| Karate | |
|---|---|
| Federazione | World Karate Federation |
| Inventato | XVI secolo a Okinawa in Giappone |
| Contatto | Contatto pieno |
| Genere | Maschile e femminile |
| Indoor/outdoor | Indoor |
| Olimpico | Si |

Il karate, più propriamente karate-dō (空手道? lett. "via della mano vuota") è un'arte marziale originaria dell'isola di Okinawa, nel Regno delle Ryūkyū, le cui isole nel 1879 vennero annesse al Giappone con il nome di "Prefettura di Okinawa". Venne sviluppato dall'unione tra i metodi di combattimento indigeni, chiamati te (手? lett. "mano") e il quanfa cinese a seguito degli stretti contatti culturali e commerciali tra il regno delle Ryukyu e la Cina (di cui Okinawa era uno Stato tributario).
Nel corso del diciottesimo secolo ci si riferiva a tale arte marziale con il nome di tōde o tō-te (唐手? mano cinese), ma con il passare del tempo si è privilegiato il nome karate, dato da una differente lettura del kanji '唐'. Il 25 ottobre 1936, a causa del crescente militarismo giapponese, il primo carattere venne sostituito con '空', mantenendo così la lettura karate ma assumendo un nuovo significato, ovvero sia che i nipponici avevano sviluppato una forma di combattimento originale, sia che si trattava di un metodo di combattimento a mani nude. Secondo Gichin Funakoshi, l'aggiunta del carattere dō (道? lett. "via") si deve far risalire al 1929/1930, anni nei quali i membri del club di karate dell'Università Keio decisero di cambiare nuovamente il nome per differenziarlo dalle arti cinesi.

La preservazione del karate e il primo passo nella sua trasformazione da arte marziale radicata nelle tradizioni feudali a sport si devono a Itosu Ankō il quale fece introdurre l’arte marziale nel sistema scolastico okinawense (in particolare nella Teacher’s Normal School). Il primo maestro ad insegnare il karate in Giappone continentale fu Motobu Choki il quale si trasferì ad Osaka nel 1921 e in seguito fondò il proprio dojo presso la Toyo University di Tokyo.
Nel 1922 il Ministero dell'Educazione Giapponese invitò Gichin Funakoshi a Tokyo per una dimostrazione di karate, la National Athletic Exhibition e, successivamente, nel 1924 l'Università Keio istituì in Giappone il primo club universitario di karate, al punto che nel 1932 tutti i maggiori atenei nipponici avevano il proprio circolo. Dopo la seconda guerra mondiale Okinawa divenne un importante sito militare statunitense e il karate divenne popolare tra i soldati stanziati sulle isole.
Questa arte marziale prevede soprattutto il combattimento a mani nude, senza l'ausilio di armi, anche se la pratica del kobudō di Okinawa, che prevede l'uso delle armi tradizionali (Bo, Tonfa, Sai, Nunchaku, Kama), è strettamente collegata alla pratica del karate e alcune scuole e stili integrano la pratica del karate con lo studio delle armi. Attualmente viene praticato nel mondo in due differenti versioni, quella sportiva (nella quale è privato della sua componente marziale e finalizzato ai risultati competitivi tipici dell'agonismo occidentale) e quella tradizionale più legata ai precetti originali e alla difesa personale.
Nella sua accezione moderna di Karate-Dō, ha come fine ultimo il miglioramento della persona e l'elevazione spirituale attraverso la pratica fisica e il perfezionamento delle tecniche. La pratica del karate può portare benefici personali e fisici attraverso la pratica costante.

Originariamente, quest'arte marziale aveva il nome di tōde o tō-te (唐手? mano della dinastia Tang) o, semplicemente, te (手? mano). Il primo utilizzo scritto della parola karate è da attribuirsi ad Itosu Ankō, che utilizzò il carattere 唐?, mentre il primo utilizzo documentato della grafia 空手? risale al 1905 ed è da attribuirsi a Chōmo Hanashiro in Karate Shoshu Hen. Riguardo a quale delle due grafie fosse quella originale per la parola karate, Gichin Funakoshi scrive:
Lo stesso Gichin Funakoshi utilizzò nomi diversi nei titoli dei suoi libri: nel 1922 utilizzerà la dicitura tō-te o karate (唐手?), nel 1925 il termine karate-jutsu (唐手術?) e, nel 1935 e in tutte le pubblicazioni successive, utilizzerà karate-dō (空手道?). Questi ultimi due sono dei chiari calchi dei nomi delle arti marziali giapponesi che utilizzavano gli affissi jutsu e dō per descrivere, rispettivamente, una tecnica marziale concentrata sull'esecuzione e una via marziale che aggiunge un importante fattore di sviluppo dell'individuo. Riguardo all'adozione del termine karate (空手?) Morio Higaonna scrive:

La storia del karate parte da un arcipelago a sud del Giappone, le isole Ryūkyū e in particolare da una di queste, l'isola più grande: Okinawa, dove già esistevano alcune forme di combattimento note come te.
