Il premio Poletti è stata una borsa di studio quadriennale assegnata agli allievi dell'Accademia Atestina di Belle Arti di Modena.
Il premio venne istituito il 15 settembre 1866, per il volere testamentario dell'architetto pontificio Luigi Poletti, con lo scopo di incoraggiare gli studenti promettenti delle facoltà pittura, scultura e architettura dell'accademia emiliana.
Per il concorso di pittura la prima giornata dell'esame riguardava la pittura di un'opera in base a un tema prestabilito, estratto a sorte. Durante la seconda giornata si faceva una copia pittorica da nudo. Queste opere erano estemporanee, non rifacendosi a nessuna prova precedente.
Lo stesso Poletti stabilì che le prove si svolgessero delle tele di piccole dimensioni, perfettamente uguali, fornite dall'Istituto e marcate da un sigillo in cera.
Una volta ricevuto il premio gli artisti ricevevano una borsa di studio che consisteva in un soggiorno di tre anni all'Accademia di San Luca di Roma, seguito poi l'ultimo anno dagli studi all'Accademia di Belle Arti di Venezia o quella di Firenze.
Ogni anno dopo aver vinto il premio, durante i soggiorni l'artista doveva assolutamente produrre ogni anno un dipinto da consegnare al municipio di Modena (saggio annuale) dove veniva valutato dai commissari della commissione del premio. All'inizio come prova per il saggio finale del pensionato era previsto un soggetto storico.
Tra i vincitori per la pittura si contano Giovanni Muzzioli, primo premiato nel 1872, qualche anno dopo nel 1876 Gaetano Bellei. Il concorso continuò nel XX secolo, nel 1904 vinse il pittore Alberto Artioli.
L'ultimo concorso per l'assegnazione del premio si tenne nel 1941, poi interrotto a causa della Seconda Guerra Mondiale. L'ultimo vincitore fu l'artista Luciano Giberti con l'opera Il mietitore.
I quadri del concorso di pittura (ed altri materiali) erano conservati nella galleria Poletti dell'omonima biblioteca, finché nel 1970 non vennero trasferiti nel Museo civico di Modena, dove si trovano tutt'ora.
(Dove non indicato diversamente, la fonte è: PatER. Catalogo del Patrimonio culturale dell'Emilia-Romagna.)