| Piccolomini Todeschini | |
|---|---|
D'argento, alla croce d'azzurro caricata di cinque crescenti montanti d'oro, 1.3.1, con il capo d'oro all'aquila spiegata di nero coronata del campo | |
| Stato | Repubblica di Siena, Stato Pontificio, Regno di Napoli, Granducato di Toscana, Regno delle due Sicilie, |
| Titoli | Patrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini. |
| Fondatore | Laudomia Piccolomini e Nanni Todeschini |
| Data di fondazione | XV secolo |
| Etnia | Italiana |
I Piccolomini Todeschini sono una diramazione dell'antica famiglia dei Piccolomini.
Questa linea discende da Laudomia, una delle due sorelle di Enea Silvio Piccolomini. Il pontefice accolse nella consorteria della famiglia il marito di Laudomia, Nanni Todeschini di Sarteano, il quale assunse lo stemma piccolomineo, anteponendo al proprio il cognome Piccolomini. Questi divenne nel 1460 Governatore dell'Umbria per conto della chiesa. Ebbe oltre a Francesco, divenuto poi, papa Pio III, altri tre figli, di cui Andrea, generò il ramo dei Piccolomini Todeschini, (signori del Giglio e di Castiglione della Pescaia), Giacomo, quello dei Piccolomini di Castiglia e d'Aragona ed Antonio, quello dei Piccolomini d'Aragona.
| Piccolomini Todeschini Signori del Giglio e Castiglione della Pescaia | |
|---|---|
Blasonatura | |
| Stato | Repubblica di Siena |
| Titoli | Patrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini. |
| Fondatore | Andrea |
| Data di fondazione | XV secolo |
| Data di estinzione | 1525 |
| Etnia | Italiana |
Questo ramo è il meno noto, fra quelli generati da Laudomia. Gli appartenenti furono Signori dell'Isola del Giglio e di Castiglione della Pescaia. Comunemente vengono individuati, insieme a Pio III, semplicemente come Piccolomini Todeschini, senza l'aggiunta di alcun predicato.
Pio III 215º papa della Chiesa cattolica (1503 - 1503)![]()

| Piccolomini di Castiglia e d'Aragona | |
|---|---|
Inquartato, nel primo e nel quarto, di Castiglia e d'Aragona; nel secondo e nel terzo di Piccolomini | |
| Stato | Repubblica di Siena, Stato Pontificio, Granducato di Toscana. |
| Titoli | Patrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini,Duchi di Montemarciano |
| Fondatore | Giacomo Todeschini |
| Data di fondazione | XV secolo |
| Data di estinzione | 1591 |
| Etnia | Italiana |
Duchi di Montemarciano e Signori di Camporsevoli
Questo ramo beneficiò, nel nome di Giacomo, del dono da parte dello zio Pio II, del Ducato di Montemarciano nelle Marche e della signoria di Camporsevoli nei pressi di Chiusi. L'avvento sul soglio pontificio di Sisto IV, dei della Rovere, rese, per gli interessi contrapposti di questa famiglia, quantomai problematica la gestione, da parte dei Piccolomini, del feudo di Montemarciano.
Giacomo - Conte del Sacro Romano Impero (1458)

