| Moschetto Automatico Beretta (MAB) Mod. 1938 | |
|---|---|
| Tipo | Mitra |
| Origine | |
| Impiego | |
| Utilizzatori | vedi utilizzatori |
| Conflitti | Seconda guerra mondiale Crisi libanese del 1958 Guerra d'Algeria |
| Produzione | |
| Progettista | ing. Tullio Marengoni |
| Date di produzione | •1938-1961 (Complessivo) •1938-1944 (MAB 38, MAB 38A) •1942-1944 (MAB 38A42, MAB 38A44) •1949-1957 (MAB 38A49) •1957-1961 (MAB 38A57) |
| Varianti | mod. 1938A mod. 38A/42 mod. 38A/44 mod. 38A/49 mod. 38A/57 |
| Descrizione | |
| Peso | 4,8 kg |
| Calibro | 9 × 19 mm |
| Munizioni | 9 × 19 mm Parabellum |
| Azionamento | Massa battente |
| Cadenza di tiro | 550 colpi al minuto |
| Velocità alla volata | 390 m/s (9x19mm Para), 420 m/s (9M38 Fiocchi 9x19) |
| Tiro utile | 200m |
| Alimentazione | Caricatore prismatico amovibile da 10, 20, 30 o 40 cartucce |
| Organi di mira | Mab 38: alzo a ritto con cursore fino a 500 m dal Mab 38A:tacca di mira fissa tarata a 200 m |
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Il Beretta MAB 38, contrazione della designazione ufficiale Moschetto Automatico Beretta Mod. 1938, è una pistola mitragliatrice progettata dall’azienda italiana Fabbrica d'Armi Pietro Beretta alla fine degli anni 1930 sotto la direzione di Tullio Marengoni. Camerata per la cartuccia 9 × 19 mm Parabellum, fu adottata inizialmente dalla Polizia dell’Africa Italiana e successivamente distribuita ai reparti del Regio Esercito, della Regia Marina, della Regia Aeronautica e ad altre formazioni armate italiane durante la seconda guerra mondiale.
Considerato uno dei migliori mitra del secondo conflitto mondiale, il MAB 38 si distingueva per l’elevata qualità costruttiva, l’affidabilità e la controllabilità nel tiro automatico, pur risultando relativamente pesante e costoso da produrre rispetto ad altre armi contemporanee della stessa categoria.
Prodotto in numerose varianti sino ai primi anni 1960, il MAB 38 rimase in servizio anche nel dopoguerra presso le forze armate italiane e numerosi corpi di polizia, venendo inoltre esportato in diversi Paesi.

Il MAB fu progettato dall'ing. Tullio Marangoni, capo progettista della Beretta, come "moschetto automatico", definizione tecnicamente molto corretta poiché pur impiegando una cartuccia da pistola, la 9 × 19 Parabellum, non era definibile come pistola-mitragliatrice avendo una calciatura in legno simile a quella di un fucile, e peso e ingombro erano pur sempre rilevanti. Il funzionamento era a massa battente, ad otturatore aperto. Per dissipare il calore della canna, quest'ultima era avvolta in un manicotto traforato che, in corrispondenza della volata, presentava un compensatore di rinculo costituito da due asole orizzontali, successivamente sostituite da quattro intagli trasversali.
La manetta di armamento, sul lato destro dell'arma, era svincolata dall'otturatore ed era solidale ad uno sportellino scorrevole che manteneva chiusa la scanalatura di scorrimento impedendo a polvere e sporco di entrare nell'arma. Sul lato sinistro, vi era una sicura a leva. Gli organi di mira, sulla versione iniziale del MAB, erano piuttosto sofisticati per un mitra, essendo un alzo a ritto e cursore graduato fino a 500 metri, distanza peraltro piuttosto ottimistica.
Caratteristica tipica di tutti moschetti automatici Beretta, era il peculiare gruppo di scatto che non aveva selettore di tiro, bensì due grilletti posti in tandem: quello anteriore per il tiro semiautomatico, e quello posteriore per il tiro automatico (a raffica). Ciò per consentire al tiratore di poter istintivamente passare dall'una all'altra modalità, in caso di bisogno, senza manovrare leve o traversini. Era una soluzione brillante ma piuttosto raffinata, che non venne poi ripresa nelle armi Beretta del dopoguerra. Altra raffinatezza tecnica era il percussore flottante con sicurezza automatica contro lo sparo accidentale (vedi sotto), poi sostituito da uno fisso.
Altra caratteristica di rilievo del MAB era la cartuccia utilizzata: trattandosi della prima arma d'ordinanza italiana in calibro 9 × 19, venne prodotta apposta per il MAB una cartuccia ad hoc in questo calibro detta 9mm M1938, del 15% circa più potente delle 9 × 19 militari dell'epoca. Questo migliorava le prestazioni dell'arma, che ovviamente poteva sparare anche qualsiasi cartuccia 9 Parabellum.
Il MAB era prodotto con molta cura, soprattutto nelle prime serie, dove venne addirittura impiegato un calcio in noce nazionale, poi sostituito dal ben più economico faggio, con bruniture profonde di alta qualità e finiture accurate. Nelle versioni 38/42 e 38/44 la necessità imposta dagli eventi bellici di accelerare al massimo la produzione abbassò lievemente il livello delle finiture, che però si mantenne sempre più che buono, per un'arma militare.

