
L'etruscheria, detta anche etruscomania, fu la passione per il mondo etrusco che attraversò la cultura italiana del Settecento: un'attenzione, che si trasformò in ossessione, per le origini, la lingua e i costumi degli Etruschi, che Massimo Pallottino descrive arrivata «al più alto grado di incandescenza» e che, nel giudizio della critica posteriore, spinse gli antiquari a sopravvalutare largamente il posto degli Etruschi fra i popoli dell'antichità. Sulle loro origini e sulla loro lingua si costruirono ipotesi infondate, che conservano interesse solo per la storia della questione etrusca, tenute in piedi da un uso disinvolto delle fonti che in qualche caso arrivò a fabbricare i documenti. Ne vennero nuovi ritrovamenti, collezioni private sempre più ricche e dispute che nascevano fra i soci delle accademie e uscivano poi a stampa.
Il nome etruscheria, che secondo Pallottino fu affibbiato al movimento con una sfumatura canzonatoria, è usato da Mauro Cristofani per designare l'intera stagione di studi che il De Etruria Regali inaugurò fra il 1720 e il 1726. Il discredito che quel nome porta con sé, avverte lo stesso Cristofani, è il punto di vista di chi da quell'ambiente seppe uscire: Winckelmann e Luigi Lanzi. Principali esponenti dell'"etruscomania" furono monsignor Mario Guarnacci di Volterra, Anton Francesco Gori, Giovanni Maria Lampredi, Giovanni Lami, Giovan Battista Passeri; alle sue origini stanno le figure di Filippo Buonarroti a Firenze e di Scipione Maffei a Verona.
Questo fervore erudito, considerato alla stregua di una rovinosa "mania" della cultura italiana dell'epoca, ebbe fine grazie all'opera di studiosi come Lanzi, Winckelmann e Karl Otfried Müller. Pallottino colloca l'etruscheria nella fase "prescientifica" degli studi sugli Etruschi, quella che va dall'antichità alle speculazioni erudite del Settecento e che mescola immaginazione soggettiva e rispetto fideistico per la tradizione; la fase scientifica, dotata del metodo storico, fu inaugurata sul finire del secolo da Lanzi e proseguita dagli archeologi e linguisti tedeschi a partire da Eduard Gerhard e Müller.

Il fenomeno esplose con la pubblicazione del De Etruria Regali dell'erudito scozzese Thomas Dempster, composto a Pisa nel triennio 1616-1619, quando l'autore vi teneva la cattedra di Pandette, su incarico di Cosimo II de' Medici e per suggerimento del segretario di Stato Camillo Guidi. L'opera non venne però pubblicata subito: consegnato al granduca, il manoscritto rimase fra le carte riservate del principe, e Cristofani spiega la mancata stampa con l'incompletezza del testo e con la difficoltà di trovare chi lo rifinisse; lo stesso Dempster, nell'indice dell'opera che pubblicò nel 1621, lamentava che i ministri di corte ne ritardassero un'edizione ordinata dal principe. Nel secolo successivo il bibliofilo inglese Thomas Coke, che sarebbe stato conte di Leicester dal 1744 e avrebbe fondato la Society of Dilettanti, partito appena sedicenne nel 1713 per il suo Grand Tour e di passaggio a Firenze nel 1716 e nel 1717, acquistò il manoscritto, ritrovato a Palazzo Pitti e passato per le mani dei fratelli Salvini, il letterato Anton Maria e Salvino.
Coke decise di pubblicarlo a proprie spese e l'edizione fu curata da Filippo Buonarroti, con l'assistenza di Antonio Maria Biscioni, che ricopiò e annotò il testo, e di Giovanni Gaetano Bottari; il testo fu sottoposto per l'imprimatur al rappresentante dell'Inquisizione, e la revisione occupò Biscioni dal febbraio 1719 all'ottobre dell'anno seguente. I due volumi, con frontespizio datato 1723-1724, furono messi in circolazione alla fine del 1726: alla stampa Coke volle aggiungere un apparato di tavole incise, affidate dal custode del museo mediceo Sebastiano Bianchi a un gruppo di incisori fiorentini, e Buonarroti vi unì le proprie Explicationes et conjecturae, un commento ai monumenti figurati che, per Cristofani, portava nell'opera un «crisma di modernità» sul piano archeologico che l'ambiente fiorentino non era ancora in grado di dare. Nell'introduzione Buonarroti dichiarava che i monumenti figurati conservano sulla religione e sui costumi degli Etruschi notizie assai più eloquenti di quelle tramandate dagli scrittori antichi: per Giovannangelo Camporeale è la dichiarazione che sposta la discussione dal terreno delle elucubrazioni e delle favole a quello dei dati concreti, in un momento in cui anche i cultori del mondo etrusco avevano ormai fatto proprio il metodo sperimentale di scuola galileiana e il rigore storico predicato da Ludovico Antonio Muratori; lo stesso Maffei riconobbe che quell'opera «fu come la prima tromba, dalla quale furono eccitati diversi ingegni». Questo libro diede inizio all'interesse degli inglesi per gli Etruschi, interesse esploso poi nel '700 che coinvolse studiosi italiani e stranieri.

