| Lodoiga | |
|---|---|
| Autore | Giovanni Battista Bonometti, Cesare Federico da Bagno o altri |
| Data | seconda metà del XVI secolo |
| Materiale | marmo di Botticino |
| Dimensioni | 230×90×70 cm |
| Ubicazione | Palazzo della Loggia, Brescia |
La Lodoiga (pronuncia: /lodoˈiɡa/; "Ludovica") è una celebre scultura di Brescia risalente al XVI secolo, attribuita a Giovanni Battista Bonometti, Cesare Federico da Bagno o altri. Posta originariamente davanti all'ultimo pilone sinistro della facciata del Palazzo della Loggia, è celebre per essere stata adoperata come statua parlante (su esempio di quelle romane) fino alla fine dell'Ottocento. Dopo varie vicissitudini e trasferimenti, nel novembre del 2011 è stata definitivamente ricollocata sotto il porticato della Loggia.
La storia della statua, oggi quasi del tutto chiara, fu in passato molto dibattuta. Le conoscenze attuali sono state raggiunte attraverso attenti studi sul tema.
Nella seconda metà del XVI secolo la costruzione del Palazzo della Loggia era quasi terminata, ed entro poco tempo sarebbe stata realizzata la copertura a carena di nave. Il progetto di Jacopo Sansovino prevedeva come coronamento della facciata principale una spessa fascia decorativa, costituita da un alto fregio, una balaustra e una doppia fila di statue, quattro doccioni e altrettante figure di diverso tipo, in asse tra loro. Le due sculture esterne, ai lati della balaustra, avrebbero rappresentato i Santi Faustino e Giovita, patroni della città, mentre le due interne dovevano rifarsi al motto di Brescia, richiamato in un'epigrafe pochi metri più in basso, Fidelis Brixia fidei et iusticiae consecravit ossia "Brescia fedele consacrò alla Giustizia e alla Fede".
Il fatto che la Lodoiga dovesse essere una delle statue di coronamento è fuori discussione, visto che presenta la stessa altezza, le stesse proporzioni e lo stesso tipo di basamento delle due oggi issate sul frontone. È anche indubbio che si tratti di una rappresentazione allegorica della Fede, una figura femminile velata con in mano un calice contenente un'ostia. Questo elemento oggi non è più visibile, ma la base e la sua sagoma contro il corpo della figura sono ancora leggibili. Anche circa la concreta esecuzione della statua sussistono alcune incertezze: un contratto del 1557 riporta la commissione al toscano Francesco Bonaiuti per la realizzazione delle quattro statue e dei quattro acquari (i doccioni) segnalando come virtù da rappresentare la Fede e la Giustizia. Nel novembre dello stesso anno, il Bonaiuti morì dopo aver realizzato solo tre "acquari", e la commessa venne assegnata al giovane e ancora poco conosciuto Giovanni Battista Bonometti, bresciano, che realizzò il doccione mancante. Questi scolpì anche le statue dei due patroni, mentre le due virtù vennero commissionate al ferrarese Lodovico Ranzi nel 1558, il quale, per motivi ignoti, non portò a termine l'incarico. Al Bonometti venne perciò commissionata la statua della Giustizia.

Per la statua rimanente fu chiamato il fiorentino Cesare Federico da Bagno, estraneo al cantiere della Loggia ma forse autore del portale del palazzo Martinengo: la Lodoiga sarebbe attribuibile a lui, sulla base di alcune affinità con le statue di tale manufatto.
In ogni caso, sul coronamento della Loggia fu issata una statua non prevista nei contratti, rappresentante la Fedeltà e non la Fede. Probabilmente la scultura rappresentante la Fede non piacque; ma, forse a causa dei costi di smantellamento, rimase alla base della Loggia. A quel punto l'amministrazione si rivolse in extremis al da Bagno, che tuttavia fraintese la virtù da scolpire. L'amministrazione avrebbero quindi scelto questa statua, ritenuta di miglior fattura, confidando che la distanza dal suolo avrebbe mascherato l'errore. Si tratta in ogni caso di pure ipotesi.

La statua fu quindi posta in un angolo, davanti all'ultimo pilone di sinistra della facciata, e lì rimase per secoli. Nell'angolo nord-est, opposto alla Lodoiga, si trovava il patibolo per le punizioni corporali; più a est, alla base della colonna contrassegnata dal Leone di San Marco, venivano compiute le esecuzioni capitali e le torture pubbliche. Accanto alla statua era posta la "pietra del bando", dalla quale banditori e oratori parlavano alla folla; sotto il porticato si svolgevano i commerci cittadini. Esso finì quindi per rappresentare il punto d'incontro tra governo e popolo, che trovò la sua voce proprio nella Lodoiga, similmente alle più famose statue parlanti romane come Madama Lucrezia e Pasquino: quando non era possibile commentare direttamente i bandi o il comportamento degli amministratori, sulla Lodoiga apparivano biglietti e fogli anonimi, incollati sulla base della statua, sul pilone adiacente o sul muro interno. In realtà, il fenomeno delle statue parlanti ebbe vita lunga soprattutto a Roma, mentre a Brescia si verificò alla fine del Settecento, quando si ebbero veri e propri "dibattiti" fra le due statue sull'orologio astronomico della piazza, i "macc dèle ure", popolarmente chiamati "Tone" e "Batista", visti come parteggianti il governo, e la Lodoiga, sempre invece dalla parte del popolo. Una sorte simile riguardò anche il Mostasù dèle Cosére.
Lo stesso nomignolo, "Lodovica" in dialetto bresciano, è citato per la prima volta nel 1799. Il termine deriverebbe dalla poetessa Lodovica Fè d'Ostiani (1736-1814), autrice di facili versi di maniera diffusi fra i salotti aristocratici. Il nobile Carlo Girelli le dedicò un sonetto in dialetto, dove la sua voce veniva definita "schietta bocca della verità". In questi anni, oltretutto, si può collocare l'atto vandalico in seguito al quale scomparve il calice con l'ostia, commesso dai giacobini per danneggiare i simboli religiosi immediatamente accessibili su piazze e strade. Il volto della statua venne anche deturpato da una secchiata di vernice nera, lanciata sempre in questo periodo.

