| Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Località | Roma |
| Indirizzo | Viale delle Belle Arti 131, 00197 Roma |
| Coordinate | 41°55′01.37″N 12°28′47.93″E |
| Caratteristiche | |
| Tipo | Museo nazionale di arte moderna e arte contemporanea |
| Istituzione | 1883 |
| Fondatori | Guido Baccelli |
| Apertura | 5 marzo 1885 |
| Proprietà | Stato Italiano |
| Direttore | Renata Cristina Mazzantini |
| Visitatori | 204 152 (2022) |
| Sito web | |
La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea è un museo statale italiano con sede a Roma.
Custodisce la più completa collezione dedicata all'arte italiana e straniera dal XIX secolo a oggi. Tra dipinti, disegni, sculture e installazioni, le quasi 20.000 opere della raccolta sono espressione delle principali correnti artistiche degli ultimi due secoli, dal neoclassicismo all'impressionismo, dal divisionismo alle avanguardie storiche dei primi anni del Novecento, dal futurismo e surrealismo, al più cospicuo nucleo di opere di arte italiana tra gli anni ’20 e gli anni ’40, dal movimento di Novecento alla cosiddetta Scuola romana, per giungere alla seconda metà del XX secolo.
È di proprietà del Ministero della cultura, che dal 2014 la ha annoverata tra gli istituti museali dotati di autonomia speciale.
La seguente descrizione è riferita all'allestimento delle sale precedenti al riordino del 2016 quando gli spazi sono stati completamente rinnovati e riallestiti.

La Galleria Nazionale nasce nel 1883, pochi anni dopo la costituzione dello Stato unitario italiano (Roma era diventata capitale d'Italia nel 1871), poiché si sentiva la necessità di un museo dedicato agli artisti contemporanei viventi o scomparsi da poco. La prima sede della Galleria fu il palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, la cui istituzione si deve all'opera del ministro Guido Baccelli. Ben presto, però, questa sede si rivelò insufficiente ad accogliere quadri e sculture che nel tempo erano aumentati di numero. Vi era poi un altro inconveniente: ogni volta che si teneva una mostra temporanea, le opere esposte dovevano essere rimosse.
Così, nel 1911, si colse l'occasione dell'Esposizione nazionale celebrativa del cinquantenario dell'Unità d'Italia per costruire a Valle Giulia l'edificio attuale come sede stabile della Galleria. Il palazzo delle belle arti venne progettato dall'architetto e ingegnere romano Cesare Bazzani (autore, tra le altre cose, del Palazzo del Ministero della pubblica istruzione e dell'ospedale Fatebenefratelli).
Nel 1933 anche questo edificio divenne insufficiente ad accogliere tutte le opere che erano giunte in galleria per acquisto o per donazione. Sempre ad opera di Bazzani si progettò e si inaugurò in quell'anno un ampliamento che raddoppiò lo spazio espositivo. Queste nuove sale non entrarono in possesso della Galleria perché vennero occupate da una "Mostra della Rivoluzione fascista", che con tabelle, grafici, foto e opere artistiche voleva glorificare le principali conquiste del regime.
Nel 1941 divenne sovrintendente della Galleria Nazionale Palma Bucarelli, la quale mantenne l'incarico per oltre 30 anni fino al 1975. A lei si deve un'importante opera di svecchiamento della cultura italiana e di apertura verso le più moderne sperimentazioni internazionali. Ella si adoperò per dotare la Galleria di tutti quei servizi che oggi sono considerati indispensabili ad una struttura museale moderna: servizio didattico, biblioteca, caffetteria, libreria, presentazione di libri, incontri con gli artisti. Non mancarono incontri mondani come le sfilate di moda. In questa opera si avvalse di collaboratori di prim'ordine come Nello Ponente, Giovanni Carandente, Corrado Maltese, Maurizio Calvesi, Giorgio de Marchis.
Per salvare le opere d'arte dai pericoli della guerra in corso la sovrintendente le portò segretamente nel palazzo Farnese di Caprarola (in provincia di Viterbo, non lontano dal lago di Vico), quindi a Castel Sant'Angelo.
Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944) si poté procedere alla riapertura della Galleria, pur tra mille difficoltà. Seguirono anni di grandi mostre che permisero agli italiani di conoscere artisti che il regime aveva cercato di nascondere. Nel 1953 si tenne una grande mostra su Picasso, nel 1956 su Mondrian, nel 1958 su Pollock, nel 1959 si ebbe l'esposizione del grande sacco di Burri che destò scandalo, nel 1971 con la mostra di Piero Manzoni la sovrintendente Palma Bucarelli rischiò il suo posto. In questa opera di innovazione culturale ebbe al suo fianco i critici e storici dell'arte Giulio Carlo Argan (Torino 1909 - Roma 1992) e Cesare Brandi (Siena 1906 - Vignano SI 1988).
Nel 1973 giunsero i finanziamenti statali per un ulteriore ampliamento della galleria, su progetto di Luigi Cosenza, la cui inaugurazione avvenne nel 1988.

Nel 1975 con l'istituzione del Ministero per i Beni Culturali la Galleria acquisisce il titolo di Soprintendenza Speciale. Nello stesso anno il pensionamento della sovrintendente Palma Bucarelli segna una nuova fase, in cui il " museo d'avanguardia", da lei concepito e sviluppato, non mantiene allo stesso livello il ruolo di apertura verso l'arte contemporanea. Sotto la direzione di Italo Faldi, dal 1975 al 1978, la Galleria rafforza i compiti di conservazione e valorizzazione attraverso un programma articolato di mostre sull'arte italiana dell'Otto e Novecento e sull'arte europea e americana, in un quadro di collaborazione internazionale. Tra il 1978 e il 1982 il nuovo sovrintendente Giorgio de Marchis riprende le linee essenziali degli indirizzi della Bucarelli, calandole nella nuova situazione sociale e culturale della fine degli anni Settanta. La Galleria è nella sua concezione un museo dinamico al passo con i tempi, è insieme centro di studi, produttore di cultura e servizio pubblico. Come centro di studi il museo promuove, oltre alla conoscenza delle collezioni e all'attività delle mostre, anche l'uso delle strutture didattiche, informative e di documentazione (biblioteca, archivio, sala proiezioni, conferenze). In quanto museo di arte moderna è necessariamente un luogo di «sconfinamento» che accoglie e promuove attività culturali di varie discipline, dal teatro alla musica al cinema alla danza. Il programma delle mostre organizzate corrisponde a precise linee di studio dell'arte italiana e straniera del XIX e XX secolo, coerenti con le collezioni e la storia del museo. Nel momento in cui inizia a manifestarsi il fenomeno del consumo delle mostre di massa, de Marchis pone l'accento sull'attività espositiva museale come produzione culturale. Le numerose esposizioni organizzate in questo periodo riguardano contributi, spesso ancora oggi di notevole vitalità, sulla storia dell'arte del Novecento (De Chirico, Arte Astratta, Leoncillo), sulla storia stessa del museo e delle collezioni, indagata nella prospettiva ampia della storia della cultura (Roma 1911), sulla situazione contemporanea( Arte e critica, 1980 e 1981), anche relativamente alla recente minimal art attraverso le sculture della collezione Giuseppe Panza di Biumo (1980).
Dagli anni Settanta si datano alcune importanti donazioni che per la loro vastità ebbero sede in edifici staccati dalla Galleria, in modo da formare una serie di musei satelliti. Nel 1979 si ebbe la donazione del Museo Giacomo Manzù di Ardea che aprirà al pubblico nel 1981. Nel 1986 viene donata la collezione dell'anglista Mario Praz (aprirà nel 1995 nel palazzo Primoli in via Zanardelli). Nello stesso 1995 aprirà il Museo Boncompagni Ludovisi per le arti decorative, la moda e il costume in via Boncompagni (la donazione del 1972 era stata ostacolata dagli eredi).
Tra il 1995 e il 1999 tutto l'edificio venne sottoposto a grandi lavori di restauro e si procedette al riordinamento delle collezioni. Questi lavori utilizzarono i fondi stanziati per il Giubileo del 2000, sotto l'egida della sovrintendente Sandra Pinto.
Nel 1997 la Galleria riceve la donazione Schwarz di arte surrealista e Dada, colmando così una sua importante lacuna.
Nel 1998 viene bandito il concorso per un nuovo centro per le arti contemporanee da realizzarsi nel quartiere Flaminio al posto della caserma Montello in Via Guido Reni, che viene vinto dall'architetta anglo-irachena Zaha Hadid. I lavori si concludono nel 2010 con l'inaugurazione del MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Nonostante le intenzioni iniziali fossero quelle di concepire il nuovo museo come naturale continuazione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, le due istituzioni continuano ancora oggi la propria attività in parallelo.
Nel 1999 viene bandito un altro concorso, questa volta per l'ampliamento dell'edificio della Galleria a Valle Giulia. Il progetto vincitore è degli architetti Diener & Diener e prevede l'abbattimento dell'Ala Cosenza e la costruzione di un edificio completamente nuovo alle spalle della sede storica. Nel 2003 i lavori vengono sospesi a tempo indeterminato e non saranno più ripresi.
Dal 1º luglio 2004 è Maria Vittoria Marini Clarelli la sovrintendente della Galleria. Nel 2011 è stato realizzato un riallestimento e riordino delle opere della Galleria che hanno conferito una veste caratterizzata da un forte impatto visivo ed estetico grazie all'originale progetto dell'architetto Federico Lardera. Per completare i lavori, nel 2014 è stata acquistata ed installata nella hall d'ingresso al museo l'opera Filo rosso dell'artista Paola Grossi Gondi.

