. Foley, colonnello della Polizia di Stato del Massachusetts, Angiulo fu “probabilmente l’ultimo grande boss mafioso della storia di Boston”.
Gennaro Angiulo nacque nel 1919 da Cesare e Giovannina “Jeannie” Fimiani, immigrati italiani proprietari del “Dog House”, una piccola bottega di generi alimentari e tavola calda situata in Prince Street, nel quartiere North End di Boston. Crebbe insieme ai suoi fratelli Nicolò, Donato, Francesco, Antonio, Michele e James.
Sebbene fosse originario del North End, completò gli studi alla Boston English High School, diplomandosi nel 1936. Il suo sogno era iscriversi alla Suffolk Law School e intraprendere la carriera di avvocato penalista. Tuttavia, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, decise di arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti, dove prestò servizio per quattro anni nel teatro del Pacifico, raggiungendo il grado di Chief Boatswain’s Mate (nostromo capo). Terminato il conflitto, fece ritorno al suo quartiere natale di Boston.
I fratelli di Gennaro, ormai già inseriti nel sottobosco criminale di Boston, lo coinvolsero nelle loro attività. Le pressioni delle autorità locali per fermare e perseguire i gestori della cosiddetta “lotteria italiana” crearono per loro un’opportunità: gli Angiulo riuscirono a convincere diversi commercianti a fare da copertura ai loro allibratori, concedendo “sconti” sulle giocate in cambio della collaborazione. I profitti venivano poi reinvestiti in attività apparentemente legittime, come i locali notturni, così da ripulire il denaro. In breve tempo, la potente famiglia Patriarca cooptò i fratelli, accogliendoli come membri dell’organizzazione e trattenendo una parte dei guadagni.
Con l’avvio delle udienze Kefauver nel 1950, Joseph Lombardi, figura di spicco della mafia bostoniana, ordinò la cessazione di tutte le attività di scommesse nella città o, in alternativa, che fossero portate avanti senza una banca di compensazione centrale e senza protezione da parte della polizia. Temendo che la visibilità mediatica delle indagini potesse compromettere i suoi affari, tolse così ai bookmaker la protezione mafiosa, ma al tempo stesso li rese liberi di agire in modo indipendente. Nel 1951 Angiulo ottenne il permesso di Lombardi di entrare nel giro delle scommesse clandestine. L’eccessiva prudenza con cui la mafia reagì alle udienze, che in realtà ebbero scarso impatto sul crimine organizzato di Boston, permise ad Angiulo di assumere il controllo delle nuove attività di gioco ormai autonome.
Alla fine degli anni Cinquanta, Angiulo divenne bersaglio delle estorsioni del mafioso Ilario “Larry Baione” Zannino. Per mettere fine al ricatto, versò 50.000 dollari a Raymond “the Man” Patriarca, boss della famiglia di Providence (Rhode Island), ottenendo così l’ingresso ufficiale come “uomo d’onore” nella famiglia. L’accordo prevedeva anche un pagamento annuale di 100.000 dollari. Grazie a quell’intesa, Angiulo riuscì a entrare a pieno titolo nella mafia senza dover compiere un omicidio, requisito normalmente indispensabile per i candidati. Il rapporto con Patriarca rimase puramente economico: pur non essendo stimato né particolarmente benvoluto a Providence, Gennaro godeva della protezione del boss grazie ai suoi ingenti guadagni.
Intorno al 1962, Angiulo entrò in conflitto con Vincent “Fat Vinny” Teresa, un mafioso che aveva aggredito un collaboratore di Joseph Paterno, caporegime del New Jersey affiliato ai Gambino. Paterno si rivolse ad Angiulo per lamentarsi e Gennaro, che già non sopportava Teresa, arrivò a sollecitare la sua eliminazione. Solo l’intervento diretto di Patriarca evitò l’omicidio. Poco dopo, Teresa iniziò a collaborare come informatore confidenziale per l’FBI.
