
Eschilo, figlio di Euforione del demo di Eleusi (in greco antico Αἰσχύλος?, Aiskhýlos, pronuncia: [ai̯s.ˈkʰy.los]; Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.), è stato un drammaturgo greco antico. Viene unanimemente considerato l'iniziatore della tragedia greca nella sua forma matura. È il primo dei poeti tragici dell'antica Grecia di cui ci siano pervenute opere per intero, seguito da Sofocle ed Euripide.
Nacque a Eleusi intorno al 525 a.C. da Euforione, un nobile attico forse parte degli Eupatridi e connesso al culto di Demetra, da cui avrebbe ricevuto la sua prima educazione religiosa. Il suo primo lavoro fu in un vigneto, luogo dove sognò il dio Dioniso che lo esortava a scrivere tragedie: da quel momento partì la sua carriera teatrale. Nel 499 a.C., all'età di 25 anni, partecipò al suo primo agone tragico con Cherilo e Pratina, ma non vinse. Ci riprovò quindici anni dopo, alle Dionisie del 484 a.C., dove invece ottenne la sua prima vittoria: da questa data fino al 470 a.C. circa, Eschilo fu vincitore incontrastato dei successivi agoni tragici, ottenendo un numero complessivo di vittorie pari a tredici.
La sua prima, grande sconfitta si data intorno al 468 a.C., anno in cui perse contro Sofocle, all'epoca ventisettenne. Eschilo ne fu così mortificato che, secondo Plutarco, abbandonò Atene lo stesso anno dirigendosi a Siracusa, in Sicilia, come ospite del tiranno Ierone I: alla sua corte ebbe modo di incontrare anche altri autori suoi contemporanei, come Simonide di Ceo. In favore del tiranno siceliota, che in quegli anni aveva rifondato la città di Katane con il nome di Aitna, Eschilo compose una nuova tragedia (Le etnee) e mise in scena I Persiani, portando a Siracusa un nuovo linguaggio teatrale.

Dopo la morte di Ierone nel 466 a.C., Eschilo tornò ad Atene diversi anni dopo, nel 458 a.C. circa, e lì rappresentò l'Orestea. Ma il soggiorno in patria durò poco: deluso dal non essere riuscito a cambiare con le sue opere la politica ateniese e, forse, dopo essere stato accusato di empietà, nello stesso anno tornò nuovamente in Sicilia. Si stabilì a Gela, dove morì nel 456 a.C. all'età di 69 anni. Lì fu sepolto dagli stessi geloi: sul suo epitaffio non furono ricordati i meriti in ambito teatrale, ma solo quelli come combattente a Maratona come richiesto dallo stesso poeta. Esso recitava:
Bizzarra la causa della sua morte: secondo lo storico Valerio Massimo lo avrebbe ucciso un'aquila in volo, che avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla sua testa per spezzarla, avendola scambiata per una pietra a causa della sua calvizie. Anche Plinio il Vecchio riporta questa versione, aggiungendo che avrebbe trascorso quel giorno fuori casa proprio per evitare una profezia di morte.
Dopo la sua morte ricevette dai suoi contemporanei molti riconoscimenti, il più grande dei quali fu la rappresentazione postuma delle sue tragedie, all'epoca segno di eccezionale onore. Ad occuparsene furono i suoi unici due figli, Euforione ed Euaio (Εὐαίων), entrambi tragediografi: il primo, nel 431 a.C., riuscì a battere con una tetralogia sia Sofocle che Euripide e, oltre a ciò, ottenne quattro vittorie rappresentando opere teatrali inedite del padre. Anche suo nipote Filocle (Φιλοκλῆς), figlio di sua sorella Filopato (Φιλοπαθώ), divenne poeta tragico e riuscì a battere l'Edipo Re di Sofocle. L'arte del teatro venne così tramandata da padre in figlio: Filocle infatti generò Morsimo (Μόρσιμος), poi da questi nacque Astidamante (Ἀστυδάμας) che a su volta generò Astidamante il Giovane; ognuno di essi divenne tragediografo, creando una vera e propria scuola eschilea che continuò almeno per 125 anni.
