
La rivolta di Gerace, scoppiata nell'autunno del 1847 nel Distretto di Gerace, fu un moto insurrezionale patriottico che precedette i Moti del 1848 nel Regno delle Due Sicilie.
Il 2 settembre 1847 scoppiò a Reggio Calabria un'insurrezione di matrice mazziniana, che portò alla nascita di un governo provvisorio, retto dal patriota Domenico Romeo di Santo Stefano in Aspromonte e dal canonico Paolo Pellicano. Rocco Verduci, originario di Caraffa del Bianco, fu nominato comandante militare della rivolta per il Distretto di Gerace, mentre Michele Bello, Domenico Salvadori e Gaetano Ruffo vennero incaricati di estendervi l'insurrezione nei rispettivi paesi natii di Siderno, Bianco e Bovalino.
Michele Bello, partito con alcuni compagni su una barca al comando di Giovanni Rosetti, un marinaio che fungeva da corriere per gli insorti, sorprese e catturò a capo Spartivento una nave doganale, con cui sbarcò a Bianco. Qui lo raggiunsero Domenico Salvadori e Rocco Verduci, che avevano radunato delle squadre presso il paesino di Sant'Agata. Gli insorti distrussero gli stemmi reali, bruciarono le carte della polizia e raccolsero contribuzioni volontarie.
Occuparono inoltre i comuni di Caraffa e di Bovalino, dove vennero accolti dai rivoltosi locali guidati da Gaetano Ruffo, insieme al sacerdote Giuseppe Lentini, al barone Filippo Calfapietra (quest'ultimo con un passato di carbonaro alle spalle) e a suo figlio Francesco (intimo amico di Gaetano Ruffo), mentre il 4 settembre catturarono il sottintendente del Distretto di Gerace, il palermitano Antonio Bonafede, che insieme ad alcune guardie era partito da Gerace per arrestare i capi della rivolta. Questi ultimi salvarono la vita al funzionario borbonico, già responsabile della fucilazione dei fratelli Bandiera nel 1844, sottraendolo al linciaggio della folla. Intanto, da Bovalino gli insorti pubblicarono un manifesto rivoluzionario e un'ordinanza, con la quale veniva dimezzato il costo del sale e dei tabacchi, abolito il divieto di attingere acqua di mare (allora utilizzata come rimedio medico) e soppresso il dazio governativo.
Il 5 settembre li raggiunse a Siderno la banda armata di cinquanta uomini raccolta da Pietro Mazzone a Roccella. Il 6 settembre, non potendo raggiungere Gerace per l'ostilità della popolazione, i ribelli si trasferirono a Roccella, dove il quartier generale fu stabilito nel palazzo paterno di Mazzone.
Il 4 settembre Reggio era stata nuovamente occupata dalle truppe borboniche, guidate del generale Nunziante, provenienti da Monteleone, costringendo alla fuga il governo provvisorio, mentre Domenico Romeo venne ucciso e la sua testa fu mozzata ed esposta su un palo. Intanto il 6 settembre i ribelli, che erano confluiti a Roccella, ingannati dall'avvistamento al largo di un mercantile, scambiato per una nave da guerra, si sbandarono; Michele Bello, Rocco Verduci, Domenico Salvatori e Stefano Gemelli furono costretti alla fuga, nascondendosi nei monti presso Caulonia, dove furono arrestati il 15 settembre per il tradimento della loro guida, Nicola Ciccarello.
Gaetano Ruffo e Pietro Mazzone si diressero a Catanzaro, cercando la protezione del marchese Vitaliano del Riso, la cui sorella, Eleonora, era fidanzata con Mazzone, sperando di poter entrambi espatriare a Corfù. Ma il nobile accettò di aiutare il solo Mazzone, che generosamente rifiutò la proposta per non abbandonare l'amico al suo destino. Quindi i due giovani patrioti decisero di tornare indietro: Ruffo fu arrestato il 21 settembre e Mazzone si consegnò alle autorità borboniche il giorno dopo.
I congiurati vennero tradotti nel carcere circondariale di Gerace, dove fu istituito verso di loro un processo per alto tradimento da una corte militare presieduta dal colonnello Francesco Rosaroll (fratello del patriota Giuseppe Rosaroll), malgrado il codice penale borbonico prevedesse che i civili rei di questo crimine potessero essere perseguiti solo dai tribunali ordinari e che nessuno dei cinque patrioti aveva svolto il servizio militare.
La sentenza, ormai scontata, fu la condanna a morte per fucilazione per i cinque organizzatori del moto insurrezionale. Il 2 ottobre 1847 essi furono condotti presso il convento dei Cappuccini di Gerace, dove vennero fucilati da un plotone d'esecuzione; prima di morire gridarono "Viva l'Italia!". Successivamente, i loro corpi furono gettati in una fossa comune vicina, chiamata "La lupa".
Durante il breve regime costituzionale napoletano del 1848, Gaetano Fragomeni e i fratelli Giuseppe e Francesco Del Balzo, tutti cittadini geracesi, decisero di disseppellire le salme, che furono provvisoriamente chiuse in cinque bare sepolte vicino al campanile del cimitero, con l'intenzione di restituirle in seguito ai famigliari nei loro paesi di origine. Tuttavia, dopo che nel maggio di quell'anno il re Ferdinando II abolì la costituzione, il colonnello svizzero Rodolfo de Flugy, fedele al monarca, ordinò di ributtare i corpi nella fossa e fece arrestare Fragomeni per violazione di tombe.
Alcuni decenni dopo l'Unità d'Italia, il ricordo dei "Cinque Martiri di Gerace" fu portato avanti dai vecchi compagni di lotta: il 2 ottobre 1893, infatti, fu Francesco Calfapietra, che anni dopo la fallita insurrezione divenne garibaldino e fece poi carriera prima nell'esercito italiano e successivamente nella Guardia nazionale bovalinese, a commemorare l'amico fraterno Gaetano Ruffo e gli altri martiri della libertà durante la prima celebrazione tenuta a Gerace.
Della figura dei cinque giovani patrioti se ne appropriò anche il fascismo, che il 7 giugno 1931, sul luogo della fucilazione, elevò un monumento marmoreo per ricordarne la memoria, recante l'iscrizione: Ripetano i secoli che qui vennero fucilati il 2 ottobre 1847 Michele Bello da Siderno, Pietro Mazzone da Roccella, Gaetano Ruffo da Bovalino, Domenico Salvadori da Bianco, Rocco Verduci da Caraffa. Precursori di libertà.
Nei decenni successivi la loro memoria è calata nell'oblio e ha avuto solo eco locale, ma già dal 1997, in occasione dei 150 anni della loro fucilazione (evento per cui il maestro scultore Rosario La Seta ha coniato una medaglia commemorativa in argento), si è avviato un percorso di riscoperta della loro vita e della loro impresa, precursora della Primavera dei Popoli che avrebbe portato all'affermazione dei regimi costituzionali liberali.