Il Beretta MAB 38 venne sviluppato dalla Fabbrica d'Armi Pietro Beretta come evoluzione dei precedenti moschetti automatici sperimentali realizzati dall’azienda negli anni 1918 e 1930 come l'OVP, il Beretta Modello 18 e la sua successiva evoluzione Beretta Modello 18/30. Sebbene tali modelli non fossero stati adottati dal Regio Esercito, avevano evidenziato caratteristiche considerate promettenti, inducendo l’azienda a proseguire lo sviluppo di armi automatiche individuali.
Nel corso degli anni 1930 il crescente interesse internazionale verso le pistole mitragliatrici influenzò significativamente il progetto. Armi quali la MP 28, la MP 34 e il Thompson avevano infatti dimostrato la crescente importanza di questa categoria di armamento per reparti specializzati, forze di polizia e combattimento ravvicinato, cosa che spinse i vertici militari italiani a bandire dei concorsi per una nuova arma automatica destinata alle forze armate, anche nell'ottica del programma ammodernamento degli equipaggiamenti che stava interessando il Regio Esercito nella seconda metà degli anni '30.
L’arma fu progettata dall’ingegnere Tullio Marengoni, che aveva già progettato o contribuito al progetto della stragrande maggioranza delle armi automatiche italiane dalla Prima Guerra Mondiale agli anni '20, tra il 1935 e il 1937 ed entrò in produzione nel 1938. I primi utilizzatori furono i reparti della Polizia dell’Africa Italiana, dipendenti dal Ministero delle Colonie, che nel 1939 ordinò i primi lotti dell’arma. Anche il Ministero dell’Interno acquistò vari esemplari destinati al Corpo delle guardie di pubblica sicurezza.

Presentato ufficialmente alle autorità militari nel giugno 1938, il MAB venne omologato dall’Ispettorato d’Artiglieria del Regio Esercito, ma la sua adozione procedette inizialmente con lentezza: i vertici militari italiani dell’epoca infatti, ancorati all'idea dell'esercito di massa e grandi assalti della fanteria, consideravano infatti le pistole mitragliatrici armi specialistiche, ritenute poco adatte all’impiego ordinario della fanteria a causa della limitata gittata utile della cartuccia 9 × 19 mm e allo scarso addestramento di base dei coscritti di leva che allora formavano la spina dorsale delle forze armate.
Le prime forniture militari furono quindi destinate, come detto sopra, soprattutto a reparti speciali, all'Arma dei Carabinieri e alle forze di polizia della PAI. Su richiesta del Regio Esercito furono inoltre introdotte alcune modifiche progettuali, fra cui la rimozione della baionetta e la modifica del compensatore di volata, dando origine alla variante MAB 38A.