I fratelli Angiulo furono citati per la prima volta pubblicamente come membri della mafia durante le udienze Valachi del 1963. La fama di Gennaro come abile uomo d’affari e i suoi successi nel racket convinsero Raymond Patriarca a nominarlo sottocapo della famiglia. Da quella posizione, Angiulo guidò il mondo criminale di Boston dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, supervisionando tutte le attività mafiose tra Boston e Worcester. Il suo più stretto collaboratore era Ilario “Larry Baione” Zannino, che forniva la forza di intimidazione necessaria alla fazione bostoniana della famiglia.
Gennaro e i suoi fratelli gestivano l’organizzazione dal quartier generale noto come il “Dog House”, al 98 di Prince Street, nel North End, lo stesso edificio che un tempo aveva ospitato l’abitazione di famiglia e la tavola calda dei genitori negli anni Quaranta. Nella comunità italiana del quartiere gli Angiulo godevano di grande popolarità.
Nel settembre 1961 esplose a Boston una guerra di bande tra i McLaughlin di Charlestown e la Winter Hill Gang di Somerville, rivali irlandesi. Il conflitto, che causò oltre cinquanta omicidi, costrinse molti gangster a nascondersi e a trascurare le loro attività, riducendo così gli introiti destinati a Patriarca. Irritato, il boss minacciò di “dichiarare la legge marziale” e impose un incontro di pace nel gennaio 1965, che però fallì. Angiulo e Patriarca si rivolsero allora al boss newyorkese Vito Genovese, che suggerì di cedere parte del territorio per placare le bande irlandesi. Patriarca decise invece di aiutare la Winter Hill Gang per eliminare i McLaughlin. In seguito, Angiulo si vantò di aver fatto uccidere venti gangster irlandesi insieme ai fratelli, dichiarando:
Abbiamo seppellito venti fottuti irlandesi per prenderci questa città.
L’8 agosto 1967 Angiulo fu incriminato dal grand jury della contea di Suffolk per cospirazione nell’omicidio di Rocco DiSiglio, un ex pugile affiliato alla mafia, trovato crivellato di colpi in un’auto sportiva a Topsfield nel giugno 1966. Secondo l’accusa, Gennaro avrebbe ordinato a Richard DeVincent, Marino LePore e Bernard “Bernie” Zinna di eseguire il delitto. L’imputazione derivava dalle testimonianze rese dall’ex sicario Joseph “the Animal” Barboza. Per garantirsi l’assoluzione, Angiulo ricorse a due suoi uomini di fiducia, Stephen “the Rifleman” Flemmi e Francis “Cadillac Frank” Salemme, che si occuparono di condizionare la giuria. Nel 1968, lui e i coimputati furono assolti.
In seguito, Angiulo si appoggiò alla Winter Hill Gang per contrastare la banda di Somerville guidata da Alfred “Indian Al” Notarangeli, che aveva iniziato a estorcere denaro agli allibratori sotto protezione Patriarca. Durante un permesso dal carcere, nel 1972, Notarangeli assassinò uno degli uomini di Gennaro, Paulie Folino, il cui corpo fu rinvenuto un mese dopo in una fossa poco profonda a Boxford. Tra marzo e aprile 1973, la Winter Hill Gang eliminò diversi membri della fazione rivale, tra cui Michael Milano, Al Plummer, William O’Brien, James Leary e Joseph “Indian Joe” Notarangeli. Dopo vari tentativi falliti, Alfred Notarangeli fu infine ucciso con un colpo alla testa e ritrovato nel bagagliaio della sua auto il 22 febbraio 1974, su ordine della famiglia Patriarca.
Nel frattempo, Angiulo accumulò una fortuna milionaria. Si stabilì in una villa affacciata sul mare a Nahant e girava a bordo di una Jeep con la targa personalizzata “Italian Stallion”.
Nel 1981 l’FBI piazzò microspie nel quartier generale degli Angiulo e in un circolo privato poco distante, al 51 di North Margin Street, monitorando le conversazioni per tre mesi. In un processo federale successivo emerse che furono i gangster rivali Whitey Bulger e Stephen Flemmi - quest’ultimo amico di lunga data della famiglia Angiulo - a fornire agli agenti uno schema che indicava i punti esatti in cui installare le cimici. In una delle registrazioni, Angiulo si lasciò andare a una confessione senza filtri parlando con Zannino:
Non farei affari legittimi nemmeno per tutti i soldi del mondo. Noi siamo strozzini. Siamo allibratori clandestini. Spacciamo marijuana. Siamo illegali qui, illegali là. Incendiari! Siamo tutto, cazzo.
