Salvatore Pes, marchese di Villamarina

Salvatore Pes di Villamarina
Ritratto fotografico al congresso di Parigi
Mayer et Pierson Photographe, 1856

Ambasciatore del Regno di Sardegna nel Granducato di Toscana
Durata mandato23 maggio 1848 –
1852
MonarcaCarlo Alberto
Vittorio Emanuele II
Capo del governoCesare Balbo
Cesare Alfieri di Sostegno
Ettore Perrone di San Martino
Vincenzo Gioberti
Agostino Chiodo
Claudio Gabriele de Launay
Massimo d'Azeglio

Ambasciatore del Regno di Sardegna in Francia
Durata mandato1852 –
ottobre 1859
MonarcaVittorio Emanuele II
Capo del governoMassimo d'Azeglio
Camillo Benso di Cavour
Alfonso La Marmora

Ambasciatore del Regno di Sardegna nel Regno delle Due Sicilie
Durata mandatogennaio 1860 –
1861
MonarcaVittorio Emanuele II
Capo del governoCamillo Benso di Cavour

Prefetto della provincia di Milano
Durata mandato31 marzo 1862 –
19 febbraio 1868
MonarcaVittorio Emanuele II
PredecessoreGiuseppe Pasolini
SuccessoreCarlo Torre di Caprera

Presidente della Deputazione provinciale di Milano
Durata mandato1863 –
1867
MonarcaVittorio Emanuele II

Presidente del Comizio dei Veterani delle guerre combattute negli anni 1848–1849 per l’unità e l’indipendenza d’Italia
Durata mandato17 gennaio 1875 –
14 maggio 1877
MonarcaVittorio Emanuele II
SuccessoreEmanuele Chiabrera Castelli

Senatore del Regno di Sardegna e del Regno d'Italia
Durata mandato14 maggio 1856 –
14 maggio 1877
MonarcaVittorio Emanuele II
Legislaturadalla V (nomina 14 maggio 1856) alla XIII
Tipo nominaCategoria: 7
Sito istituzionale

Dati generali
Titolo di studioLaurea in Giurisprudenza
UniversitàUniversità degli Studi di Torino
ProfessioneDiplomatico
Salvatore Pes di Villamarina
NascitaCagliari, 31 agosto 1808
MorteTorino, 14 maggio 1877
Dati militari
Paese servitoStati sabaudi (bandiera) Stati sabaudi
Forza armataRegia Armata Sarda
ArmaCavalleria
UnitàReggimento "Aosta Cavalleria"
Anni di servizio1832 – 1848
Grado Maggiore Generale
ComandantiCarlo Alberto di Savoia
Altre caricheAmbasciatore, prefetto, senatore del Regno
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Salvatore Raimondo Gianluigi Pes, marchese di Villamarina e barone dell’Isola Piana, noto come il marchese di Villamarina o semplicemente come Villamarina (Cagliari, 31 agosto 1808 – Torino, 14 maggio 1877), è stato un diplomatico, politico e militare italiano.

Fu ambasciatore a Firenze (Granducato di Toscana) dal 1848 al 1852, a Parigi (Secondo Impero francese) dal 1853 al 1859 e a Napoli (Regno delle Due Sicilie) dal 1860 al 1861.

Durante la missione diplomatica a Firenze contribuì alla decisione del granduca Leopoldo II di Toscana di aderire alla prima guerra d'indipendenza italiana a fianco dello Stato sabaudo. In seguito, tuttavia, non riuscì a impedire che, dopo i moti mazziniani nel Granducato, Leopoldo II abbandonasse la Toscana rifugiandosi nel Regno delle Due Sicilie.

Nel 1856 partecipò, insieme a Camillo Benso, conte di Cavour, al Congresso di Parigi e fu l'unico rappresentante del Regno di Sardegna a prendere parte alle successive conferenze di approfondimento.

Nominato ambasciatore a Napoli nel 1860, si oppose al progetto di Cavour di promuovere un'insurrezione filopiemontese nella città per impedire la presa del potere da parte di Giuseppe Garibaldi. Successivamente, contravvenendo alle istruzioni di Cavour, che imponevano la neutralità fra borbonici e garibaldini, mise a disposizione di questi ultimi un reparto piemontese in occasione della Battaglia del Volturno, contribuendo ad avvicinare Garibaldi al governo sabaudo e a favorire il processo di unificazione nazionale.

Biografia

Giovinezza ed educazione

Salvatore Pes di Villamarina era figlio di Emanuele, generale, ministro e consigliere di Carlo Alberto, e di Teresa Sanjust di San Lorenzo. A otto anni si trasferì con i genitori da Cagliari a Torino, dove frequentò il collegio dei Gesuiti. Nel 1828 si laureò in giurisprudenza, conseguendo i titoli in diritto civile e canonico, ed esercitò la professione per un paio d'anni.