Nel 330 a.C. la fama di Eschilo era così grande che il politico ateniese Licurgo fece costruire una sua statua di bronzo all'ingresso del teatro di Dioniso, a memoria della sua eterna fama.
Eschilo scelse di ricordare sul suo epitaffio unicamente le conquiste militari, segno che doveva considerarle al pari (o perfino superiori) alle vittorie ottenute a teatro. Nel 490 a.C. all'età di 35 anni partecipò alla battaglia di Maratona contro i persiani: al suo fianco c'era il fratello Cinegiro, che in quell'occasione perse la vita; entrambi si batterono così valorosamente che le loro imprese vennero ricordate in un dipinto celebrativo nel teatro di Dioniso ad Atene. Eschilo si batté contro i persiani altre due volte: nel 480 a.C. a Salamina e nel 479 a.C. a Platea. Non fu da meno anche sui fratello minore Aminia ('Ἀμεινίας), che proprio a Salamina sferrò il primo colpo contro le navi della flotta di Serse.

Eschilo scrisse molte opere, ma ne sono giunte ai giorni nostri solo sette in forma integrale:
Di altre opere, tra tragedie e drammi satireschi, si conosce l'esistenza dai riferimenti presenti in altri autori o attraverso papiri. Tra le meglio documentate:
In totale è possibile ricostruire un elenco di 88 opere: 73 trasmesse dal Catalogo, 10 testimoniate dagli autori antichi e 5 dedotte dagli interpreti moderni.
La scena è ambientata a Susa, capitale dell'impero persiano. Entra subito in scena il coro composto da anziani persiani (i giovani erano impegnati a combattere a Salamina); tuttavia però la narrazione delle vicende è frastornata da strani presagi che si abbattono sulla reggia imperiale di Persia.
Entra in scena la protagonista Atossa, la quale invoca l'ombra del suo defunto marito, il quale una volta apparso pronuncia una severissima condanna contro loro figlio Serse, accusandolo di superbia. In seguito entra un messaggero che riferisce il terribile esito e annientamento della flotta Persiana, avvenuto nello stretto braccio di mare antistante Salamina.
La tragedia si conclude con l'ingresso di Serse, accolto in maniera lamentosa dal coro, il quale si presenta vivo e umiliato.
Nel dramma avviene alla maledizione di Edipo scagliata sui suoi figli Eteocle e Polinice. La tragedia si apre con l'ingresso di Eteocle, il quale si trova alle calcagne l'esercito guidato da suo fratello in procinto a condurre l'assalto finale. A questo punto giungono alcune donne tebane, che manifestano il loro terrore per il pericolo incombente, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l'attacco è stato respinto; tuttavia nella settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono massacrati reciprocamente. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, e il coro piange la loro triste sorte.
La tragedia tratta la crisi dinastica dei due fratelli Danao ed Egitto, che condividevano la sovranità sul regno d'Egitto. Il primo aveva avuto cinquanta figlie, il secondo altrettanti figli.
La tragedia prende avvio quando le Danaidi, appena sbarcate in terra greca, vengono esortate da Danao a raggiungere il recinto sacro, dove i supplici hanno per antica consuetudine un diritto di asilo inviolabile. Esse raccontano la loro storia a Pelasgo, re di Argo, ma quest'ultimo è restio ad aiutarle, per il timore di una guerra contro l'Egitto. Le donne si affidano nelle loro invocazioni a Zeus protettore dei supplici, la cui ira è temuta da Pelasgo; d'altra parte esse, non volendosi sposare, sembrano violare una legge di natura. Infine il re promette di portare la questione di fronte all'assemblea cittadina; dal canto loro, le Danaidi affermano che, se non verranno accolte, si impiccheranno nel recinto sacro. Pelasgo dunque si reca con Danao all'assemblea, e poco dopo torna con buone notizie: si è deciso di accogliere la supplica delle ragazze. Queste allora intonano un canto di gratitudine, ma ben presto arriva un'amara sorpresa: gli Egizi sono appena sbarcati presso Argo, e vogliono rapire le Danaidi. Arriva l'araldo egizio con i suoi armigeri per portarle via, ma l'intervento di Pelasgo glielo impedisce. L'araldo se ne va urlando minacce: la guerra tra Argo e l'Egitto è ormai inevitabile. Le Danaidi vengono allora accompagnate da Danao e da alcune ancelle dentro le mura della città.
