| Ante Pavelić | |
|---|---|
| Poglavnik dello Stato Indipendente di Croazia | |
| Durata mandato | 10 aprile 1941 – 8 maggio 1945 |
| Monarca | Tomislavo II (1941-1943) |
| Capo del governo | se stesso (1941-1943) Nikola Mandić (1943-1945) |
| Predecessore | carica istituita |
| Successore | carica abolita |
| Primo ministro dello Stato Indipendente di Croazia | |
| Durata mandato | 16 aprile 1941 – 2 settembre 1943 |
| Monarca | Tomislavo II |
| Predecessore | carica istituita |
| Successore | Nikola Mandić |
| Ministro delle Forze Armate dello Stato Indipendente di Croazia | |
| Durata mandato | 4 gennaio 1943 – 2 settembre 1943 |
| Predecessore | Slavko Kvaternik |
| Successore | Miroslav Navratil |
| Ministro degli Esteri dello Stato Indipendente di Croazia | |
| Durata mandato | 16 aprile 1941 – 9 giugno 1941 |
| Predecessore | carica istituita |
| Successore | Mladen Lorković |
| Dati generali | |
| Partito politico | Partito Croato dei Diritti (1910-1929) Ustascia (1929-1945) Partito Statale Croato (1950) Movimento di Liberazione Croato (1956-1959) |
| Titolo di studio | Laurea in Legge |
| Professione | Giurista |
| Firma | |
Ante Pavelić (Bradina, 14 luglio 1889 – Madrid, 28 dicembre 1959) è stato un politico croato, fondatore del movimento fascista e nazionalista degli Ustascia e dittatore con il titolo di Poglavnik (Guida) dell'autoproclamato Stato indipendente di Croazia (NDH) dal 1941 al 1945.
I suoi genitori si erano spostati dalla regione montuosa della Lika nella Bosnia-Erzegovina, al tempo sotto il controllo dell'Impero austro-ungarico ma formalmente appartenente ancora all'Impero ottomano, per lavorare nella costruzione della ferrovia per Sarajevo.
Pavelić crebbe in un ambiente a maggioranza islamica, tanto da frequentare un maktab, scuola elementare musulmana. Frequentò poi un collegio dei gesuiti a Travnik e da adolescente si avvicinò alle idee del nazionalista croato Ante Starčević, fondatore dello Stranka Prava ("Partito dei Diritti").
Dopo gli studi in legge a Zagabria si impegnò direttamente in politica nel partito, che si opponeva alla monarchia unitaria jugoslava e si batteva per l'indipendenza della Croazia. In particolare Pavelić immaginava uno Stato croato indipendente sotto patronato italiano. Fu eletto consigliere municipale a Zagabria e deputato al parlamento nazionale di Belgrado nel 1927. L'attività di Pavelić in quegli anni si era radicalizzata; la politica iugoslava era preda di forti contrasti che sfociavano in episodi violenti, come la sparatoria avvenuta nel parlamento belgradese il 20 giugno 1928, in cui perse la vita Stjepan Radić.
Pavelić si recò a Sofia per stabilire contatti con i terroristi macedoni della VMRO in ordine a complotti per rovesciare il regno. In seguito alla proclamazione della dittatura da parte di Alessandro I il 6 gennaio 1929, il giorno seguente proclamò la fondazione del movimento ustascia (che divenne operativo solo l'anno seguente) e fuggì all'estero. Venne giudicato in contumacia e condannato a morte.
Rifugiatosi prima a Vienna, dove prese contatto con ufficiali austriaci anti-jugoslavi, e quindi in Italia, insieme ai membri della fazione più estremista del "Partito dei Diritti" diede effettivamente vita al movimento ustaša (da ustaš, "insorto", o "ribelle"). Il gruppo si dedicò, sotto l'egida del governo italiano, ad attività intimidatorie, e, nel 1934, riuscì ad assassinare il re Alessandro I a Marsiglia. Con l'appoggio del regime fascista italiano il movimento si ampliò, installando campi di addestramento nella stessa Italia (a Bovegno, Siena, a Borgo Val di Taro e Bardi sugli Appennini di Parma e a Riva del Garda) oltre che in Ungheria.


Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia fu invaso dalle forze dell'Asse e Pavelić divenne il capo dello Stato Indipendente di Croazia (NDH), comprendente anche la Bosnia e una piccola parte della Serbia, di fatto dipendente dalla Germania e dall'Italia fascista, da cui riprese le istituzioni. La corona di Croazia venne offerta ad Aimone di Savoia-Aosta, che la cinse con il nome Tomislavo II, anche se non mise mai piede nella terra di cui era re. Gli italiani, inoltre, si erano annessi buona parte della costa dalmata, mentre i tedeschi esercitavano il pieno controllo militare sulla zona settentrionale. Si pose l'aspetto del riconoscimento dell'NDH che fu riconosciuto dalle potenze dell'Asse e Stati vassalli, dunque dalla Germania nazista, dall'Italia fascita, l'Impero del Giappone, i Regni di Bulgaria, Romania, Spagna, Danimarca, Paesi Bassi e Ungheria, la repubblica Slovacca (vassallo della Germania), la Repubbica di Cina del regime di Wang Jingwei (governo collaborazionista cinese), e il Manciukuó (stato fantoccio giapponese). La Santa Sede non riconobbe mai ufficialmente (de jure) lo Stato Indipendente di Croazia, ma de facto il 23 giugno 1941, il cardinale Segretario di Stato della Santa Sede, Luigi Maglione, spiegò che questa non poteva riconoscere ufficialmente il regno o lo stato croato prima della fine della guerra, ma inviò a Zagabria un rappresentante ufficioso con la qualifica di Visitatore Apostolico, mons. Giuseppe Ramiro Marcone.
Il regime di Pavelić, che basava il proprio fondamento ideologico sulla difesa dell'elemento etnico croato e sul cattolicesimo integralista, attuò una dura politica di repressione nei confronti degli elementi allogeni. Iniziò così una pulizia etnica contro serbi, ebrei, comunisti, zingari e ortodossi. Fu anche creata una rete di campi di concentramento, il più noto dei quali, il campo di concentramento di Jasenovac, è oggi monumento alla memoria degli eccidi perpetrati contro i serbi. Pavelić inoltre fu l’unico nella storia dell’umanità ad aver creato campi di concentramento dedicati ai soli bambini.
Certa storiografia post-bellica calcolava un totale di circa 800 000 serbi uccisi dal regime ustascia, partendo dal numero complessivo di 1 706 000 vittime di tutte le etnie presenti sul territorio jugoslavo nel periodo bellico compreso tra il 1941 e il 1945. Fino ad anni recenti i dati sono stati accettati, e, ancora nel 1996, il dott. Bulajić, direttore del "Museo per le Vittime del Genocidio" a Belgrado, attestava che le sole vittime del genocidio attuato a Jasenovac, secondo fonti attendibili, non ammonterebbero a meno di 700 000 vite umane.
Studi recenti sia serbi sia croati hanno cercato di ridefinire con maggiore obiettività l'entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo durante la seconda guerra mondiale, alla luce anche del numero effettivo di abitanti in quel periodo e fermo restando che le atrocità commesse tra le diverse etnie slave una contro l'altra non possono essere ponderate da fredde cifre. Questi studi demografici indipendenti, prima fra tutti quello del demografo ed esperto di statistica dell'UNESCO, Bogoljub Kočović, poi quello del demografo delle Nazioni Unite Vladimir Žerjavić, hanno calcolato un numero di caduti rispettivamente pari a 1 014 000 o 1 027 000. Di questi i serbi caduti su tutto il territorio jugoslavo sarebbero 530 000 in base ai calcoli del croato Žerjavić, 487 000 secondo le stime del serbo Kočović.
Žerjavić calcola inoltre il numero dei caduti in territorio croato, ovvero nello Stato Indipendente di Croazia (NDH) governato da Pavelić, e li suddivide per etnie: 322 000 serbi, 255 000 croati e musulmani, 20 000 ebrei e 16 000 zingari. Comprese in questa cifra ci sono le vittime del campo di Jasenovac, dove sarebbero morti da 48 000 a 52 000 serbi, 13 000 ebrei, 12 000 croati e 10 000 zingari. La cifra totale sarebbe di circa 800 000, e questo è il dato oggi adottato anche dal Museo dell'Olocausto di Washington e dal Centro Simon Wiesenthal.
L'esercito di Pavelić combatteva a fianco delle forze dell'Asse contro il movimento comunista di Tito, membro delle forze Alleate, e contro i cetnici (partigiani monarchici serbi), fino a quando questi ultimi non divennero collaborazionisti dei nazisti.
