| Partito Popolare | |
|---|---|
| حزب مردم | |
| Stato | |
| Sede | Teheran |
| Fondazione | 1957 |
| Dissoluzione | 1975 |
| Ideologia | Monarchismo, liberalismo |
| Collocazione | Centro-destra |
Il Partito Popolare (in persiano حزب مردم, Ḥezb-e Mardom) è stato un partito politico liberale nell'Iran dell'era Pahlavi. Era uno dei due partiti principali nell'apparente tentativo di decretare un sistema bipartitico da parte di Mohammad Reza Pahlavi , apparentemente in opposizione al partito al potere Partito del Nuovo Iran e in precedenza al Partito Nazionalista. Il partito fu sciolto nel 1975, per essere fuso nel neonato Partito della Risurrezione del Popolo Iraniano, l'unico partito legale nel tentativo di sistema monopartitico dello Scià.
Il Partito Popolare venne costituito nel 1957 per iniziativa di Asadollah Alam, ex Ministro degli Interni. Il partito si posizionò come principale opposizione ai movimenti di destra iraniani, contrastando inizialmente i Melliyun ("Nazionalisti") e, dal 1963, il Nuovo Iran. Alam ricoprì la carica di Primo Ministro dell'Iran dal 1962 al 1964, assumendo successivamente il ruolo di Ministro della Corte. Nonostante la posizione di rilievo del suo fondatore, il Partito Popolare non riuscì mai a conseguire risultati significativi nelle elezioni parlamentari nazionali.
L'organizzazione partitica fu caratterizzata da persistenti conflitti interni tra diverse correnti. Le campagne elettorali presentarono frequenti episodi di disorganizzazione e messaggi contraddittori, impedendo la formulazione di una linea politica coerente. Questi fattori limitarono la capacità del partito di proporsi come alternativa credibile alle forze di destra e di svolgere un ruolo propulsivo nello sviluppo sociale del paese.
Nel 1961, il regime di Mohammad Reza Pahlavi avviò un ampio programma di riforme socio-economiche denominato Rivoluzione bianca. Di fronte alla resistenza opposta dalle forze conservatrici, le autorità riconobbero l'importanza del sostegno politico organizzato per l'attuazione delle riforme. In questo contesto, il sistema politico iraniano si orientò verso un modello bipartitico controllato. Al partito Mardom venne assegnata la funzione di opposizione leale, con il compito di formulare "critiche correttive" all'operato governativo mantenendo tuttavia il sostegno alle politiche fondamentali dello Scià. Durante il referendum del gennaio 1963 sulle proposte di riforma, il Mardom espresse pieno appoggio alle iniziative dello Scià, invitando l'elettorato a votare favorevolmente.
L'Iran mantenne un sistema bipartitico, modellato sull'esempio statunitense, fino al 1975. In quell'anno venne introdotto il sistema monopartitico con la creazione del Rastakhiz ("Rinascimento"), che comportò lo scioglimento di tutte le formazioni politiche esistenti. La decisione di Mohammad Reza Pahlavi di adottare il monopartitismo rappresentò un cambiamento significativo rispetto alle sue precedenti posizioni pubbliche, nelle quali aveva associato tali sistemi ai regimi fascisti e comunisti. Le motivazioni che spinsero lo Scià a questa svolta rimangono oggetto di dibattito storiografico. Secondo diverse fonti, la scelta sarebbe stata determinata dalla convinzione che la concentrazione del potere politico potesse garantire maggiore stabilità interna e rafforzare ideologicamente la lotta contro il comunismo e l'islamismo radicale.
Il partito Mardom adottò una piattaforma politica incentrata sul sostegno alla monarchia costituzionale e sulla difesa del principio della proprietà privata quale fondamento dello sviluppo economico. Il programma includeva proposte per la riforma del servizio civile e la salvaguardia del carattere laico dello Stato. Su questi punti fondamentali, la linea politica del Mardom coincideva sostanzialmente con quella del Melliyun al governo. Le principali differenze programmatiche riguardavano due questioni specifiche: il riconoscimento della piena parità dei diritti delle donne e l'attuazione di una riforma agraria che prevedesse la redistribuzione delle terre ai contadini.
Il Partito Popolare fu oggetto di numerose critiche per la gestione delle campagne elettorali, descritte come "letargiche, tardive e disorganizzate". Gli analisti politici sottolinearono l'incapacità del partito di elaborare un'alternativa concreta alla piattaforma dell'Iran Novin, contribuendo al mantenimento dell'egemonia di quest'ultimo nel panorama politico nazionale. Il diplomatico statunitense Andrew Killgore caratterizzò il partito come "composto da cricche di seguaci di alcuni leader concorrenti che cooperano tra loro per ragioni personali e pragmatiche ma non per alcun senso di unità di partito", definendolo un esempio tipico di "partito politico iraniano tradizionale".
Secondo lo storico Ervand Abrahamian, nella cultura popolare iraniana sia il Partito Popolare che l'Iran Novin venivano ironicamente denominati "Partito del Sì, signore" (persiano: حزب بلهقربان) e "Partito del Sì, certo, signore" (persiano: حزب چشمقربان). Questa denominazione rifletteva la percezione pubblica che i membri di entrambe le formazioni nell'Assemblea Consultiva Nazionale fossero stati designati direttamente dallo Scià con l'assistenza della SAVAK, piuttosto che rappresentare genuine espressioni della volontà popolare.
| Elezione | Seggi | +/− |
|---|---|---|
| 1956 | 36 / 136 |
— |
| 1960 | 25 / 200 |
−11 |
| 1961 | 65 / 200 |
+40 |
| 1963 | 16 / 200 |
−49 |
| 1967 | 31 / 219 |
+15 |
| 1971 | 37 / 268 |
+6 |