| Leone marino australiano | |
|---|---|
| Stato di conservazione | |
| Classificazione scientifica | |
| Dominio | Eukaryota |
| Regno | Animalia |
| Phylum | Chordata |
| Classe | Mammalia |
| Ordine | Carnivora |
| Sottordine | Caniformia |
| Famiglia | Otariidae |
| Genere | Neophoca Gray, 1866 |
| Specie | N. cinerea |
| Nomenclatura binomiale | |
| Neophoca cinerea (Péron, 1816) | |
| Areale | |
Il leone marino australiano (Neophoca cinerea (Péron, 1816)) è un mammifero marino della famiglia degli otaridi ed è l'unica specie di pinnipede endemica dell'Australia. È attualmente l'unico rappresentante vivente del genere Neophoca, al quale appartiene anche la specie estinta Neophoca palatina, un leone marino vissuto in Nuova Zelanda durante il Pleistocene. La popolazione complessiva è stata stimata in circa 14.730 individui e la specie è stata inclusa tra gli animali bisognosi di particolare protezione dalla legislazione dell'Australia Occidentale. Attualmente è classificata come «specie in pericolo» (Endangered, EN) nella Lista rossa IUCN. Una delle caratteristiche più peculiari di questo pinnipede è il ciclo riproduttivo, che, a differenza di quello della maggior parte degli altri pinnipedi, non segue una periodicità annuale. La riproduzione si svolge infatti secondo un ciclo di circa 17-18 mesi, mentre il periodo delle nascite può protrarsi per cinque mesi o più. La specie presenta un marcato dimorfismo sessuale. Le femmine hanno generalmente un mantello grigio-argenteo o fulvo, con le parti inferiori color crema, mentre i maschi sono più grandi, hanno il mantello bruno scuro e una caratteristica criniera giallastra.
Il leone marino australiano presenta una distribuzione frammentata lungo le coste meridionali dell'Australia. Il suo areale si estende dalle isole Houtman Abrolhos (28° S, 114° E), nell'Australia Occidentale, fino alle isole The Pages (35°46′ S, 138°18′ E), nell'Australia Meridionale. Sono state identificate 66 colonie riproduttive, delle quali 28 nell'Australia Occidentale e 38 nell'Australia Meridionale.
La maggior parte delle colonie riproduttive si trova su isole al largo della costa. Fanno eccezione alcuni siti continentali, tra cui Point Labatt, nell'Australia Meridionale, le scogliere di Baxter, a ovest di Twilight Cove, nell'Australia Occidentale, e le Bunda Cliffs, lungo la Grande Baia Australiana, presso il confine tra i due stati. Circa il 42% della popolazione complessiva conosciuta si concentra nelle tre maggiori colonie situate a est di Port Lincoln: Seal Bay, sulla costa meridionale dell'isola dei Canguri, le isole The Pages e Dangerous Reef, nel golfo di Spencer.
L'areale riproduttivo della specie si è progressivamente contratto in seguito alla diminuzione della popolazione. In passato esistevano colonie riproduttive anche nello stretto di Bass, in particolare sull'isola di Clarke e su altre isole dell'arcipelago delle Furneaux, dalle quali la specie è oggi scomparsa. Si ritiene inoltre che la colonia delle isole Houtman Abrolhos sia attualmente molto più piccola rispetto al periodo precedente alla colonizzazione europea. Altre colonie ormai estinte erano presenti lungo le coste nord-orientali dell'isola dei Canguri e su alcune isole nei pressi di Perth e Albany.
Il leone marino australiano appartiene al gruppo dei pinnipedi ed è strettamente imparentato con le altre specie di leoni marini e otarie orsine che costituiscono la famiglia degli Otariidae. Come gli altri otaridi, utilizza gli arti trasformati in pinne per nuotare e può spostarsi sulla terraferma facendo leva sulle quattro estremità. Condivide con gli altri leoni marini diverse caratteristiche anatomiche, tra cui la pelliccia relativamente corta, le pinne brevi e una corporatura robusta e massiccia.