Durante l'ultima parte della guerra, dal settembre 1944 fino al febbraio 1945, i sovietici svolsero delle trattative segrete dapprima in Svizzera e successivamente in Ungheria, a seguito del fallito complotto cosiddetto "Lorković-Vokić", per tentare di far passare l'NDH dalla parte degli Alleati occidentali (anglo-americani). Fallito il canale occidentale e vedendo l'inevitabile sconfitta della Germania, Pavelić tentò paradossalmente la carta sovietica per salvare il proprio regime. Ma i sovietici in cambio del riconscimento dell'indipendenza della Croazia (rinnegando di fatto il ritorno al Regno di Jugoslavia unitario), chiesero di consentire alle truppe dell'Armata Rossa di attraversare il territorio croato fino all'Alto Adriatico, inclusa la zona di Trieste e la piena libertà di azione del partito comunista all'interno dello stato croato. Ma Pavelić rifiutò e decise di mantenere la fedeltà all'alleanza con la Germania nazista fino alla fine del conflitto. In seguito alla capitolazione della Germania, Pavelić ordinò alle truppe di continuare a combattere ma, successivamente, dispose che l'NDH ripiegasse in Austria per offrire la resa all'esercito britannico che avanzava. I britannici, tuttavia, rifiutarono ed imposero loro di arrendersi ai partigiani jugoslavi. (vedi anche Massacro di Bleiburg). Il 6 maggio 1945 invece Pavelić lasciò Zagabria alla volta dell'Austria per conto proprio, probabilmente secondo un piano prestabilito, anziché assieme ad altri esponenti del suo governo, alcuni dei quali avevano già intrapreso il tragitto alcuni giorni prima. Il 7 maggio i tedeschi si arresero incondizionatamente agli Alleati. Nei termini di resa sarebbero dovute ricadere anche le forze armate croate, ma il generale della Wehrmacht Löhr ne informò il Poglavnik e si liberò dell'ingombrante fardello lasciando il comando in capo dei sopravvissuti a Pavelić.
Il primo e unico comando da lui ufficialmente emanato fu di non arrendersi ai partigiani comunisti ma di dirigersi alla volta dell'Austria. Fu così che, malgrado il termine ufficiale del conflitto, si ebbero una serie di sanguinosi scontri successivi tra le truppe croate (regolari, ustaša e domobrani) e i partigiani che tentarono di sbarrare loro la strada, in special modo sulla Drava. Gli ultimi combattimenti si ebbero il 14 e 15 maggio presso Dravograd e Bleiburg.


Pavelić riuscì a fuggire a piedi dapprima in Austria dove aveva lavorato come boscaiolo, e poi riuscì ad entrare in Italia sotto le spoglie di un sacerdote con un falso passaporto e dopo Venezia e Firenze, giunse a Roma nella primavera del 1946 sempre travestito da sacerdote cattolico, usando il nome di Don Pedro Gonner. Qui, secondo alcuni, rimase in affitto in una camera presa da un commissario di pubblica sicurezza, mentre per altri fu accolto dal clero e soggiornò in diverse residenze appartenenti al Vaticano, financo un monastero vicino alla residenza estiva papale di Castel Gandolfo nell'estate ed autunno del 1948. Infine si imbarcò per l'Uruguay e poi il 6 november 1948 giunse a Buenos Aires a bordo della nave mercantile Sestriere, dove poi fu raggiunto dai figli Velimir e Mirjana. Successivamente anche la moglie Maria e la prima figlia Višnja si ricongiunsero, mentre lui assunse il nome di Pablo Aranjos, dietro il quale si nascose. Il 10 aprile 1957 Pavelić, che non aveva smesso la sua attività politica, nel 16mo anniversario della fondazione dell'NDH, subì un attentato e qualcuno esplose contro di lui due colpi di pistola. In seguito, scoperto il suo rifugio, fu costretto nuovamente a fuggire in Cile, dove trascorse quattro mesi a Santiago, per evitare un'estradizione. Dopo aver riparato per alcuni mesi dal vescovo di Klagenfurt, in Austria, si rifugiò nella Spagna di Francisco Franco, dove arrivò il 29 novembre 1957 e dove visse in clandestinità probabilmente in accordo con le autorità spagnole. Qui fondò, con altri esuli, l'Accademia Cattolica Croata e la rivista Osoba I Duh ("Persona e Spirito"), firmando la traduzione del Nuovo Testamento nella lingua nativa. Morì all'Hospital Alemán il 28 dicembre 1959, all'età di 70 anni, in seguito alle ferite riportate nell'attentato e, nel suo testamento, indicò Stjepan Hefer come suo successore alla guida del Movimento di Liberazione Croato. Mentre per anni l'attentato fu creduto opera di un sicario dell'UDBA (servizi segreti jugoslavi), inviato dal governo jugoslavo, il tentativo di omicidio fu confessato nel 1999 da Blagoje Jovović, un albergatore e cetnico serbo emigrato dal Montenegro in Argentina, in punto di morte. Egli affermò di aver più volte cercato di assassinare Pavelić già dal 1946, sostenendo di essere stato un ufficiale del Regno di Jugoslavia e di aver combattuto, durante il conflitto, a fianco dei cetnici montenegrini.
Venne sepolto nel più antico cimitero privato, il Cimitero di Sant'Isidoro a Madrid.
Con la moglie Marija, che sposò nel 1922, ebbe tre figli: Višnja (1922-2015), Velimir (Braco; 1924-1998) e Mirjana (Ana; 1926-2005). Višnja e Velimir morirono a Madrid e non ebbero figli. Mirjana sposò un altro ustaša, Srećko Pšeničnik (1921-1999), con cui ebbe quattro figlie: Zvjezdana, Ajša, Ivana e Jelena.
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