Già nel 1720 il testo di Dempster appariva fuori tempo: Cristofani lo giudica un tardo esempio di letteratura erudita del Cinquecento, compilato attingendo senza distinzione a fonti antiche, medievali e umanistiche, comprese le falsificazioni di Alfonso Ceccarelli che l'autore aveva consultato nella biblioteca dell'erudito pisano Raffaele Roncioni; il settimo libro, dedicato alla famiglia Medici, congiunge l'Etruria antica a quella granducale riprendendo il mito che si era consolidato sotto Cosimo I. Già nel 1726, prima che i volumi fossero diffusi, Giusto Fontanini segnalò da Roma l'uso di autori apocrifi, e i curatori dovettero aggiungere in extremis un catalogo degli autori citati con gli scritti spuri contrassegnati da un asterisco. Marie-Laurence Haack osserva che i due volumi uscirono dedicati a Cosimo III e al successore Gian Gastone in anni in cui la dinastia, in forte declino, cercava di rafforzare la propria posizione insistendo sulle origini etrusche che si attribuiva.

Negli anni trenta del secolo le ricerche si fecero più fitte e Cristofani individua in Firenze e in Verona i due centri da cui muoveva la promozione degli studi etruschi: alla tradizione antiquaria fiorentina, di derivazione ecclesiastica e incarnata da Anton Francesco Gori, rispondeva la concezione di più ampio respiro di Scipione Maffei, il cui Trattato sopra la Nazione Etrusca e sopra gl'Itali primitivi, che cominciò a uscire nel 1739, collocava Etruschi, Italici e Latini dentro una sola cornice storica e apriva un filone che avrebbe trovato seguito nell'Italia avanti il dominio dei Romani di Giuseppe Micali (1810). Nel 1726 era stata fondata a Cortona l'Accademia Etrusca, di cui Buonarroti fu presidente fino alla morte, nel 1733, e i cui Saggi di dissertazioni accademiche cominciarono a uscire nel 1735. Nel 1735 nacque a Firenze la Società Colombaria, e nelle adunanze delle due accademie le scoperte dell'Etruria divennero il principale oggetto di discussione: un socio dava notizia di scavi, di reperti o di pezzi giunti dal mercato, quanto l'antiquario riferiva poteva essere chiarito da un letterato o da uno studioso di scienze naturali, e non di rado l'oggetto discusso restava all'accademia, dando origine alle due raccolte accademiche. A Cortona il presidente era eletto ogni anno con il titolo etrusco di lucumone e i soci si riunivano due volte al mese; i Saggi raccolsero i temi allora discussi, dalle origini alla lingua e all'alfabeto, ai rapporti con Ebrei, Lidi ed Egizi. Sull'onda delle scoperte fatte a Volterra nell'autunno del 1731 e su suggerimento di Buonarroti, Gori diede alle stampe il Museum Etruscum (I-II, Firenze 1737; III, 1743), stampato in casa propria con la collaborazione del tipografo Gaetano Albizzini: secondo Stefano Bruni è l'opera che, dopo il De Etruria regali, inaugurò in età moderna la grande trattazione delle antichità etrusche e fece di Gori, agli occhi della repubblica delle lettere, l'autorità massima dell'etruscheria nei decenni centrali del secolo. Con la morte di Gori, il 21 gennaio 1757, si aprì una serie di scomparse che privò l'erudizione fiorentina dei protagonisti della stagione della Reggenza.
All'interno del fenomeno occorre distinguere due componenti.

