
La New Left (in italiano: Nuova Sinistra) è una denominazione storiografica e politica impiegata per indicare un insieme eterogeneo di correnti intellettuali, movimenti e organizzazioni della sinistra sviluppatisi, con caratteristiche differenti nei diversi paesi, a partire dagli anni 1950 e soprattutto nel corso degli anni 1960. Pur non costituendo un movimento unitario né essendo riconducibile a una singola dottrina, la Nuova Sinistra si caratterizzò generalmente per la ricerca di un'alternativa sia al riformismo socialdemocratico sia al stalinismo e al modello politico sovietico, nonché per una critica delle strutture sociali, politiche e culturali delle società occidentali del secondo dopoguerra.
Le origini della New Left vengono generalmente ricondotte alla crisi attraversata dalla sinistra europea nella metà degli anni 1950, e in particolare agli avvenimenti del 1956. Il XX Congresso del PCUS, durante il quale Nikita Chruščëv denunciò alcuni dei crimini dello stalinismo, la repressione sovietica della rivolta ungherese e, sul versante occidentale, la crisi di Suez contribuirono a mettere in discussione tanto il modello sovietico quanto alcuni orientamenti della socialdemocrazia europea.
Nel Regno Unito la crisi del 1956 provocò l'uscita di numerosi intellettuali dal Partito Comunista di Gran Bretagna. E. P. Thompson e John Saville fondarono dapprima The Reasoner e successivamente The New Reasoner, mentre un altro gruppo di giovani intellettuali, tra i quali Stuart Hall e Raphael Samuel, diede vita a Universities and Left Review. Le due esperienze confluirono nel 1960 nella New Left Review, inizialmente diretta da Hall. Accanto a Thompson, Hall e Samuel, alla prima New Left britannica furono associati intellettuali come Raymond Williams, Richard Hoggart e John Saville, accomunati, pur nelle differenze teoriche, dal tentativo di ripensare il socialismo al di fuori sia dello stalinismo sia della socialdemocrazia tradizionale.
Una precedente elaborazione della nozione era già avvenuta in Francia, dove l'espressione Nouvelle Gauche circolava dagli anni cinquanta per indicare settori della sinistra che cercavano una posizione autonoma sia rispetto alla socialdemocrazia sia rispetto al Partito Comunista Francese. La denominazione fu associata in particolare all'ambiente del settimanale France-Observateur e a Claude Bourdet, esponente di una sinistra antistalinista, anticolonialista e critica della contrapposizione fra i due blocchi della guerra fredda.
Nel corso degli anni sessanta esperienze riconducibili alla nuova sinistra si svilupparono, con caratteristiche differenti, in numerosi paesi occidentali. A distinguerle dalle organizzazioni tradizionali del movimento operaio furono generalmente la maggiore attenzione alle mobilitazioni studentesche e giovanili, l'anticolonialismo, l'opposizione alla guerra e agli armamenti nucleari, la critica delle istituzioni sociali e culturali e la ricerca di nuove forme di partecipazione politica.
La New Left non ebbe una dottrina unitaria. Al suo interno confluirono il marxismo occidentale, il socialismo umanista, l'operaismo, la teoria critica, correnti libertarie e differenti interpretazioni del socialismo democratico. Uno degli elementi comuni a una parte significativa delle sue elaborazioni fu il tentativo di superare una concezione rigidamente deterministica del marxismo e di ampliare l'analisi del potere oltre il solo rapporto economico tra capitale e lavoro.
Negli Stati Uniti un ruolo importante fu svolto dal sociologo C. Wright Mills. Nella Letter to the New Left, pubblicata nel numero di settembre-ottobre 1960 della New Left Review, Mills criticò quella che definì la «metafisica del lavoro», cioè l'assunzione secondo cui la classe operaia industriale dovesse necessariamente costituire il soggetto storico privilegiato di ogni trasformazione radicale. Rivolse invece particolare attenzione agli studenti, ai giovani intellettuali e ai movimenti rivoluzionari del mondo postcoloniale come possibili soggetti del cambiamento politico.
Il pensiero di Mills contribuì così a spostare parte della riflessione della nuova sinistra verso i problemi dell'alienazione, della concentrazione del potere politico, economico e militare e delle forme di partecipazione democratica, senza tuttavia costituire un programma comune per l'intero movimento. La sua critica della centralità esclusiva della classe operaia continuò a essere discussa anche nelle successive interpretazioni della New Left.