Le prime forniture del Beretta MAB 38 vennero distribuite in quantitativi limitati principalmente a reparti speciali del Regio Esercito, fra cui paracadutisti e guastatori del Genio, a partire dal 1941. La Regia Marina ne acquistò diverse migliaia di esemplari destinati al Reggimento San Marco e ai reparti di vigilanza, mentre la Regia Aeronautica lo assegnò al reparto ADRA (Arditi Distruttori della Regia Aeronautica).
I rapporti provenienti dalle unità operative furono generalmente positivi e, dal 1942, il Beretta MAB 38 venne distribuito in misura crescente ai principali reparti d’élite italiani, fra cui il 10º Reggimento Arditi, il Battaglione Alpini Sciatori “Monte Cervino”, le divisioni paracadutisti “Folgore” e “Nembo”, i Guastatori del Genio e diversi Battaglioni “M” della MVSN. L’arma vide impiego operativo in diversi teatri della guerra, fra cui il fronte nordafricano — inclusa la Seconda Battaglia di El Alamein —, il fronte orientale, dove venne utilizzata da reparti italiani impegnati sul fronte sovietico, e il settore balcanico dove fu impiegata principalmente dai reparti impegnati in servizio di sicurezza e rastrellamento anti-partigiani.

In tali contesti il MAB si dimostrò particolarmente efficace nel combattimento ravvicinato, nelle azioni d’assalto e nelle operazioni di pattuglia, grazie all’elevata cadenza di fuoco, all’affidabilità meccanica e alla buona controllabilità nel tiro automatico. Sul fronte nordafricano l’arma risultò apprezzata soprattutto nei combattimenti attorno ai capisaldi fortificati, nelle infiltrazioni notturne e negli scontri a breve distanza combattuti da paracadutisti, guastatori e reparti d’assalto, mentre sul fronte orientale venne impiegata durante operazioni di rastrellamento, combattimenti nei centri abitati e difesa ravvicinata delle posizioni.
Le esperienze maturate dai reparti operativi contribuirono a consolidare la reputazione del MAB come una delle migliori pistole mitragliatrici disponibili alle forze armate italiane. Grazie a questa reputazione di affidabilità acquisita dall’arma e alla crescente necessità di armamenti automatici da parte dei Paesi alleati dell’Italia nel corso del conflitto, il Beretta MAB 38 venne esportato anche ad alcuni Stati dell’Asse. Il caso più significativo fu quello del Regno di Romania, che tra il 1941 e il 1942 ordinò e ricevette circa 5.000 esemplari della variante MAB 38A. Più simbolico fu l’ordine effettuato dal Giappone per 300 esemplari di MAB nel 1943 - dei quali appena 50 poterono essere effettivamente consegnati prima dell'armistizio dell'8 settembre- da destinare alla Marina Imperiale: infatti, per l'esiguità dei numeri, viene generalmente interpretato come una fornitura di valutazione o destinata a impieghi specialistici più che come una vera acquisizione su larga scala.

Nonostante ciò, fino al 1943 la maggior parte delle forniture continuò a essere destinata all'Arma dei Carabinieri, alle guardie di pubblica sicurezza e alla Polizia dell’Africa Italiana. La dottrina militare italiana dell’epoca continuava infatti a considerare le pistole mitragliatrici armi complementari, ritenute inadatte a sostituire il fucile d’ordinanza nell’impiego convenzionale della fanteria.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il Beretta MAB 38 divenne una delle principali armi automatiche disponibili nei territori controllati dalla Repubblica Sociale Italiana. La produzione presso la Fabbrica d'Armi Pietro Beretta e le officine subappaltatrici del Nord Italia venne incrementata, mentre le varianti 38/42 e 38/44 introdussero semplificazioni produttive finalizzate ad accelerarne la fabbricazione e ridurne i costi.

