
Jacques Fesch (Saint-Germain-en-Laye, 6 aprile 1930 – Parigi, 1º ottobre 1957) è stato un criminale francese, convertitosi in carcere, del quale è stato introdotto il processo di canonizzazione da parte della Chiesa cattolica.
Nasce in una famiglia dell'alta borghesia (annovera tra i suoi avi il cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone Bonaparte) ed i suoi genitori si erano trasferiti recentemente dal Belgio.
Cresciuto ed educato nella fede cristiana, all'età di 17 anni abbandona la fede.
Chiamato al servizio militare viene assegnato ad una caserma della città di Strasburgo.
Il 5 giugno 1951 sposa Pierrette Polack, figlia di Leopold, imprenditore nel settore energetico. La coppia di unirà civilmente presso il comune di Strasburgo. Poco dopo nasce la loro figlia Véronique (1951-2015). Il rapporto con la moglie va in crisi, benché avesse trovato il posto di lavoro offerto dal suocero (ma lui non si presentava sul posto) e frequenta un'altra donna, Thérèse Troniou (1933-2010), che lo renderà nell'ottobre del 1954 (a Parigi nel 14º, presso l'ex ospedale Saint-Vincent-de-Paul) padre di Gérard, futuro musicista che dal febbraio 2002, è stato riconosciuto come figlio potendosi fregiare del cognome Fesch dopo quello adottivo di Droniou, grazie al ricorso presso il tribunale civile di Créteil e all'aiuto dei servizi sociali che riconoscono la sua vera origine nel 1994. Fu abbandonato dalla madre, affidato temporaneamente a 9 famiglie, finalmente adottato. Residente a Cachan, dal 2020 ha richiesto una revisione "morale" sulla figura di suo padre proprio alla luce del suo profondo cambiamento dopo la conversione. Anche la figlia "legittima" Véronique poi coniugata Toury, per preservare la memoria del genitore, aveva fatto pubblicare con la madre Pierrette dagli anni '80 del XX secolo le lettere dal carcere, la madre recitò anche come attrice non professionista in un film, il Mondo (1995) voluta dal regista Tony Gatlif. Interpretava la parte di una donna vietnamita, Thi-Chin, posta ai margini della società che accoglie e offre protezione al piccolo protagonista della trama.
Jacques Fesch si era trovato in una fase della vita per cui non andava più d'accordo con i genitori che seppure di "buona società" erano descritti come non amorevoli ed estremamente problematici come per esempio l'avversione avuta nei confronti della famiglia della moglie Polack dopo aver saputo che Leopold, il suocero, era ebreo. I Fesch, marito e moglie erano profondamente antisemiti (la nascita della nipotina ne attenuerà l'avversione) e i rapporti erano basati solo su criteri economici: erogare a Jacques un finanziamento come un assegno mensile di 10.000 franchi (del precedente conio della riforma monetaria del 1960, divenuti poi 100 franchi paragonabili a 15/6 euro odierni) e da parte di sua madre, Marthe Hallez, un milione di franchi (24/26 mila euro) sperando che avviasse una "piccola attività". Al contrario tutto il denaro fu speso in feste a Saint-Germain-des-Prés e anche nell'acquisto di una Simca 8 decappottabile. Sentendosi frustrato per senso di inutilità e malessere esistenziale, considerato dal padre un fannullone per sfuggire all'ambiente parigino decise di comprare una barca a vela per effettuare il giro del mondo ma soprattutto poter arrivare a Tahiti, il suo sogno.