Sembra che l'abbandono della tranquilla e onorata vita nella repubblica di Siena sia stato originato da un omicidio avvenuto ai danni di un componente della famiglia Baglioni, di Perugia. In un primo periodo si limitò, dalla sua signoria, a dare asilo ad avventurieri del territorio di Senigallia e della Romagna, nella rocca di Montermarciano. Dopo una serie di alterne vicende, durate fino al 1579, dovette desistere, per l'intervento massiccio di forze militari inviate da Papa Gregorio XIII. I suoi beni furono confiscati ed i familiari arrestati. Solo con l'intervento di Francesco I de' Medici, Granduca di Toscana, ottenne, nel 1584, il perdono papale ed il reintegro nel suo stato. Per un certo periodo, militò al servizio della Repubblica di Venezia, nella guerra contro gli Uscocchi. La sua indole turbolenta, però porto a dei contrasti insanabili con quella Repubblica. Successivamente, forse, spinto da promesse politiche ricevute da francesi e spagnoli, si mise a capo del malcontento che agitava le campagne dei territori laziali e senesi, a causa della grande carestia del 1590. Formò un esercito, composto per lo più di contadini mal addestrati, e stretto tra papalini e medicei, fu facilmente sbaragliato. Riuscì a sfuggire all'arresto e continuò nelle sue scorribande, unendosi al bandito Marco Sciarra e con lui continuò ad imperversare, infestando un territorio che andava dalle Marche fino alle e pendici del Vesuvio. La mossa sbagliata del Piccolomini si consumò nella foresta della Faiola, poco distante da Roma e sulla strada per Napoli. Era qui giunto in soccorso dell'alleato Sciarra, che in questo frangente riuscì a salvarsi. Non fu così per il Piccolomini, che ebbe il suo manipolo decimato. Braccato e in fuga, fu, alla fine, catturato in una casa di coloni a Forlì. Di lì fu condotto a Firenze, dove il 2 gennaio 1591, fu giustiziato.
Con Alfonso, i Piccolomini Todeschini di Castiglia e d'Aragona si estinsero ed il ducato di Montemarciano uscì dalla consorteria, divenendo feudo degli Sfondrati, famiglia dell'allora Papa Gregorio XIV.
| Piccolomini d'Aragona | |
|---|---|
Inquartato, nel primo e nel quarto, Aragona; nel secondo e nel terzo di Piccolomini | |
| Stato | Repubblica di Siena, Granducato di Toscana, Regno di Napoli, Regno delle due Sicilie, Austria, Boemia |
| Titoli | Patrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini, Grandi di Spagna, Principi del Sacro Romano Impero e di Nachod, Duchi di Amalfi, Marchesi di Deliceto e Capestrano, Conti di Celano e Gagliano, Baroni di Balsorano, Pescina, Scafati e Carapelle, Principi di Valle e di Maida, Duchi di Laconia, Marchesi di Montesoro. |
| Fondatore | Antonio Todeschini |
| Data di fondazione | XV secolo |
| Data di estinzione | 1807 |
| Etnia | Italiana |
Questa linea originata da Antonio, fratello di Papa Pio III e nipote di Papa Pio II, lasciò un'importante traccia nella storia della famiglia. "... il suo destino, nel tempo, si differenziò nettamente da quello del ceppo senese per uniformarsi alle caratteristiche tipiche delle altre famiglie nobili napoletane di cui gli esponenti di questa casata condivisero stili di vita, modalità di gestione patrimoniale e sorti politiche.". I Piccolomini, come evidenziato da Berardo Candida Gonzaga, nella sua opera Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia sono ricordati tra le più importanti casate del Regno di Napoli