Un altro riferimento intellettuale particolarmente influente fu Herbert Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte. Le sue analisi delle società industriali avanzate, della razionalità tecnologica e delle forme di integrazione e repressione sociale esercitarono una forte influenza su una parte dei movimenti studenteschi degli anni sessanta. Marcuse fu frequentemente presentato dalla stampa come il «guru» della New Left, un'etichetta che egli stesso respinse; per questo non è corretto considerarlo, in senso proprio, il fondatore o il «padre» di un movimento che aveva origini e componenti molto più articolate.
Nei suoi scritti Marcuse mise in discussione la capacità delle società industriali avanzate di tradurre lo sviluppo tecnologico e materiale in una reale emancipazione individuale e sociale e cercò nuovi soggetti di opposizione oltre il proletariato industriale tradizionalmente inteso. Il suo rapporto con i movimenti del decennio fu quindi soprattutto quello di un influente interlocutore teorico, e non quello di dirigente o fondatore di una specifica organizzazione politica.
Negli Stati Uniti la New Left sviluppò una fisionomia in larga misura studentesca e generazionale, pur intrecciandosi con il movimento per i diritti civili, l'opposizione alla guerra del Vietnam, il movimento antinucleare e, successivamente, con il femminismo e altri movimenti sociali.
La principale organizzazione studentesca riconducibile alla New Left statunitense fu lo Students for a Democratic Society (SDS), nato all'inizio degli anni sessanta dalla trasformazione della Student League for Industrial Democracy. Nel giugno 1962 una sessantina di militanti si riunì a Port Huron, nel Michigan, per discutere un documento elaborato principalmente da Tom Hayden, successivamente noto come Port Huron Statement.
Il documento di Port Huron pose al centro la nozione di democrazia partecipativa, la critica dell'alienazione nella società industriale, l'impegno per i diritti civili, la critica alla guerra fredda, al militarismo e alla concentrazione del potere politico ed economico. Sebbene il documento fosse stato elaborato durante la presidenza di John F. Kennedy e condividesse con il liberalismo riformatore dell'epoca alcuni temi di rinnovamento democratico, lo SDS sviluppò progressivamente una posizione autonoma e sempre più radicale nei confronti dell'Establishment politico statunitense.
Nel corso della seconda metà degli anni sessanta lo SDS conobbe una forte espansione nei campus universitari e assunse un ruolo di primo piano nelle proteste contro la guerra del Vietnam. Temi quali il potere studentesco, la critica dell'autoritarismo universitario, il disarmo nucleare, l'opposizione alla guerra e la richiesta di forme più dirette di partecipazione politica caratterizzarono, con accenti diversi, ampi settori del movimento.
La New Left statunitense fu tuttavia un fenomeno più ampio dello SDS e non coincise con una singola organizzazione. La stessa espressione fu usata in modi differenti dagli osservatori contemporanei e, in seguito, anche in pubblicistica fortemente critica nei confronti dei movimenti degli anni sessanta.
Un'altra esperienza centrale del radicalismo studentesco statunitense fu il Free Speech Movement (FSM), sorto nel 1964 all'Università della California a Berkeley. Il movimento nacque in seguito alle restrizioni imposte dall'università all'attività politica nel campus e si sviluppò attraverso sit-in, manifestazioni e altre forme di disobbedienza civile, chiedendo il riconoscimento della libertà di espressione e di organizzazione politica degli studenti.
Tra i suoi principali portavoce vi fu Mario Savio, divenuto una delle figure più note delle proteste di Berkeley. L'esperienza di Berkeley contribuì alla diffusione delle forme di protesta studentesca che avrebbero caratterizzato numerose università statunitensi negli anni successivi.
La New Left ebbe inoltre numerosi punti di contatto con la controcultura degli anni 1960, ma i due fenomeni non furono coincidenti: la prima designava soprattutto correnti e movimenti politici, mentre la seconda comprendeva un più vasto insieme di trasformazioni culturali e sociali. Militanti della nuova sinistra, pacifisti, anarchici e settori della cultura hippie poterono condividere campagne, manifestazioni e spazi di mobilitazione, soprattutto nell'opposizione alla guerra del Vietnam.
Alla fine degli anni sessanta lo SDS fu attraversato da crescenti divisioni ideologiche e strategiche. Al congresso nazionale del giugno 1969 lo scontro principale contrappose la componente legata al Progressive Labor Party, favorevole a una strategia incentrata sull'alleanza tra studenti e classe operaia, e il Revolutionary Youth Movement, al cui interno operava la corrente che sarebbe divenuta nota come Weatherman.
La scissione del 1969 determinò di fatto la disgregazione dello SDS come organizzazione nazionale di massa. Da una componente del Revolutionary Youth Movement nacquero i Weathermen, successivamente denominati Weather Underground, che optarono per la clandestinità e per forme di lotta armata. La Symbionese Liberation Army, formatasi invece nei primi anni settanta in California, ebbe origini distinte e non costituì una fazione dello SDS.