Nell'ottobre 2016 viene inaugurato il nuovo allestimento della Galleria, basato su un progetto originale che, riducendo il numero delle opere in esposizione, introduce la chiave di lettura non cronologica alla base dell'esposizione principale "Time is out of joint." Oltre al nuovo allestimento delle sale vengono ridefiniti la zona di accesso ai servizi, denominata "welcome area," la libreria e la Sala delle Colonne. Pur conservando la denominazione istituzionale di Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, nella propria comunicazione il museo abbandona l'acronimo G.N.A.M. e adotta un nuovo nome: "La Galleria Nazionale" in quanto solo e unico museo nazionale di arte moderna e contemporanea in Italia.
Nel novembre 2024, sotto la direzione di Renata Cristina Mazzantini, l'istituzione ha adottato il nuovo acronimo GNAMC (Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea), aggiungendo la 'C' per dare risalto alla collezione contemporanea. Il processo ha incluso un'operazione di rebranding con un nuovo logo ideato da Lorenzo Marini.
Il percorso museale è attualmente articolato in quattro settori principali, a cui si aggiungono i grandi spazi di rappresentanza (Salone d'Italia e Sala delle colonne).
Il Salone dell'Ercole è dedicato al Neoclassicismo e prende il nome dalla scultura Ercole e Lica realizzata da Antonio Canova tra il 1795 e il 1815. L’opera rappresenta il momento drammatico in cui Ercole, impazzito dal dolore causato dalla veste avvelenata del centauro Nesso, scaglia in mare il giovane messaggero Lica, che gliel’aveva consegnata senza sapere del veleno. La scultura è accompagnata da dodici statue di divinità dell’Olimpo, riconoscibili dai loro attributi (come la saetta di Giove, l’elmo e la spada di Marte, l’arco di Diana), che un tempo erano esposte insieme nel Palazzo Torlonia di Roma. Nel salone le sculture dialogano anche con l’opera contemporanea Passi (2003) di Alfredo Pirri: un pavimento fatto di specchi frantumati calpestabili che riflettono le statue e i visitatori, invitando a riflettere sul rapporto tra frammento e unità, individuo e collettività, collegando simbolicamente il passato classico al futuro.
Nella sala sono esposti dipinti e sculture a soggetto storico, realizzati da esponenti delle correnti artistiche del Neoclassicismo e del Romanticismo. I due movimenti culturali, nati tra la fine del XVIII e il XIX secolo, sono spesso considerati come opposti: l'uno caratterizzato dall'ispirazione alla mitologia greca e all'arte classica, equilibrato nella composizione; l'altro incentrato sulla rappresentazione delle emozioni e passioni, sui loro effetti più drammatici e potenti, e ispirato, spesso, a eventi di epoca medievale. Nella sala campeggia il capolavoro di Hayez I Vespri siciliani (1846), ispirato all'insurrezione dei siciliani contro gli angioini del 1282, che risente nell'uso del colore, nel disegno e nel vigore delle figure, della trazione artistica italiana. Il soggetto storico raffigurato non è casuale: allude, infatti, all'insurrezione risorgimentale contro qualsiasi dominazione straniera, preludio delle lotte per l'Unità d'Italia. Due opere sono di Francesco Podesti: nel Il trionfo di Venere (1854), il pittore affronta un tema mitologico allora molto in voga con Venere seduta su una grande conchiglia portata dai Tritoni; in Francesco I nello studio di Benvenuto Cellini (1839) raffigura, invece, un episodio tratto da La vita di Benvenuto Cellini, esemplificativo dell'esaltazione romantica del ruolo eroico rivestito dall'artista. La scultura Saffo (1857-1861) del toscano Giovanni Dupré, documenta la suggestione "greca" suscitata dalla vista dei marmi del Partenone al British Museum di Londra e un neogrecismo imperante, dissolto in un lirismo estremo, quasi drammatico.
La sala è dedicata a Domenico Morelli, protagonista della pittura napoletana dell’Ottocento e figura di rilievo nel panorama artistico italiano di fine secolo. Sono qui esposti alcuni dei suoi dipinti e bozzetti più significativi a testimonianza del rinnovamento delle pratiche accademiche che, nella seconda metà del secolo, portò molti pittori a rivolgere lo sguardo alla natura più che ai modelli del passato. Le Tentazioni di Sant’Antonio (1878) segnano un momento decisivo nel percorso artistico di Morelli, rivelando la sua fascinazione per un Oriente mai visitato ma immaginato attraverso la lettura dei testi sacri, dalla Bibbia al Corano. Nell’ultima fase della sua carriera, Morelli si dedica con maggiore continuità alla pittura religiosa. Ne sono esempio Il Cristo nel deserto (1895) e I Monaci (o Il Venerdì Santo, 1880 ca.). L’artista non abbandona tuttavia il ritratto, genere che aveva caratterizzato i suoi esordi, come ricorda il vivace Ritratto di Bernardo Celentano (1859), altro artista del verismo napoletano. La foresta di Fontainebleau (1874) di Giuseppe Palizzi è un paesaggio monumentale privo di figure, realizzato dopo il trasferimento definitivo dell’artista in Francia. Al fratello Filippo rimanda invece il busto bronzeo scolpito da Achille D'Orsi (1895), esposto in dialogo con quello di Morelli modellato da Mario Rutelli (1893 ca.) e considerato una “vera effigie” del maestro. La sensibilità per il movimento e la sensualità, caratteristiche della produzione di Giuseppe Renda, sono ben riconoscibili nel bronzo Ondina (1898), testimonianza della scultura napoletana tra XIX e XX secolo.
La sala riunisce opere che richiamano la moda dell’orientalismo, diffusa in Europa nella seconda metà del XIX secolo, ed è dedicata ad Alfonso Balzico, autore della monumentale scultura in marmo di Cleopatra (1874 ca.). L’artista iniziò la lavorazione della scultura a Napoli, dopo essersi formato al Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, per proseguirla poi a Torino. Nell’opera egli dimostra di conoscere la sezione dei reperti egizi che, dal 1821, arricchivano le collezioni del Reale Museo Borbonico, mentre il dettaglio della pelle di leopardo costituisce una delle poche concessioni di carattere verista, insieme ai frutti della canestra. Come lui, anche Federico Faruffini non sentì la necessità di intraprendere un viaggio in Oriente per dipingere La vergine al Nilo (1865). Il dipinto, suddiviso in due registri sovrapposti, restituisce un Egitto immaginato, dove il colore prevale sulla linea e sul dato descrittivo. Diversamente, sia Stefano Ussi che Cesare Biseo fecero esperienza diretta dell’Oriente. Ussi si recò in Egitto nel 1869 in occasione dell’inaugurazione del Canale di Suez, e nel 1875 in Marocco, inviato da Vittorio Emanuele II insieme a Edmondo De Amicis. Da questa missione derivarono disegni e studi che avrebbero dato origine in seguito a dipinti di carattere documentario, spesso giocati su tonalità color sabbia e su vivaci scene di cavalieri arabi. Presente anch’egli in Marocco negli stessi anni, Biseo approfondì, più di un decennio dopo, il fascino della luce dorata dei paesaggi nordafricani.
La sala è dedicata a Francesco Paolo Michetti e trova il suo fulcro nel dipinto Il Voto (1883), ispirato al culto della reliquia di San Pantaleone, patrono di Miglianico in Abruzzo. Ogni 27 luglio la popolazione si recava ad adorare il busto argenteo del santo. Michetti, dopo essersi documentato e aver seguito di persona vari pellegrinaggi, mette in scena uno spettacolo carico di tensione emotiva, a metà tra sacro e profano, dominato da un forte fanatismo popolare. Le numerose figure sono caratterizzate una per una, anche grazie al supporto della fotografia, che l'artista usa come strumento di studio. Con questo dipinto Michetti applica il grande formato della pittura di storia a un episodio contemporaneo e di genere, superando così le sue precedenti opere di tono idillico e agreste, come Pastorella (1880) e Pastorelle con gregge (1881). Di Antonio Mancini, pittore romano legato all'ambiente napoletano e compagno di studi di Michetti e Vincenzo Gemito al Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, la Galleria conserva opere che documentano l'intero arco della sua attività. Tra esse figurano prime tele come Carminella (1870) e intensi ritratti di bambini – Lo studio (1875), Il malatino (1878 ca.) e Il venditore di cerini (1878) – realizzati durante il primo soggiorno parigino o subito dopo il secondo. A queste si affianca il più tardo e intenso Mio padre (1904). Nel Ritratto della Signora Pantaleoni (1894) e nel Ritratto di Otto Messinger (1909), Mancini utilizza il grande formato e una stesura materica ricca di impasti. L'artista dipinge a distanza dalla tela, impiegando pennelli fissati a lunghi bastoni e servendosi di un reticolato posto sia davanti al modello sia davanti al dipinto. Questa "doppia graticola" gli consente di trasferire l'immagine con massima fedeltà alla visione dal vero. Il Ritratto di Michetti (1873-1874), scolpito in terracotta da Vincenzo Gemito, presenta un marcato verismo, forse dovuto anche al fatto che l'opera fu modellata a partire da un calco in gesso del volto del pittore.