La scena si apre in Scizia, fra aspri monti e lande desolate. Efesto, il Potere (Κράτος) e la Forza (o Violenza, Βία) hanno catturato il titano Prometeo e lo hanno incatenato ad una rupe. Zeus lo punisce perché ha donato il fuoco agli uomini, ribellandosi al suo volere; egli ha dato inoltre agli uomini la speranza, il pensiero e la coscienza, la scrittura, la memoria, la medicina, ma anche la capacità di interpretare il volere degli dèi e il futuro.
Il titano viene quindi raggiunto da vari personaggi, che tentano di portargli conforto e consiglio: le Oceanine, Oceano ed Io, amata da Zeus e per questo odiata da Era, a cui Prometeo predice il suo destino, ma anche il tortuoso futuro che Zeus ha dinanzi a sé.
Egli annuncia che uno dei discendenti del nuovo re degli dei riuscirà a liberarlo dalla punizione divina. Prometeo ha però una via di fuga dall'angosciosa situazione in cui si trova, perché egli conosce un segreto che potrebbe causare la disfatta del potere olimpico retto da Zeus. La minaccia consiste nel frutto della relazione fra Zeus e Teti, che potrebbe generare un figlio in grado di sbaragliare il padre degli dèi. Zeus invia il dio Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo.
L'Orestea è una trilogia formata dalle tragedie Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi e seguita dal dramma satiresco Proteo, oggi perduto. Delle trilogie di tutto il teatro greco classico, è l'unica che sia sopravvissuta per intero.
Le tragedie che la compongono rappresentano un'unica storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell'antica Grecia: l'assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del loro figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni e la sua assoluzione finale ad opera del tribunale dell'Areopago.
Eschilo viene considerato il vero padre della tragedia antica: infatti, a lui viene attribuita l'introduzione di maschera e coturni ed è con lui che prende l'avvio la trilogia, o "trilogia legata". Le tre opere tragiche presentate durante l'agone erano appunto "legate" dal punto di vista contenutistico: nell'Orestea (unica trilogia pervenutaci per intero), ad esempio, viene messa in scena la saga degli Atridi, dall'uccisione di Agamennone alla liberazione finale del matricida Oreste.
Introducendo un secondo attore, come ci testimonia Aristotele, rese possibile la drammatizzazione di un conflitto. Da questo momento fu infatti possibile esprimere la narrazione tramite dialoghi, oltre che monologhi, aumentando il coinvolgimento emotivo del pubblico e la complessità espressiva.
Da notare anche la progressiva riduzione dell'importanza del coro, che prima rappresentava una continua controparte all'attore. Per esempio, in una delle tragedie più antiche che ci siano pervenute, Le supplici, il coro ha ancora una parte preponderante. Nonostante la presenza dei due attori (uno dei quali interpreta in successione due personaggi), l'impianto è ancora quello di un inno sacro, scarno di elementi teatrali.
Facendo un confronto con la più tarda Orestea, notiamo un'evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti teatrali. Questo si deve anche alla competizione che il vecchio Eschilo dovette sostenere nelle gare drammatiche: c'era un giovane rivale, Sofocle, che gli contendeva la popolarità, grazie anche a innovazioni come l'introduzione di un terzo attore, trame più complesse, personaggi più umani nei quali il pubblico può identificarsi.
Tuttavia, anche accettando in parte, e con riluttanza, le nuove innovazioni (tre personaggi compaiono contemporaneamente solo nelle Coefore, e il terzo parla solo per tre versi), Eschilo rimane sempre fedele ad un estremo rigore, alla religiosità quasi monoteistica (Zeus, nelle opere di Eschilo, è rappresentato talvolta come un tiranno, talvolta come un dio onnipotente).