Ferdinando, figlio naturale del defunto Alfonso V, fu favorito dal papa, che sancì il suo diritto successorio nella monarchia partenopea, ai danni del pretendente angioino Giovanni di Lorena. In questa situazione di instabilità politica e nella necessità di consolidare l'alleanza con il papato, fu deciso il matrimonio tra Antonio e Maria figlia naturale del re aragonese. Circostanza che aprì alla famiglia senese, nuovi orizzonti nel sud della penisola. Il primogenito di Laudomia, ottenne così la nomina a Duca d'Amalfi e poté aggiungere al suo, il cognome degli Aragona ed inquartare il proprio stemma con le insegne reali. Nello stesso anno, il 1458, fu nominato anche Gran Giustiziere del Regno di Napoli e la famiglia fu aggregata al patriziato napoletano nel Seggio di Nilo, uno dei sette Sedili di Napoli. Le aspettative non furono deluse e il Piccolomini, con le sue milizie, ebbe un ruolo determinante nell'acquisizione, alla monarchia, di Castellammare di Stabia e Scafati. Il 18 agosto del 1462 sotto il comando di Alessandro Sforza, ed alla guida di 2000 fanti e 26 squadre di cavalli, prende parte alla battaglia di Troia.. Il rivale angioino di Ferrante I venne definitivamente sconfitto, insieme ai feudatari ribelli del regno. Fu così dato al movimento anti aragonese, la cosiddetta Congiura dei baroni, un colpo di grazia dal quale non riuscirà, più a risollevarsi.
Dopo la vittoria di Troia, beneficiò della distribuzione di numerosi feudi che il Ferrante assegnò ai difensori della sua causa. Nel 1463 ottenne il titolo di marchese di Capestrano e di Deliceto, il titolo di conte di Celano e Gagliano, il titolo di barone di Balsorano, Pescina e Carapelle; nel 1465 infine divenne barone di Scafati Contemporaneamente a questi avvenimenti nel 1462, nelle continue controversie che interessavano i territori marchigiani, il Malatesta perse definitivamente la Signoria di Senigallia ad opera di Guido da Montefeltro, che la restituì allo Stato della Chiesa. L'allora pontefice Pio II la diede in dominio, insieme alla signoria di Mondavio al nipote Antonio.
Nel 1474, però, in tali feudi subentrò Giovanni Della Rovere, nipote di Papa Sisto IV, che nei vari giochi nepotistici, risultò vincitore.Gli interessi del Piccolomini ormai gravitavano nel regno di Napoli, dove le cariche politiche, l'amministrazione degli innumerevoli feudi, che fra l'altro, portavano ritorni economici di non poco interesse, lo assorbivano completamente. Durante i vent'anni di pace che seguirono, fece costruire i castelli di Balsorano, Celano e Ortucchio e restaurare diversi altri di sua proprietà che, poi, distribuì tra i suoi discendenti.
Va sottolineato che la figura di Antonio ha una dimensione esemplare. Unico in tutta la sua famiglia dimostrò grande sensibilità nei confronti dello sviluppo manifatturiero amalfitano. In virtù della sua cultura operosa, ereditata nel territorio senese, ed anche alla politica inaugurata da Alfonso V d'Aragona, importò, da diversi luoghi della penisola, maestri in grado di dare impulso alla costruzione di diversi opifici. Primo fra tutti fu quello per la lavorazione della lana "all'usanza di Siena e Firenze", nonché diverse gualchiere e tintorie nel territorio amalfitano: a Scala, Pontone, Ravello, Strani e Maiori. Rilanciò ed implementò gli stabilimenti siderurgici preindustriali, le ferriere, già presenti ad Amalfi.
Antonio ebbe diversi figli di cui:



In questo periodo della storia della famiglia, la società napoletana fu interessata da una vera e propria rivoluzione dei costumi. Alle lotte tra baroni che si contendevano feudi e territori, in quello, che era stato ormai il tramonto del medioevo, subentrava un periodo di stabilità sociale ed economica, obiettivo questo coincidente con gli interessi della nuova monarchia spagnola.


Alcuni fenomeni nuovi, come la forte e fino ad allora poco conosciuta spinta inflazionistica, che interessò parte del XVI e del XVII secolo, unita alla formazione di una classe operosa ed industriosa quale la borghesia, mostrarono l'inadeguatezza di una classe aristocratica, ingessata. Inadeguatezza dalla quale neanche i Piccolomini d'Aragona riuscirono ad essere immuni. L'amministrazione del nuovo regno, seppur fortemente accentrata a Napoli, lasciava tuttavia gli antichi diritti feudali, quasi inalterati. In questa fase di forti cambiamenti, i Piccolomini, non riuscirono a gestire il proprio patrimonio, composto da opifici, miniere e tenute fondiarie. Inoltre subentrò la consuetudine di dare in locazione le proprietà per non essere costretti ad effettuare controlli amministrativi, che in realtà non erano in grado di fare. Così i Duchi di Amalfi si allontanarono sempre più dalle loro realtà produttive, parte delle quali, non potevano essere vendute, in quanto legate da vincoli giuridici alla famiglia. Nel contempo la corte spagnola, introdusse i fasti di un'eleganza e di una grandezza fino ad allora sconosciuti nell'aristocrazia napoletana, trasformando la partecipazione alla vita di corte in una necessità quasi imprescindibile e strettamente connessa alla propria posizione sociale. Un elegante ed esclusivo abito cinquecentesco arrivava a costare quanto la rendita annuale di un fondo agricolo. Tutto questo, insieme alle cospicue donazioni e atti di munificenza e prodigalità, strettamente legati al proprio rango, portarono ad un aumento vertiginoso delle spese di rappresentanza, con la necessità pressante e continua di nuova liquidità. Ben presto, nonostante la cessione diffusa delle mastrodattie e dei diritti feudali in genere, i soli affitti non furono più sufficienti. Le ingenti spese profuse da Alfonso II da una parte e da suo figlio Iñigo dall'altra, portarono ad una stagione di indebitamento, di cui gli affittuari divennero, i principali finanziatori, con progressivo sgretolamento del patrimonio familiare. L'ultima erede del ramo primogenito, Costanza, si ritrovò, nel corso della sua vita, in condizioni economiche notevolmente diminuite ed enormemente distanti da quelle fondate dal bisnonno Antonio, primo Duca di Amalfi.