Dal 1830 al 1832 prestò servizio come apprendista volontario presso il Ministero degli Esteri; entrato successivamente nell'esercito, conseguì dapprima il grado di sottotenente nella brigata Casale e, nel 1838, quello di tenente nel reggimento Aosta Cavalleria.

Collaborò con il padre presso il Ministero della Guerra fino al 1844, quando fu nominato segretario del Consiglio dei ministri. Gli fu riconosciuto il grado di maggiore e, in seguito al ritiro del padre, fu nominato consigliere di legazione.

Nel 1833 sposò in prime nozze Melania Taparelli dei conti d'Azeglio, figlia del senatore Roberto. Dopo la morte di Melania, avvenuta nel 1841, Villamarina sposò Caterina Pilo Boyl di Putifigari. Dal primo matrimonio nacquero due figli: nel 1834 Emanuele, che intraprese la carriera diplomatica e sposò Paola Rignon, e nel 1838 Isabella, che sposò il marchese Emanuele Thaon di Revel e Sant'Andrea. Del secondo matrimonio le biografie non riportano prole. Tuttavia nel complesso di Santa Croce, a Firenze, una stele funeraria datata 1851 è dedicata al bambino Carlo Alberto di Villamarina di Caterina Boyl, morto il 19 luglio 1851, prima di aver compiuto tre anni.

Ambasciatore a Firenze (1848-1852)

In previsione della guerra contro l'Austria, nel 1848 Villamarina chiese di poter partire con l'esercito; tuttavia re Carlo Alberto, che lo aveva già impiegato in missioni a Parigi, Berlino e Milano, lo nominò incaricato d'affari e lo inviò a Firenze. Poco tempo dopo lo promosse anche colonnello. La missione nel Granducato di Toscana, iniziata il 23 maggio 1848, aveva lo scopo di convincere il granduca Leopoldo II ad appoggiare la causa sabauda.

Pur essendo stato accolto con entusiasmo a Livorno quale portatore di idee liberali, Villamarina, non avendo ancora presentato le credenziali al granduca, invitò la folla all'ordine e alla calma. Altre manifestazioni di entusiasmo si verificarono lungo il tragitto verso Firenze, dove il marchese trovò tuttavia un ambiente di corte prevalentemente filoaustriaco. Alla prudenza di Leopoldo e della seconda moglie di suo padre Ferdinando III di Toscana, la conservatrice Maria Ferdinanda di Sassonia, si aggiungeva l'influenza della moglie del granduca, la cattolicissima Maria Antonia, sorella di Ferdinando II di Borbone.

Nonostante il difficile contesto, Villamarina operò efficacemente e, dopo aver promesso a Leopoldo compensi in caso di sconfitta dell'Austria, ottenne l'intervento toscano a favore del Regno di Sardegna. Conclusasi tragicamente per gli italiani la prima guerra d'indipendenza, all'inizio del 1849 Leopoldo dovette affrontare i moti rivoluzionari mazziniani. A Firenze tutte le ambasciate furono prese d'assalto, a eccezione di quelle inglese e sabauda, che Villamarina dichiarò di voler difendere con le armi, se fosse stato necessario.

Rifugiatosi il granduca a Porto Santo Stefano, rimase indeciso se prendere o meno la via di Gaeta, in territorio borbonico, dove si era rifugiato anche Pio IX. Da Torino Villamarina ricevette l'incarico di trattenerlo in Toscana o, in alternativa, di condurlo in Piemonte. Se infatti Leopoldo avesse abbandonato la patria per rifugiarsi presso una potenza conservatrice, vi sarebbe tornato con gli austriaci.

Lo scontro con Leopoldo II

Leopoldo II di Toscana, influenzato da Villamarina, intervenne nella prima guerra d'indipendenza a fianco del Piemonte.
La fregata inglese Thetis, che Villamarina bloccò per evitare la fuga di Leopoldo a Gaeta.

Nel febbraio 1849, per contrastare le iniziative austriache, Villamarina, nonostante la sua carica fosse decaduta il 9 gennaio in seguito agli eventi rivoluzionari, decise di raggiungere Leopoldo a Porto Santo Stefano insieme agli ambasciatori di Prussia, Svezia e Spagna e al nunzio apostolico. Il granduca accolse con gratitudine l'offerta di Carlo Alberto, che gli prometteva appoggio militare per il ritorno sul trono granducale.

Poche ore dopo, tuttavia, influenzato dalla corte, Leopoldo cambiò idea e fece richiamare Villamarina, al quale comunicò che sarebbe partito per Gaeta. Seguì una disputa fra i due: Leopoldo supplicava Villamarina di partire per revocare l'impegno e fermare le truppe piemontesi (qualora si fossero messe in marcia) mentre Villamarina si rifiutava di lasciare Porto Santo Stefano.