Nei pinnipedi, le madri e i piccoli si separano frequentemente durante l'allattamento, soprattutto quando le femmine si allontanano dalla colonia per alimentarsi. Questa condizione ha favorito l'evoluzione di sistemi particolarmente efficienti di riconoscimento individuale. Come avviene in numerosi altri mammiferi sociali, le femmine di leone marino australiano e i loro piccoli sono in grado di riconoscersi reciprocamente. Tale capacità presenta importanti vantaggi adattativi, poiché evita alle madri di investire tempo ed energie nell'accudimento di piccoli non propri e riduce il rischio che i giovani si avvicinino a femmine estranee, potenzialmente aggressive. Il riconoscimento individuale può avvenire attraverso l'integrazione di diversi segnali sensoriali, tra cui quelli olfattivi, visivi e acustici. In particolare, l'olfatto consente alle madri di verificare l'identità del proprio piccolo a distanza ravvicinata. Uno studio condotto su esemplari selvatici ha dimostrato che le femmine sono effettivamente capaci di distinguere l'odore dei propri piccoli da quello di altri giovani della colonia. Questa ricerca ha fornito una dimostrazione del ruolo funzionale dell'olfatto nel riconoscimento della prole nei pinnipedi allo stato naturale. Nelle colonie densamente popolate e caratterizzate da continui spostamenti degli individui, tuttavia, i segnali acustici sembrano rappresentare il sistema di riconoscimento più affidabile. Nei pinnipedi, infatti, né la vista né l'olfatto costituiscono necessariamente i principali mezzi attraverso i quali madri e piccoli si identificano a distanza.
Nei maschi sono stati identificati tre principali tipi di vocalizzazione: un richiamo simile a un abbaio, uno assimilabile a un belato e un terzo che ricorda i richiami delle femmine. L'abbaio costituisce la vocalizzazione più frequente nei maschi di tutte le età. È formato da suoni brevi, ripetuti in successione, strutturalmente simili a quelli prodotti da altre specie di otaridi. I maschi adulti emettono questo richiamo durante quasi tutte le interazioni sociali, nonostante il loro repertorio comprenda anche altri tipi di vocalizzazione, tra cui suoni gutturali di minaccia e ringhi.
Sebbene i leoni marini australiani siano spesso descritti come animali curiosi e giocherelloni durante gli incontri con gli esseri umani, possono reagire in modo aggressivo. I morsi sono rari, ma possono provocare lesioni sufficientemente gravi da richiedere il ricovero ospedaliero.
Il leone marino australiano è un predatore opportunista che ricerca prevalentemente il cibo sui fondali marini. Le analisi del contenuto stomacale e delle feci hanno evidenziato una dieta estremamente varia, comprendente numerosi pesci teleostei, tra cui labridi e merlani, oltre a calamari, seppie, polpi, squali, comprese specie come lo squalo di Port Jackson, razze, aragoste australi, piccoli crostacei e pinguini minori. Campioni di materiale rigurgitato e contenuti stomacali raccolti presso la colonia di Seal Bay hanno mostrato una prevalenza di resti appartenenti a organismi bentonici. Questi risultati confermano che la specie si alimenta principalmente di prede associate ai fondali della piattaforma continentale, molte delle quali non effettuano migrazioni stagionali. Tra i cefalopodi, i polpi e la seppia gigante australiana rappresentavano la componente più consistente della biomassa ingerita. Pur sfruttando risorse alimentari disponibili soltanto in determinati periodi dell'anno, come alcune specie di cefalopodi semelpari, il leone marino australiano si nutre anche di animali presenti durante tutto l'anno, tra cui l'aragosta australe e numerose specie di pesci.