Il MAB fu ampiamente impiegato da numerosi reparti della RSI, fra cui unità paracadutiste dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana, reparti della Guardia Nazionale Repubblicana, la Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”, le Brigate Nere e vari reparti antipartigiani e controguerriglia. In diversi casi il MAB costituì l’arma individuale predominante dei reparti d’assalto e delle unità mobili impegnate nei combattimenti contro le formazioni partigiane e nelle operazioni di sicurezza interna.
L’arma venne inoltre frequentemente utilizzata dalle formazioni partigiane della Resistenza italiana e jugoslava, le quali ne apprezzavano la potenza di fuoco, l’affidabilità e la robustezza, pur disponendo più comunemente di mitra Sten di produzione britannica, più semplici ed economici. I MAB impiegati dai partigiani provenivano principalmente da catture belliche, sottrazioni ai depositi della RSI o consegne clandestine effettuate da militari italiani dopo l’armistizio.

Anche le forze armate tedesche impiegarono estesamente il MAB dopo l’occupazione dell’Italia settentrionale: infatti sia la Wehrmacht che i reparti combattenti delle Waffen-SS utilizzarono sia esemplari catturati al Regio Esercito dopo l'armistizio, sia armi di nuova produzione fornite direttamente dall’industria italiana nei territori sotto occupazione tedesca. Le varianti del MAB ricevettero denominazioni tedesche ufficiali del tipo “MP 738(i)”, dove la lettera “i” indicava l’origine italiana dell’arma. I militari tedeschi utilizzarono l'arma sia sul fronte italiano che negli altri teatri di operazione come la Francia o il fronte orientale, apprezzando particolarmente la precisione, l’affidabilità e la qualità costruttiva del mitra Beretta, pur considerandolo più pesante e costoso rispetto ad altre pistole mitragliatrici contemporanee.
Rispetto ad altre pistole mitragliatrici dell’epoca, il MAB presentava infatti peso e dimensioni relativamente elevate, ma tali caratteristiche contribuivano alla stabilità dell’arma durante il tiro automatico. L’elevata qualità costruttiva, la controllabilità nelle raffiche brevi e la buona precisione alle medie distanze contribuirono alla sua reputazione come una delle migliori pistole mitragliatrici impiegate durante il secondo conflitto mondiale.
Dopo la fine della guerra le buone prestazioni operative dimostrate dal MAB nel corso del conflitto contribuirono al suo mantenimento in servizio presso le forze armate e di polizia della neonata Repubblica Italiana. A differenza di altre armi in dotazione all'esercito italiano nel periodo bellico, come il Carcano 91 e il Breda 30, il MAB non fu infatti rapidamente ritirato dal servizio ma rimase in produzione e fu oggetto di ulteriori sviluppi tecnici volti al miglioramento dell'arma e allo sviluppo di nuovi modelli basati sul progetto originario: tra questi vi furono il modello 38/44 e soprattutto il 38/49, sui quali vennero introdotte alcune modifiche ai dispositivi di sicurezza e semplificazioni meccaniche rispetto ai modelli prodotti durante la guerra.
Il MAB venne impiegato dall’Esercito Italiano, dall’Arma dei Carabinieri, dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di Finanza e da numerosi altri corpi armati dello Stato, trovando largo impiego in compiti di sicurezza, ordine pubblico e addestramento.

Oltre all’impiego nazionale, il MAB venne anche prodotto ed esportato in quantitativi significativi verso numerosi Paesi esteri, sia in ambito di commesse militari che di polizia in Europa (come la BundesGrenzSchutz nella Germania Ovest), Medio Oriente, Africa e America Latina, contribuendo alla diffusione internazionale della produzione armiera della Fabbrica d'Armi Pietro Beretta.
In alcuni contesti extraeuropei, soprattutto in Nord Africa e Medio Oriente, esemplari del MAB risultarono presenti anche al di fuori delle forniture ufficiali, attraverso canali secondari quali surplus bellico, trasferimenti non regolamentati o riutilizzo di armi catturate. In tale ambito è stata talvolta segnalata la presenza dell’arma in conflitti di decolonizzazione e instabilità regionale della metà del XX secolo, inclusa la Guerra d’Algeria durante la quale le truppe indipendentiste algerine furono viste usare anche MAB 38 italiani.

