La passata arborea (detta anche passata, passaggio o, in Irpinia e Lucania, incanata) è un rito terapeutico popolare di tipo magico-religioso, diffuso in Italia e in Europa fin dall'antichità, usato per curare o prevenire l'ernia nei bambini. Il bambino veniva fatto passare, di solito tre volte, attraverso la fenditura di un giovane albero spaccato per il lungo; dopo il rito il tronco veniva legato di nuovo. Se la pianta ricacciava, si considerava ottenuta la guarigione.
Il rito è stato documentato in Italia fino alla seconda metà del Novecento, tra l'altro a Subiaco nel Lazio, a Noci in Puglia e in alcune località dell'Irpinia e della Lucania.
Il rito riguardava soprattutto l'ernia infantile maschile: il prolasso dello scroto, l'idrocele e alcune forme di ernia inguinale, legate comunque all'area genitale. Secondo l'interpretazione antropologica, il suo scopo ultimo era prevenire o curare l'impotenza maschile e conservare la capacità di procreare, che si riteneva minacciata dalla fuoriuscita del viscere.
Per il rito si usava di solito un giovane albero, spesso una quercia, che veniva spaccato in verticale per ricavarne un'apertura abbastanza larga da far passare un bambino. Il bambino, nudo, veniva passato attraverso la fenditura, in genere tre volte, da una coppia di persone che con quel gesto diventavano tra loro compari. Subito dopo l'apertura veniva richiusa e legata. Si credeva che la sorte del bambino fosse legata a quella della pianta: se la parte tagliata si saldava e tornava a germogliare la guarigione era avvenuta, se invece si seccava il rito andava ripetuto l'anno seguente.
Il rito era strettamente collegato al calendario festivo e si celebrava in occasione di una ricorrenza religiosa locale, spesso nella notte di San Giovanni Battista (23–24 giugno).
A Subiaco il rito si svolgeva presso la cappella di San Giovanni dell'Acqua, a circa 778 metri di quota nella valle dell'Aniene, nella notte del 24 giugno. Secondo le testimonianze orali raccolte da Giuseppe Bonifazio a Subiaco e ad Arcinazzo Romano tra il 1977 e il 1979, si svolgeva così:
Nella cappella sono conservati diversi ex voto legati al rito, che raffigurano quasi sempre bambini maschi, e fino ai restauri del 1990 vi era appeso anche un cinto erniario di gomma. Alla fine degli anni Cinquanta i benedettini di Subiaco cercarono di sopprimere il rito, che però secondo le testimonianze continuò ancora per circa un decennio.
A Noci, in provincia di Bari, il rito si praticava ancora nel 1993 presso il Santuario della Madonna della Croce, anch'esso con una giovane quercia. Bonifazio lo fotografò nel 1992 e nel 1993 e lo filmò nel 1993.
In Irpinia e in Lucania il rito era chiamato incanata. Nel 1979 l'antropologa Annabella Rossi lo documentò a Vallata, in provincia di Avellino. Nello stesso anno la fotografa Marialba Russo lo fotografò tra l'Irpinia e la Lucania. Le sue immagini sono raccolte nel volume Il passaggio. L'incanata (Postcart, 2022), con un testo di Marino Niola. Nelle due recensioni del libro l'incanata è descritta come un rito di iniziazione, oltre che come pratica terapeutica e apotropaica contro le ernie infantili.
Pratiche simili sono attestate fin dall'antichità. Un testo ittita descrive il passaggio di un uomo sotto un arco di canne per restituirgli la virilità, e Catone nel De agri cultura cita una pratica affine, dal significato però incerto. La prima prescrizione dettagliata per la cura dei bambini si trova nel De medicamentis di Marcello Empirico (IV–V secolo d.C.): vi si raccomanda di far passare il bambino attraverso un giovane ciliegio spaccato, che poi viene legato di nuovo. Il rito ha numerose varianti in tutta l'area mediterranea ed europea. Lo hanno studiato tra gli altri James George Frazer nel Ramo d'oro e Alfonso Maria Di Nola nel saggio L'arco di rovo (1983).
Gli studiosi leggono il passaggio attraverso l'albero come un simbolo di morte e rinascita: attraversare la fenditura ricorda una nuova nascita, che restituisce al bambino un corpo integro. Celebrato nella festa del Battista e spesso preceduto da un'abluzione, il rito era vissuto anche come una sorta di secondo battesimo. Alla base del rito c'è un legame di magia simpatica tra la pianta e il bambino: la ferita del tronco che si richiude corrisponde all'ernia che guarisce. Il rito creava infine un vincolo sociale stabile, il comparatico, tra le persone che eseguivano il passaggio.