Una prima componente, di matrice campanilistica, tendeva ad attribuire agli Etruschi acquisizioni culturali, invenzioni e manufatti artistici a essi estranei o non pertinenti. Per giustificare tali inferenze storico-archeologiche, si ricorreva con disinvoltura alla distorsione delle fonti. Maurizio Harari riconduce a questa componente la definizione stessa di etruscheria, o etruscomania: un filone dell'antiquaria settecentesca che, alimentato dalle scoperte sempre più numerose e dalle nostalgie di un umanesimo attardato e fortemente ideologico, portò molti eruditi a un esercizio poco sorvegliato della ricerca storica locale, campanilistico e avventuroso «fino alla cosciente contraffazione del dato archeologico o epigrafico». Esponenti di questa corrente furono Mario Guarnacci da Volterra, Giovanni Battista Piranesi (con l'anti-ellenismo romanocentrico ed etruscocentrico espresso nelle sue opere teoriche), e Giovan Battista Passeri che tendeva a ricondurre ogni manifestazione artistica (come, ad esempio, i ritrovamenti poi ascritti alla ceramica greca), nell'alveo della civiltà etrusca. Nelle Origini italiche Guarnacci volle mostrare che le arti e le scienze non erano state importate dalla Grecia in Italia ma esportate dall'Italia in Grecia, e rimproverava ai Romani l'ingratitudine verso gli Etruschi, ai quali dovevano leggi, arti, monumenti e riti; fra le opere teoriche di Piranesi sta il Ragionamento apologetico in difesa dell'architettura egizia e toscana (1769), che attribuiva alla produzione artistica etrusca un influsso profondo su quella di Roma. Questo atteggiamento culturale campanilista aveva un precedente storico di fine Quattrocento, rappresentato nella vicenda delle ingegnose falsificazioni storiche fabbricate da Annio da Viterbo, da lui riversate nella colossale opera degli Antiquitatum variarum volumina XVII. Un precedente più vicino è quello del volterrano Curzio Inghirami, che fabbricò iscrizioni pseudo-etrusche e pseudo-latine e le pubblicò negli Ethruscarum antiquitatum fragmenta (Francoforte, 1637) dichiarandole rinvenute a Scornello, presso Volterra, per dare lustro alla propria città: Leone Allacci le riconobbe subito come falsi, ma Inghirami non ritrattò e le difese in un Trattato sopra l'opposizioni fatte all'antichità toscane (Firenze, 1645). L'attribuzione agli Etruschi delle invenzioni più importanti nelle scienze e nelle arti e la loro identificazione con i primi abitatori dell'Italia, saldati alle genealogie bibliche attraverso l'equivalenza fra Giano e Noè che risaliva ad Annio, erano già nel De Etruria regali di Dempster. Fra i tratti dell'etruscheria Pallottino ricorda anche la pretesa che l'Etruria avesse preceduto le altre civiltà antiche, portata fino a dire etruschi oggetti e figure che appartenevano al mondo classico, e proprio in pieno neoclassicismo.
Un secondo filone della mania etrusca si rivolse non solo ai prodotti architettonici e artistici, ma anche agli studi linguistici e vide coinvolte figure di antiquari di spicco come Scipione Maffei e Anton Francesco Gori. I problemi principali di questo interesse linguistico riguardavano la classificazione della lingua etrusca e del suo alfabeto, secondo il quadro di conoscenze dell'epoca. In tale ambito, si fronteggiavano due opposte prese di posizione. La prima tendenza, facente capo a Maffei, pretendeva di inserire la genealogia linguistica dell'etrusco nell'ambito delle lingue semitiche e aramaiche. La seconda teoria, facente capo al Gori, pretendeva di inserire l'etrusco tra le lingue classiche (latino e greco antico). La divergenza di idee, e l'acribia delle tesi contrapposte, trasformò la linguistica etrusca in un poco proficuo terreno di scontro e di aspra polemica, che ebbe l'ulteriore effetto di distogliere un interesse più serio da parte di scienziati della seconda metà del secolo.
