
L'Operazione Rabat (anche nota in tedesco come Aktion Papst) fu un presunto piano della Germania nazista per invadere il Vaticano e imprigionare il Santo Padre Pio XII.
Nonostante l'assenza di documenti ufficiali pervenute dalla guerra mondiale, molte figure hanno sostenuto l'esistenza di questo complotto per rapire Pio XII durante la occupazione di Roma durante la seconda guerra mondiale nel 1944. Tra questi si citano Karl Wolff, Erwin von Lahousen, Wessel Freytag von Loringhoven, Rudolf Rahn, Eitel Mollhausen, Albrecht von Kessel, Eugen Dollman e Dan Kurzman.
Altri autori invece sostengono l'inesistenza di tale piano come Owen Chadwick, mentre altri dichiarano di avere opinioni contrastanti come David Alvarez e Robert A. Graham.
Léon Degrelle, capo dei fascisti belgi, aveva fondato il movimento rexista conservatore e antisemita; esso si ispirava inoltre al nazionalsocialismo cercando di avvicinarsi però ai princìpi cattolici. All'inizio del 1944 (ovvero quando Roma era sotto la occupazione nazifascista), Degrelle mise a punto un progetto che prevedeva di rapire papa Pio XII per deportarlo in Germania (in Slesia o in Liechtenstein) e costringerlo a firmare un'enciclica la quale doveva condannare il giudaismo e allo stesso tempo approvare il nazionalsocialismo.
Degrelle presentò il piano ad Adolf Hitler: agenti delle SS erano incaricati di travestirsi da sionisti che dimostrassero di essere in combutta con i partigiani italiani, i quali si dovevano introdurre in Città del Vaticano armati e sequestrare il papa. Dopodiché, la Wehrmacht avrebbe messo in scena il (finto) salvataggio del pontefice per poterlo proteggere e portarlo perciò in un luogo maggiormente sicuro, ovvero in Germania. Trasportato lì, la Gestapo, mediante torture, doveva riuscire a far firmare al papa l'enciclica scritta appositamente.
Hitler decise che il piano per rapire papa Pio XII doveva essere eseguito e lo approvò dandogli il nome in codice operazione Rabat. Hitler aveva affidato questo piano a Karl Wolff, generale delle SS, e al generale Wilhelm Burgdorf . Il generale Wolff, mentre testimoniava al processo di Norimberga, dichiarò di aver disobbedito a un ordine di Hitler per rapire il Papa; egli infatti lo aveva informato di persona la notte del 10 maggio 1944. La maggior parte delle accuse inerenti un complotto per rapire Pio XII si basano su 1 972 documenti e su interviste personali di Wolff, prima della sua morte nel 1984, pubblicati sul quotidiano Avvenire.

Nonostante la disobbedienza di Wolff, il generale Burgdorf elaborò una variazione al piano originale in fedeltà agli ordini del Fuhrer. In primis decise di aumentare la credibilità dei sequestratori nella verosimiglianza a degli ebrei che provenivano dai territori occupati di Odessa, e quindi dovevano provenire dai reparti delle SS ucraine. Per quanto riguarda invece i partigiani italiani, si decise di avvalersi dell'aiuto dal generale Enea Navarini, comandante del Centro addestramento dei reparti speciali della Repubblica Sociale Italiana, un reparto specializzato nella controguerriglia. Le prime esercitazioni si svolsero nel castello di Bracciano, ma la loro presenza non sfuggì alla famiglia Orsini, proprietaria del castello, che si insospettì, contattando in Vaticano il monsignor Montini (futuro papa Paolo VI) vanificando la segretezza del piano. Ulteriori modifiche o azioni non furono intraprese in quanto il mese successivo la città di Roma fu liberata dagli Alleati ed ebbe inizio la liberazione della Francia dalle truppe angloamericane.
Il 9 aprile 1974 durante il processo di beatificazione di Pio XII presso il tribunale arcivescovile di Monaco di Baviera, l’ormai ex generale Karl Wolff dichiarò di aver ricevuto, il 13 settembre 1943, ovvero pochi giorni dopo l'armistizio, l'ordine da parte di Hitler di rapire e deportare papa Pio XII.