In tutte le sue tragedie, lo stile è potente, pieno di immagini suggestive, adatto alla declamazione. Nonostante i personaggi di Eschilo non siano sempre unicamente eroi, quasi tutti hanno caratteristiche superiori all'umano e, se ci sono elementi reali, questi non sono mai rappresentati nella loro quotidianità, ma in una suprema sublimazione: il suo stile, infatti, risulta ricco di espressioni retoriche, neoformazioni linguistiche (fra cui anche hapax) e arcaismi molto ricercati.
Nella sua produzione tragica, Eschilo riflette la realtà circostante: ne I Persiani e ne I sette contro Tebe si ritrova il resoconto delle battaglie di Salamina, con una difesa della politica marittima di Temistocle, riferimenti dovuti molto alla sua esperienza nelle guerre persiane. Fu anche il solo testimone tra i grandi poeti greci classici dello sviluppo della democrazia ateniese: infatti, Le supplici contiene il primo riferimento ad una forma di governo definita come «potere del popolo». Nelle Eumenidi, inoltre, la rappresentazione della creazione dell'areopago, tribunale incaricato di giudicare gli omicidi, sembra un implicito sostegno alla riforma di Efialte, che nel 462 a.C. trasferì i poteri politici dall'areopago al consiglio dei Cinquecento. Inoltre le sue tragedie affrontano temi come il diritto d'asilo o la nascita dello Stato dalle lotte di famiglia.
Al centro del teatro di Eschilo è, comunque, il problema dell'azione e della colpa, della responsabilità e del castigo. Eschilo si chiede perché l'uomo soffra, da dove provenga agli uomini il dolore. Viene solo dalla loro condizione di mortali, come affermavano i poeti arcaici, o da un errore originario, scontato dall'intera umanità, come è l'errore di Prometeo in Esiodo? Oppure all'interno della condizione umana esiste anche la responsabilità del singolo individuo? Tutta la sua tragedia è una tensione alla ricerca di una risposta che arriverà a dare, rivestendo la sua tragedia di forza etica per la polis ateniese del V secolo.
A proposito dell'origine della sofferenza, nella mentalità più arcaica e anche contemporanea di Eschilo si definiva hýbris (in greco antico ὕβρις?) quell'accecamento mentale che impedisce all'uomo di riconoscere i propri limiti e di commisurare le proprie forze: chi ha ambizioni troppo elevate e osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei” (in greco antico φθόνος θεῶν?, phthónos theôn), una divinità “invidiosa” del potere umano che, come tale, è determinata ad abbatterlo con prepotente capriccio. Da qui, secondo questa teoria, la causa della sofferenza umana.
Eschilo però rinuncia a questa teoria e mostra invece come le azioni delle divinità sugli uomini non sono prodotte da semplice invidia, ma sono conseguenze edificanti di una colpa umana, in quanto gli dei sono assoluti garanti di giustizia e di ripristino dell'ordine, e dunque alla hýbris corrisponde sempre il saggio ammaestramento divino, attraverso la punizione. Giustizia (in greco antico δίκη?, díkē), insomma, è la legge che gli dèi impongono al mondo e che spiega la casualità degli avvenimenti, apparentemente inesplicabile, regolando con bilance esattissime la colpa e la punizione, rivelandosi allora come un immanente ingranaggio che non lascia scampo a chi si è macchiato di una colpa o a chi ne "eredita" una commessa dai propri antenati (Eschilo mantiene, infatti, l'antica idea che la condanna del delitto travalichi la colpa immediata dell'individuo che l'ha commessa, propagandosi sull'intera stirpe: così, anche la vittima incolpevole si lega al male ed è costretta a commettere a sua volta una colpa, di cui comunque si rivela cosciente e perciò consapevole e responsabile, seppure dietro lo schermo della “necessità”).
Alla luce della funzione edificante della punizione è chiaro che attraverso il dolore, che ogni uomo è destinato a soffrire, l'essere umano matura la propria conoscenza (πάθει μάθος, pàthei màthos): si rende cioè conto, scontando la propria pena, dell'esistenza di un ordine perfetto e immutabile che regge il suo mondo.
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