La sala è dedicata a Giulio Aristide Sartorio, il cui imponente dittico Diana di Efeso e gli schiavi e La Gorgone e gli eroi (1899) fu terminato dopo una lunga e complessa elaborazione, durata circa un decennio. Artista estremamente versatile – pittore, scultore, incisore in xilografia e acquaforte, nonché autore di romanzi, poemi e saggi – Sartorio aveva inizialmente concepito un'unica tela di circa otto metri, intitolata Gli uomini e le chimere. L'opera prevedeva soltanto la figura della Diana, circondata da figure femminili e maschili nude e dormienti, ispirata alla celebre Artemide Efesina del Museo Archeologico di Napoli. In seguito l'artista avvertì la necessità di introdurre un secondo elemento per controbilanciare la composizione: la figura della Gorgone. Il significato del dittico fu chiarito da Sartorio in occasione della presentazione alla terza Biennale Internazionale d'Arte di Venezia, dove citò un passo della Tempesta di Shakespeare: la Gorgone incarna la vanità dell'esistenza, capace di sollevare e abbattere gli eroi, mentre la Diana dalle cento mammelle nutre i sogni degli esseri umani, la cui vita rimane avvolta nel sonno. Alcuni pastelli preparatori dedicati a singoli particolari del corpo della Gorgone completano la sala, insieme a Donna con bambino (1927), appartenente al periodo più tardo di Sartorio, quando le figure della moglie e dei figli diventano sempre più centrali nella sua produzione. Psiche svenuta (1869) di Pietro Tenerani e Eulalia cristiana (1880) di Emilio Franceschi si contrappongono al modello della donna fatale incarnato dalla Gorgone e dal Ritratto di Jane Morris (1868-1874) di Dante Gabriel Rossetti.
Una sezione significativa del percorso espositivo è dedicata al Salone d'Italia, che raccoglie una selezione della produzione pittorica ottocentesca legata al periodo del Regno d'Italia e agli anni immediatamente precedenti l'Unità. L'allestimento è caratterizzato da una disposizione delle opere che satura le pareti, richiamando l'effetto di horror vacui tipico delle grandi Esposizioni Nazionali di Belle Arti dell'epoca. Questa scelta museografica intende riflettere il clima di confronto tra i diversi linguaggi artistici regionali che, nel corso del XIX secolo, confluirono in uno stile nazionale unitario. La collezione documenta l'evoluzione dei generi classici: dal paesaggio, che passa dalla veduta oggettiva alle suggestioni simboliste, al ritratto, che testimonia l'ascesa della committenza borghese attraverso l'introspezione psicologica e la vivacità espressiva. Sono inoltre rappresentate la pittura religiosa, con le prime influenze del decorativismo Art Nouveau, e la pittura di storia, progressivamente affiancata da opere di genere di formato monumentale.
Il Salone raccoglie opere di epoche diverse dedicate al tema del conflitto e della guerra. Il percorso esplora la cronaca degli scontri bellici ottocenteschi, indagati con piglio realistico e privo di retorica eroica da Gerolamo Induno (La battaglia di Magenta, 1861), e le interpretazioni del Novecento, dove il dramma della guerra assurge a simbolo di resistenza contro ogni forma di oppressione. Ne sono testimonianza le opere di Renato Guttuso: la celebre Crocifissione (1941), dove l'iconografia sacra diventa sofferta denuncia degli orrori del nazifascismo, e La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio (1951-1952), in cui l'evento storico si trasforma in un racconto corale di lotta per la libertà. Il tema del conflitto si apre anche a riflessioni contemporanee sulle contraddizioni del presente, come nell'installazione di Maurizio Cattelan (Mother, 1999), che mette in relazione il valore dei materiali preziosi con la povertà e la proliferazione degli armamenti. Il percorso è scandito dalla presenza di sculture che richiamano la statuaria classica e mitologica, come l'Ercole saettante (1909) di Émile-Antoine Bourdelle, la cui potente tensione muscolare incarna lo sforzo e l'inquietudine dell'animo umano di fronte alla distruzione.
Le opere esposte in questa sala rimandano agli esclusivi ambienti mondani della Parigi della seconda metà del XIX secolo, nei quali fu introdotto Giuseppe De Nittis, anche grazie alla moglie Léontine. Nel suo trittico realizzato con la raffinata tecnica del pastello, l'artista coglie rapide "istantanee" dell'ippodromo del Bois de Boulogne, luogo d'incontro dell'aristocrazia e della nuova borghesia parigina. L'attenzione non è rivolta tanto alle corse, quanto allo sfoggio degli eleganti abiti femminili, veri protagonisti delle sue scene. Grande maestro del pastello, Federico Zandomeneghi raggiunse Parigi a metà del 1874 e scelse di vivere a Montmartre. In uno dei dipinti qui presentati, il quartiere rivive in uno scorcio serale che richiama la recente illuminazione elettrica della città, resa possibile dalla diffusione dei nuovi lampioni pubblici. Anche Giovanni Boldini si trasferì a Parigi – nel 1871 – dedicandosi con stile personalissimo alla ritrattistica dell'alta società internazionale. A lui si devono il celebre ritratto di Giuseppe Verdi, realizzato prima a olio e poi a pastello durante il soggiorno parigino del maestro nel 1886, e l'interpretazione vibrante della marchesa Luisa Casati, resa con le sue tipiche pennellate rapide e allungate. All'introspezione psicologica si affida invece Vittorio Matteo Corcos, che nel 1896, ormai rientrato in Italia da oltre un decennio, dipinge l'intensa figura di Elena Vecchi. Attraverso la postura e il gesto della lettura, l'artista restituisce l'immagine di una donna moderna, capace di guardare oltre i confini dell'universo femminile dell'epoca. Ritrattista dell'aristocrazia internazionale, Paolo Troubetzkoy mostra nel busto di Amélie Louise Rives e nel bronzo dedicato alla moglie l'assimilazione, nel suo linguaggio plastico, di soluzioni proprie della pittura scapigliata lombarda, rielaborate in chiave personale.
La sala dedicata a Vincent van Gogh accoglie il visitatore con due ritratti significativi risalenti agli ultimi anni dell'artista in Provenza. Il giardiniere (1889) raffigura con ogni probabilità un lavoratore dell'ospedale di Saint-Rémy: il busto è definito da una decisa linea scura che racchiude la camicia dai colori vivaci su uno sfondo quasi uniforme. Anche L'Arlesiana (Ritratto di Madame Ginoux) (1890) è modellata entro un profilo netto che richiama le esperienze di Paul Gauguin; la donna posa all'interno del suo caffè ad Arles, con due romanzi sul tavolo che ne evocano gli ideali umanitari. Del decennio successivo sono le Ninfee rosa (1897-1899) di Claude Monet, primo passo verso il grande ciclo di pannelli destinati alla sala ovale dell'Orangerie, in cui il maestro dell'Impressionismo approderà a una pittura sempre più libera, prossima all'astrazione. Anche Le Cabanon de Jourdan (1906) di Paul Cézanne appartiene alla fase conclusiva della sua carriera: il colore costruisce lo spazio attraverso pennellate fitte e giustapposte, distinguendo volumi e forme con una cromia precisa che anticipa gli sviluppi della pittura del Novecento. Diversa era stata la resa dei "paesaggi di neve" ne I bracconieri nella neve (1867) e dei "paesaggi di mare" ne La vague (1871) di Gustave Courbet, le cui tempestose marine vennero certamente viste a Parigi da Hendrik Willem Mesdag, presente ai Salons tra il 1870 e il 1877. Negli stessi anni Auguste Rodin lavorava a L'età del bronzo (1875-1876), ispirandosi alle forme del corpo di un giovane soldato francese.
La sala, dedicata al celebre pittore toscano, è idealmente divisa a metà. Da un lato, le opere di Franz von Stuck, Giulio Bargellini e Adolfo De Carolis testimoniano gli sviluppi del Simbolismo in Italia e in Europa. Dall'altro, le tele di Modigliani, Picasso e Van Dongen rappresentano modi diversi e innovativi di intendere il ritratto femminile nel primo Novecento. Amedeo Modigliani, livornese di nascita ma parigino d'adozione, è tra gli artisti italiani più noti del secolo. Il Ritratto di Hanka Zborowska (1917), noto anche come Signora dal collaretto, raffigura la moglie del poeta e mecenate Leopold Zborowski con lo stile inconfondibile dell'artista: fondo neutro, occhi vuoti, collo allungato e viso affusolato. L'opera rivela suggestioni dell'arte senese trecentesca, sintetizzate in un marcato linearismo. Kees van Dongen, pittore olandese attivo a Parigi, viene influenzato dagli aspetti decorativi della pittura fauve, da Derain, Vuillard e Gauguin, ma anche dall'amico Pablo Picasso. Le sue tele si distinguono per l'uso di colori accesi e una sensuale eleganza. In La donna in bianco (1912) ritrae la marchesa Luisa Casati, icona di stile ed eccentricità dell'epoca, già incontrata nel percorso espositivo attraverso l'interpretazione di Boldini.