L'isola di Okinawa era divisa in tre principati: Hokuzan (北山 Montagna settentrionale), Chūzan (中山 Montagna centrale) e Nanzan (南山 Montagna meridionale). Per molti secoli Okinawa – nell'arcipelago dei tre regni delle Ryu-kyu, che allora erano stati a sé, indipendenti dal Giappone – aveva mantenuto rapporti commerciali con la provincia cinese del Fujian e fu così, probabilmente, che conobbe alcune arti marziali cinesi come il kenpo o quanfa («metodo del pugno»).
Shō Hashi (soprannominato Shang Bazhi), re di Chuzan, nel 1429 unificò i tre regni di Okinawa e in seguito anche tutti i regni delle Ryu-kyu. Poco più tardi, Sho Shin (che regnò dal 1478 al 1526), per mantenere la pace, intorno al 1500 vietò il possesso di armi da guerra che furono raccolte e chiuse in un magazzino del castello di Shuri.
Durante la dinastia cinese Ming 36 famiglie immigrarono dalla regione di Fujian a Okinawa stabilendosi nel villaggio di Kume (Kumemura). È probabile che questa sia stata la sorgente iniziale per la penetrazione delle arti marziali cinesi ad Okinawa.
All’interno del rapporto di vassallaggio tributario con la Cina il regno delle Ryukyu riceveva delegazioni di dignitari imperiali (Sapposhi) e a sua volta inviava le proprie ambascerie a Pechino. Probabilmente durante questi incontri si ebbero scambi marziali che contribuirono ad influenzare lo sviluppo delle arti marziali okinawensi.
Dopo la battaglia di Sekigahara, il clan vittorioso dello shogunato Tokugawa concesse al clan Shimazu, che governava il bellicoso feudo di Satsuma nell'isola di Kyūshū, di occupare le Ryu-kyu: 3000 samurai portarono a termine l'invasione (1609).
Le arti marziali del feudo di Satsuma, come il Jigen-ryu Kenjutsu, si diffusero così sull’isola a fianco delle tradizioni cinesi che già erano presenti ponendo la base per lo sviluppo del moderno karate.
La cronaca di viaggio Hoshima Hikki tramanda che nel 1756 ad Okinawa fosse approdato un ufficiale cinese noto come Kusanku (forse il suo titolo militare) il quale è descritto come un esperto di Kenpo ed era in grado di atterrare un avversario usando un'azione “a forbice” delle gambe.
Kusanku è ritenuto dalla tradizione la fonte del kata Kushanku, che è poi stato tramandato da Sakugawa Kanga sino ai giorni nostri.
Inoltre, Okinawa aveva intensi rapporti commerciali con il sud della Cina e in particolare la regione di Fujian, dove il regno delle Ryukyu aveva una propria “ambasciata” denominata Ryukyukan (precisamente nella citta di Fuzhou). In questo luogo è noto che esponenti della famiglia Kojo (Kojo-ryu) e lo stesso Uechi Kanbun (Uechi-ryu) si siano allenati sotto la guida di artisti marziali locali.
Sappiamo inoltre che le casate più alte del regno delle Ryukyu possedevano propri sistemi di combattimento tramandati dal capofamiglia al successore. L’unico di questi stili ad essere sopravvissuto fino a noi è il Motobu Udundi (Motobu-ryu).
Da questa stratificazione di influenze nacque l’Okinawa-te («mano di Okinawa»), detto anche tōde («mano cinese», dove l'ideogramma to indica la dinastia Tang), che si differenziava in tre stili: Naha-te, Shuri-te e Tomari-te. Va precisato che Naha era la capitale dell'isola di Okinawa, Shuri la sede del castello reale e Tomari la zona del porto (oggi Shuri e Tomari sono quartieri di Naha).
L'ideogramma te (手) letteralmente indica la parola "mano", ma per estensione può anche indicare "arte" o "tecnica"; il significato di Okinawa-te, quindi, è "arte marziale di Okinawa".
Si pensa quindi che sia stata possibile una sorta di fusione tra le arti arrivate dalla Cina, che comunque costituivano uno stile non metodico e il te okinawense. Una prova di questo importante scambio culturale tra Okinawa e Cina è fornita da un maestro vissuto in epoca successiva, Ankō Itosu. In uno scritto di suo pugno vede le origini del karate nelle arti cinesi e sottolinea come non abbiano influito né il Buddhismo né il Confucianesimo.
Il primo maestro delle Ryu-kyu fu Sakugawa Kanga di Shuri (1733-1815), nobile di Okinawa ed esperto di te; era soprannominato “Tode” perché combinò il kempo, da lui studiato in Cina, con le arti marziali di Okinawa. Egli fu il primo maestro che provò una razionalizzazione e una codificazione delle arti diffuse a Okinawa. Tuttavia trascorse ancora qualche decennio prima dello sviluppo di una vera e propria scuola di tode.
