
Gregorio Boari (Ferrara, 1795 – Ferrara, 25 ottobre 1865) è stato un pittore, restauratore, copista e grafico italiano, particolarmente rappresentativo del clima della Restaurazione.
Figlio del dottor Carlo e fratello del sacerdote don Nicola, Gregorio si formò sotto la guida del pittore milanese Giuseppe Saroli alla civica Scuola d'arte “Dosso Dossi” dove venne premiato nel 1815, recandosi poi a spese del Comune ferrarese a Roma dove si specializzò nell'attività di copista. Lì fu allievo per cinque anni di Gaspare Landi all'Accademia di San Luca venendo premiato nel 1820 alla Scuola di Anatomia Pittorica diretta da Giuseppe Del Medico e apprendendo le tecniche di restauro da Vincenzo Camuccini e Pietro Palmaroli, educatosi alle regole del «bello ideale» e del classicismo accademico basati sul modello raffaellesco, affinando così la sua tecnica grazie anche alla riproduzione di opere di antichi maestri. Tornato a Ferrara, sposò la contessa Luigia Bernardi, andando a vivere in via Terranuova.
Boari rientrò nella città natale con una cultura figurativa che gli permise di rispondere alle esigenze della committenza ecclesiastica legata alla tradizione del Cinquecento e del Seicento, ritagliandosi un posto autonomo come autore, restauratore pittorico e nell'ambito della replica di pale d'altare.
Riguardo alle commissioni in proprio, eseguite a tempera e ad olio, Boari operò per chiese, luoghi pubblici, case private e ville. Dipinse a tempera nelle chiese poi distrutte del Buon Amore, Sant'Apollinare, Sant'Andrea, Chiesa Nuova, San Paolo e di Pontelagoscuro, lavorandovi anche con Giuseppe Tamarozzi, col quale intervenne anche nella sala della Residenza Legatizia per le riunioni nel Municipio ferrarese, dove Boari eseguì anche il dipinto ad olio Clemente VIII che consegna la Bolla Centumvirale. Nel 1836 con l'«esempio notevole di pittura “in stile”» della neo-cinquecentesca Annunciazione nella parete absidale della Confraternita della Morte o dei Battuti Neri (Oratorio della SS. Annunziata), Boari concluse i cicli decorativi dell'edificio nel quale fu presente sia come pittore che restauratore del ciclo di affreschi con le Storie della vera croce eseguendo anche la palliotta dell'altare maggiore raffigurante i Santi Apollinare e Filomena ed interventi su dipinti di San Giorgio. Nei primi quarant'anni del secolo operò nella “Chiesa Nuova” in una sorta di impresa collettiva con altri artisti ferraresi, creazione andata perduta e con Celestino Tommasi ad inizio anni Cinquanta vi decorò le pareti e la volta. Nell'agosto 1854 venne incaricato da Filippo Folicaldi dell'esecuzione dell'Immacolata nell'atrio frontale alla scalinata che conduce alla corte del Castello.
Nel 1830 assieme a Saroli stese una perizia sull'Annunciata del Dossi nella Chiesa di Santo Spirito, mentre due anni dopo indagò i dipinti della collezione Nagliati a Pontelagoscuro comprendenti opere di Mazzolino, Cosmè Tura e Galasso; con Alessandro Alfonso Candi restaurò in Pinacoteca l'Adorazione dei Magi di Garofalo, la Visitazione di Domenico Panetti (1849, già in Santa Maria in Vado, restaurando anche il suo Sant'Andrea nel 1847 oltre ad averlo copiato poco prima) e l'anno successivo liberarono dalle ridipinture il San Giovanni Evangelista di Battista Dossi su indicazioni mandate da Roma da Camuccini. Nel 1834 portò a termine i restauri del Transito della Vergine di Carpaccio e della Madonna col Bambino di Michele Coltellini mentre tra il 1835 e il 1836 ancora con Candi, intervenne sul Miracolo di Sant'Antonio (Pala Obizzi) di Girolamo da Carpi e Garofalo e sull'Annunciazione attribuita a quest'ultimo, nella Chiesa di Santo Spirito. Sempre per la Pinacoteca operò con puliture e verniciature sull'Annunciazione di Dossi, la Santa Cecilia del Bastianino eseguendone anche una copia, La natività coi Santi Bernardo e Alberico di Mazzolino (già in San Bartolomeo) e il Martirio di San Maurelio del Guercino. Altri restauri ed integrazioni furono eseguiti da Boari in una sala affrescata da Ludovico Settevecchi nel Castello Estense, con Candi sulle otto figure della tribuna di Santa Maria in Vado (1835) chiesa in cui è collocata la sua copia della Morte della Vergine (anche detta Dormitio Virginis) di Carpaccio e con Antonio Boldini alla grande ancona di Garofalo-Dossi Madonna in trono e Santi e dell'Assunzione della Maddalena già in Sant'Andrea. Altre perizie furono eseguite da Boari e Candi su altre opere della Pinacoteca a fronte della richiesta avanzata dalla Commissione composta da Alessandro Fiaschi, Ferdinando Canonici e Francesco Avventi (1841). A fine anni Quaranta sono databili altri suoi restauri sottoposti all'approvazione di Antonio Boldini, Canonici e Girolamo Scutellari: opere di Annibale Carracci, Bononi e Scarsellino, un Paese di Dossi acquistato dal collezionista Saratelli, Orazione nell'orto (già in San Silvestro), Adorazione dei Magi e San Bartolomeo di Garofalo (già in San Bartolo). Nel decennio successivo restaurò del Bastianino l'Annunciata (1848) e il Giudizio universale (1850-1852) nella Cattedrale ferrarese oltre ad intervenire nel coro e nella volta, mentre gli stucchi vennero puliti da Giovanni Tellini, ed integrò le pitture tardo-cinquecentesche nel cupolino nella Chiesa di San Paolo dove si trova anche la sua Madonna in atto di porgere lo scapolare al beato Simone Stock, «suggestivo dipinto ondeggiante tra Purismo e “neo-gotico”». Nel 1852 si occupò de Il tributo di Cesare, dell'Annunciazione (entrambi già in Santa Maria in Vado) di Panetti come anche della sua Maddalena e Santo Stefano oltre all'Evangelista Marco di Caletti (già in San Benedetto).