La sala è dedicata a Gustav Klimt, autore del celebre dipinto Le tre età (1905), qui esposto insieme a tre disegni a matita su carta che richiamano il tema della trasformazione del corpo. L'opera è stata realizzata nel contesto della Secessione viennese (Wiener Secession), movimento che riuniva artisti intenzionati ad allontanarsi dall'accademismo tradizionale per promuovere un'idea di arte totale, aperta al recupero delle tecniche antiche e alle arti applicate. Nelle pennellate a olio di Klimt sono presenti tracce di metalli preziosi, come oro e platino: l'artista, figlio di un orafo, era rimasto profondamente impressionato dai mosaici bizantini e dalle loro superfici dorate durante una visita a Ravenna nel 1903. Composto su una tela rigorosamente quadrangolare, Le tre età raffigura tre figure femminili nei momenti fondamentali dell'esistenza – infanzia, maturità e vecchiaia – collocate davanti a uno sfondo diviso in due campi cromatici. Il motivo decorativo a fitte pennellate luminose sembra evocare una pioggia di gocce d'acqua, simbolo della nascita, della vita e della fertilità. A quest'ultima rimandano anche i fiori che decorano la capigliatura della giovane madre, unica figura frontale e depositaria di una vita ricevuta. Le sue mani sostengono la fragile creatura in netto contrasto con il corpo segnato dall'età della figura anziana. Nella stessa sala, l'opera in marmo La vecchia (1906-1910) di Ivan Meštrović riprende la figura della donna anziana di Klimt, isolandola dal gruppo e caratterizzandone il volto con un realismo deliberatamente accentuato.
La sala espone opere riconducibili alla Metafisica, avanguardia artistica nata a Ferrara nel 1917 che ha come scopo quello di rappresentare l'essenza che si cela dietro l'apparenza. Manichini, paesaggi urbani misteriosi ed elementi stravaganti creano un effetto di straniamento nell'osservatore che è spinto a trovare un significato oltre ciò che effettivamente vede. La sala ospita una serie di dipinti di Giorgio de Chirico che ripropongono i temi elaborati dall'artista a partire dalla metà degli anni Dieci, quando a Ferrara, insieme a Filippo de Pisis, Carlo Carrà e il fratello Alberto Savinio metteva a punto i principi teorici e compositivi dell'avanguardia. Il tema dei manichini – qui in Ettore e Andromaca (1924), Gli Archeologi (1927) e nello splendido Le Muse inquietanti (replica del 1946 di un prototipo del 1925) – è esemplificativo della poetica immaginifica dell'artista: l'umanizzazione del manichino rimanda a una realtà ulteriore, metafisica appunto, percepibile solo attraverso la memoria e la profondità del pensiero. Il tema delle "Piazze d'Italia", altro soggetto caro al pittore, è rappresentato da due opere: Presente e Passato (1936) e Piazza d'Italia con statua (1937), cariche dell'atmosfera sospesa di uno spazio urbano non frequentato da esseri umani perché prodotto dalla sola fantasia del pittore. Di Carlo Carrà viene esposta, accanto a due lavori più tardi, l'opera metafisica per eccellenza, L'ovale delle apparizioni (1918), che elabora in una tela dalla forma ovale il tema del manichino e dello straniamento di spazio e tempo, dai chiari riferimenti dechirichiani. Le sculture presenti nella sala sono di Arturo Martini, scultore antimonumentale interprete del rinnovamento classicista della scultura negli anni Trenta. Nelle opere l'artista propone temi arcaizzanti con riferimenti all'arte etrusca, classica e rinascimentale tipici del periodo in cui era vicino alla rivista Valori plastici.
La sala è dedicata a Gaetano Previati, esponente di spicco del Divisionismo. Nei dipinti realizzati da Previati la luce assume una dimensione metafisica e spirituale. I fondi oro della pittura antica vengono reinterpretati in chiave simbolista, con una tecnica divisionista a filamenti. Questo particolare modo di stendere il colore era già stato sperimentato dall'artista nei pastelli Farfalle (1906 ca.) e Gigli giapponesi (1906), in cui l'intento decorativo prevale sul naturalismo, sia nella resa cromatica che nelle proporzioni delle figure. Già completato nell'autunno del 1885, Alla stanga (1886) di Giovanni Segantini è il risultato di un lavoro quotidiano durato sei mesi, realizzato all'aperto. Nonostante alcune modifiche successive, la veduta delle Prealpi lombarde sullo sfondo e l'ampio panorama dei campi che si perdono verso l'orizzonte testimoniano ancora la fase naturalista del pittore, precedente alla sua adesione ai principi del Divisionismo, quando egli mescolava ancora i colori sulla tavolozza. La celebrazione dei ritmi della vita rurale trova una delle sue espressioni più alte in Il sole (1904) di Pellizza da Volpedo. La luce abbagliante, che sovrasta e quasi annulla gli altri elementi del paesaggio, evoca la forza di un'energia capace di dominare la natura circostante. Nessuna figura umana interrompe il silenzio cosmico dell'alba, quando l'universo sembra ancora assopito e solo il sole è in grado di risvegliarlo. Lo studio degli effetti della luce sulla materia, dall'esaltazione dei volumi al loro progressivo dissolversi, caratterizzò anche la ricerca plastica di Medardo Rosso, che sperimentò le sue soluzioni passando dal gesso alla cera e al bronzo.
La sala è dedicata a Giacomo Balla, figura centrale del Futurismo italiano. Artista curioso e sperimentatore, Balla si forma nell'ambito del Naturalismo e del Divisionismo, studiando la luce e i suoi effetti sulla realtà visibile, traendo profonda ispirazione dalla fotografia. A partire dal 1910 aderisce al Futurismo, movimento che celebra il progresso, la modernità e la velocità: la realtà non è più rappresentata in modo tradizionale, ma diventa idea ed energia da tradurre in linee, colori e forme dinamiche. I capolavori esposti raccontano il percorso dell'artista. In Ritratto all'aperto (1902 ca.) la figura umana è ancora immersa in una luce diffusa, resa con tonalità delicate. Con Villa Borghese - Parco dei Daini (1910) emerge l'influenza del Divisionismo: il colore viene frammentato in piccole pennellate per suggerire la vibrazione dell'aria. Espansione dinamica + velocità (1913 ca.) segna il passaggio al Futurismo maturo: il soggetto si dissolve in traiettorie, diagonali e moltiplicazioni di forme che restituiscono la sensazione della corsa. In Forme grido Viva l'Italia (1915) l'impeto patriottico e l'atmosfera della guerra si trasformano in curve e colori che richiamano bandiere e tensioni emotive. La sala documenta così l'evoluzione di Balla da osservatore della natura a interprete della modernità. La maggior parte del folto nucleo delle opere di Balla è giunto alla GNAMC grazie alle generose donazioni delle figlie dell'artista, Elica e Luce Balla.
La sala è dedicata a Umberto Boccioni, tra i maggiori interpreti del Futurismo. Il movimento nacque dopo la pubblicazione, nel 1909, del Manifesto del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti sul quotidiano francese Le Figaro. Avanguardia tra le più radicali del Novecento, il Futurismo coinvolse molte forme artistiche: arti visive, teatro, cinema, moda e perfino gastronomia. In un clima di fiducia nel progresso tecnologico, celebrò la velocità, la macchina, la simultaneità e i nuovi mezzi di comunicazione. Emblematico della fase iniziale è Cavallo + cavaliere + caseggiato (1913-1914) di Umberto Boccioni, che traduce l'idea della corsa attraverso la compenetrazione delle forme e l'uso di colori puri e contrastanti. Pochi anni dopo l'artista si avvicinerà a una pittura più figurativa, come nel Ritratto del maestro Busoni (1916), influenzato dalle ricerche di Paul Cézanne. Nel Tourniquet du café de Paris (1912), Ugo Giannattasio rappresenta invece coppie danzanti con una visione dinamica che mostra la sua vicinanza a Gino Severini e al Cubismo orfico, fino a risultati quasi astratti. Con Discesa di paracadutisti (1942), Tullio Crali trasforma in immagini le proprie esperienze di volo acrobatico, esemplificando l'Aeropittura, linguaggio caratteristico dell'ultima fase del futurismo. Infine, nel gesso patinato Antigrazioso (1912-1913), Boccioni applica le idee espresse nel Manifesto tecnico della scultura futurista, da lui firmato nel 1912: i volumi del volto della madre sono scomposti e intersecati da una forma geometrica alle sue spalle.
La sala è dedicata alle sperimentazioni del Dadaismo e del Surrealismo, movimenti che tra gli anni Dieci e Trenta del Novecento mettono in discussione l'idea tradizionale di arte. Il Dadaismo, nato durante la Prima guerra mondiale, rifiuta la logica e ogni valore estetico convenzionale, preferendo il caso, l'ironia e i materiali di recupero. Il Surrealismo, invece, si affida all'inconscio, al sogno e all'automatismo del gesto per liberare la creatività da ogni controllo razionale. Tra i capolavori esposti spicca Box R.-Bild (1920-1921) di Kurt Schwitters, un assemblaggio di oggetti quotidiani e frammenti che diventa opera d'arte pur mantenendo il carattere del materiale di scarto. Accanto, Compendio di storia universale (1953) di Max Ernst fonde psicanalisi e ironia in forme allusivamente zoomorfe. Le peintre et le temps (1938) di André Masson mostra un tono fantastico e onirico che raggiunge il culmine ne Il compianto degli amanti (1953) di Joan Miró, dove figure biomorfe e colori vivaci popolano uno spazio sospeso tra realtà e immaginazione. Le Paysage en feu (1928) di René Magritte, parte del suo "periodo cavernoso", unisce paesaggio e mistero sfidando logica e percezione. La scultura è rappresentata da Hans Arp con Coppa chimerica (1947-1950), forma astratta e sinuosa che sembra generata spontaneamente dalla materia. Nella stessa sala si trovano i celebri ready-made di Marcel Duchamp, come la Ruota di bicicletta o lo Scolabottiglie, oggetti comuni esposti come opere d'arte. Duchamp, affermando nel 1917 che "l'arte la fa lo spettatore", aprì definitivamente la strada all'arte concettuale.