In Italia l'espressione «nuova sinistra» viene impiegata per indicare un insieme di riviste, gruppi politici e movimenti sviluppatisi soprattutto negli anni 1960 e settanta al di fuori, e spesso in contrapposizione, alle principali organizzazioni della sinistra storica. Alla sua formazione contribuirono l'espansione della popolazione studentesca, i conflitti operai, la diffusione di nuove interpretazioni del marxismo, le lotte anticoloniali e i movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo.
Tra le prime esperienze culturali ebbero particolare rilievo le riviste Quaderni rossi, fondata nel 1961 attorno a Raniero Panzieri, e Quaderni piacentini, fondata nel 1962. Da Quaderni rossi e dalla successiva Classe operaia si sviluppò il filone dell'operaismo italiano.
La ricezione italiana della Scuola di Francoforte, di Marcuse e di altre correnti del marxismo occidentale si inserì in questo più vasto processo di rinnovamento teorico e culturale, ma non costituì l'unica matrice della nuova sinistra italiana. Accanto alla teoria critica agirono infatti tradizioni operaiste, marxiste-leniniste, trotskiste, consiliariste e altre culture politiche della sinistra radicale.
Con il ciclo di mobilitazioni del Sessantotto e dell'Autunno caldo nacquero o si consolidarono numerose organizzazioni extraparlamentari. Avanguardia Operaia sorse a Milano nel 1968 dall'incontro tra militanti dei Comitati unitari di base e una componente del movimento studentesco; Lotta Continua nacque nel 1969 dall'esperienza del comitato operai-studenti di Torino; dal Movimento studentesco dell'Università Statale di Milano derivò successivamente il Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Le mobilitazioni italiane del 1968-1969 furono attraversate da influenze teoriche molteplici e da una forte critica nei confronti delle forme tradizionali della rappresentanza politica e sindacale.
Nella seconda metà degli anni settanta una parte delle organizzazioni della nuova sinistra cercò forme di coordinamento anche sul terreno elettorale. La sigla Democrazia Proletaria nacque inizialmente come coalizione per le elezioni amministrative del 1975, formata principalmente dal Partito di Unità Proletaria per il Comunismo e da Avanguardia Operaia; alle elezioni politiche del 1976 vi aderì anche Lotta Continua. Democrazia Proletaria si costituì poi come partito nel 1978.
Dalla seconda metà degli anni settanta, con l'esaurimento del ciclo di mobilitazioni iniziato nel decennio precedente, la nuova sinistra italiana entrò in una fase di profonda trasformazione. Alcune organizzazioni si sciolsero, altre confluirono in nuove formazioni o continuarono prevalentemente sul terreno culturale e sociale; alcune frange minoritarie, in Italia come in altri paesi europei, scelsero invece la lotta armata. L'eredità culturale e politica della nuova sinistra continuò successivamente a manifestarsi, in forme differenti, nel femminismo, nel pacifismo, nell'ambientalismo e in altri nuovi movimenti sociali.
La New Left non elaborò un'ideologia unitaria né fu caratterizzata da un unico sistema teorico. La denominazione comprende infatti esperienze politiche e intellettuali differenti a seconda dei contesti nazionali, accomunate soprattutto dal tentativo di elaborare forme di socialismo alternative sia allo stalinismo e al modello sovietico sia alla socialdemocrazia tradizionale. Tra i caratteri più ricorrenti figuravano l'antautoritarismo, la democrazia partecipativa, l'anticolonialismo, l'opposizione al militarismo e agli armamenti nucleari, la critica delle gerarchie sociali e la ricerca di forme di partecipazione politica esterne alle strutture partitiche tradizionali.
Rispetto a gran parte della sinistra tradizionale, maggiormente imperniata sull'organizzazione della classe operaia, sui rapporti di produzione e sulla lotta di classe, diversi settori della New Left ampliarono il campo dell'azione politica alle trasformazioni culturali e della vita quotidiana, alla condizione studentesca, alle questioni razziali, alla critica dell'imperialismo e, successivamente, al femminismo, alla liberazione sessuale e all'ambientalismo. Ciò non comportò tuttavia un generale abbandono della politica di classe: soprattutto nella prima New Left britannica continuarono a essere centrali il rapporto con il movimento operaio, la cultura della classe lavoratrice e i tentativi di mobilitazione politica nei luoghi di lavoro e nelle comunità operaie.