Il fondatore di questa scuola fu il suo allievo Matsumura Sōkon (1809-1901); egli fu maestro di Asato Ankō (1827-1906). Egli fu il maestro di Funakoshi e di altri importanti pionieri come Motobu Chōki (1870-1944), Motobu Chōyū (1865-1928), Chibana Chōshin (1885-1969), Mabuni Kenwa (1889-1952) e Tōyama Kanken (1888-1966).
Il suo stile di tode era chiamato Shuri-te (arte marziale di Shuri) in quanto Matsumura era residente proprio nella città di Shuri. Egli basò il proprio insegnamento su tre punti fondamentali: la pratica dell'arte autoctona di Okinawa, l'arte giapponese della spada (Jigen-ryū) e la pratica delle arti marziali cinesi.
Anko Itosu introdusse il to-de nelle scuole di Okinawa e mise a punto i cinque kata detti Pinan. Funakoshi rinomino poi questi kata Heian una volta trasferitosi in Giappone.
Il primo maestro di Okinawa a recarsi in Giappone fu Motobu Chōki di Shuri (1871-1944), straordinario combattente, ma fortemente legato alle tradizioni del suo popolo, che perciò non ottenne grande successo come insegnante. Solo più tardi, con l'arrivo di Funakoshi, il Karate poté diffondersi effettivamente nel paese del Sol Levante.
Si dice che il primo maestro di Naha-te fosse Higaonna Kanryō, in dialetto Hogen Higashionna (1853-1915; secondo alcune fonti la nascita sarebbe nel 1840).
Gichin Funakoshi nacque a Shuri. Bambino gracile e introverso, si appassionò alle arti di combattimento: studiò con Azato, padre di un suo compagno di scuola e maestro di svariate arti marziali, poi con Itosu. Era non solo un abile calligrafo, ma conosceva anche i classici cinesi; pertanto nel 1888 cominciò a insegnare in una scuola elementare.
Nel 1921 passò per Okinawa il principe Hirohito, diretto in Europa, e nel castello di Shuri, Funakoshi organizzò un'esibizione che fu molto apprezzata. Lasciato l'insegnamento, nella primavera del 1922 Funakoshi fu scelto per eseguire una dimostrazione di karate alla Scuola Normale Superiore Femminile di Tokyo, ove si stabilì.
Nel 1922 scrisse "Ryu-kyu kempo": karate (karate significava ancora «mano cinese» e i nomi dei kata erano quelli originari di Okinawa). Nel 1935 pubblicò "Karate-do kyohan", molti anni dopo tradotto dal maestro Tsutomu Ōshima.
I primi anni furono difficili soprattutto sotto l'aspetto economico. Nel 1931 il karate fu ufficialmente riconosciuto dal Dai Nippon Butoku Kai, l'organizzazione imperiale per l'educazione della gioventù. Dopo aver utilizzato un'aula del Meisei Juku (un ostello per studenti di Okinawa nel quartiere Suidobata), per qualche tempo Funakoshi fu ospite nella palestra del maestro di scherma Hiromichi Nakayama.
Nel 1936, grazie al comitato nazionale di sostenitori del karate, venne costruito il dojo Shotokan («casa delle onde di pino») a Zoshigaya, sobborgo del quartiere speciale di Toshima a Tokyo. “Shoto” era lo pseudonimo che Funakoshi usava da giovane nel firmare i suoi poemi cinesi, "kan" invece vuol dire "sala".
Per facilitare la diffusione del karate in Giappone, gli ideogrammi tode e te, vennero assemblati. Si ottenne così la parola tote, ma l'ideogramma to, che si leggeva anche "kara" (ma con il significato di «vuoto» sia nel senso di «disarmato», sia in riferimento allo stato mentale del praticante, concetto Zen di mu-shin), fu cambiato con questa lettura. Pertanto l'ideogramma finale risultò karate. Vennero inoltre cambiati in giapponese i nomi originali delle tecniche e dei kata per renderli più comprensibili.
Nel dopoguerra il generale Douglas MacArthur proibì la pratica delle arti marziali, ritenute l'anima dello spirito militarista nipponico, ma a poco a poco l'interesse per il karate crebbe anche in Occidente e Funakoshi fu ripetutamente invitato a dare dimostrazioni.
Funakoshi lasciò la direzione dello stile Shotokan al figlio Yoshitaka, che trasformò profondamente lo stile elaborato dal padre, inserendovi attacchi lunghi e potenti, che facevano uso di nuove tecniche di calci. Yoshitaka morì di tubercolosi nel 1945.
Dal karate nacquero poi diverse correnti e il karate si divise così in vari stili.

Funakoshi divide le scuole e i kata del karate di Okinawa in due stili principali: shōrin-ryū (a cui attribuisce caratteristiche simili a quelle degli stili settentrionali di kung-fu) e shōrei-ryū (più simile al kung-fu meridionale). L'altra principale divisione degli stili di karate di Okinawa si basa sulla città di origine: Tomari, Naha e Shuri.