In quegli anni Costanza fu costretta a vendere, gran parte di quello che rimaneva dei suoi averi: il Castello di Capestrano e la sua signoria andò al Granduca di Toscana, la contea di Celano fu venduta ai Peretti, la famiglia del papa Sisto V. Nel 1600 il marito Alessandro, con l'atto di abiura ottenne da papa Clemente VII la grazia che unita a quella ottenuta dal nuovo viceré, Conte di Lemos, gli restituì la libertà, con l'obbligo di condurre una vita militare. Questa fu spesa al servizio della Repubblica Veneta durò per molti anni a seguire. Costanza ottenne con potestà pontificia, l'annullamento della sua unione. Fu costretta a mettere in piazza le miserie di un matrimonio fallito, ufficialmente non consumato e costellato di tradimenti, adulterio e umiliazioni. Riuscì ad affrancarsi dal marito a dure condizioni: dovette cedergli il Ducato di Amalfi e concedergli un vitalizio di 2400 ducati annui. Nel 1596, divenne monaca dell'Ordine delle Clarisse nel monastero di Santa Maria della Sapienza. Negli ultimi atti della sua vita mondana, fece molte donazioni, di notevole entità, ad opere pie situate sia a Napoli che a Siena. Inoltre donò, all'Ordine dei Teatini, il palazzo romano che era stato di Pio III, con all'interno, gli inestimabili arredi. L'Ordine, in ossequio alla volontà della duchessa, costruì una chiesa, adiacente al palazzo e dedicata a Sant'Andrea, santo protettore di Amalfi. Chiesa che poi fu chiamata Sant'Andrea della Valle.
Costanza morì nel 1610, seguita nel 1617 dal ex marito Alessandro, ultimo marchese di Deliceto ed ultimo duca napoletano di Amalfi.
Il ducato, infatti, benché, fortemente impoverito, fu donato dal re di Spagna, Filippo III, al principe Ottavio Piccolomini, della linea dei signori di Sticciano
Dopo le turbolenze che avevano caratterizzato la fine dei due rami principali della famiglia e cioè i Duchi di Amalfi e i Marchesi di Deliceto, terminati con Costanza e Alessandro, i Piccolomini d'Aragona continuarono la loro permanenza nel reame di Napoli, con la linea di Giovanni, fratello di Iñigo, di cui si è fatto cenno nella sezione precedente. Portavano con sé il titolo ed il feudo della baronia di Scafati e la signoria di Boscoreale, nonché le vaste proprietà pervenute dalla duchessa Costanza, che però vennero in parte vendute da Alfonso figlio di Giovanni. La famiglia continuò a ricoprire un ruolo di primo piano nell'aristocrazia napoletana, continuando una politica di intese matrimoniali che li vedeva uniti con le principali famiglie del regno, come i Caracciolo, i Carafa, i Pignatelli, i d'Avalos d'Aquino d'Aragona, i Ruffo di Calabria e altre.
La linea continuò con un altro Alfonso che rinnovò il peso e la visibilità della famiglia.


In questo modo ebbe storicamente fine la dinastia napoletana dei Piccolomini d'Aragona, iniziata da Antonio. E con essa ebbe termine anche la più ampia casata dei Piccolomini Todeschini.
Nel territorio campano, è, tuttavia, ancora presente la sua prosapia, in virtù di alcuni figli naturali legati alla discendenza di Antonio. Tra questi, vanno ricordati, come continuazione parallela dei Baroni di Scafati e Principi di Valle, Antonio e Vittoria, che cugini tra loro, si unirono in matrimonio, conservando il cognome Piccolomini d'Aragona. La loro discendenza, se pur non omologata, dalla memorialistica araldica tradizionale, rimane, comunque, l'unica depositaria dei ricordi storici e culturali di questo illustre ramo della famiglia..