Il padre Georges Jules Joseph (1885-1957), un belga, che era anziano in rapporto al figlio aveva un temperamento gelido, una grande cultura, era anche un pianista ed era il direttore della Banca Internazionale Franco-Belga. A Jacques dopo un po' gli aveva tagliato qualsiasi finanziamento mentre lui aveva addirittura ordinato l'imbarcazione a un cantiere navale di La Rochelle per il costo di quasi 2 milioni di franchi (46.000 euro circa). Sentendosi alle strette, per procurarsi il denaro escogitò la folle idea, dettata dall'impulsività dello smodato bisogno di denaro, di fare una rapina a mano armata in un negozio nel quale si era già presentato come figlio di un banchiere, quindi dando fiducia e sicurezza circa l'acquisto, per "ordinare" monete d'oro. Il 25 febbraio 1954 tornò come un normale cliente nel negozio preso di mira: il cambiavalute in rue Vivienne 39, all'epoca gestito da Alexandre Silberstein (1901-?), ancora oggigiorno in mano agli eredi della stessa famiglia, la via si trova nel II arrondissement di Parigi, una zona che ospita numerosi sportelli e operatori specializzati nella compravendita di metalli preziosi e valute, non lontano dalla celebre Galerie Vivienne. Quando il titolare andò nel retrobottega a prendere le monete, Jacques tirò fuori l'arma chiedendo il denaro, ci fu una colluttazione per la reazione del commerciante che ebbe come conseguenza il suo ferimento anche se leggero (numerose foto testimoniano comunque tracce di sangue sugli abiti e una benda in testa c'era anche un martello sulla scena, probabile che Jacques cercò di colpire col calcio della pistola) ma riuscí in un primo momento a fuggire con 330.000 franchi, cifra paragonabile a circa 9000 euro odierni e largamente insufficiente per i suoi progetti. Il quartiere venne circondato e Jacques cercò di aprirsi un varco usando l'arma, la calibro 6,35mm, sottratta a suo padre che come ricco banchiere l'aveva per la sua sicurezza. Fino a qui, per certi versi, la vicenda ricorda il caso di un altro figlio di ricchi, Georges Gauchet (1905-1931), che sperperò tutto e decise di compiere una rapina. Sarà il primo condannato della Francia ad essere giustiziato mediante la reintroduzione della ghigliottina.
Fesch ferí un passante e un agente di polizia ma purtroppo questa volta colpí mortalmente anche un suo collega, Jean Baptiste Vergne (1919-1954) vedovo da poco con una figlia, Anne di 4 anni. Purtroppo sarà il fatto di colpire a morte un agente che aggraverà moltissimo la futura posizione giudiziaria di Jacques esponendolo automaticamente ai casi contemplati nel paragrafo 304 del (vecchio) codice penale francese in vigore in quel periodo storico.
Sarà arrestato poche ore più tardi all'uscita del metrò stazione Richelieu-Drovot e rinchiuso nel carcere de La Santé dopodiché inizierà poi la fase processuale. Fesch confessò di avere mirato alle gambe e che non aveva la volontà di uccidere.
Il padre Georges Jules Joseph (1885-1957), che era anziano in rapporto al figlio, aveva rinnegato il figlio (morirà lo stesso anno dell'esecuzione) e non si era mai presentato al processo, come la madre, Marthe Hallez, limitandosi a pagare l'avvocato difensore che era Paul-Clément Baudet (1907-1972), ex ateo convertito divenuto un fervente cattolico impegnato in opere di carità e assistenza anche ai carcerati. Soltanto qualche giorno prima dell'esecuzione incontrò il figlio oramai profondamente cambiato ma lui rimase su posizioni distanti.
Durante la reclusione, Jacques, si riavvicinò alla fede cattolica che non aveva mai effettivamente praticato grazie (oltre che all'avvocato) anche per la presenza di due religiosi: Jean Devoyod (1898-1980), frate domenicano e un altro correligionario dell'abbazia di Saint Léger-Vauban, presso Vauban (in Borgogna), frate Thomas (al secolo Dominique Worms) amico della prima compagna di Fesch, Pierrette.

Il giorno del suo ventisettesimo compleanno il processo presieduto dal giudice Marcel Jadin, terminò con una sentenza di pena capitale tramite ghigliottina, come era uso in Francia. Nel vecchio codice penale l'omicidio di un agente delle forze dell'ordine (per una rapina, per facilitare la fuga e/o garantirsi l'impunità) faceva automaticamente scattare l'articolo 304 che contemplava la pena di morte per il reato di omicidio di un agente oltre il reato di rapina, Rientrava dunque proprio nel caso che coinvolgeva Jacques Fesch.
Eugen Weidmann sarà nel 1939 l'ultima vittima della ghigliottina francese in pubblica esecuzione (in quell'occasione, come spesso accadeva, la folla esaltata ed eccitata si comportò incivilmente) mentre l'ultima decapitazione e condanna a morte in generale eseguita con lo strumento in uso della rivoluzione francese sarà quella di Hamida Djandoubi nel 1977. L'avvocato Baudet si rivolse insieme all'associazione dei giornalisti francesi al presidente della Repubblica René Coty ma la risposta fu negativa anche per le forti pressioni politiche esistenti esaltate dal clima della guerra di Algeria. Fesch fu tenuto sempre in cella d'isolamento (il regime carcerario previsto per chi uccideva un agente di polizia) per 3 anni e mezzo, 1314 giorni complessivi, dal 25 febbraio 1954 al primo ottobre del 1957.