In generale, lo shōrin-ryū era associato allo Shuri-te e al Tomari-te, mentre lo shōrei-ryu era associato al Naha-te. Il Naha-te, ideato da Kanryō Higaonna diede vita ad alcuni stili di karate, il cui principale è il Gōjū-ryū, la cosiddetta "scuola dura e morbida" sviluppata dal maestro Chōjun Myiagi.
Lo Shuri-te e il Tomari-te videro una fusione sempre più profonda e diedero vita ad alcuni stili come il Wado-Ryu e lo Shotokan-ryu.
A Okinawa esiste una tradizione dove entrambi gli approcci shōrin e shōrei sono mescolati in uno stile unico, la cui maggiore scuola è quella di Kenwa Mabuni che insegna lo Shitō-ryū, anche se l'influenza maggiore di questo stile deriva dall'area shōrei.
I principali stili del karate sono:
Nel karate si sono formati molti altri stili e, talvolta, all'interno di un Paese, ci sono dei maestri che si ritengono creatori di stili che non sono altro che copie di stili antichi o, comunque, già preesistenti. La World Karate Federation, che è l'unica organizzazione mondiale, che raggruppa le federazioni nazionali riconosciute dai rispettivi comitati olimpici, ed essa stessa riconosciuta dal CIO, riconosce solo I seguenti 4 stili di karate della lista:

Gli allenamenti così come l’esecuzione dei kata iniziano e finiscono con un inchino eseguito al comando “rei”.
Durante il periodo dell’introduzione del karate nelle scuole di Okinawa si è diffusa la prassi di far allineare i praticanti in base all’anzianità, seguendo l’esempio militare. Infatti Yabu Kentsu e Hanashiro Chomo, che furono i primi karateka a svolgere a tempo pieno il lavoro di insegnanti di educazione fisica, erano ex militari veterani della prima guerra sino-giapponese e russo-giapponese.
In seguito con l’introduzione delle cinture colorate l’ordine di anzianità fu sostituito da quello di grado.
Ogni scuola di karate tradizionale sintetizza per i propri allievi i principi morali che devono guidare la pratica e che ne costituiscono i fondamenti. Essi sono chiaramente enunciati nel dōjō kun, regole variabili da scuola a scuola e nei nijū kun.
Nel karate sviluppatosi in Giappone continentale è molto frequente l’uso della parola “oss” (anche traslitterato come “osu”). Essa viene utilizzata per esprimere attenzione e rispetto o anche determinazione (soprattutto nello stile Kyokushin e suoi derivati). Visto che si tratta di un’espressione tipica dello slang dei giovani maschi è considerata sgarbata da chi non pratica le arti marziali moderne.
Ad Okinawa si usa la parola “hai” (letteralmente sì) per esprimere attenzione rispetto alla spiegazione impartita, mentre nell’ambito dei saluti formali si usano formule tipiche della vita di ogni giorno come “honegaishimasu” (lett. per favore, prenditi cura di me).

Dōjō kun indica le regole del dōjō, che variano a seconda della scuola. Quelli sotto riportati si riferiscono allo shotokan.
Il karate è fondamentalmente rispetto reciproco, sul quale si basa e il dōjō kun dovrebbe venire applicato anche al di fuori del dōjō. Infatti un esempio di questo principio è che nel kumite, praticato da certe palestre, non si può toccare l'avversario, mentre prima di salire sul tatami bisogna fare il saluto al Maestro. I quattro lati del dōjō hanno particolari nomi: la Sede Superiore, ovvero dove sta il ritratto del Maestro fondatore dello stile che viene praticato è chiamato Kami-za, mentre il lato dove stanno gli allievi, per fare il saluto, è chiamato Shimo-za, ovvero sede inferiore. Nel saluto gli allievi sono sistemati in ordine di cintura, incominciando dalle nere con grado maggiore fino ad arrivare alle bianche. Il lato verso gli allievi di grado più alto è chiamato Jo-seki, mentre invece quello verso le bianche, quindi verso coloro con meno esperienza è chiamato Shimo-seki.
I venti principi fondamentali dello spirito del karate (松濤二十訓?, Shōtō nijū kun) insegnati dal maestro Gichin Funakoshi sono:

In quasi tutte le arti marziali è uso allenarsi indossando un abito adeguato, chiamato gi (pronuncia: ghi); nel karate, quest'abito è il karate-gi, composto da una giacca (uwagi), da un paio di pantaloni (zubon) di cotone bianco e da una cintura (obi) il cui colore designa il grado raggiunto dal praticante non dal punto di vista fisico ma dal punto di vista della preparazione mentale e dell'esperienza.
Oltre al termine specifico "karate-gi", l'abito per la pratica del karate può essere chiamato genericamente "keikogi" o "dogi"; mentre molto in voga è il termine "kimono" usato erroneamente, quest'ultima parola della lingua giapponese, che significa semplicemente "abito", ai nostri giorni viene usata per indicare uno specifico tipo di vestito tradizionale che nulla ha a che vedere con la pratica delle arti marziali essendo usato in occasioni formali.