Osservazioni effettuate nell'Australia Occidentale durante gli anni trenta del XX secolo suggerivano che, in estate, i leoni marini australiani potessero nutrirsi in misura considerevole di pinguini minori e che la loro dieta abituale non fosse in diretta competizione con le attività della pesca commerciale. In un articolo del 1931 la specie veniva descritta informalmente come particolarmente ghiotta di pinguini. Il consumo di pinguini minori fu documentato anche negli anni sessanta.
Gli esemplari adulti possono essere predati dai grandi squali bianchi e dalle orche, mentre i piccoli sono vulnerabili anche agli attacchi di specie di squali di dimensioni inferiori. I giovani possono inoltre morire accidentalmente in seguito a incontri con animali dotati di sistemi di difesa particolarmente efficaci. La loro curiosità e inesperienza possono indurli ad avvicinarsi eccessivamente alle razze, talvolta nel tentativo di catturarle, esponendoli al rischio di essere colpiti da spine velenifere. Anche i polpi dagli anelli blu, dotati di un veleno estremamente potente, costituiscono un potenziale pericolo per i giovani più curiosi. I piccoli possono infine essere uccisi da maschi adulti di leone marino australiano o da otarie di altre specie, soprattutto quando sono particolarmente deboli, isolati o indifesi.
Nel 2020 erano conosciute 66 colonie riproduttive, delle quali 28 nell'Australia Occidentale e 38 nell'Australia Meridionale. La riproduzione avviene su almeno 50 isole, 27 delle quali nell'Australia Occidentale e 23 nell'Australia Meridionale. Prima di uno studio condotto tra il 1987 e il 1992, 31 delle 50 isole utilizzate per la riproduzione non erano ancora state segnalate come siti riproduttivi, mentre altre 19 erano considerate potenziali aree di riproduzione. Sulla base dei censimenti effettuati principalmente nel 1990, circa il 70% della popolazione viveva nell'Australia Meridionale e il restante 30% nell'Australia Occidentale. Nel 1990, nelle 50 isole riproduttive, fu stimata la nascita di 2432 piccoli. Tra il 1994 e il 1995 vennero inoltre identificate dieci colonie riproduttive sulla terraferma, nella regione della Grande Baia Australiana, che complessivamente produssero soltanto 161 piccoli. La produttività riproduttiva ha mostrato una tendenza alla diminuzione. Le quattro colonie più grandi, situate sulle isole The Pages, a Seal Bay e a Dangerous Reef, producevano complessivamente circa il 42% dei piccoli censiti. Queste colonie si trovano all'estremità orientale dell'areale, a est di Port Lincoln.
Il ciclo riproduttivo del leone marino australiano è insolito tra i pinnipedi, poiché non è annuale e non risulta sincronizzato tra le diverse colonie. La sua durata è compresa tra 17,6 e 18 mesi. I dati raccolti a partire dal 1973 indicano tuttavia che gli eventi riproduttivi si anticipano progressivamente di circa 13,8 giorni a ogni ciclo di 18 mesi. La stagione riproduttiva può protrarsi per un periodo compreso tra cinque e sette mesi; a Seal Bay, sull'isola dei Canguri, è stata documentata una durata massima di nove mesi.
Durante la stagione degli accoppiamenti, i maschi non mantengono territori fissi. Fin dalla giovane età instaurano relazioni gerarchiche attraverso combattimenti con altri maschi. Durante il periodo riproduttivo, i maschi dominanti sorvegliano le femmine per assicurarsi la possibilità di accoppiarsi quando queste entrano in estro. Le femmine diventano generalmente recettive per circa 24 ore, tra sette e dieci giorni dopo il parto. Dopo la nascita di un nuovo piccolo, la madre concentra le proprie cure su quest'ultimo e tende a respingere il figlio nato nel ciclo riproduttivo precedente, qualora tenti ancora di essere allattato. Sono stati inoltre osservati casi in cui i maschi adulti uccidono i piccoli, un comportamento che può verificarsi nel contesto delle interazioni aggressive legate alla competizione riproduttiva.