Sebbene a partire dagli anni '60 le forze armate cominciassero ad orientarsi nell'adozione armi più moderne, come la pistola mitragliatrice Beretta M12 e il fucile da battaglia BM59, il MAB continuò tuttavia a essere apprezzato per la precisione, la controllabilità nel tiro automatico e la qualità costruttiva, tanto che rimase in dotazione alle forze armate anche ben oltre la cessazione della produzione da parte di Beretta, continuando ad essere impiegato in compiti sia addestrativi che operativi almeno fino alla seconda metà degli anni '80.
I reparti della Marina Militare e dell'Aeronautica Militare utilizzarono inoltre il MAB 38/49 come arma di rappresentanza e durante i servizi d'onore almeno fino al 2008.
Il Beretta MAB 38 è generalmente considerato una delle migliori pistole mitragliatrici della seconda guerra mondiale e rappresentò uno dei punti più alti raggiunti dall’industria armiera italiana nel settore delle armi automatiche individuali. Progettato dall’ingegnere Tullio Marengoni, il MAB univa robustezza meccanica, elevata qualità costruttiva e buona controllabilità nel tiro automatico, caratteristiche che gli valsero una reputazione molto favorevole sia presso gli utilizzatori italiani sia presso le forze armate tedesche.
A differenza di molte pistole mitragliatrici contemporanee, progettate privilegiando semplicità produttiva e costo ridotto, il MAB era realizzato con standard qualitativi particolarmente elevati, soprattutto nelle prime serie prodotte dalla Fabbrica d'Armi Pietro Beretta. Le accurate lavorazioni meccaniche, le finiture brunite di qualità e l’impiego di una calciatura lignea tradizionale contribuivano alla solidità e all’affidabilità dell’arma, ma comportavano anche costi di produzione e tempi di fabbricazione superiori rispetto a molte armi equivalenti dell’epoca.
Dal punto di vista operativo il MAB si distingueva per la stabilità nel tiro a raffica e per la precisione relativamente elevata alle medie distanze, favorita dal peso considerevole dell’arma, dall’ergonomia della calciatura e dall’impiego della cartuccia italiana 9 mm M38, più potente rispetto a molte munizioni 9 × 19 mm Parabellum contemporanee. Tali caratteristiche lo rendevano particolarmente efficace nel combattimento ravvicinato, nelle azioni d’assalto e negli scontri nei centri abitati.
Il MAB presentava tuttavia anche alcuni limiti. Rispetto ad altre pistole mitragliatrici della seconda guerra mondiale, come lo Sten, la MP 40 o il PPSh-41, risultava più pesante (anche se questo difetto andava a compensarsi consentendo un migliore controllo di fuoco) ingombrante e costoso da produrre. Alcune soluzioni tecniche adottate nelle prime versioni, come il doppio grilletto per la selezione del fuoco e il percussore flottante con sicura automatica, erano inoltre relativamente sofisticate per un’arma destinata alla produzione militare di massa.
Nel corso della guerra le varianti 38/42 e 38/44 introdussero diverse semplificazioni produttive che ridussero tempi e costi di fabbricazione senza alterare significativamente l’efficacia dell’arma. La lunga permanenza in servizio del MAB presso le forze armate italiane e numerosi corpi di polizia anche dopo la seconda guerra mondiale contribuì ulteriormente alla reputazione dell’arma come una delle più riuscite pistole mitragliatrici del suo periodo storico.