Fu il maestro Gichin Funakoshi ad adottare per primo l'uso del "karate-gi". Infatti, in occasione della prima dimostrazione al Budokan di Tokyo, lui e un suo allievo indossarono un abito fatto da Funakoshi stesso la notte precedente, ispirandosi al modello del judo-gi e utilizzando, però, una tela più leggera e comoda fatta da sacchi di riso sul momento. Il colore bianco è quello naturale del cotone non tinto, essendo questo un abito semplice e umile.
In genere esistono tre tipi di karategi:
In molte arti del Budō (Kendō, Kyudo ed Aikidō), per esercitarsi si indossa, invece, dei pantaloni con svasatura molto ampia con la parte sopra simile al gi chiamato nella sua interezza hakama tipica giapponese ma mai utilizzata a Okinawa.
Nel dojo si pratica a piedi rigorosamente scalzi.
La cintura nel karate è un riferimento che indica l'abilità, attestata dal superamento di appositi esami, nella pratica della disciplina di chi la indossa.
Nel 1924 Gichin Funakoshi, fondatore del Karate Shotokan, adottò il sistema dei "dan" dal fondatore del judo, Kanō Jigorō. Egli usò un sistema di gradi con un set limitato di colori di cintura. Anche gli altri insegnanti di Okinawa adottarono questa pratica. In precedenza gli allievi incominciavano la pratica con la cintura bianca; però non esistevano le cinture colorate: la cintura nera fu adottata da Kanō soltanto tre anni dopo l'invenzione del sistema di dan, prendendola dalla fascia nera indossata, nel nuoto, dagli atleti migliori. Quando Funakoshi adottò il sistema, comunque, le cinture erano già tre: bianca, marrone e nera, a cui si aggiunse, in seguito, la cintura verde (o blu, a seconda della testimonianza). Tuttavia il sistema di gradazione delle cinture può variare a seconda dello stile. Nel sistema kyū/dan i gradi per principianti cominciano con un kyū numerato in maniera crescente (ad esempio 9 kyū), e avanza in maniera decrescente fino al kyū di numero più basso. Il dan incomincia col 1 dan (Shodan o "cominciando a dan") sino a giungere ai dan di grado più elevati. I gradi sono assegnati come una "cintura di colore" o mudansha ("uni senza dan"). I karateka con grado di dan sono assegnati come yudansha ("possessori del rango di dan"). Il yudansha porta tipicamente una cintura nera. I requisiti dei ranghi differiscono fra stili, organizzazioni e scuole. La minima età e il tempo nei gradi sono fattori promozione importanti.
L'esame consiste nel dimostrare le tecniche di fronte a una commissione di esaminatori. Questa varia da scuola a scuola, ma l'esame può includere tutto ciò che si è imparato fino a quel punto oppure nozioni nuove. La dimostrazione è una domanda per grado nuovo (shinsa) e può includere: kata, bunkai, l'autodifesa, routine, tameshiwari ("rompendo") e/o kumite (combattimento). L'esame di cintura nera può includere anche una parte scritta.
Le cinture colorate vengono dette Kyū, mentre le cinture nere vengono dette Dan. Entrambe le parole significano "grado", "livello", ma la prima è comunemente utilizzata. Il primo livello di dan non è chiamato "ichi dan", che vorrebbe dire "primo grado", ma "sho dan", cioè "inizio del grado", a testimonianza del fatto che il raggiungimento della prima cintura nera è solo l'inizio di un lungo e severo apprendimento dell'Arte Marziale, in cui i livelli di kyū hanno il solo scopo di dare le basi necessarie a un apprendimento più approfondito.
CINTURE COLORATE, che si ottengono per esame:
CINTURE NERE, che si ottengono per esame:
CINTURE NERE, che si ottengono ad honorem per meriti od onorificenze:
Le classificazioni per i kyū variano da federazione a federazione, ed esistono, presso alcune scuole, ulteriori cinture intermedie (bianca, bianco-gialla, gialla, gialla-arancione, arancione, arancione-verde, verde, verde-blu, blu, blu-marrone, marrone, marrone-nera). Dopo la cintura marrone si passa a cintura nera che rimane tale al raggiungimento di gradi superiori (dan), dal 1º in poi, anche se è possibile trovare federazioni che utilizzano la cintura bianco-rossa per il 6°, 7°, 8° dan e rossa per i 9º e 10º dan. L'ideogramma dan si trova anche nella parola shodan, che significa "principiante", per dimostrare come l'aver impiegato alcuni anni per diventare cintura nera sia davvero poca cosa in confronto a tutti gli anni di allenamento che aspettano. Generalmente, le cinture si ottengono per esami fino al 5º dan, mentre dal 6º dan in poi, il grado viene assegnato solo per meriti speciali e non più in seguito a esami, anche se il modo in cui vengono rilasciati i più alti gradi dan può variare da federazione a federazione. Per i gradi più elevati non viene valutata solamente la mera capacità tecnica raggiunta ma soprattutto le doti di esperienza, didattica, organizzazione, sviluppo e dedizione a quest'arte marziale.