Il leone marino australiano presenta anche comportamenti di alloparentalità, nei quali un adulto può adottare o accudire piccoli non propri. Questo comportamento può verificarsi quando i genitori biologici muoiono oppure quando i piccoli vengono separati da essi per altre ragioni. Le cure alloparentali sono state documentate in numerose altre specie animali, tra cui gli elefanti e alcuni pesci, come il Pimephales promelas.

Nel 2010 la popolazione complessiva del leone marino australiano veniva stimata in circa 14.730 individui. Nel 2014 il numero di individui maturi era stimato in circa 6500, con una tendenza demografica decrescente. La specie è classificata come «in pericolo» (EN) nella Lista rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). Rispetto ad altri pinnipedi presenti nelle acque australiane, il leone marino australiano possiede alcune caratteristiche biologiche che ne aumentano naturalmente la vulnerabilità. Il ciclo riproduttivo lungo e complesso, la forte filopatria delle femmine, che tendono a ritornare negli stessi siti di riproduzione, e gli elevati tassi di mortalità rendono la specie particolarmente esposta al rischio di estinzione.
L'isola di Jones, a ovest della penisola di Eyre, è uno dei pochi siti nei quali la popolazione non mostra una diminuzione. Nel 2019 l'isola è stata dichiarata «area proibita» per impedire che la presenza umana sulla terraferma disturbasse la colonia.
Nel 2018 furono introdotti rilevamenti mediante droni per individuare e censire le colonie lungo le coste della pianura di Nullarbor. In precedenza, i ricercatori dovevano spesso effettuare le osservazioni con binocoli dall'alto di scogliere alte fino a 60 metri, cercando di individuare gli animali sulle rocce sottostanti.
Secondo le stime diffuse nell'ottobre 2025, circa l'80% degli esemplari della specie viveva nelle acque dell'Australia Meridionale.
I leoni marini australiani dovrebbero essere avvicinati soltanto in presenza di personale autorizzato, come i guardaparco. Gli animali possono infatti manifestare comportamenti difensivi, compresi morsi potenzialmente pericolosi. In passato alcuni individui sono stati catturati in natura e mantenuti in cattività presso giardini zoologici e acquari, tra cui il Marineland of South Australia.
In seguito alla colonizzazione europea, i leoni marini australiani furono sottoposti a un'intensa attività venatoria, che provocò una drastica riduzione delle popolazioni. La caccia su larga scala cessò durante gli anni venti del XX secolo, ma continuarono a verificarsi abbattimenti e commerci di pelli di otaridi, commercializzate come hair seal. Non esistono stime attendibili della consistenza della popolazione precedenti allo sfruttamento commerciale, ma è noto che sia il numero degli individui sia l'estensione dell'areale hanno subito una considerevole diminuzione.
Negli anni sessanta e settanta, i leoni marini di Dangerous Reef venivano abbattuti e utilizzati come esche per la pesca degli squali. Tra il 1964 e il 1975, la naturalista e ambientalista Valerie Taylor osservò una diminuzione della colonia da oltre 200 animali a circa 60-80 esemplari, sulla base dei censimenti da lei effettuati. La Taylor riferì inoltre di aver notato un evidente cambiamento nel comportamento degli animali nei confronti dell'uomo. Durante le visite degli anni settanta, i leoni marini di Dangerous Reef e dell'isola di Hopkins manifestavano infatti una paura degli esseri umani assai maggiore rispetto a quella osservata negli anni sessanta. Negli anni ottanta furono documentati casi di leoni marini rimasti impigliati nelle reti da posta, successivamente uccisi dai pescatori e utilizzati come esche per gli squali.
Tra le principali minacce antropiche del XX e XXI secolo figurano soprattutto le interazioni con gli attrezzi della pesca commerciale e gli abbattimenti illegali. Gli animali rimasti impigliati nelle attrezzature da pesca possono talvolta essere liberati e curati con successo.
Ulteriori fattori di rischio comprendono l'acquacoltura marina, che può provocare perdita di habitat, intrappolamento e uccisioni dirette, le malattie, l'inquinamento, gli sversamenti di petrolio e il disturbo acustico, soprattutto quello associato alle prospezioni sismiche, ai lavori di costruzione e alle attività marittime.