Del periodo romano vengono ricordate le riproduzioni in piccolo formato della Madonna di Foligno, un'Incoronazione della Vergine, la Scuola di Atene, una Venere di Tiziano, una Vergine di Leonardo, la Sibilla cumana di Domenichino. Si ricordano anche la Madonna della seggiola di Raffaello, la Santa Cecilia del Bastianino, le copie del San Giovanni Evangelista in Patmos di B. Dossi e svariate opere collocate al posto degli originali nelle chiese (tra cui la Santa Maria in Vado, Sant'Andrea e San Vito) a seguito del trasferimento verso l'allora nascente Pinacoteca oltre ad altre copie del 1847 dai Dossi e Dielaì acquistate dal marchese Massimiliano Strozzi e di un ritratto da Tiziano.
Boari fu anche grafico: realizzò per la litografia ferrarese Guitti l'incisione del ritratto del suo omonimo vescovo Gregorio Boari (1836) ed è citato nell'elenco degli associati alla rivista edita a Roma L'Ape Italiana delle Belle Arti (1837) mentre a fine anni Cinquanta fece parte della commissione giudicante il progetto del Monumento all'Immacolata da erigersi ad opera di Giuseppe Ferrari a fianco la Chiesa di San Domenico. Collezionista di svariati autori anche concittadini, ebbe come allievi Giovanni Fei e Giovanni Pagliarini.
Per volere testamentario Boari lasciò due terzi del materiale presente nel suo studio a beneficio della Csa di ricovero e il restante terzo agli Asili d'Infanzia del Comune. Il suo monumento funebre in Certosa è opera dello scultore Ambrogio Zuffi mentre il medaglione sovrastante è novecentesco:
Di significativo rilievo durante il periodo risorgimentale fu il recupero delle memorie storiche riguardo alla folta schiera di pittori-copisti-restauratori nella cui attività «si fa labile la distinzione fra creazione originale, rifacimento in stile e falso», evidenziando i rapporti con il collezionismo sia pubblico che privato, la ricerca documentaria e la riscoperta critica dell’antica scuola pittorica ferrarese. Tra i protagonisti vi è Boari assieme a Giuseppe Saroli, Antonio Boldini, Gaetano Domenichini e Girolamo Scutellari, colui che fu anche il primo biografo degli artisti ottocenteschi operanti nella città estense e grazie al quale si possono ora attribuire opere, nonostante la difficoltosa datazione di molte, anche al Boari stesso (come ad es. gli Evangelisti) tramite agli scritti Elenco dei quadri ed altri oggetti esistenti nella Pinacoteca Comunale di Ferrara (1846) e Cenni biografici intorno ai pittori, scultori, ed architetti ferraresi dal 1750 ai giorni nostri (1892) per far seguito alle Vite del Baruffaldi (1893).
Claudio Savonuzzi nel suo Ottocento ferrarese pubblicato nel 1971 per la Cassa di Risparmio di Ferrara, esplicò anch'esso l'operato dei pittori operanti a Ferrara. Cita Boari con Francesco Migliari e Francesco Saraceni, come «prima generazione» ottocentesca dentro la quale «quasi come il Boari, anche Gaetano Domenichini sembra tuttavia più anziano all'interno della sua stessa generazione» definendone la produzione (assieme a quella di Saroli, A. Boldini e Alessandro Mantovani) puramente «restitutiva» e inserendo Boari come capostipite del gruppo «falsificatorio-antiquario» assieme al suo allievo Fei e nuovamente a Boldini (dovuto probabilmente al fatto di esser stato come Boari allievo di Saroli, definito «una specie di antiquario»), Mantovani e altri innumerevoli minori. Savonuzzi riporta che Boari «sebbene ricco, preferì lavorare per guadagno. Fu accademico nel disegno, grossolano nelle forme e assai urbano nel tratto» definendolo «non di certo protagonista dell'Ottocento ferrarese e forse nemmeno comprimario; ma un dilettante invadente. Eppure gli Evangelisti di S. Paolo possono fargli perdonare altre cose».
Negli anni Novanta, Lucio Scardino ridimensiona parte della critica precedente: «Ingiustamente frainteso da Savonuzzi (che lo definisce addirittura un “dilettante invadente”)».