Bisogna però sottolineare come il formalismo relativo al vestiario e alle cinture incominciò solamente con lo sviluppo di massa del karate e quindi con la sua commercializzazione, soprattutto in occidente. Alle origini, il karate era praticato con i vestiti quotidiani, spesso solamente con la biancheria intima e non esistevano le graduatorie per cinture. Da molti praticanti di karate tradizionale, la cintura è considerata un simbolo di un certo livello di conoscenza e di percorso ma non possiede certo un valore meramente di grado.

Gichin Funakoshi interpretò il "kara" del karate-dō con il significato di "purificare sé stessi da pensieri egoisti e malvagi, perché solo con una mente e coscienza limpida il praticante può comprendere la conoscenza che riceve". Riteneva che il karateka doveva essere "interiormente umile ed esternamente gentile". Solamente comportandosi umilmente si può essere aperti alle molte lezioni del karate. Questo può essere fatto solamente attraverso l'ascolto e attraverso la ricezione delle critiche. Egli considerava la cortesia di primaria importanza. Diceva che "il karate viene propriamente applicato solo in quelle rare situazioni in cui uno deve davvero atterrare qualcuno o essere da lui atterrato". Funakoshi ha ritenuto insolito per un appassionato l'utilizzo del karate in uno scontro fisico reale più di una volta nella vita. Egli disse che i praticanti di karate "non devono mai essere facilmente trascinati in una lotta". Resta inteso che un colpo scagliato da un vero esperto potrebbe significare la morte. Risulta chiaro che coloro i quali fanno un uso distorto di ciò che hanno imparato portano disonore a sé stessi.
Una peculiarità del karate è il fatto di stare a piedi nudi nello svolgere la lezione, questo ha motivazioni tecniche e formali, risponde a esigenze pratiche ed è volto al conseguimento della massima efficacia. Ragioni fisiche: il piede è ricco di ricettori tattili che permettono di conoscere la conformazione del suolo senza interventi della vista; la struttura ossea del piede è arcuata così da restare parzialmente sospesa sul piano di appoggio. L'adattamento alle caratteristiche del suolo viene avvertito dai recettori di tensione dei tendini e delle articolazioni: il corpo risponde così alla percezione dell'inclinazione e della direzione di pendenza, adeguandosi alle mutevoli necessità dello stare eretti. Fare karate significa anche imparare a flettere, estendere e ruotare il piede, adattandolo al fine di ottenere un impatto efficace sul bersaglio. Un'altra delle ragioni che chiariscono perché i praticanti di karate tradizionale non usino protezioni ai piedi affonda le sue radici nel passato, quando i samurai divennero imbattibili nell'uso della spada, si chiesero cosa sarebbe stato di loro se fossero stati sorpresi disarmati. Di qui la necessità di imparare a usare il corpo come un'arma e vennero sviluppate le prime tecniche a mano nuda: la loro evoluzione e quella delle forme di lotta che in esse si fusero, portò alla codificazione di sistemi di combattimento a mano disarmata sempre più articolati. Lo stare a piedi nudi è un segno di umiltà, rispetto e di volontà di affrontare l'allenamento con la mente vuota dalle preoccupazioni quotidiane.

A seconda dei vari stili di karate, il karate si compone di numerosissime tecniche: tecniche di pugno, di mano aperta, di gomito, calci, parate, cadute, spostamenti, posizioni e guardie.
Il karate prevede lo studio approfondito di tecniche di colpo dette "atemi waza", parola derivata dalla contrazione del verbo "ateru-colpire" e "mi-corpo". Si utilizzano pugni, calci (principalmente alle gambe e al tronco), gomitate, ginocchiate e colpi di percussione a mano aperta nelle zone sensibili del corpo umano (femore, articolazioni, fegato, gola, costole fluttuanti) al fine di provocare un trauma anatomico che neutralizzi l'avversario nel modo più veloce ed efficace possibile seguendo la regola del "minimo sforzo, massimo risultato".
Da segnalare che nello studio più avanzato dell'arte vengono esaminati anche gli "tsubo" o "punti di pressione" e particolarmente rilevante è il fatto che nel primo testo redatto dal maestro Funakoshi ("karatedō kyohan") un intero capitolo fosse dedicato all'anatomia umana a dimostrazione che non solo si deve imparare "come" colpire ma anche e, soprattutto, "dove".
Tutte queste tecniche sono corredate da un insieme di parate, schivate, spostamenti e scivolate atte a deflettere e intercettare gli attacchi oltre a proiezioni, spazzate, bloccaggi e leve articolari.