Sono stati segnalati numerosi abbattimenti illegali sia nell'Australia Meridionale sia nell'Australia Occidentale. Carcasse con ferite da arma da fuoco sono state rinvenute a Cheynes Beach, nei pressi di Albany, nelle vicinanze di Port Wakefield, nell'Australia Meridionale, e in altre località. Alcuni episodi hanno suscitato proteste da parte dell'opinione pubblica e portato alla presentazione di petizioni per richiedere indagini approfondite. Nel 2013, un maschio che si era portato sulla costa presso Port MacDonnell fu abbattuto da dipendenti delle autorità pubbliche senza essere stato preventivamente sottoposto a una visita veterinaria. L'episodio venne criticato da operatori impegnati nel soccorso della fauna selvatica e da numerosi cittadini. Nel marzo 2021 un altro maschio fu ucciso con una freccia scoccata da un arco a Bales Beach, sull'isola dei Canguri.
Il leone marino australiano può essere catturato accidentalmente come cattura accessoria nelle attività di pesca demersale e degli squali condotte nelle acque australiane meridionali e orientali. Dopo la chiusura della pesca con reti da posta nel settore meridionale del golfo di Spencer, nel 2001, la produzione di piccoli aumentò nella colonia di Dangerous Reef e la popolazione locale iniziò a mostrare segnali di ripresa.
Secondo le stime dei ricercatori, durante il periodo di attività di questa pesca venivano uccisi accidentalmente circa 374 leoni marini australiani per ciascun ciclo riproduttivo. La maggior parte delle catture avveniva nelle vicinanze delle colonie, ma alcuni animali venivano catturati fino a 130 km di distanza dai siti riproduttivi. Nel 2011, l'organizzazione Humane Society International chiese di ridurre la soglia di mortalità accidentale, allora fissata a 104 leoni marini, che avrebbe determinato la chiusura dell'attività di pesca.
Alcuni esemplari sono inoltre annegati dopo essere rimasti intrappolati nelle nasse utilizzate per la pesca dell'aragosta australe o impigliati in altre attrezzature. Sono stati documentati anche casi di abbattimenti illegali da parte di pescatori che consideravano i leoni marini concorrenti nell'utilizzo delle risorse ittiche.
Il passaggio dall'alimentazione basata sul latte materno alla ricerca autonoma del cibo rappresenta una fase particolarmente delicata nella vita dei giovani mammiferi e può comportare un aumento della mortalità naturale. Il leone marino australiano presenta uno dei periodi di allattamento più lunghi tra i pinnipedi. I piccoli iniziano a immergersi e a esplorare l'ambiente marino prima dello svezzamento. Gli adulti devono sostenere un notevole dispendio energetico per procurarsi il cibo sui fondali. Presentano infatti tassi metabolici elevati durante l'attività in natura e trascorrono circa il 58% del tempo passato in mare immergendosi, mentre il 35% viene trascorso sul fondo o nelle sue immediate vicinanze. Nei giovani, il tempo dedicato alle immersioni raggiunge circa il 67% della permanenza in mare, mentre il 44% viene trascorso sul fondo o nelle sue vicinanze. Sebbene numerosi vertebrati che respirano aria rimangano sott'acqua per periodi inferiori a quelli teoricamente consentiti dalle loro riserve di ossigeno, gli adulti e i giovani del leone marino australiano sembrano operare frequentemente in prossimità dei propri limiti fisiologici. Il lungo periodo di dipendenza dalla madre potrebbe offrire ai giovani maggiori opportunità di apprendere le tecniche di ricerca e cattura delle prede. Tale apprendimento potrebbe essere particolarmente importante in una specie che deve effettuare immersioni tanto impegnative. D'altra parte, accompagnare i piccoli durante le immersioni potrebbe ridurre l'efficienza alimentare delle femmine adulte. Le elevate esigenze metaboliche della ricerca del cibo potrebbero quindi impedire alle madri di effettuare immersioni meno efficienti insieme alla prole. La combinazione di una popolazione numericamente ridotta, colonie riproduttive di piccole dimensioni, basso tasso riproduttivo, esposizione alle attività umane e diminuzione degli effettivi in diverse aree contribuisce alla vulnerabilità complessiva della specie.