Il 21 marzo 1874, nell'ambito dei lavori di restauro della piazza sotto la direzione di Giuseppe Conti, la statua venne rimossa poiché ritenuta non conforme a allo stile della facciata, e portata nel Palazzo Martinengo Avogadro, al tempo carcere e sede della Pretura. Seguì una lunga serie di trasferimenti, non sempre rintracciabili: nel 1877, dopo aver già cambiato sede diverse volte, venne sistemata nel cortile d'ingresso dell'ex monastero di Santa Giulia, dove nel 1882 fu inaugurato il museo dell'Età Cristiana. Questo cambiamento provocò l'ironia del popolo, che ritenne la Lodoiga relegata a "portinaia del museo". Ulteriori sberleffi celebravano una sua supposta relazione con una statua del profeta Elia che le stava accanto, proveniente dal sagrato della Chiesa di Santa Maria del Carmine insieme a un'altra era del profeta Eliseo, rimosse anch'esse nel XIX secolo. La Lodoiga fu in seguito trasferita sotto un porticato del monastero, ove rimase fino agli anni '80 del Novecento.
In questo periodo un progetto di riforma storica della piazza, pensato dall'architetto Giorgio Lombardi, previde la ricollocazione della Lodoiga nella sua posizione originaria, ma non trovò applicazione. Con l'apertura del museo di Santa Giulia nel 1998, la Lodoiga fu trasferita nel cortile est della chiesa di San Salvatore, presso una fontana: questo spostamento le fece guadagnare il soprannome popolare di "lavandaia del museo". Furono quindi proposte altre sistemazioni: nel 2001 un accordo fra il sindaco dell'epoca Paolo Corsini e il Rettore dell'Università statale portò la statua all'interno del cortile del monastero di Santa Chiara, sede della Facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli Studi di Brescia, presso la scalinata barocca. In tale occasione la statua venne ripulita, e furono asportate le rimanenze di vernice nera. Per via delle prescrizioni della direzione museale, che richiedevano la protezione dalle intemperie, la Lodoiga fu sistemata in uno stretto angolo coperto, accanto a un parcheggio.
A inizio novembre 2011 fu annunciato il definitivo trasferimento della statua nella sua collocazione originale, sotto il porticato della Loggia. La cerimonia di svelamento si tenne il 14 novembre 2011; la statua non fu però ricollocata nella posizione originale, ma nell'ultima campata destra del portico interno. La definitiva ricollocazione è stata promossa con lo scopo di "ripristinare il legame di dialogo che i cittadini bresciani hanno sempre mantenuto con i loro amministratori".
La scultura, in marmo di Botticino, è alta due metri e trenta centimetri, a cui si aggiunge una base larga novanta centimetri e profonda settanta. Rappresenta una massiccia figura femminile, il cui corpo nudo è coperto da una tunica leggera con maniche a metà braccio, lievemente pieghettata. La veste presenta una scollatura rettangolare sul petto e i piedi, di cui sporgono le sole dita, calzano dei lievi sandali. La donna indossa anche un mantello che copre parzialmente spalle e braccia, annodato e sorretto dalla mano sinistra all'altezza del pube, che ricade a terra con ampi panneggi coprendo le gambe. Un velo, inoltre, copre la testa della figura, ricadendo sulle spalle. La mano destra è appoggiata sulla vita: fra le dita è ancora ben visibile il basamento di un calice e, contro il seno della figura, la sagoma dello stesso e dell'ostia che conteneva, come previsto nella tradizionale iconografia della Fede. Il braccio sinistro è inoltre piegato in modo da lasciare uno spazio adatto all'inserimento di una croce, la quale costituisce un altro attributo iconografico di tale virtù; verosimilmente, tale oggetto non fu mai realizzato.
La statua appare evidentemente sproporzionata ad una vista frontale: segue difatti le regole prospettiche e anamorfiche da applicarsi a sculture che debbano essere viste dal basso. Il retro, oltretutto, è lasciato a uno stadio di non finito, ulteriore segno che l'opera fosse stata pensata per una visione dal basso ed esclusivamente frontale.