Non si deve però pensare al Judo o all'Aikido. Le proiezioni e le spazzate del karate non prevedono di "lanciare" l'avversario in lontananza (come nell'Aikido) ma di "sgretolarlo" sul suo centro, a terra, per impedirgli di contrattaccare e quindi finirlo con tecniche di colpo. Il karate, del resto, è primariamente un'arte di percussione sebbene il suo studio comprenda tutte le possibilità di combattimento.
Il Kihon è un termine che indica le tecniche di allenamento base, di parata o di attacco, su cui si basa il karate. In pratica, si tratta di esercizi propedeutici all'esecuzione tecnica nel karate.
Il kihon, nel karate, è l'insieme delle tecniche fondamentali.
In italiano potremmo tradurlo con le parole "basilare" o "rudimenti". La parola kihon è composta da due sezioni: Ki (fondamenta o radici) e Hon (base). Visualizzando gli ideogrammi delle due sezioni si nota che Ki è formato da due parti, una che simboleggia la terra e l'altra rappresenta l'inizio; Hon, invece, mostra un albero le cui radici sono rivolte verso il basso.
La parola Kihon ha dunque il significato della necessità di porre delle solide fondamenta, delle profonde radici per poter costruire qualche cosa di duraturo. Nella cultura giapponese viene data molta importanza alla preparazione prima di mettere mano a qualunque progetto ed è importante essere padroni delle basi di qualunque disciplina, prima di progredire in essa.
Come in qualsiasi altra disciplina, anche nel karate, senza una perfetta padronanza degli esercizi di base, non è possibile progredire e raggiungere notevoli livelli di pratica. Le basi del karate, i primi esercizi insegnati all'allievo, portano a imparare il corretto uso del proprio corpo, sia esso in movimento o statico.
Nella pratica del kihon si impara a migliorare la propria resistenza e a ottenere una maggiore rapidità nell'esecuzione; aiuta anche a rafforzare lo spirito combattivo e l'allievo apprende come gestire le "armi" del nostro corpo.
Il kime, nella pratica del Karate, può essere definito come "focalizzazione della massima potenza esplosiva del colpo" in un punto stabilito. Lo studio e la corretta comprensione di ogni singola tecnica, da parte dell'allievo, dovranno trovare quindi il loro naturale coronamento nello sviluppo del kime, conferendo ad ogni attacco e ad ogni parata la massima incisività, potenza e pulizia. Nessun praticante di Karate, dunque, può aspirare a progredire verso i gradi superiori della disciplina se non è in grado di applicare un buon kime durante l'esecuzione delle tecniche. Lo stesso principio si applica, a maggior ragione, nelle manifestazioni agonistiche, nelle quali il kime è uno degli elementi fondamentali di valutazione dell'atleta.
Il kata è un combattimento contro più avversari immaginari. Si tratta di una serie di movimenti codificati che rappresentano varie tecniche di combattimento, in modo da evidenziarne i principi fondanti e le opportunità di esecuzione ottimali (spazio, tempo e velocità).
Nel Kata, che significa "forma", si racchiudono le tecniche diffuse dalle varie scuole. Il karate ha una vasta gamma di kata che si differenziano nei diversi stili e per i diversi kyū. I kata possono essere visti come delle tecniche marziali prestabilite, per la maggior parte, nelle otto direzioni dello spazio. Il kata non viene considerato come un combattimento simbolico eseguito a vuoto, ma come un combattimento contro uno o più avversari.
Il numero dei kata, ma anche i loro nomi e i kata stessi, cambiano in base alla scuola ("stile") che si pratica.
Gli elementi fondamentali per eseguire un buon kata sono:
E da un punto di vista atletico:
La maggior parte delle volte, un kata (nelle gare a squadre) è seguito dal bunkai, cioè la messa in pratica delle tecniche e la dimostrazione dell'efficacia delle tecniche e dei movimenti; solitamente le squadre sono formate da tre persone e, solo in Italia, vige la regola per cui il Torei (colui che si difende) deve essere unico.
Il termine bunkai (分解? "scomposizione") è utilizzato nelle arti marziali giapponesi per indicare la spiegazione di un gesto simbolico contenuto in un esercizio a solo (kata). La parola è formata da due kanji che significano rispettivamente “porzione” e “slegare” e uniti servono a indicare l'atto di ricondurre qualcosa di complesso alle sue parti essenziali per poterle analizzare.
Bunkai indica, dunque, il processo mentale tramite cui gli elementi che compongono la forma (una sequeza di tecniche o un singolo movimento) vengono studiati in realazione ai principi dello stile per trarne applicazioni pratiche. Tuttavia, la parola bunkai col tempo ha preso ad indicare le stesse applicazioni, ovvero il risultato del bunkai vero e proprio. Queste applicazioni possono contenere, oltre ai colpi comunemente associati al karate, proiezioni, leve articolari, schivate e, più raramente, strangolamenti.
Le applicazioni pratiche andrebbero più correttamente indicate con il termine “oyo bunkai”. Le variazioni personali fatte per adattarsi a scenari di difesa personale vengono, invece, definite “henka”.