La sala è dedicata al dialogo tra la sperimentazione surrealista e la trasformazione dell'oggetto quotidiano in opera d'arte. Qui il sogno, l'ironia e l'inconscio diventano strumenti per rompere ogni logica tradizionale. Marcel Duchamp e Man Ray, uniti da amicizia e intento provocatorio, aprono la strada a nuovi linguaggi visivi; accanto a loro si colloca la sensibilità delle artiste surrealiste come Dora Maar e Leonora Carrington, capaci di dare forma a visioni intime e stranianti. Insieme a Alberto Martini mostrano quanto il Surrealismo sia anche introspezione, metamorfosi e inquietudine poetica. Tra le opere esposte spiccano i piccoli ready-made di Marcel Duchamp, custoditi in una vetrina: À bruit secret (1916), un filo nascosto in un cilindro metallico che produce un suono ignoto, e Peigne (1916), un comune pettine di metallo su cui Duchamp incide una frase enigmatica. Con questi interventi l'artista afferma che l'idea conta più della mano dell'artista. Man Ray, fotografo e inventore di immagini, mette a punto la rayografia ed è presente con opere come Venus (1936), riproduzione in gesso della testa della Venere di Milo avvolta da una rete, e Indicateur (1935), dove un oggetto tecnico viene isolato e trasformato in forma poetica. Accanto a loro, Dora Maar in Nature morte au réveil (1937 ca.) dipinge una natura morta dall'atmosfera sospesa, mentre Leonora Carrington con Caballos (1941) popola lo spazio di cavalli enigmatici. In L'occhio e lo spirito umano (1930), Alberto Martini fonde sguardi e visioni fantastiche tra sogno e incubo.
La sala è dedicata a Mario Sironi, figura di spicco di Novecento, movimento nato a Milano nel 1922. Gli artisti aderenti, tra cui figurano Achille Funi, Ubaldo Oppi, Piero Marussig, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Emilio Malerba e Pietro Gaudenzi, pur provenienti da correnti artistiche ed esperienze molto differenti tra loro, furono accomunati dall'esigenza di riportare l'arte, dopo il periodo delle avanguardie, sul solco della tradizione. Caratteristiche comuni sono il ritorno alla figurazione, i riferimenti evidenti all'arte classica e alla tradizione pittorica italiana. Con Solitudine (1925-1926) Sironi si pone l'obiettivo di esprimere la condizione dell'uomo moderno che abita nelle metropoli. La donna, essenziale e scultorea, per quanto recuperi la tradizione artistica italiana del Quattrocento e abbia addirittura reminiscenze di arte classica, non è esente dall'influenza della pittura di Pablo Picasso e Paul Cézanne. La figura è tratteggiata in modo sintetico e imponente, si staglia su uno sfondo architettonico spoglio. Sia il volto di profilo che il drappo bianco – quasi una tunica – ricordano la tradizione classica. Adolfo Wildt, influenzato come Sironi da diverse correnti artistiche si avvicina, seppur timidamente, a Novecento. Il suo stile si contraddistingue per la capacità di utilizzare il marmo, suo materiale prediletto, rendendolo estremamente lucente grazie alla perfetta levigatura e per il recupero, in chiave moderna, della tradizione gotica e barocca. Wildt scolpisce volti al limite della caricatura, deformando le anatomie all'estremo. In San Francesco (1926 ca.) il volto esile e allungato del santo, arricchito dall'aureola bronzea, mostra un'evidente influenza gotica: le forme semplificate, il volto allungato e l'espressività accentuata enfatizzano la spiritualità dell'effigiato, aspetto centrale e ricorrente nella produzione di Wildt.
La sala è dedicata alla ricerca sviluppata dalla scuola di arte e design del Bauhaus, fondata a Weimar nel 1919 dall'architetto Walter Gropius. Nonostante la chiusura imposta dal Nazismo nel 1933, l'innovazione pedagogica e la connessione tra arte, artigianato e produzione industriale del Bauhaus hanno avuto una rilevanza internazionale che perdura ancora oggi. Alle pareti sono esposte opere dei maestri più rappresentativi della scuola tedesca, a cui si aggiunge il capolavoro neoplastico di Piet Mondrian, Grande composizione A (1919-1920). Nel rigore geometrico delle linee orizzontali e verticali, Mondrian scandisce la forza dei colori primari. Linea angolare (1930) di Vasilij Kandinskij traccia il ritmo dinamico di un segno che taglia il rosso vivo di un punto sospeso. L'artista ungherese László Moholy-Nagy con Yellow Cross Q VII (1922) esalta l'incontro di trasparenze e piani cromatici attraverso geometrie ortogonali. L'interazione del colore è rappresentata da Josef Albers con Homage to the Square (1958), dove le forme diventano veicolo per lo sviluppo dell'intensità luminosa. Infine, Max Bill piega lo spazio secondo un'astrazione costruttivista nella sua scultura Unità tripartita (fusione del 1959), che insegue la continuità di una forma lineare.
La sala è dedicata a Giuseppe Capogrossi e al mecenate Roberto Cardazzo, esponente di spicco dell'arte informale nata dopo il secondo conflitto mondiale. Capogrossi, dopo un inizio legato al tonalismo (come testimoniano Ritratto muliebre del 1932 e Il temporale del 1933), abbandona nel 1949 la pittura figurativa per dedicarsi a quella "di segno". L'evoluzione stilistica dell'artista è rappresentata dalle molteplici Superfici, caratterizzate dalla presenza della forma-segno "a forchetta". Questo simbolo iconico si ripete come un modulo, creando combinazioni ritmiche e un tessuto di ideogrammi in cui il segno acquista un valore semantico e una proiezione esistenziale della coscienza in costante evoluzione nello spazio e nel tempo. Nella sala sono presenti anche opere di Ettore Colla, che rivolge la sua ricerca scultorea verso materiali industriali già pronti e di recupero. In Divinità industriale (1966), l'artista rigenera rottami trasformandoli in simulacri della contemporaneità, ricomponendoli in oggetti plastici significativi che riflettono la storia del lavoro umano.
La sala raccoglie otto dipinti che testimoniano l'evoluzione della poetica di Giorgio Morandi, interprete di un'originale ricerca pittorica che trova nel paesaggio e nella natura morta i propri campi prediletti di espressione. Seppure Natura morta (1918) attesti l'influenza di Umberto Boccioni e della metafisica di Giorgio de Chirico e Carlo Carrà, l'arte di Morandi ha i suoi maggiori riferimenti nelle opere di Paul Cézanne e del primo Cubismo, oltre che nella grande tradizione italiana rappresentata da Giotto, Masaccio, Paolo Uccello e Piero della Francesca. Da qui nasce quella "poetica delle cose" che presta attenzione al dato naturale, tradotto come rappresentazione degli oggetti nello spazio, chiaramente illustrato da tele quali Paese (1936) e Natura morta (1943). Attraverso varianti tonali di pochi, selezionatissimi colori, nonché da un sapiente uso delle luci, emerge un universo inanime, dove le poche presenze si riducono a macchie campite da pennellate matericamente compatte e uniformi. La natura morta è centrale pure nella ricerca di Filippo de Pisis che, pur traendo anch'egli spunto dalla metafisica, trova nell'acceso cromatismo di Édouard Manet e Auguste Renoir la perfetta assonanza poetica con la cultura coloristica veneta d'appartenenza. Tramite una tecnica pittorica e una sintassi compositiva progressivamente sempre più libere, opere come Natura morta con bottiglia e bicchiere (1933) esprimono un'arte di evocazione e ricordo, immersa in un'atmosfera di spaesamento, lontana dalle meditazioni formali di Morandi, rivendicando viceversa un diritto alla fantasia e all'irrazionale prossimo al Surrealismo teorizzato da André Breton.
La sala espone una selezione di opere che documenta un particolare orientamento dell'arte italiana tra gli anni Venti e Trenta del Novecento quando, dopo gli sconvolgimenti del primo conflitto mondiale, fu avvertita la pressante urgenza di un Ritorno all'ordine. Su un piano ideale e pittorico, questa esigenza si traduce nel rifiuto delle sperimentazioni formali proposte dal Futurismo e dalle avanguardie storiche, in favore di una rappresentazione della realtà che trova nella tradizione classica il proprio punto di riferimento. Interprete d'eccellenza di questa tendenza fu il novarese Felice Casorati, di cui sono qui raccolte tre tele. Nella natura morta Mele sulla "Gazzetta del Popolo" (1928) l'artista valorizza forme, piani e volumi degli oggetti grazie a un accorto uso di ombre e colori tonali, restituendo così la concretezza poetica della vita quotidiana, senza però limitarsi ad una pittura di mero realismo. Quello dipinto da Casorati è infatti un inno alla dolcezza delle cose mute e immobili, immerse in una sospensione quasi onirica dove si mescolano affetti e ricordi; è lo stesso sguardo che si posa sulla quieta e pudica intimità femminile di Ritratti (1934) e che si avverte anche nel gruppo Le tre sorelle, scolpito nel 1936 da Antonietta Raphaël. L'atmosfera dilatata e in parte straniante, carica di rarefatto incanto, permea pure l'ambiente in cui si muovono i passeggeri catturati dalla forza espressiva del pennello di Virgilio Guidi nella tela In tram (1923). Una magica realtà che, a seconda della sensibilità dei singoli artisti, assume ora la valenza di una emblematica classicità senza tempo nel Nudo Neoclassico (1925) di Francesco Trombadori, ora i tratti di un inquieto e perturbante mistero ne La ragazza e lo specchio (1932) di Cagnaccio di San Pietro.