Prima di essere giustiziato nel cortile dello stesso carcere in cui era detenuto, Fesch celebrò per procura il matrimonio religioso che aveva contratto in forma civile con Pierrette Polack. All'esecuzione, sempre tramite ghigliottina, vi era il boia incaricato dallo Stato, André Obrecht (1899-1985). La data era martedì 1º ottobre 1957 alle 5.30 del mattino.
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«Quanto male ho causato a chi mi stava intorno con il mio egoismo e la mia imprudenza. (Fra cinque ore vedrò Gesù)»
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«Combien de mal j'ai fait à ceux qui m'entourent par mon égoïsme et mon imprudence , (Dans cinq heures je verrai Jésus)»
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Le testimonianze raccontano che nel momento di salire il patibolo Jacques Fesch pronunciò queste parole a mezza voce: "Signore, non abbandonarmi".
Il 2 dicembre 2009, accompagnata dal cardinale Angelo Comastri, la sorella di Jacques Fesch, Monique Marthe Fesch, ha incontrato papa Benedetto XVI in piazza San Pietro al termine dell'udienza generale, mostrandogli lettere che Jacques aveva scritto ai genitori. I suoi resti sono sepolti nel cimitero di Saint-Germain-en-Laye (Île-de-France).
Oltre l'applicazione dell'articolo del vecchio codice, il 304, si discusse (tesi del suo avvocato Baudet) anche circa la severità del verdetto che non aveva neppure contemplato l'ergastolo, sperando che magari dopo una condanna a 30 anni si potesse (qualche anno prima) ridurre la detenzione per intervento di una grazia presidenziale, se la domanda fosse stata accolta favorevolmente, visto il cambiamento radicale del giovane Fesch. Fu anche analizzata la figura del magistrato della Corte, il giudice Marcel Jadin durante il sensazionale processo Fesch, che fu molto seguito dai giornali anche per via che il colpevole fu chiamato dalla stampa «dandy malfrat» e anche «dandy gangster», «fils de bonne famille» per via della sua provenienza famigliare. Il processo fu anche analizzato e criticato per un incontro controverso in un locale lussuoso di Parigi che voci diffusero subito nei corridoi del Palazzo di Giustizia: il giudice Jadin aveva cenato la sera precedente l'esecuzione delle 5.30 del mattino con l'avvocato della parte civile René Floriot (1902-1975). Un episodio che fu poi sempre citato nel mondo francese a dimostrare l'atmosfera già programmata alla condanna. La condotta esemplare del condannato compreso il percorso redentivo non fu neppure mai preso in considerazione ma sembra che fosse sempre volutamente ignorato dall'istituzione giudiziaria che esigeva la massima punizione: la vita. Questo episodio viene spesso citato per illustrare l'atmosfera particolarmente parziale e oppressiva dell'epoca in cui fu segnato il destino del giovane.
La causa di riabilitazione civile per Jacques Fesch spinta dal figlio Gérard, lo scopritore dell'identità del suo vero padre è stata definitivamente respinta in quanto mancano i «presupposti per la verifica della conversione, ossia il pentimento» e inoltre si preferisce arrivare a questa decisione «per evitare che una sentenza cambi poi che è già inseguita da pressioni di natura lobbistica».
Dopo la sua morte, la sua conversione in carcere è stata costantemente oggetto di analisi religiosa. Nel 1975 la carmelitana suor Véronique fu incaricata delle prime indagini dalle autorità ecclesiastiche. Una prima pubblicazione uscì in Francia e in Italia nel 1976. Successivamente sono stati dati alle stampe in italiano il diario da lui tenuto in carcere e le lettere inviate agli amici e parenti dalla cella, a testimonianza della sua conversione.
Il salesiano Giacomo Maria Medica (1910-1993) fu il primo a credere alla sua santità e fu promotore dell'apertura della causa di beatificazione nel 1986, inviando lettere a vescovi e cardinali. L'indagine fu avviata il 21 settembre 1987 dall'arcivescovo di Parigi cardinale Jean-Marie Lustiger e il processo diocesano è stato aperto formalmente il 24 dicembre 1993, qualificandolo come servo di Dio.
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