Diffusasi la notizia della proclamazione della repubblica a Firenze, Leopoldo riconvocò il corpo diplomatico e sostenne che, a quel punto, non c'era più nulla da fare. Villamarina gli ricordò invano che anche il Regno Unito e la Francia erano favorevoli alla soluzione piemontese. Contattò quindi il capitano Henry Codrington (1808-1877) della fregata britannica Thetis che era stata predisposta per accogliere Leopoldo e la sua famiglia, e si accordò affinché il granduca non fosse imbarcato nel caso avesse voluto dirigersi altrove che a La Spezia.

Nell'impossibilità di salire sulla Thetis, Leopoldo e il suo seguito non esitarono a imbarcarsi sulla più modesta Bouldog, predisposta per i servitori e i bagagli. Era il 20 febbraio 1849. Villamarina non si diede per vinto e, a bordo della Bouldog, fece un ultimo tentativo: sostenne che vi fossero ancora le truppe lealiste del generale De Laugier, il quale avrebbe potuto assumere il comando anche di quelle piemontesi e riconquistare Firenze. La famiglia di Leopoldo, intanto, sarebbe riparata a Gaeta e lui, ristabilito l'ordine, sarebbe agevolmente rientrato da Porto Santo Stefano a Palazzo Pitti. Il granduca accettò.

Quando però Villamarina, insieme al resto del corpo diplomatico, tornò da Leopoldo per sottoporgli la nota preparata, questi, ancora una volta influenzato dalla corte, aveva cambiato idea. Adducendo il timore di perdere il trono e la vita, dichiarò di aver deciso definitivamente di partire per Gaeta. A nulla valsero le argomentazioni degli ambasciatori di Svezia e Prussia e l'indignazione di Villamarina. Di fronte all'obiezione del granduca di non disporre di un governo che controfirmasse le sue decisioni, il marchese propose di nominare ministro della Guerra un generale del seguito, costituendo così un governo provvisorio e rispettando formalmente le norme costituzionali. Leopoldo perse completamente la calma e, dopo nuove rimostranze degli ambasciatori, congedò l'intero corpo diplomatico. Partì quindi per Gaeta.

La restaurazione

Partito a sua volta per la Liguria, il 22 febbraio 1849 Villamarina inviò da Varignano una relazione a Torino sulla vicenda di Leopoldo II. In seguito alla sconfitta piemontese nella prima guerra d'indipendenza e all'invasione austriaca della Toscana, prevedendo la restaurazione di Leopoldo, chiese di lasciare definitivamente Firenze. Il nuovo re Vittorio Emanuele II gli domandò invece di rimanere al proprio posto, per dimostrare che il Piemonte, pur sconfitto, non rinunciava ai principi e alla politica per i quali era sceso in guerra.

Villamarina acconsentì e, come previsto dall'etichetta diplomatica, dovette recarsi fino a Lucca per ricevere Leopoldo, che, con l'aiuto austriaco, rientrò il 28 luglio 1849 a Palazzo Pitti. Rimase a Firenze come ambasciatore del Piemonte fino al 31 dicembre 1852, mantenendo un atteggiamento risoluto nei confronti dell'occupazione austriaca e del granduca. Meno di quattro mesi dopo la conclusione dell'incarico ricevette la croce di grande ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Ambasciatore a Parigi (1853-1859)

Le benemerenze acquisite in Toscana spinsero, tra la fine di agosto e l'ottobre del 1852, il presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio a destinare Villamarina alla delicata sede diplomatica di Francia, dove il 2 dicembre 1851 Napoleone III aveva assunto poteri dittatoriali. Le relazioni tra Piemonte e Francia, precedentemente deterioratesi, migliorarono pochi mesi dopo l'arrivo del marchese all'ambasciata di Parigi e Cavour, succeduto a D'Azeglio, gli attribuì il merito dei progressi compiuti.

La capacità diplomatica di Villamarina fu utilizzata anche nella politica interna quando, durante la crisi generata dalla legge sui conventi, Vittorio Emanuele II lo richiamò temporaneamente da Parigi affinché, insieme a Giacomo Durando, lo aiutasse a formare il nuovo governo, costituito il 4 maggio 1855.

Il Congresso di Parigi

Lo stesso argomento in dettaglio: Congresso di Parigi.
Il Congresso di Parigi del 1856. Fra i delegati sono ritratti Cavour, primo a sinistra, e Villamarina, ultimo a destra.

Scoppiata nel 1853 fra l'Impero russo e l'Impero ottomano, nel 1854 la Guerra di Crimea assunse proporzioni più ampie con l'intervento della Francia e del Regno Unito a favore degli ottomani. Cavour e Villamarina furono tra gli uomini politici più determinati a favorire l'ingresso nel conflitto del Regno di Sardegna contro la Russia.

