| Porta Balnea Porta di Santa Maria Mura di Melfi | |
|---|---|
| Ubicazione | |
| Stato | |
| Regione | Basilicata |
| Città | Melfi |
| Informazioni generali | |
| Inizio costruzione | 1041-1070 |
| Demolizione | 1851 |
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La porta Balnea, nei documenti detta anche porta di Santa Maria, era una delle cinque porte d'accesso alla città di Melfi. Situata lungo il settore meridionale della cinta muraria, rappresentò l'ingresso principale all'abitato fino al 1851, anno in cui fu abbattuta.
La porta venne edificata nel corso dell'XI secolo, probabilmente tra il 1041 (anno che simbolicamente è utilizzato per indicare l'occupazione normanna della città) e il 1070 (che invece indica la fine della prima fase di espansione urbanistica da loro avviata).
Grazie alla sua posizione, che la rese rapidamente il cardine dei flussi commerciali e della vita sociale melfitana, riuscì ad affermarsi e a consolidare il suo ruolo di ingresso principale, titolo fino a quel momento detenuto dalla porta Calcinaia, posta più ad Ovest lungo la cresta della collina su cui tuttora sorge Melfi.
A conferma di ciò, pochi anni dopo la fine della prima espansione urbana promossa dai Normanni, sorsero poco lontane da porta Balnea due chiese, dedicate rispettivamente a Sant'Eligio e San Martino, che divennero punto di riferimento per le corporazioni di fabbri e maniscalchi, le quali aprirono numerose botteghe specializzate nella manutenzione e nella gestione delle cavalcature, frequentate per gran parte da mercanti e viaggiatori. Conseguentemente, poco distante e su una zona pianeggiante, venne istituito il Mercato, che oltre ad essere luogo di ritrovo, venne destinato agli scambi e ai traffici.
Nel 1319 venne inoltre fondato poco fuori la porta, per mano dei "Magistri" Giovanni Topparello e Angelo Sellaro e con l'ausilio del Vescovo di Melfi, l'Ospedale della Nunziata, utile ad accogliere i viaggiatori che non avevano fatto in tempo ad entrare in città prima del coprifuoco, nonché numerose botteghe di sellai e lavoratori delle pelli.
Nel corso del XV secolo, a seguito della crisi economica che investì il regno di Napoli e del crollo della dinastia angioina, Melfi si vide infeudata alla famiglia napoletana dei Caracciolo, con Sergianni, potente ministro e favorito della regina Giovanna d'Angiò, che divenne il primo Principe della città.
Sotto i Caracciolo, Melfi conobbe una nuova espansione urbanistica, con le mura che conseguentemente videro l'edificazione dell'ultimo dei cinque ingressi, porta Troiana, adatta anche ai carriaggi. Questo evento impattò notevolmente sulla porta dei Balnea, in questo periodo definita nei documenti "porta Napoli", in quanto i suoi ormai intasati collegamenti verso la Campania e l'Irpinia vennero finalmente alleggeriti attraverso l'inaugurazione di una nuova arteria, orientata verso il Tavoliere e il Basso Melfese.
Intorno al 1460 Giovanni II Caracciolo, già fautore di queste opere, si preoccupò anche di rafforzare l'intera cinta muraria, edificando a regolare distanza bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra, in modo da garantire una maggiore resistenza alle cannonate, nonché dei rivellini, ovvero delle torri fortificate, presso tutte le porte della città, il più imponente dei quali venne posto a difesa proprio della porta Balnea.

Tra il XV e il XVII secolo il suo ruolo militare, come quello di molte altre porte e mura, iniziò a declinare, acquisendo per contro un ruolo economico, con i dazieri che iniziarono a controllarne le entrate e le uscite, in modo da poter riscattare le tasse sulle merci trasportate. La porta iniziò inoltre a divenire un ostacolo per la città, che col passare del tempo andò sempre più espandendosi al di fuori della sua cinta muraria, attraverso la costruzione di nuovi sobborghi e l'ampliamento di quelli già esistenti.