Un'altra caratteristica diffusa fu la critica alle forme tradizionali della rappresentanza politica e della delega. Una parte dei movimenti riconducibili alla New Left privilegiò infatti la democrazia partecipativa, l'azione diretta, i sit-in, le occupazioni e altre forme di mobilitazione dal basso. Nella New Left degli anni 1960 assunsero inoltre particolare importanza l'antirazzismo, l'opposizione alla guerra del Vietnam e, soprattutto negli Stati Uniti, la critica del cosiddetto complesso militare-industriale.
Anche sul piano teorico non esistette un canone comune a tutte le componenti della New Left. Nella prima esperienza britannica ebbero particolare rilievo il socialismo umanista di E. P. Thompson, gli studi sulla cultura di Raymond Williams e Stuart Hall e più in generale il tentativo di superare interpretazioni rigidamente economicistiche del marxismo. Tra i precedenti teorici ebbe influenza anche György Lukács, in particolare attraverso le nozioni di reificazione e coscienza di classe.
Negli Stati Uniti un riferimento fondamentale fu C. Wright Mills, che nella Letter to the New Left del 1960 contestò quella che definì la «metafisica del lavoro», ossia l'assunzione della classe operaia industriale come necessario e unico soggetto della trasformazione rivoluzionaria, senza per questo sostenere che essa dovesse essere esclusa dall'azione politica. Mills invitò piuttosto a considerare empiricamente una pluralità di soggetti capaci di promuovere il cambiamento sociale.
Una notevole influenza sui movimenti studenteschi fu esercitata anche da Herbert Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte. Le sue critiche della società industriale avanzata, della razionalità tecnologica e delle forme di integrazione sociale contribuirono alla cultura politica di settori della contestazione degli anni sessanta. Marcuse fu frequentemente definito dalla stampa «guru della New Left», appellativo che egli stesso respinse.
L'attribuzione alla New Left di pensatori successivi o appartenenti a tradizioni filosofiche differenti varia invece notevolmente nella letteratura. In un'accezione particolarmente ampia e dichiaratamente critica, il filosofo conservatore Roger Scruton ha ricondotto alla tradizione intellettuale della «New Left» autori quali György Lukács, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida e, per sviluppi successivi, Slavoj Žižek. Tale classificazione costituisce tuttavia una genealogia filosofico-politica proposta dall'autore e non coincide con la definizione storica più circoscritta della New Left degli anni cinquanta e sessanta.
Una delle principali controversie storiografiche riguarda il rapporto fra New Left e classe operaia. Critici provenienti dalla sinistra tradizionale hanno sostenuto che lo spostamento dell'attenzione dai rapporti di classe verso la cultura, la soggettività e altri conflitti sociali abbia indebolito la centralità politica del movimento operaio. Anche nella storiografia sulla New Left britannica la sua limitata influenza sulle organizzazioni operaie è stata talvolta indicata come una delle sue principali debolezze. Altri studi hanno tuttavia ridimensionato questa interpretazione, mostrando la persistenza dell'intervento della New Left nelle comunità operaie, nelle organizzazioni sindacali e nelle campagne di educazione socialista.
Una controversia collegata riguarda il rapporto fra politica di classe e le rivendicazioni sviluppatesi successivamente attorno a genere, razza e sessualità. In alcuni settori marxisti è stata criticata la tendenza di parte della teoria politica contemporanea a trattare le identità culturali separatamente dalle strutture economiche e dai rapporti di produzione. Nel dibattito femminista e queer, per esempio, alcune autrici di orientamento marxista e materialista hanno criticato l'insufficiente attenzione riservata da determinate teorie post-strutturaliste al capitalismo e alla classe sociale.
Lo stesso dibattito non si riduce tuttavia a una contrapposizione fra «classe» e «identità». Parte della letteratura marxista e femminista ha cercato di analizzare congiuntamente rapporti di produzione, genere e sessualità, mentre altri studiosi hanno contestato l'idea che le politiche fondate sulle identità sociali debbano necessariamente indebolire l'organizzazione di classe.
Da posizioni conservatrici sono state invece formulate critiche più generali alle premesse filosofiche della New Left e ai loro sviluppi successivi. Roger Scruton, per esempio, ha contestato il pensiero di numerosi autori da lui associati alla nuova sinistra, sostenendo che alcune loro elaborazioni tendessero a interpretare istituzioni, linguaggio e rapporti sociali prevalentemente in termini di strutture di dominio. Tali valutazioni appartengono alla critica conservatrice della New Left e non costituiscono una descrizione neutrale o condivisa del movimento.
| Controllo di autorità | LCCN (EN) sh89001964 · GND (DE) 4115367-4 · J9U (EN, HE) 987007544167405171 |
|---|