Questa fu la prima versione prodotta dalla Beretta ed era caratterizzata dall'attacco della baionetta posto inferiormente al deflettore di volata. Quest'ultimo era a sua volta caratterizzato su questo primo tipo da due larghi fori rettangolari longitudinali. Sempre su questa prima versione il manicotto di raffreddamento era caratterizzato non dai caratteristici fori circolari della versione successiva 38a ma da fori oblunghi e dalla finestra d'espulsione bossoli che a differenza dei modelli successivi era posta sulla parte anterosuperiore della culatta. L'arma era munita di alzo a ritto con cursore graduato fino a 500 metri, mentre la baionetta è derivata dalla Baionetta-pugnale Mod. 38 del fucile 91/38: il sistema di innesto all'arma era leggermente differente poiché la baionetta del fucile menzionato era munita, oltre all'innesto posto inferiormente sulla fascetta anteriore, uguale a quello saldato sotto il manicotto del MAB 38, anche dal classico anello di innesto alla volata della canna; aveva la lama pieghevole che andava ad alloggiare in un apposito incavo ricavato nella parte inferiore dell'astina in legno.
Il MAB 38, come anche tutti i suoi derivati, aveva due grilletti: l'anteriore per il tiro semiautomatico e quello posteriore per l'automatico; subito sopra al grilletto posteriore vi era un pulsante dalla testa zigrinata e movimento trasversale, il quale se inserito bloccava il grilletto. L'otturatore dell'arma era munito di percussore mobile la cui punta fuoriusciva dall'otturatore solo alla fine della sua corsa in avanti, comandato da una levetta imperniata sul lato inferiore dell'otturatore. Questo movimento era causato dal contrasto che la levetta aveva, a fine corsa dell'otturatore, con l'espulsore a sua volta fissato sul lato anteroinferiore interno della culatta. La molla di recupero dell'otturatore, dal diametro assai inferiore a quello interno del castello, era alloggiata in un tubo (detto tubo guida-molla): questo era posteriormente chiuso con una ghiera dello stesso diametro interno del castello, con al centro una protuberanza che fuoriusciva dal tappo di chiusura posteriore. Questa versione fu prodotta nel 1938/39.

Fu la versione prodotta per il Regio Esercito dal dicembre 1941 e adottata in seguito dalle altre forze armate. Questa si distingueva dal modello precedente per la mancanza dell'innesto della baionetta sotto il manicotto e di conseguenza dell'incasso per questa sul lato inferiore dell'astina in legno. Il manicotto spegnifiamma non presentava più i due fori rettangolari longitudinali ma quattro intagli semicircolari ricavate superiormente. Inoltre il pulsante di blocco-sblocco del grilletto posteriore per il funzionamento automatico fu eliminato dopo i primi mesi di produzione. I modelli prodotti a partire dalla metà del 1942 ebbero il mirino posteriore a tacca di mira fissa regolata a 200 metri. Infine il percussore mobile fu sostituito da uno fisso.
Su pressione delle autorità militari, al fine di far abbassare il costo di produzione dell'arma, furono introdotte ulteriori modifiche quali l'eliminazione del classico manicotto traforato di raffreddamento, l'accorciamento della calciatura e della canna, che non comprendeva (come sul modello A) l'attacco per la baionetta. Quest'ultimo non sarà più presente nelle successive versioni ma ciò che soprattutto rese più economica la produzione del modello A42 fu che la culatta, il bocchettone di inserimento del caricatore e la scatola del gruppo di scatto non furono più prodotti in un unico elemento lavorato dal pieno ma saldati tra loro e realizzati in lamiera d'acciaio stampata. Gli esemplari di preda bellica catturati dalla Wehrmacht vennero reimmessi in servizio come MP 738(i).
Questa versione fu prodotta durante il periodo della RSI e fu caratterizzato dalla mancanza dell'unico dispositivo di sicurezza presente nei modelli precedenti: quello cioè del blocco dell'otturatore in chiusura e di conseguenza non era presente nemmeno il pulsante sulla parte sinistra esterna della culatta sopra al fusto. Venne eliminato anche il tubo guida-molla e scomparve quindi la caratteristica protuberanza fuoriuscente dal tappo di chiusura posteriore. La molla di recupero aveva lo stesso diametro dell'interno della culatta ed appoggiava direttamente sul tappo di chiusura posteriore mentre anteriormente accoglieva il settore posteriore maschio dell'otturatore di diametro minore a quello delle sue spire. L'otturatore risultava ridotto in lunghezza e in peso: questo permise di incrementare il volume di fuoco dell'arma fino a 800 colpi al minuto. Gli esemplari di preda bellica catturati dalla Wehrmacht vennero reimmessi in servizio come MP 739(i).