Nonostante l'incuria in cui versasse, a causa delle politiche esercitate dai nuovi feudatari della città, i Doria, che mai si preoccuparono di intervenire per rafforzarne la struttura, la porta rimase pressoché intatta anche a seguito del violento terremoto del 1694, che per contro danneggiò gravemente il resto dell'abitato, dimostrando la solidità delle sue fondamenta. Analogamente, anche a seguito del terremoto del 1851, dopo oltre 150 anni, la porta non subì alcun danno. Malgrado ciò, durante il consiglio edilizio istituito per la ricostruzione, tenutosi a Melfi lo stesso anno, si decise comunque di abbatterla.
Secondo Gennaro Araneo, storico vissuto durante quegli anni, tale decisione fu presa da un sotto-intendente "pel solo ghiribizzo di novità" in un contesto in cui l'abbattimento della cinta muraria era ormai all'ordine del giorno, anche se tale espressione risultò in seguito essere una legittimazione atta a giustificare l'abbattimento della porta, eseguito invece per costruire nuovi edifici sulle macerie di quelli crollati con il sisma e per migliorare la viabilità del vicino Mercato.
Al momento della sua edificazione, la porta era probabilmente costituita da un arco a tutto sesto appoggiato direttamente sui piedritti e leggermente rientrante rispetto al resto della cinta muraria. In quanto ingresso principale e analogamente alle altre quattro porte della città (Calcinaia, Troiana, Venosina e Sant'Antolino), era quasi certamente protetto da un forte portone in legno rinforzato con bande in ferro battuto. In base alle poche rappresentazioni a noi giunte, si può dedurre che la parte superiore presentasse una merlatura di tipo guelfo, con al di sotto dei piccoli beccatelli o feritoie posti a regolare distanza l'uno dall'altro.
Come per il resto della cinta muraria, la scelta dei materiali da utilizzare rispecchiava in pieno la geologia vulcanica del territorio del Vulture. La porta era infatti, con molta probabilità, costruita interamente con blocchi di pietra lavica scura, che venivano uniti fra loro con una malta composta da calce aerea integrata con materiali artigianali prodotti dalle fornaci poste poco lontano.
Nel corso del XV secolo, con lo scopo di renderla resistente alle nuove armi e tecniche d'assedio, la porta venne rafforzata. Basandosi sulla scarsa documentazione a noi giunta, alla destra dell'ingresso venne probabilmente innalzato un possente bastione a pianta quadrangolare, di dimensioni maggiori rispetto a quelli edificati lungo il resto della cinta muraria, dotato di feritoie e munito di merlature guelfe sulla cima, mentre sulla sinistra venne edificato un forte rivellino, il più robusto e imponente di tutta la città, anch'esso con molta probabilità a pianta quadrangolare e distinto dagli altri grazie alla cupola posta in vetta. Sulla porta venne inoltre apposta una lapide con la seguente iscrizione:
“Deus defendat civitatem, et angeli Dei custodiant muros suos”
”Dio difenda la città e gli angeli di Dio ne custodiscano le mura”
Per edificare il grande baluardo e il rivellino a cupola, i Caracciolo rimasero quasi certamente fedeli ai materiali in precedenza usati da bizantini, Normanni e angioini per edificare il resto della cinta muraria. Non a caso, i bastioni edificati intorno al 1460 da Giovanni II Caracciolo presentano tutti una muratura fatta di blocchi in pietra lavica scura, tenuti insieme da una malta in calce aerea. Si suppone, in mancanza di fonti certe, che anche il rivellino e il grande baluardo siano stati costruiti seguendo lo stesso criterio.
La porta era detta "Balnea" in quanto sorgeva poco distante dalla "valle della Melfia", dove sgorgavano le acque provenienti dalle numerose sorgenti minerali del Vulture, che alimentavano i cosiddetti "Bagni", ovvero piccoli stabilimenti pubblici di origine bizantina molto simili alle terme romane. Questi impianti resistettero fino al XIV secolo, quando vennero sostituti da un ospedale.