La sala è dedicata a Lucio Fontana, padre dello Spazialismo, di cui firma nel 1947 il primo manifesto. Lo spazialismo ha come obiettivo quello di andare oltre la pittura e la scultura classica, mirando all'esplorazione di altre dimensioni. A partire dal 1948 compaiono nelle sue opere i primi "buchi" e "tagli", ossia aperture su tele monocrome che rompono la bidimensionalità del quadro e che divengono il perno della discussione sul significato stesso di opera d'arte. Fontana nomina tutte queste opere Concetto spaziale. Concetto Spaziale (1949) appartiene alla prima serie dei "buche", ossia fori realizzati con un punteruolo sulla tela dipinta con tempera bianca, che simulano costellazioni. I Concetti Spaziali più conosciuti sono le Attese, tele "tagliate" con la lama, esposte per la prima volta nel 1959. I monocromi di Agostino Bonalumi e Paolo Scheggi elaborano nuovi confini della forma con le loro tele centinate, creando dei quadri-scultura tridimensionali che giocano con le ombre, in contrapposizione con i candidi Achrome di Piero Manzoni e le Superfici bianche di Enrico Castellani. International Klein Blue (1958) di Yves Klein mostra "il colore perfetto". Così lo aveva definito l'artista dopo un anno di ricerche. Questo colore era per Klein l'unico in grado di rappresentare la spiritualità del pensiero creativo, la sensibilità extradimensionale dell'idea. Completano la sala due Figure di donna che si guardano, stagliandosi sottili nello spazio. Rispecchiano l'umano ridotto all'essenziale, esile e fragile seppur ben ancorato a terra con grandi piedi. L'autore è Alberto Giacometti che, dopo aver abbandonato il Surrealismo, si dedica allo studio dello spazio come campo di forze. Modella la creta fino a quando si ritiene soddisfatto della figura che emerge. Successivamente ne fa eseguire un calco in gesso. La maggior parte di questi gessi viene distrutta dall'autore, solo un numero ridotto di sculture viene alla fine fuso in bronzo.
La sala è dedicata all'arte cinetica, corrente nata in Europa alla fine degli anni Cinquanta che mira a catturare ed esprimere il movimento nell'opera d'arte. L'osservatore diviene parte attiva dell'esperienza, percependo mutazioni fisiche o ottiche avvicinandosi o interagendo con i meccanismi delle opere. Protagonista della sala è Alexander Calder, precursore del movimento, che rivoluziona la scultura scardinandone la secolare staticità. Il suo Mobile (1958 ca.), appeso al soffitto e realizzato in ferro e alluminio, si muove liberamente spinto dalle correnti d'aria, creando sequenze visive sempre nuove. La Strutturazione Pulsante (1963) di Gianni Colombo utilizza invece parallelepipedi in polistirolo animati da un meccanismo elettrico che rompe la rigidità dello schema ortogonale, provocando disorientamento percettivo. Grazia Varisco, esponente del Gruppo T, presenta Schema luminoso variabile n. 2 (1962-1965), un'opera basata sulla rifrazione della luce dove la rotazione di un disco azzurro genera la continua sovrapposizione di reticoli neri.
Questa sala è dedicata ad artisti astratti particolarmente significativi sulla scena internazionale del secondo dopoguerra. Afro Basaldella, in arte Afro, inizia a dipingere negli anni Trenta seguendo le suggestioni della Scuola Romana. Nel secondo dopoguerra abbraccia l'astrattismo declinandolo secondo una sensibilità personale: il colore caldo e solare delle sue opere rimanda alle atmosfere del Mediterraneo. Tra le opere dell'artista udinese, particolare attenzione va all'opera Ombra bruciata (1956) esposta per la prima volta alla XXVIII Biennale di Venezia. Afro raggiunge un perfetto equilibrio tra completezza formale e sensibilità cromatica: nella composizione la figura centrale astratta dialoga con le altre campiture in un gioco di reciproca esaltazione del colore e del segno grafico. Jean Fautrier è considerato uno dei massimi esponenti del tachisme, declinazione francese dell'astrattismo internazionale, popolare in Europa negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. La parola tachisme nasce da tache, macchia, e generalmente indica un procedimento creativo che privilegia il colore dato in modo diretto e istintivo sulla tela, in netta opposizione all'astrattismo geometrico. La sua produzione più importante si concentra negli ultimi vent'anni della sua vita, a partire dal 1942 e dall'esperienza della resistenza in Francia. Tempo d'estate (1957) appartiene alla piena maturità dell'artista, in cui risente del clima culturale francese legato all'esistenzialismo. La tavolozza è caratterizzata dalla prevalenza di tonalità chiare, del verde e del bianco.
La sala è dedicata all'astrattismo informale, che si caratterizza per il rifiuto della rappresentazione figurativa: l'artista esplora il colore e le forme grazie alla sua carica emotiva e, tramite l'uso libero della materia e del gesto, consegue un forte impatto visivo. Watery Paths (1947) di Jackson Pollock è un esempio emblematico dell'Action painting, basato sulla tecnica del dripping. La tecnica prevede il posizionamento della tela a terra su cui il colore, fatto gocciolare dall'artista da pennelli legati ad aste di legno, crea disegni e macchie di colore. Usando questa tecnica l'artista non ha un progetto né un disegno: tutto è guidato da una creatività spontanea e irrazionale; il gesto diventa espressione diretta di un'emotività che sfugge alla ragione. La pittura di Pollock è spesso accostata alla musica jazz: allo stesso modo, infatti, artisti e musicisti improvvisano secondo la propria sensibilità; al pari delle note, le linee si muovono in maniera armoniosa sulla superficie pittorica. Emilio Vedova, che inizia la carriera come pittore figurativo, gradualmente si allontana dalla raffigurazione oggettiva della realtà e approda all'Astrattismo e infine all'Informale. Scontro di situazioni 1-4 (1959) fa parte dell'omonimo ciclo: un titolo che punta ad enfatizzare la spontaneità nella creazione artistica. Si tratta di una serie di opere sviluppate sul confronto/scontro di colori: bianco e nero in lotta tra loro, spesso accompagnati da altri colori. Le pennellate, con il loro turbinio incontrollato, rievocano la poetica dell'Action Painting; Vedova lavora coinvolgendo tutto il corpo, seguendo quella prassi creativa che nasce dalla materia e dal gesto.
In questa sala, dedicata ad Alberto Burri, considerato pioniere nell'impiego di materiali non tradizionali nel fare artistico, si trovano le opere di alcuni tra i più grandi artisti dell'arte italiana del Novecento. Le opere esposte, realizzate con tecniche differenti, testimoniano la grande sperimentazione messa in atto dagli artisti nell'utilizzo di plastiche, metalli, cemento, cellotex e tessuti nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. Non più solo colori su tela, ma nuovi ed eterogenei materiali diventano mezzi di espressione artistica, compresa la gommapiuma e i manifesti pubblicitari, che entrano di fatto nello "strumentario" dell'artista. Alberto Burri comincia la sua attività artistica al ritorno dalla prigionia in Texas, durante la seconda guerra mondiale. Il grande sacco (1952) è una delle sue opere più rivoluzionarie. Acquistata da Palma Bucarelli, suscitò non poche contestazioni da parte del pubblico e di politici del tempo. L'opera, realizzata in tela di sacco, spago e colore acrilico applicato su telaio rappresenta una vera frattura linguistica rispetto alla tradizione figurativa italiana. La giustapposizione di tecniche diverse e cuciture ancora oggi sono di forte impatto emotivo sul visitatore. Mitologia 3 (1962) è opera di Mimmo Rotella. Con quest'opera l'artista torna alla figurazione inserendo nella composizione brandelli di manifesti, in prevalenza cinematografici, staccati e poi rincollati sul supporto. L'opera si inserisce pienamente nell'ambito del Nouveau Réalisme, movimento artistico teorizzato dal critico Pierre Restany, caratterizzato dall'uso di tecniche eterogenee, spesso basate sul prelievo di oggetti e materiali di scarto, con il fine di esplorare e criticare la società dei consumi. Giulio Turcato in Composizione (Superficie lunare) (1965), realizzata con colori acrilici su gommapiuma, usa la scabrosità del supporto per restituire la superficie del satellite terrestre, oggetto in quegli anni di grande interesse.
L’opera Composizione (1950) di Carla Accardi, dipinta con colori acrilici, è esemplificativa del superamento di ogni tipo di figuratività e dell’approdo a un’astrazione costruttiva e ludica, che diventa poi la sigla matura dell’artista. Nell’opera Estremo verde arancio/numero 22 (1965) Antonio Sanfilippo, coniuge dell’Accardi, è influenzato da Picasso e da Matisse. L’artista elabora una forma di astrattismo geometrico in cui tenta di fondere la scomposizione cubista e il cromatismo di origine fauve. Gastone Novelli è noto per le specificità della sua ricerca incentrata sul linguaggio. Nell’opera Poetry Reading tour (1961), frammenti di lettere, vocaboli, segni combinati in modo illogico, si inseriscono in una struttura razionale, quasi una griglia, la cui osservazione sempre diversa genera nell’osservatore differenti letture ed interpretazioni. La scultura Bombardamento notturno (1954) di Leoncillo Leonardi, realizzata in terracotta smaltata, rappresenta una donna che stringe a sé il figlio facendo scudo con il suo corpo, nel tentativo di proteggerlo durante i bombardamenti. L’opera riassume due elementi fondamentali della poetica dell’artista: legame indissolubile tra estetica e impegno politico-civile e centralità del corpo. Il corpo, in questa fase, è visto dall’artista come una composizione geometrica di forme irregolari, ma rigide. Successivamente l’artista abbandona l’immagine figurativa per arrivare nel 1957 alla fase informale come mostrano le opere Supplizio azzurro (1960) e San Sebastiano bianco (1962 ca.).