| Ambito | Normativa o lista di riferimento | Stato di conservazione | Tendenza demografica | Ultima valutazione |
|---|---|---|---|---|
| Globale | Lista rossa IUCN | In pericolo (EN) | In diminuzione | 2014 |
| Australia | Environment Protection and Biodiversity Conservation Act 1999 | Vulnerabile (VU) | 2005 | |
| Australia Meridionale | National Parks and Wildlife Act 1972 | Vulnerabile (VU) | ||
| Australia Occidentale | Biodiversity Conservation Act 2016 | Vulnerabile (VU) |
La protezione degli habitat riproduttivi del leone marino australiano costituisce una priorità per la conservazione della specie fin dagli inizi del XX secolo. Nel 1909 alcuni naturalisti chiesero l'istituzione di misure di tutela per tre importanti siti riproduttivi: Dangerous Reef, le isole The Pages e gli isolotti Casuarina, al largo dell'isola dei Canguri. Nel 1918 il Parlamento dell'Australia Meridionale discusse una proposta legislativa per la protezione degli uccelli e dei mammiferi selvatici. Il Consiglio legislativo approvò disposizioni destinate a proteggere i leoni marini nelle acque del golfo di Spencer, del golfo di Saint Vincent, dello stretto di Investigator, del Backstairs Passage e fino alla foce del fiume Murray. L'entrata in vigore del National Parks and Wildlife Act 1972 dell'Australia Meridionale vietò su tutto il territorio dello stato la cattura, la detenzione e le molestie nei confronti dei leoni marini australiani.
Nel 2005 la specie venne classificata come vulnerabile ai sensi dell'Environment Protection and Biodiversity Conservation Act 1999 del governo federale australiano. Una classificazione analoga fu adottata anche dai due stati nei quali la specie è presente, l'Australia Meridionale e l'Australia Occidentale. L'11 giugno 2013 il ministro federale competente per la sostenibilità, l'ambiente, le risorse idriche, la popolazione e le comunità approvò un piano di recupero specifico per Neophoca cinerea. Il documento prendeva in esame le esigenze di conservazione della specie nell'intero areale e individuava gli interventi necessari per garantirne la sopravvivenza a lungo termine in natura, oltre agli organismi incaricati di attuarli. Nel novembre 2014 l'Unione internazionale per la conservazione della natura valutò la specie come «in pericolo» (EN).
A partire dal marzo 2025, lungo le coste dell'Australia Meridionale si è verificata una vasta fioritura algale nociva associata alla microalga Karenia mikimotoi. Il fenomeno risultava ancora in corso nell'ottobre dello stesso anno e aveva provocato gravi conseguenze per numerosi organismi marini, compresi i leoni marini australiani. Il 3 ottobre 2025 i governi dell'Australia Meridionale e dell'Australia federale annunciarono un programma di protezione della specie del valore di 1,4 milioni di dollari australiani. L'intervento assumeva particolare importanza poiché, secondo le stime disponibili, circa l'80% della popolazione complessiva del leone marino australiano vive nelle acque dell'Australia Meridionale.
Alcuni giardini zoologici e acquari australiani partecipano a programmi di riproduzione in cattività della specie. Secondo uno studio pubblicato nel 2006, dal 1981 erano nati e stati allevati con successo in cattività almeno 41 piccoli. La presenza della specie negli acquari australiani è documentata almeno dal 1965. Nel 2015 un giovane leone marino australiano fu catturato a Bletchley, nei pressi di Strathalbyn, lungo il fiume Angas, al margine sud-orientale delle colline di Adelaide e all'estremità settentrionale della penisola di Fleurieu. In seguito alla cattura venne presa in considerazione la possibilità di mantenere l'animale in cattività.