L'aggancio dell'etrusco all'ebraico o all'aramaico era un tema antico, che risaliva ad Annio da Viterbo e che nel Cinquecento avevano sostenuto Pier Francesco Giambullari e Guillaume Postel; Dempster non lo accolse e riteneva che la lingua degli Etruschi non somigliasse a nessun'altra dell'antichità. Buonarroti, nelle Explicationes aggiunte al De Etruria regali, fu forse il primo a tenere distinte le due questioni, quella della scrittura e quella della lingua: i caratteri gli parvero derivati dal greco, mentre l'idioma restava indecifrato. Riconobbe nel segno a cerchio il theta greco e propose, senza affezionarvisi, un'origine egizia degli Etruschi, invitando gli studiosi di copto ad approfondire il confronto. Maffei, nel "ragionamento" Degl'Itali primitivi che nel 1727 accompagnò la sua Istoria diplomatica, indicò invece nei Cananei i progenitori degli Etruschi, con un procedimento fondato su assonanze etimologiche e coincidenze di costume (il fiume biblico Arnon accostato all'Arno, le dodici tribù ebraiche alle dodici città etrusche) nel quale Cristofani riconosce la via che «ha alimentato tanti dilettanti» in materia di etrusco. Secondo Arnaldo Momigliano fra quel testo del 1727, improvvisato per dire la propria subito dopo la comparsa del De Etruria regali, e lo scritto del 1739 corre un abisso: nel secondo Maffei si occupava soprattutto dell'estensione degli Etruschi e della loro civiltà in Italia, e i contatti con il mondo ebraico erano ormai confinati in una breve appendice del 1740 alla quale egli stesso dava poco peso; fu appunto allo scritto del 1739, e non a quello del 1727, che si richiamò Müller, il quale giudicava Maffei superiore a tutti i suoi contemporanei nella valutazione della civiltà etrusca. Nel 1731 il dotto svizzero Louis Bourguet pubblicò sull'alfabeto etrusco un saggio costruito sulle iscrizioni riprodotte nelle tavole del De Etruria regali, nel quale faceva derivare l'alfabeto etrusco, come quello greco, dagli alfabeti ebraico e samaritano.

L'etruscheria non fu un fenomeno soltanto toscano. Maffei, che fin dagli anni dieci del secolo chiedeva ai corrispondenti fiorentini e perugini reperti, disegni e incisioni di antichità etrusche, riservò una sezione alle iscrizioni "di caratteri ignoti" (etrusche, puniche, egizie) nel museo lapidario che andava costituendo a sue spese a Verona e vi raccolse urne chiusine, volterrane e perugine.
A Viterbo, dove i "miti" anniani erano rimasti vivi per tutto il Cinquecento e il Seicento, la scoperta fortuita di una tomba con nove sarcofagi figurati alla Cipollara, fra il febbraio e il marzo del 1694, riportò i viterbesi a occuparsi delle antichità della loro città: lo scavo, promosso dal governatore Michelangelo Conti (il futuro papa Innocenzo XIII) con l'intento dichiarato di trovare nuove prove a conferma delle teorie di Annio, fu documentato con cura e i materiali confluirono in parte nella raccolta che il segretario del Comune Bernardino Peroni allestì nel palazzo comunale, visitata nello stesso anno da Buonarroti. Valentino Nizzo considera i Veterum Etruscorum monumenta di Feliciano Bussi, rimasti manoscritti (1738), una delle testimonianze più significative del passaggio dall'etruscheria di stampo anniano a quella di Buonarroti e Gori: Bussi annota per ogni pezzo il luogo e le circostanze del rinvenimento, le misure e le associazioni di corredo, e riproduce un cinerario villanoviano, che chiama "bellissimo", in anni in cui di quella classe di materiali nessuno degli studiosi maggiori si occupava.
A Bologna, dove Dempster aveva tenuto la cattedra di lettere umane fra il 1619 e il 1625 e dove nel suo De Etruria regali aveva ridimensionato il passato etrusco della città a dispetto del passo di Plinio su Felsina, Giuseppe Sassatelli osserva che gli Etruschi padani restarono a lungo quelli di Plinio e di Livio, senza che i resti visibili di Marzabotto e di Spina attirassero l'attenzione degli antiquari; la cattedra di antichità istituita nell'Istituto delle Scienze nel 1781 e affidata a Giacomo Biancani Tazzi, membro dell'Accademia Etrusca, rimase legata ai metodi dell'antiquaria settecentesca, e solo con Filippo Schiassi, nei primi decenni dell'Ottocento, gli studi bolognesi si allontanarono dall'erudizione dilettantesca dell'etruscheria, con un ruolo che Sassatelli paragona a quello avuto da Lanzi in Toscana.