La sala offre uno scorcio sul secondo dopoguerra, dove il gesto artistico interpreta il profondo dissidio dell'interiorità umana. Jean Dubuffet è il protagonista dell'Art Brut, un linguaggio spontaneo e infantile lontano da finalità estetiche; La Vie pastorale II (1964) ne interpreta il segno riconoscibile. Analogamente Germaine Richier modella il corpo de L'orco (1949) infondendovi un'energia spaventosa e onirica. Il gruppo del Nouveau Réalisme è rappresentato dal Tableau piège (1961) di Daniel Spoerri, che fissa tracce di un disordinato quotidiano, e da Arman, che in Le rêve passe (1963) scompone una scultura di bronzo. John Chamberlain con Senza titolo (1965) cristallizza in scultura rottami d'auto, superando la poetica del relitto tipica delle installazioni francesi.
Piero Dorazio, a cui è dedicata la sala, esponente del Gruppo Forma 1 con Accardi, Sanfilippo, Attardi, Consagra, Guerrini e Turcato, è presente con un ampio nucleo di opere che illustrano il suo lungo iter creativo. L’interesse di Dorazio è sempre stato rivolto all’astrattismo, soprattutto nella sua declinazione geometrica. Nelle opere degli anni Cinquanta come Minus one (1959) l’utilizzo del colore rosso procede per stesure sovrapposte realizzando un reticolo in grado di catturare lo spettatore. Dorazio si è sempre concentrato sui problemi della visione, approfondendo anche gli aspetti ottici e percettivi della resa pittorica come in Ginn Rull I e Ginn Rull II (1988) che occupano tutta la parete di fondo della sala. Affine, ma con delle notevoli diversità, è il percorso artistico di Achille Perilli. Il lavoro di Perilli s’incentra nella costante ricerca di possibili combinazioni tra forme geometriche e colori brillanti. L’opera Rapporto sulla paura (1962) donata dall’artista nel 1988 in occasione di una sua mostra monografica, mostra una superficie suddivisa in riquadri bianchi su fondo rosso. Nei riquadri l’artista inserisce entità enigmatiche secondo immagini prese dai cartoon. L’osservatore, nella sua libera fantasia, viene dunque invitato a scrivere una storia e dare un senso alla composizione.
La sala, dedicata a Renato Guttuso, grande maestro dell'arte italiana del secondo Novecento, espone le opere da lui donate alla Galleria. Siciliano, nato a Bagheria nel 1911, Guttuso è stato il più significativo esponente del Realismo pittorico italiano, corrente artistica affine al Neorealismo cinematografico e letterario. Attivo già negli anni Trenta, Guttuso è stato un esponente di spicco del movimento Corrente insieme ad altri importanti artisti come Renato Birolli, Giuseppe Migneco e Aligi Sassu. Affermatosi come artista e intellettuale della sinistra, tanto da essere eletto senatore con il Partito Comunista, Guttuso diventa uno dei fautori del post-cubismo in Italia, cioè di quella tendenza artistica che mirava a rielaborare in modo autonomo gli stilemi del Cubismo. Vincitore del Premio Bergamo nel 1942 con l'opera Crocifissione, esposta nel Salone di Marte, Guttuso ha svolto un ruolo determinante nella storia culturale del Paese. La Fuga dall'Etna (1940), dipinta a partire dal 1938, vuole rendere la drammaticità di un evento naturale, tragico e inatteso: la concitazione nelle forme e nei colori violenti rimanda al modello, artistico e ideale, di Pablo Picasso. Un'altra opera che allude esplicitamente alle tematiche picassiane è il quadro Ragazze a Palermo (1940), in cui il riferimento al maestro spagnolo è evidente e indica la piena volontà dell'artista siciliano di modernizzare la propria pittura secondo suggestioni cubiste ed espressioniste che superavano le angustie del novecentismo italiano di allora. Sempre d'impostazione picassiana, ma con una scomposizione interna meno accentuata, è l'opera Autoritratto (1943), dove invece prevale un accentuato cromatismo di marca fauve.
La sala celebra la figura di Pietro Consagra, esponente di spicco dell’astrattismo italiano, nonché fondatore nel 1947 del Gruppo Forma 1, cenacolo di artisti che intendeva porsi come punto di mediazione tra gli opposti linguaggi del realismo e dell’astrattismo. Ad esemplificare questa ricerca è l’opera Legno bruciato (1958): se da un lato la scultura dà risalto all'essenzialità della forma e del segno, liberando entrambi da qualsiasi implicazione simbolica o psicologica, dall’altro conferisce all’intuizione artistica tutta la concretezza della massa-colore, modellando un elemento plastico che trasmette forza, semplicità e chiarezza. Durante gli anni Sessanta l’attenzione dell’artista si concentra sulla produzione di opere che riducono il proprio spessore, acquisendo la consistenza di sottili lamine come in Alluminio rosa scuro e Alluminio verde (1966). Il tuttotondo si fa superficie, ponendosi in relazione frontale, diretta e immediata, con lo spettatore. La relazione tra spazio e scultura è centrale anche nella Maschera di Zamolxis (1975) di Camilian Demetrescu, che vi compone una volumetria plastica oltre la quale risuonano echi di storia e mitologia del suo paese d'origine. Partendo dall'adesione alla Pop art, anche Sergio Lombardo si pone il problema dello spazio scultoreo e, con 30 aste, crea un'installazione che si articola in moduli uguali di colore diverso che danno vita a configurazioni di volta in volta differenti. Nell'intenzione dell'artista, il pubblico può operare una propria scelta estetica e modificare fattivamente l'opera. Lo stesso rapporto si instaura con il Tubo (1967) smaltato in “giallo Agip” realizzato da Eliseo Mattiacci, con la volontà di farne un oggetto plastico perennemente modificabile. Franca Ghitti con Bosco (2000) trasforma semplici scarti di ferro in un nuovo alfabeto che ridefinisce il poetico equilibrio tra uomo e natura.
La sala rende omaggio a tre prestigiose collezioni appartenute rispettivamente a Cesare Brandi, al figlio adottivo Vittorio Rubiu e a Palma Bucarelli, prima grande direttrice della GNAMC. La donazione Brandi Rubiu, avvenuta nel 2001 da parte di Vittorio Rubiu e di sua moglie Giuseppa Zicari, vanta oltre novanta pezzi tra tele, sculture e disegni, raccogliendo una parte significativa dei maggiori artisti italiani del secolo scorso. Nel novero delle opere esposte spicca la tecnica mista su carta Studio per Achilleus Ratti (1963) di Franco Angeli, che smitizza le vestigia del potere papale, e il Ritratto di Vittorio Rubiu (1966) di Mario Ceroli, scolpito come emblematica presenza classica. Il legato Bucarelli, datato 1998, ben illustra il carisma e la personalità di una figura determinante per la storia italiana dell’arte del Novecento. Tra i due ritratti a lei dedicati, uno di Giulio Turcato (1944) e l’altro di Alberto Savinio (1945), emerge il vivace contrasto cromatico di Dissonanze n. 1 (1955) di Enrico Prampolini, nella definizione di accesi campi di colore e di una lineare evidenza ottica. Senza titolo (1953-1959 ca.) di Emilio Vedova mostra una mappa intricata di tracce gestuali, dove risalta la collisione delle intense cromie tra colpi di luce e l’ombra cupa del nero. L’incontro delle collezioni genera nuove prospettive di dialogo, nell’ambito di una vicenda romana di rilevanza nazionale, che si lega indissolubilmente alla storia della Galleria.
La sala riunisce le opere dello statunitense Cy Twombly – molte delle quali sono state donate al museo dalla Cy Twombly Foundation – che dopo aver studiato pittura assieme all'amico Rauschenberg al celebre Black Mountain College, nel 1957 aveva deciso di lasciare gli USA per trasferirsi stabilmente a Roma. Affascinato dallo stile di vita italiano e attratto dalla storia e dal passato classico, a Roma l'artista matura un personale linguaggio, che traduce la pittura gestuale di Pollock e dell'Espressionismo astratto americano in un fitto automatismo grafico. Superbo esempio dello stile dell'artista è Second Voyage to Italy (1962), capolavoro esposto al centro della sala donato da Giorgio Franchetti. Sulla grande tela bianca Twombly ha tracciato a pastello lunghi segni grafici, e a matita lettere, iscrizioni e frammenti di parole, combinandoli a macchie, sgocciolature, nodi, matasse e grumi di colore a olio applicato con le dita o spremendo direttamente il tubetto di colore. Nella pittura di Twombly parole e iscrizioni tracciate sulle tele si riferiscono spesso a miti greci o a luoghi visitati dell'amato Mediterraneo, come in Navel of the World (1959-1961), altro grande dipinto esposto in sala. Su questo possiamo leggere in alto APOLLO e in basso DELPHI, mentre quasi al centro è stato schizzato a matita un convulso disegno spiraliforme che evoca il mitico Omphalòs, l'ombelico del mondo a cui si riferisce il titolo dell'opera e che l'artista deve aver visto al museo di Delfi in uno dei suoi viaggi in Grecia. Anche la scultura Untitled (1959), evoca sorprendentemente la mitologia greca. Questo assemblage infatti, è un ironico riferimento alla classica Venere pudica, dove nell'opera di Twombly la foglia di plastica dipinta di rosso diventa allusione ostentata di ciò che tradizionalmente dovrebbe nascondere.
