| Inaco | |
|---|---|
| Nome orig. | Ἴναχος (Ínachos) |
| Lingua orig. | Greco antico |
| Caratteristiche immaginarie | |
| Specie | potamoi |
| Sesso | maschio |
| Luogo di nascita | Argo |
| Professione | re di Argo |
Inaco (in greco antico Ἴναχος?, Ínachos) è un personaggio della mitologia greca. Fu il primo re di Argo ed il capostipite della dinastia degli Inachidi.
Il nome Inaco presenta un'etimologia storicamente oscura e, secondo la critica moderna, è plausibile che tragga origine da un sostrato linguistico pre-greco. Tuttavia, data la natura primordiale del personaggio strettamente interconnessa all'omonimo corso d'acqua, la filologia classica ha evidenziato diverse ipotesi di derivazione autoctona.
Una prima linea interpretativa collega l'etimo al verbo ἰνάοµαι (ináomai), glossato dal lessicografo Esichio con il significato di προΐεσθαι (proíesthai), ovvero "essere spinto avanti" o "scorrere". Sulla base di questa radice e ipotizzando la presenza di una iota lunga, la linguistica comparata — a partire dagli studi di Richard Meister ripresi successivamente nei dizionari etimologici di Hjalmar Frisk e Robert Beekes — accosta il termine al sanscrito isnáti, nell'accezione di "trascinare velocemente" o, più specificamente per un contesto fluviale, "sgorgare". Il nome assumerebbe dunque il valore semantico descrittivo di "corrente impetuosa" o "colui che sgorga velocemente".
Dalla ninfa oceanina Melia divenne padre di Egialeo e Foroneo.
Fu anche il padre di Micene, di Io (avuta da Astioche) e di Argo Panopte.
Il latino Igino fa più riferimenti al fatto che la donna che diede la discendenza ad Inaco sia Argia, ma probabilmente confonde la madre dei figli di Inaco con le donne che si unirono ai suoi discendenti.
Strettamente interconnesse alla geografia ed alla civilizzazione dell'Argolide, le vicende mitologiche che vedono protagonista Inaco si dividono tra il suo ruolo di sovrano terreno e la sua natura primordiale di divinità fluviale e, a seconda degli autori, il suo personaggio è a volte un padre con sentimenti umani ed altre un fiume.
Nella tradizione arcaica dell'Argolide, la figura di Inaco segna l'inizio stesso della memoria storica della regione. Secondo quanto riportato da Pausania, la più antica testimonianza locale ricorda Inaco come il sovrano che impose il proprio nome al corso d'acqua principale della pianura argiva (l'omonimo fiume Inaco) e che, inoltre, fu il primo Argivo ad istituire i sacrifici in onore di Era, divinità che diventò la protettrice della città e della pianura circostante.
Quando gli dei olimpi decisero di spartirsi il patrocinio delle città, Poseidone (il dio del mare) ed Era (la regina degli dei), rivendicarono contemporaneamente il possesso dell'Argolide. Per risolvere la disputa senza scatenare un conflitto celeste, le due divinità decisero di rimettersi al giudizio di un tribunale locale composto dalle divinità fluviali della regione, ovvero Inaco, Cefiso ed Asterione.
Inaco (e gli altri due giudici) dopo aver ascoltato le ragioni delle parti, emise il verdetto che stabilì che la terra spettava ad Era (che così divenne la protettrice assoluta di Argo). Poseidone però, offeso per la decisione dei tre potamoi, si vendicò prosciugando per sempre le loro sorgenti e da quel momento il fiume Inaco perse la sua portata perenne e si trasformò in un corso d'acqua stagionale.
Nelle riscritture dei grandi tragediografi greci del V secolo a.C., la figura di Inaco si spoglia della sua veste cosmica per assumere i tratti profondamente umani di un padre straziato dal dolore. Nel Prometeo incatenato di Eschilo, il dramma del rapimento di Io viene vissuto interamente attraverso gli occhi e i tormenti del vecchio re. Inaco, tormentato da sogni notturni ambigui che gli ordinavano di sacrificare la purezza della figlia ai desideri di Zeus, consulta ripetutamente gli oracoli di Pito e Dodona per comprendere la volontà divina.