Questa versione comprendeva di nuovo una sicura per arrestare l'otturatore in chiusura. Essa consisteva in un blocchetto a movimento trasversale che era situato sul fusto poco più avanti dei grilletti. Se si doveva tenere l'arma pronta ad aprire il fuoco, una volta inserito il caricatore pieno, si azionava la sicura spingendo il traversino da sinistra a destra. Questa versione fu prodotta fino al 1957 in notevole quantità poiché vi era mancanza di armi individuali automatiche.
Su richiesta del comando generale dell'Arma dei Carabinieri al fine di consentire una più corretta impugnatura dell'arma, soprattutto nel tiro automatico, e quindi una minor dispersione dei colpi (nel manuale per allievi ufficiali del Ministero della Difesa ed. 1969, fra i dati tecnici del 38/49 risulta che l'arma se impugnata correttamente dall'utilizzatore durante il tiro poteva avere una gittata utile in automatico intorno ai 25-30 metri e in semiautomatico di 50-60 metri) la Beretta inserì un nuovo dispositivo di blocco-sblocco dell'otturatore con il pulsante di comando posto dove l'arma doveva essere teoricamente impugnata con la mano che non agiva sul grilletto. Ovvero il tiratore avrebbe dovuto impugnare il mitra con la mano sul fusto tra il caricatore ed il grilletto, facendo presa con il pollice sull'incasso sinistro (o destro se il tiratore era mancino) e le altre dita sul lato opposto del fusto. Per aprire il fuoco era necessario far pressione sul pulsante che, a differenza delle precedenti versioni, metteva l'otturatore in sicurezza anche quando era armato (molla di recupero compressa e tallone inferiore dell'otturatore impegnato dal nottolino di uno dei due grilletti). Si suppone che a tutti i modelli 38/44 e 38/49 sia stata apportata in seguito questa modifica.
Il Beretta MAB 38 compare in numerosi videogiochi, sia sparatutto in prima e terza persona che strategici, ambientati durante la seconda guerra mondiale, spesso come arma delle forze italiane o delle formazioni dell’Asse.
Per quanto riguarda i videogiochi FPS tra le prime apparizioni si segnala Call of Duty 2: Big Red One, dove è presente nella variante 38/42 nel capitolo ambientato durante l'Operazione Husky e lo sbarco a Gela in Sicilia. È inoltre presente all’interno della serie Medal of Honor in diversi capitoli come Medal of Honor: Allied Assault, Medal of Honor: Breakthroug. Il MAB è anche utilizzabile nei giochi Forgotten Hope 1 e 2 e Mafia 2.
In epoca più recente il MAB compare in Call of Duty: WWII (evento “The Resistance”), dove è rappresentato con il nome “Orso” nella variante 38/A. È inoltre presente in Sniper Elite 4, dove è utilizzato dai soldati italiani ed è ottenibile sia nella campagna sia nel comparto multigiocatore, e in Battlefield V, dove costituisce una delle armi utilizzabili dalla classe medico. Compare anche nel videogioco Enlisted, dove è rappresentato in diverse varianti storiche.
Oltre che in diversi videogiochi sparatutto il MAB compare in giochi RTS come Codname: Panzer II, la serie Hearts of Iron, Men of War come arma della fanteria italiana.
Nel cinema italiano il MAB 38 è frequentemente utilizzato come elemento scenico nei film ambientati durante la seconda guerra mondiale o nel periodo della guerra civile italiana.
Un esempio noto è Roma città aperta (1945), di Roberto Rossellini, in cui il MAB appare nelle mani di reparti tedeschi e collaborazionisti della Repubblica Sociale Italiana. L’arma compare inoltre in diverse produzioni del neorealismo e del cinema storico italiano del dopoguerra, spesso utilizzata per caratterizzare in modo immediato le forze fasciste o i reparti tedeschi.
Un'altra apparizione iconica è nel film Don Camillo (1952), in cui il personaggio di Peppone e i suoi compagni comunisti vengono minacciati con un MAB 38, utilizzato come elemento narrativo all’interno della commedia rurale ambientata nel dopoguerra.
In generale, il MAB è divenuto nel cinema italiano e internazionale un simbolo visivo ricorrente delle forze armate italiane della seconda guerra mondiale e delle formazioni della Repubblica Sociale Italiana.