Il gusto etrusco varcò presto i confini italiani. In Francia Anne-Claude-Philippe de Caylus accolse le antichità etrusche, accanto alle egizie, alle greche, alle romane e alle galliche, nel Recueil pubblicato fra il 1752 e il 1767. In Inghilterra le due raccolte di vasi greci messe insieme da William Hamilton durante la sua ambasceria a Napoli e descritte come etrusche da Pierre-François d'Hancarville negli Antiquités étrusques, grecques et romaines (1766-1767) fecero nascere un "gusto etrusco" che si estese alla decorazione murale e al vasellame: nel 1769 Josiah Wedgwood battezzò Etruria la nuova fabbrica di vasi decorativi di Burslem, ponendola sotto il motto Artes Etruriae renascuntur, e poco prima aveva messo a punto un grès nero a grana fine che diceva "etrusco", mentre i fratelli Adam allestirono fra il 1775 e il 1777 la Etruscan Room di Osterley Park; in Francia Jean-Jacques Lagrenée disegnò all'etrusca parte del servizio della latteria di Maria Antonietta. Alla stessa voga l'enciclopedia curata da Nancy Thomson de Grummond riconduce anche la fortuna europea dell'ordine etrusco o tuscanico, con la colonna posata su una base propria e il capitello stretto, che dice più comune in Inghilterra e in America del dorico greco. Christoph Ulf osserva che l'etruscheria trovò eco favorevole anche in Inghilterra, benché gli studiosi britannici si siano poi occupati poco degli Etruschi.

L'etruscheria non è storiografia né archeologia, perché gli etruscomani non hanno la pretesa di interpretare le fonti antiche: nel caso migliore sono assimilabili a degli antiquari e a dei "cercatori" di oggetti. Pallottino lo riassume in un ambiente fatto di erudizione e di libri, di raccolte di antichità e di conversazioni di salotto, e Cristofani, riprendendo la distinzione fra antiquario e storico proposta da Arnaldo Momigliano, qualifica Dempster come un puro antiquario per la sua incapacità di vagliare la validità delle informazioni delle fonti, e riconosce solo a Maffei il passaggio dall'antiquaria al piano, ancora vacillante, della storiografia. Ancor più negativo è il giudizio sul valore culturale della già citata opera di asservimento della lettura delle fonti all'intento ideologico del campanilismo e dell'anti-ellenismo.
Sostanzialmente sterile e dannosa è da considerare anche l'asprezza dei modi e dei toni con cui si manifestarono le diatribe: la virulenta polemica sulla genealogia linguistica, ad esempio, oltre all'intrinseca sterilità, ebbe l'effetto ulteriore di alienare l'interesse di molti studiosi di etruscologia della seconda metà del XVIII secolo. Alle polemiche appartiene anche la disputa degli anni quaranta sulla priorità dell'interesse per gli Etruschi, che Maffei rivendicava a sé e Gori all'ambiente toscano.
Arnaldo Momigliano, storico dell'antichità e studioso della storiografia antica, scrisse che "l'etruscologia fu per un secolo una forza disgregatrice, una reale malattia della cultura italiana", finché non fu debellata da Karl Otfried Müller. Un ruolo importante ebbe l'opera di Luigi Lanzi e la pubblicazione della Geschichte der Kunst des Altertums di Johann Joachim Winckelmann (Dresda, 1764) in cui si tentava, sulla base di un repertorio di evidenze archeologiche "sospette" o ancora limitate, un suo inquadramento in rapporto all'arte dell'antichità (in particolare greco-romana). Winckelmann soggiornò a Firenze dal settembre 1758 all'aprile 1759, invitato da Heinrich Wilhelm Muzell Stosch a catalogare la raccolta di gemme del barone Philipp von Stosch, ma anche per portare avanti, in vista della Geschichte, le proprie ricerche sugli Etruschi; il suo rapporto con gli eruditi fiorentini fu difficile, e una volta tornato a Roma li liquidò con parole durissime. Nella Geschichte discusse l'origine greca dei vasi rinvenuti in Etruria e per questo ritenuti etruschi, questione sulla quale Lanzi tornò nel 1806 con il saggio De' vasi antichi dipinti volgarmente chiamati etruschi, che li riconosceva greci.