Di fronte alla spietata minaccia di Zeus di sterminare l'intera stirpe degli Inachidi con un fulmine, Inaco si trova costretto a cacciare di casa la figlia ed a bandirla per sempre dal regno, accettando così un destino imposto dall'alto che non poté evitare o combattere.
Diodoro Siculo, scrive invece che Inaco, dopo la scomparsa della figlia Io, incaricò Cirno di partire con la sua flotta e di non fare ritorno fino a quando non l'avesse trovata.
Il poeta latino Ovidio trasforma il dramma greco in un poema epico-mitologico e racconta che Inaco fu l'unico dei fiumi che non partecipò alla riunione delle divinità fluviali poiché, disperato, si era nascosto nella sua grotta a causa della scomparsa della figlia Io, che credeva morta.
Quando Zeus, per nasconderla da Era, trasforma Io in una splendida giovenca bianca, la donna vaga lungo le sponde del fiume Inaco (cioè vicino al padre), ma il fiume (Inaco), non riconoscendola, le si avvicina e le accarezza il viso e le offre dei ciuffi d'erba strappati dal prato. Il dramma tocca il culmine quando Io, incapace di parlare, usa lo zoccolo per tracciare sulla sabbia le lettere del proprio nome, rivelando la sua vera identità al padre e lui, Inaco, colto da un pianto straziante, cinge il collo della giovenca e lamenta il destino di una figlia che non potrà mai dargli dei nipoti umani. Questo avviene prima che Argo Panoptes (il custode dai cento occhi inviato da Era con l'incarico di sorvegliare la donna trasformata in mucca), intervenga per strapparla via dalle braccia di Inaco e condurla su pascoli isolati d'alta montagna per continuare a sorvegliarla.
Un'ulteriore e drammatica variante legata alla metamorfosi fluviale di Inaco ci viene tramandata dal trattato *Sui fiumi* (attribuito a Pseudo Plutarco). In questa narrazione, l'antico corso d'acqua dell'Argolide originariamente si chiamava Caranus ed il cambio del nome avvenne quando Inaco, dopo aver scoperto che Zeus aveva rapito e violato sua figlia Io, si gettò nelle sue acque.
Secondo un'altra tradizione correlata, il re vi si rifugiò per sfuggire alla persecuzione delle Erinni (che l'autore chiama Furie), inviate da Era per punire la stirpe argiva dell'oltraggio subìto e da quel momento quel corso d'acqua prese definitivamente il nome di Inaco.
Secondo la testimonianza di Apollodoro il primogenito Egialeo morì senza lasciare alcuna discendenza (probabilmente) prima della morte di Inaco. Apollodoro scrive inoltre che la terra governata da Inaco prese il nome del figlio deceduto (Egialea) e che la successione del regno fu data a Foroneo dopo la morte di Inaco.
Sofocle scrisse un'opera (oggi perduta) intitolata Inaco, di cui ne sopravvivono oggi soltanto numerosi frammenti papiracei.
Il profondo legame tra il mito di Inaco e la geografia del mondo greco ha generato nell'antichità un complesso dibattito sull'esatta identificazione del corso d'acqua. Le fonti storiche e i frammenti letterari identificano principalmente tre fiumi omonimi:
L'aspetto più affascinante di questa triplicazione geografica risiede nel fatto che gli stessi antichi Greci tentarono di unificare questi fiumi attraverso il mito. Come riportato dal geografo Strabone (che cita esplicitamente il frammento 271 Radt dell'Inaco di Sofocle), esisteva una radicata tradizione poetica secondo cui l'Inaco epirota non si gettasse semplicemente nell'Acheloo, ma scorresse sotto il letto del mare per via sotterranea, riemergendo miracolosamente nell'Argolide come Inaco argivo, unendo così le due patrie di Inaco in un unico e sacro flusso divino.
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