L'Australian Fisheries Management Authority elaborò una strategia di gestione specifica per la protezione del leone marino australiano, entrata in vigore il 30 giugno 2010. Le misure comprendevano la chiusura alla pesca delle acque circostanti le colonie, limitazioni stagionali delle attività ittiche, un maggiore controllo delle interazioni tra pesca e leoni marini e la sperimentazione di tecniche e attrezzature alternative. La strategia era finalizzata ad adempiere agli obblighi previsti dal Fisheries Management Act 1991 e dall'Environment Protection and Biodiversity Conservation Act 1999. Si prevedeva che queste misure avrebbero ridotto sensibilmente l'impatto della pesca demersale e degli squali nelle acque meridionali e orientali dell'Australia, favorendo la ripresa della specie e delle sue diverse sottopopolazioni.
Nelle attività di pesca dell'aragosta australe condotte nell'Australia Meridionale e nell'Australia Occidentale vengono inoltre utilizzate nasse munite di speciali collari che impediscono l'ingresso dei leoni marini oppure di elementi sporgenti che ne scoraggiano l'accesso.
I leoni marini australiani contribuiscono al funzionamento degli ecosistemi costieri attraverso la produzione di feci ricche di sostanze nutritive, che possono rappresentare un'importante fonte di nutrienti per le comunità marine. Un'analisi metagenomica delle comunità batteriche presenti nelle feci della specie ha evidenziato un'elevata abbondanza di geni coinvolti nel trasporto e nel ciclo dei nutrienti. Questi microrganismi potrebbero favorire la decomposizione delle sostanze organiche eliminate dagli animali, trasformandole in forme biologicamente disponibili e contribuendo così al loro trasferimento nelle reti trofiche marine.
Le osservazioni sul comportamento durante le immersioni mostrano che il leone marino australiano deve sostenere uno sforzo fisiologico particolarmente elevato per sfruttare le risorse alimentari del proprio ambiente. Secondo uno studio, circa il 79% delle immersioni supera il limite aerobico teorico calcolato per la specie, ossia la durata oltre la quale l'animale dovrebbe iniziare a ricorrere in misura significativa al metabolismo anaerobico. Gli esemplari trascorrono circa il 58% del tempo passato in mare effettuando immersioni e presentano un elevato consumo energetico durante l'attività in natura. Questo comportamento consente loro di massimizzare il tempo trascorso sul fondo o nelle sue immediate vicinanze. Circa il 61% della durata di ciascuna immersione viene trascorso nel 20% più profondo dell'intervallo di profondità raggiunto, mentre il 35% del tempo totale passato in mare viene impiegato in prossimità del fondale. Nel complesso, circa il 57,9% del tempo trascorso in mare viene passato a profondità pari o superiori a 6 metri, un dato indicativo dell'intensa attività subacquea della specie. Le variazioni stagionali del dispendio energetico e del comportamento durante le immersioni dipendono probabilmente da diversi fattori, tra cui le condizioni oceanografiche regionali, le esigenze metaboliche delle femmine e dei piccoli e la distribuzione e il comportamento delle prede.
Il leone marino australiano manifesta una marcata filopatria, mantenendo un forte legame con la propria colonia. Gli spostamenti effettuati durante la ricerca del cibo possono raggiungere una distanza massima di circa 300 km dal sito di origine. In occasione di condizioni meteorologiche particolarmente avverse, gli animali possono inoltre spingersi verso l'interno della terraferma. Sono stati documentati individui che si sono allontanati fino a 9,4 km dalla costa.
Tra i parassiti conosciuti del leone marino australiano figura Uncinaria sanguinis, un nematode appartenente alla famiglia degli Ancylostomatidae, responsabile di infezioni che possono avere conseguenze particolarmente gravi nei piccoli.