Alla Geschichte si deve anche il primo tentativo di periodizzazione dell'arte etrusca, articolato in tre stili. Secondo Harari, dei tre Winckelmann giudicava più vicino alla qualità ellenica proprio l'ultimo, mentre nel primo vedeva un richiamo ai modi egizi e riconosceva nel secondo, che definiva «forzato e violento», il più tipicamente etrusco; a quella lettura si attenne la voce sugli Etruschi del supplemento dell'Encyclopédie (1776). Il filologo Christian Gottlob Heyne, che lavorava invece sui libri degli antiquari toscani disponibili nella biblioteca di Gottinga, propose una periodizzazione in cinque stili. Per Harari il Saggio di lingua etrusca di Lanzi (1789) è il testo fondativo di una nuova epoca degli studi etruschi, che li sottrasse alla polverizzazione polemica dell'etruscheria. Negli studi sulla moneta il progresso decisivo di fine Settecento non nacque, secondo Luigi Tondo, dall'etruscheria ma dal metodo numismatico generale e dall'importanza del dato di provenienza, che Domenico Sestini impose attraverso dure polemiche; e lo stesso Saggio di Lanzi accoglieva fra le emissioni etrusche pezzi che gli studi successivi assegnarono ad altre aree. Con il nuovo secolo, osserva Pallottino, quel mondo si dissolve: l'Etruria meridionale diventa meta di chi viaggia e di chi scava, e gli studi prendono un andamento critico. Anche per Camporeale, quando nella prima metà dell'Ottocento il «gusto all'etrusca» sopravvive ancora nelle arti applicate, l'etruscheria «ormai ha fatto il suo tempo»: la curiosità per gli Etruschi cessa di essere la cosa spiccatamente toscana che era stata alle origini e negli anni del successo, e comincia a coinvolgere dotti e artisti d'oltralpe.
All'etruscheria è stata riconosciuta anche una funzione politica. Tim Cornell osserva che gli studiosi italiani del Settecento trovarono nelle civiltà dell'Italia preromana un punto d'appoggio per il patriottismo locale e nazionale, e che nel loro lavoro correva una forte vena antiromana, che vedeva nella Roma antica un oppressore e nella sua controparte moderna un centro di reazione clericale e un ostacolo alle aspirazioni nazionali; il movimento proseguì nel primo Ottocento ed ebbe la sua parte nel Risorgimento. Nello stesso senso Ulf ricorda che nella costruzione del passato durante il Risorgimento gli Etruschi potevano essere contrapposti ai Romani come forza culturale e politica autonoma. Momigliano rileva che Müller qualificò l'etruscheria settecentesca come antigreca, mentre a suo giudizio essa era ancor più antiromana, aspetto che la polemica di Müller non menziona; il Die Etrusker del 1828, aggiunge, utilizzò e insieme demolì in parte i principi dell'etruscheria italiana del Settecento. Giuseppe Maria Della Fina riconosce in quel libro il primo manuale di etruscologia.
Alcuni dei modi dell'etruscheria non si esaurirono con la sua stagione. Del procedimento seguito da Maffei, che accostava per assonanza nomi etruschi e nomi ebraici, Cristofani osserva che è lo stesso che «ha alimentato tanti dilettanti in materia di etrusco». Pallottino, dal canto suo, vede la cultura moderna dividersi in due a partire dalla seconda metà dell'Ottocento: da una parte la ricerca scientifica, dall'altra una deriva verso la fantasia e il dilettantismo, alla quale, nota, diedero il loro contributo anche opere letterarie di alto livello come i libri di Aldous Huxley e David Herbert Lawrence, che consegnarono gli Etruschi al sogno dei poeti. Nel dibattito sulle origini riaperto dalla scoperta dell'iscrizione di Lemno nel 1885, Ugo Antonielli sostenne che le inumazioni dell'età del rame e dell'età del bronzo in area tirrenica rappresentassero la popolazione indigena e che la cremazione fosse stata portata da genti scese da nord, all'origine della cultura villanoviana: una ricostruzione rivolta a stabilire il carattere autoctono e autonomo degli Etruschi. Secondo Ulf un'argomentazione di questo tipo può essere considerata la continuazione dell'etruscheria in veste scientifica, e si colloca negli anni in cui molte energie andavano a rivendicare l'autonomia dell'arte etrusca e italica rispetto a quella greca. Cornell individua poi, dopo la seconda guerra mondiale e come reazione al culto fascista della romanità, un ritorno dell'etruscheria antiromana, che toccò il massimo negli anni cinquanta e sessanta sull'onda della mostra parigina del 1955 e della fioritura di libri divulgativi sul mistero degli Etruschi.