Il 19 settembre 1983, al termine di tre anni di indagini federali, Gennaro fu arrestato insieme ai fratelli Francesco e Michele all’interno del ristorante di Francesco, nel North End. Poco distante fu preso anche Donato Angiulo. Mentre veniva ammanettato e portato via, Gennaro gridò ironicamente:
Torno prima che le mie braciole si freddino!
Oltre ai quattro fratelli, furono incriminati anche il quinto Angiulo, Vittore, insieme a Ilario Zannino e Samuel Granito, con accuse di racket che comprendevano omicidio, usura, ostruzione della giustizia, intralcio alle forze dell’ordine, viaggi interstatali a fini criminali e gioco d'azzardo illegale. Nell’atto d’accusa erano elencati sei omicidi, incluso quello di Joseph Barboza. Secondo le autorità, gli Angiulo e i loro complici arrivavano a guadagnare 250.000 dollari a settimana dai racket.
Alla morte di Raymond Patriarca, nel luglio 1984, Angiulo aspirò alla successione come capo della famiglia. Ma il suo più stretto luogotenente, Zannino, scelse di appoggiare Raymond Patriarca Jr., che una volta insediato lo ricompensò nominandolo consigliere. Dopo l’arresto di Gennaro, e a seguito delle notizie di stampa che mettevano in luce la sua imprudenza nell’aver permesso all’FBI di infiltrarsi nella mafia di Boston, la famiglia Patriarca lo retrocesse simbolicamente al grado di semplice soldato. A sostituirlo come sottocapo fu nominato Francesco “Paul” Intiso.
Nel processo, ampiamente seguito dall’opinione pubblica e durato otto mesi, la giuria ascoltò ore di registrazioni in cui Angiulo e i suoi uomini discutevano e pianificavano numerose attività illegali: omicidi, gioco d'azzardo, usura ed estorsioni. In una di queste conversazioni, Gennaro ordinava l’uccisione di un barista impiegato in uno dei suoi locali, colpevole di essersi offerto di testimoniare di aver sentito dettagli compromettenti sui suoi crimini. Il piano fu sventato dall’FBI, che avvertì il testimone in tempo.
Durante le udienze, Angiulo si mostrò spesso sprezzante, commentando sarcasticamente le prove portate dall’accusa e facendo battute, tanto che il giudice del tribunale distrettuale, David Nelson, fu costretto più volte a redarguirlo per la sua condotta irrispettosa.
Il 27 febbraio 1986, Gennaro Angiulo e i suoi coimputati furono condannati per quella che i giornali definirono “una valanga di capi d’accusa”. Il 3 aprile dello stesso anno, gli vennero inflitti 45 anni di carcere per 12 imputazioni, tra cui racket, gioco d'azzardo illegale, usura e ostruzione della giustizia. Difendendosi da solo in aula, Angiulo tentò più volte - senza successo - di ribaltare la condanna, affermando tra l’altro di essere stato incastrato dall’FBI con la complicità di Whitey Bulger e Stephen Flemmi.
In una dichiarazione giurata presentata nel 2004 a un tribunale federale, scrisse che le sue gravi condizioni di salute rendevano la pena “equivalente a una condanna a morte illegale”. Detenuto nell’ospedale carcerario federale di Devens, ottenne la libertà condizionale il 10 settembre 2007. Da allora, sottoposto regolarmente a dialisi, visse nella sua casa sul mare a Nahant. Negli ultimi anni trascorse molto tempo con la moglie Barbara, dalla quale aveva avuto tre figli.
Angiulo morì il 29 agosto 2009 presso il Massachusetts General Hospital, stroncato da un’insufficienza renale dovuta a una malattia ai reni.
Nel film biografico Black Mass - L'ultimo gangster (2015), basato sulla vita di Whitey Bulger, il ruolo di Gennaro Angiulo è interpretato dall’attore Bill Haims.