La sala è dedicata agli artisti del secondo Novecento che, nati come virtuosi della penna, seppero fare dell'arte una poesia da vedere e della parola un'immagine da leggere. Scrittore, giornalista e poeta, Emilio Isgrò è l’ideatore della Cancellatura, nata nel 1964 in risposta al trionfo alla Biennale di Venezia della Pop art. Il linguaggio espressivo della Pop art, secondo Isgrò, mercificava l’arte sottraendole ogni tipo di istanza etica. Sostituendo la tela con la pagina di un libro, mediante tratti dapprima neri, poi rossi, bianchi e infine dorati, l’artista occulta frasi e parole, dando alla scrittura un inedito valore iconico. Divenuta col tempo una sua cifra stilistica, la Cancellatura vela e svela contemporaneamente: il pennello agisce come un filtro selettivo che condensa il senso di un testo scritto e ne determina di nuovi e originali significati. Le opere donate da Isgrò ricostruiscono il suo percorso artistico: dal singolo foglio Cancellatura (1964) al libro Storico (1972), dal Telex D56 (1972) al planisfero Planetarium (2023), fino al monumentale capolavoro Isgrò cancella Isgrò (2024), coi suoi settantadue volumi disposti a parete vera summa di poetica. Oltre il linguaggio si avventura anche lo scrittore Vincenzo Agnetti che, muovendo dalla pittura informale a quella concettuale, supera la convenzione della parola come mezzo espressivo, riducendola ad ambiguo codice numerico in Discorso n. 4 (1974) o annullandone implicitamente ogni valenza comunicativa con Naked eye photograph (1974). Una riflessione quasi filosofica che, con The Gift (1990) di Joseph Kosuth, riporta l'arte alla sua essenza primaria di idea, raggiungendo la perfetta coincidenza tra significato e oggetto. Da questa identità muove anche la ricerca espressiva di Richard Long che, applicando del fango a un semplice supporto di legno bianco, con la sua Untitled (2013) offre un'intensa rappresentazione simbolica del rapporto tra uomo e natura.
La sala testimonia la ricezione della Pop art in Italia negli anni Sessanta, un linguaggio che attinge ai simboli della società dei consumi e dei mass media. Andy Warhol, figura iconica del movimento, è presente con l’opera Hammer and Sickle (1977). In questo lavoro, il simbolo ideologico della falce e martello viene svuotato della sua carica politica ed etica per essere trattato come un innocuo marchio pubblicitario, ripetuto e reso oggetto di consumo visivo. A Roma, l'influenza della Pop art viene rielaborata in modo originale dagli artisti della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Mario Schifano, in Paesaggio versione anemica con smalto e anima (1965), utilizza smalti industriali per reinterpretare la natura attraverso il filtro della memoria fotografica o televisiva, riducendo il paesaggio a una visione frammentata e "anemica". Giosetta Fioroni, con Ragazza TV (1964-1965), si concentra sull’immagine femminile filtrata dallo schermo, utilizzando l'argento per smaterializzare il volto e sottolineare la distanza tra realtà e rappresentazione mediatica. Al centro della sala domina l'imponente opera L'Ultima cena (1965) di Mario Ceroli. L'artista rinnova l'episodio evangelico utilizzando il legno grezzo di pino, materiale umile con cui ritaglia figure-ombra seriali, trasformando lo spazio pittorico in un ambiente plastico e teatrale che invita lo spettatore a un confronto fisico con l'opera. Completano il percorso le sculture di Pino Pascali, che con ironia e gioco esplora il confine tra l'oggetto industriale e l'immaginario naturale.
In questa sala un nucleo considerevole di opere di Pino Pascali dialoga con i lavori dei maggiori esponenti dell'Arte povera. Le opere di Boetti, Ceroli, Kounellis, Penone, Pistoletto e Zorio si specchiano nell'opera 32 m² di mare circa (1967) di Pino Pascali. Pascali, artista e pubblicitario, sconvolge i canoni della scultura contemporanea con un utilizzo spesso ironico, ma allo stesso tempo profondo, dell'oggetto. Le 30 vasche realizzate in alluminio zincato contengono acqua, ancora oggi colorata secondo le indicazioni dell'artista. L'opera fa parte della serie degli "Elementi naturali", inaugurata nel 1967. Sostanze organiche come l'acqua e la terra – vedi 1 mc di terra e 2 mc di terra – vengono ridotte a misura dall'artista, razionalizzate e standardizzate per creare una natura artificiale. L'apparenza esclusivamente ludica del procedimento cela tuttavia un chiaro riferimento all'attualità tecnologica con un uso sempre più accentuato dei materiali industriali e una riflessione profonda sul confine teorico tra natura e artificio. Michelangelo Pistoletto è tra i più significativi rappresentanti dell'arte italiana recente. In I visitatori (1968) lo specchio diviene un punto d'incontro tra l'osservatore, l'opera e lo spazio che lo circonda. I reali visitatori del museo diventano attori, instaurando una relazione reciproca tra specchio e immagine reale, tra arte e vita, tra tempo e spazio. Come nei fondi oro e nelle icone, i quadri specchianti annullano lo spazio-tempo portando lo spettatore all'interno dell'opera e il soggetto ritratto nell'eternità. Giuseppe Penone interroga l'essenza della materia tra esterno e interno, tra uomo e natura. Nell'opera Spoglia d'oro su spine d'acacia (2002), realizzata dagli studenti dell'Università di Roma La Sapienza presso lo Spazio per l'Arte Contemporanea Tor Bella Monaca su progetto dell'artista, le labbra dell'artista, ingrandite e realizzate mediante le spine, risultano leggibili solo da lontano; l'impronta dell'artefice, invece, è impressa sulla spoglia d'oro.
Il fulcro compositivo della Galleria Nazionale è costituito dal Salone delle Colonne, un ambiente monumentale di alta rappresentanza che funge da cerniera tra l'atrio d'ingresso e le grandi sale espositive. Caratterizzato da una solenne partitura architettonica, il Salone distribuisce i flussi dei visitatori verso le due ali laterali, ciascuna delle quali si sviluppa attorno a una corte scoperta simmetrica, concepita dall'architetto Cesare Bazzani per integrare luce e aria nel percorso museale.
L'opera I Saturnali, di Ernesto Biondi, è un imponente gruppo scultoreo in bronzo, lungo circa 6 metri, composto da figure a grandezza naturale. Realizzata da Ernesto Biondi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, la scultura vinse il Grand Prix all'Esposizione Universale di Parigi del 1900, consacrando l'artista a livello internazionale. Il soggetto rappresenta i Saturnali, le festività dell'antica Roma in cui i legami sociali venivano temporaneamente ribaltati: gli schiavi diventavano padroni e il caos sostituiva l'ordine. Biondi interpreta questo tema con un realismo crudo e decadente, mettendo in scena una parata di personaggi (tra cui un gladiatore, un suonatore, dei sacerdoti e dei popolani) colti in un momento di sguaiata euforia ed ebrezza. Dopo essere stata per decenni "segregata" in un chiostro interno e quasi nascosta alla vista del pubblico dalla vegetazione, l'opera è stata restituita alla sua piena visibilità con il recente riallestimento della Galleria Nazionale. Oggi i visitatori possono ammirarne nuovamente la complessa composizione e la vibrante tensione dei corpi attraverso le grandi vetrate che si affacciano sulla corte interna, riscoprendo quello che fu il primo grande capolavoro di richiamo del museo alla sua inaugurazione nel 1910.
Situato sul lato destro rispetto all'ingresso principale, il Cortile dei Romani rappresenta uno degli spazi più suggestivi del complesso di Cesare Bazzani: un giardino monumentale concepito come punto di incontro tra architettura, arte scultorea e natura. Lo spazio ospita alcune delle opere più imponenti della collezione ottocentesca, caratterizzate da un forte richiamo alla classicità riletta attraverso la sensibilità del Verismo. Tra queste spicca il gruppo di Francesco Jerace, I Romani (Trionfo di Germanico), una grandiosa composizione in marmo e bronzo che celebra la potenza dell'antica Roma. A questa si affiancano Gli Irosi di Mario Rutelli, opera carica di pathos e drammaticità espressiva, e la scultura Triste maternità di Emilio Marsili, che coniuga una tematica intima e dolente con un linguaggio monumentale. Luogo di passaggio e di sosta contemplativa, la Corte è stata oggetto di un importante restauro conservativo nel 1995. L'intervento ha mirato a restituire piena leggibilità ai capolavori esposti, consolidando il dialogo continuo tra il rigore dello spazio architettonico e la plasticità delle opere, in un confronto diretto tra l'eredità del passato e la fruizione contemporanea del museo.
| È raggiungibile dalla fermata Galleria Arte Moderna | del tram 3 |
| È raggiungibile dalla fermata Galleria Arte Moderna | del tram 19 |
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 155685834 · ISNI (EN) 0000 0001 2190 7996 · BAV 494/3420 · ULAN (EN) 500290584 · LCCN (EN) n80099106 · GND (DE) 1021300-4 · BNF (FR) cb12205880p (data) · J9U (EN, HE) 987007336957905171 |
|---|