Il processo di bunkai e le relative applicazioni costituiscono l’essenza del karate per come era inteso prima della seconda guerra mondiale. Oggi molti dōjō aderiscono al movimento del karate pratico che fa dell’oyo bunkai il proprio campo di studio privilegiato.
In alcuni stili le applicazioni e i principi per decodificare i kata sono stati tramandati dal fondatore si veda il “Kaisai no Genri” del Goju-ryu Shoreikan o tre principi applicativi del KishimotoDi. Anche in assenza di regole precise da seguire nel processo di bunkai è possibile risalire ad applicazioni storicamente corrette grazie ai testi scritti dai maestri di Okinawa durante il primo dopoguerra e alle immagini in essi contenute. Lo stesso Funakoshi Gichin, fondatore del Karate Shotokan, ci ha lasciato decine fotografie in cui esegue proiezioni e leve articolari.
Uno dei principi base da seguire nel bunkai è considerare che l’avversario contro cui si sta combattendo nel kata è uno solo e si trova sempre di fronte al praticante (come affermato da Mabuni Kenwa, fondatore dello Shito-ryu). Di conseguenza gli angoli degli spostamenti rappresentano la posizione che il karateka deve assumere nei confronti del proprio avversario.

Gichin Funakoshi (船越 義珍), disse: "Non ci sono dispute nel Karate". Prima della seconda guerra mondiale, in Okinawa, il kumite non era parte integrante dell'insegnamento. Shigeru Egami riferisce che, nel 1940, alcuni karateka furono cacciati dal dojo perché usavano il karate nelle risse in strada. Tra le caratteristiche del Kumite del Karate si nota che i colpi, con l'eccezione del Kyokushinkai (e degli stili a contatto pieno da esso derivati), non vengono affondati alla ricerca del knockout dell'avversario, ma vengono arrestati per ovvi motivi di incolumità. Le tecniche tuttavia devono dimostrare il loro potenziale ed essere eseguite, arrestandole con controllo per non arrecare eccessivi danni. Ciò è possibile grazie a un adeguato allenamento e a un opportuno regolamento di gara. Quest'ultimo infatti prevede, in linea di massima, un lieve contatto a livello addominale, nessun contatto con tecniche di braccio al volto e un lievissimo contatto con tecniche di calcio al volto (anche se esistono vari regolamenti e, per esempio, in alcune federazioni e in determinati stili il contatto è consentito). L'eventuale ausilio di protezioni preventive (conchiglia, paradenti, corpetto, paratibia-piede, guantini e maschera per il naso, abolita nel 2015/16 perché sembrava arrecare più danni che senza) e l'adozione di sanzioni adeguate e di opportune norme completano il regolamento nella massima tutela dei praticanti. Negli anni cinquanta, il maestro Mas Oyama creò il Kyokushinkai (Full Contact Karate) e da esso, successivamente, si svilupparono molti altri stili che facevano del contatto pieno il loro punto di forza.
Il karate di Okinawa usa un addestramento supplementare noto come Hojo undō (補助運動). Questo utilizza una semplice attrezzatura fatta di legno e pietra. Il makiwara è uno degli attrezzi più usati (allenamento all'impatto dei colpi).
Il "nigiri game" è un grande vaso usato per rinforzare la presa di mani e dita. Questi esercizi supplementari sono progettati per aumentare forza, capacità di resistenza, velocità e coordinazione muscolare.
Il karate sportivo enfatizza esercizio aerobico, anaerobico, potenza, agilità, flessibilità e gestione dello stress. Tutte le pratiche variano a seconda delle scuole e degli insegnanti.

Il karate sportivo è la forma sportiva del karate, modellata tra diversi stili, privata in gran parte della sua componente marziale e finalizzata alla sola competizione agonistica.
La federazione mondiale del karate (WKF) è riconosciuta dal comitato olimpico internazionale (CIO) come responsabile per le competizioni di karate. La WKF ha sviluppato regole comuni che governano tutti gli stili. I WKF organisations nazionali coordinano con i loro rispettivi comitati olimpici nazionali.
Il karate è stato una disciplina olimpica. Ha raggiunto il numero di voti sufficiente nelle decisioni del Comitato Olimpico Internazionale nel 2016 e nel 2021 è stata presente alle olimpiadi di Tokyo. Tuttavia, la presenza di un evento dedicato al karate non è stata confermata per le olimpiadi del 2028.
Sul fronte karate sportivo va precisato che, oltre alla WKF, ci sono realtà diverse che enfatizzano il combattimento, nelle cui competizioni si può vincere anche per KO. Famoso è il Sabaki Challenge, dove ogni anno si sfidano atleti provenienti da ogni parte del mondo. Da menzionare, poi, i campionati mondiali di Kyokushinkai e Ashihara; entrambi caratterizzati da un numero rilevante di atleti internazionali.
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[Categoria:Discipline olimpiche]