Non tutti i bilanci sono però negativi. Harari osserva che quel localismo di parte e quelle cadute del controllo critico non impedirono di mettere insieme nuova documentazione sulla civiltà etrusca, e che anzi, a loro modo, la resero possibile: l'attenzione arrivò a comprendere anche i materiali più umili e in apparenza insignificanti, quelli che oggi si direbbero di cultura materiale. Nei grandi repertori dell'antiquaria toscana, dal Museum Etruscum alle Origini italiche alle Picturae Etruscorum in vasculis di Passeri (1767-1775), egli vede una prima forma dei grandi corpora che l'archeologia avrebbe prodotto nel secolo seguente. Anche per Camporeale quelle opere valgono non per le teorie che sostengono, interessanti ormai solo per la storia della questione etrusca, ma perché fecero circolare e misero in gioco, nell'impostazione dei problemi, fonti di tipo diverso: letterarie, epigrafiche, monumentali, toponomastiche. Cornell, che pure registra come le manifestazioni più stravaganti di quella speculazione erudita fossero bollate con il nome di etruscheria, riconosce agli antiquari di avere ottenuto molto e di avere preparato il terreno allo studio pionieristico di Müller.
Alla frenesia etrusca sono ascrivibili anche alcune conseguenze positive, almeno nella misura in cui essa, come avvenne con Carlo Denina, fu foriera di una visione più ampia della storia dell'Italia antica, e di forme di ripensamento, in un quadro storico più articolato, in cui potevano trovare spazio anche i contributi dei popoli italici autonomi dell'Italia pre-romana. Per Cristofani questa visione unitaria dell'Italia preromana ha il suo punto di partenza nel Trattato di Maffei del 1739. Della Fina osserva che gli Etruschi attrassero anche i primi riformatori italiani, portati a sottolineare l'assetto istituzionale di tipo repubblicano e la struttura federale del loro stato: fra questi il giurista Giovanni Maria Lampredi, autore di un Saggio sopra la filosofia degli antichi Etruschi (1756), e lo stesso Denina delle Rivoluzioni d'Italia (1769); il tema entrò anche nel giornalismo nascente, con il settimanale Novelle letterarie pubblicato a Firenze dal 1740 per iniziativa di Giovanni Lami.

La mania etrusca ebbe importanti ripercussioni nella storia museale e dei beni culturali italiani: si deve al frenetico interesse dell'epoca la nascita di molte importanti collezioni, come il Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona, o la collezione privata di monsignor Mario Guarnacci (confluita poi nel Museo etrusco Guarnacci di Volterra), o le raccolte private senesi ora acquisite al Museo archeologico nazionale di Siena. Notevole fu anche l'arricchimento, con reperti etruschi, di cui beneficiarono collezioni già esistenti, come quelle del Granducato di Toscana. Le collezioni granducali restarono tuttavia, secondo Cristofani, estranee al momento di massima diffusione dell'etruscheria, che fu vivo piuttosto nelle accademie, nei musei delle comunità minori e nelle raccolte private: un inventario delle "anticaglie etrusche" della Galleria degli Uffizi, redatto nel 1761 probabilmente dall'antiquario Raimondo Cocchi su richiesta di Pompeo Neri mentre si trattava l'acquisto della collezione Galluzzi di Volterra, poi concluso nel 1771, ne documenta la consistenza. Fra le raccolte private del primo Settecento Cristofani ricorda quella di casa Buonarroti a Firenze, che il senatore arricchì di reperti etruschi come le urne ellenistiche scoperte a Poggio al Moro presso Chiusi nel 1721. Nel settembre del 1731, andando a Volterra sull'onda delle scoperte che vi si facevano, Gori vi trovò un museo aperto al pubblico e alimentato dagli scavi della zona, uno dei primi di cui si abbia notizia; a Cortona l'Accademia Etrusca aprì al pubblico la propria raccolta nel 1750.
Camporeale sottolinea però anche il rovescio di quella moda collezionistica: l'apprezzamento andava al cimelio in sé e non al contesto di rinvenimento, i pezzi interi si conservavano e i frammenti si trascuravano, e la caccia al tesoro provocò talvolta rovine irreparabili. Nella Storia dell'arte nell'antichità Winckelmann si lamentava che a Tarquinia alcune pitture si fossero guastate appena aperta la tomba, e che altre fossero state abbattute a colpi di piccone da chi sperava di trovarvi dietro un tesoro. La crescita del mercato antiquario portò con sé la perdita delle provenienze e dei contesti, la dispersione dei materiali e la circolazione di falsi.