In tale occasione Villamarina si adoperò a Parigi per valorizzare l'intervento piemontese al fianco della Francia, ottenendo nello stesso tempo le condizioni richieste dal governo di Torino. La sua attività contribuì alla conclusione del trattato che sancì l'ingresso del Regno di Sardegna nell'alleanza anglo-francese e nella guerra di Crimea, sottoscritto a Torino il 26 gennaio 1855. Per il suo contributo ricevette dall'imperatore Napoleone III il gran cordone della Legion d'onore.

La guerra ebbe esito positivo e, anche grazie al lavoro diplomatico di Villamarina, il Piemonte ottenne di partecipare al successivo Congresso di Parigi, unica piccola nazione ammessa tra le grandi potenze. Giunto nella capitale francese angosciato e incerto, Cavour trovò nel marchese un esperto del contesto diplomatico e un uomo capace di incoraggiarlo e sostenerlo, tanto che il conte, partito con l'intenzione di concludere la propria vita politica dopo quell'esperienza, esclamò: «Villamarina mi ridà la vita!».

Al congresso, al quale partecipò anche l'Impero austriaco, il Piemonte non ottenne vantaggi materiali, ma gli fu riconosciuto dalla Francia e dalla Gran Bretagna il ruolo di nazione guida in Italia degli ideali di libertà e indipendenza. La cosiddetta «questione italiana» fu così posta per la prima volta all'attenzione dell'Europa. Nel maggio del 1856, un mese dopo la conclusione del congresso, Vittorio Emanuele II nominò Villamarina senatore del Regno.

I rapporti con la Francia

Il Congresso di Parigi lasciò aperte numerose questioni specifiche, per la cui soluzione si riunirono nella capitale francese due conferenze, rispettivamente nel 1857 e nel 1858. Vi parteciparono tutte le nazioni presenti al congresso del 1856; unico delegato del Regno di Sardegna fu il marchese di Villamarina.

Inizialmente Villamarina mantenne una posizione di neutralità che soddisfece Napoleone III e contribuì alla risoluzione delle questioni riguardanti la libera navigazione del Danubio e del Mar Nero e la definizione dei nuovi confini della Bessarabia. Nel 1858 la seconda conferenza affrontò il nuovo assetto dei Principati danubiani. In quella sede Villamarina sostenne la posizione francese favorevole alla loro unione, senza tuttavia entrare in contrasto con il Regno Unito, che appoggiava la soluzione opposta. La sua abilità fu riconosciuta da Cavour in una lettera del 20 giugno 1858.

Il rafforzamento dell'amicizia fra Torino e Parigi condusse nel 1859 prima all'alleanza sardo-francese e poi alla seconda guerra di indipendenza, conclusasi con l'armistizio di Villafranca. Il marchese condivise la reazione di Cavour alla decisione francese di interrompere le ostilità con l'Austria, lasciandole il Veneto e, dopo un diverbio con il ministro degli Esteri francese Walewski, rassegnò le dimissioni in ottobre, pur lasciando ufficialmente l'incarico soltanto il 28 marzo 1860.

Luogotenente in Lombardia (1859-1860)

Annessa la Lombardia dopo la Pace di Zurigo del novembre 1859, il ministro dell'interno Urbano Rattazzi nominò Villamarina luogotenente a Milano. Il marchese vi rimase per breve tempo, sia perché insofferente a una carica che riteneva non consona all'unità del Regno, sia perché Vittorio Emanuele II intendeva impiegare la sua esperienza in compiti più delicati. Poche settimane dopo l'investitura fu quindi inviato da Milano a Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie.

Ambasciatore a Napoli (1860-1861)

Nel 1860 Villamarina partì per Napoli con l'incarico di ambasciatore.
Francesco II rifiutò la proposta di un'alleanza con Torino. Ci ripensò dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia.

Inizialmente Villamarina esitò ad accettare l'incarico, data la fama di illiberale del nuovo re Francesco II di Borbone, il quale, d'altro canto, era prevenuto nei confronti del marchese a causa dei suoi precedenti nel Granducato di Toscana.

Dopo le insistenze di Vittorio Emanuele II, tuttavia, accettò e nel gennaio 1860 partì per Napoli con il compito di assumere la carica di ambasciatore del Regno di Sardegna. Inizialmente gli fu affidato il compito di muoversi con dignità e prudenza fra le fazioni liberali e filoborboniche, con l'obiettivo di favorire l'avvicinamento tra i due governi e tra le popolazioni dell'Italia meridionale e settentrionale.

Il progetto di alleanza, finalizzato al consolidamento del fronte italiano contro le potenze straniere, fallì per l'estrema diffidenza di Francesco II. Nel marzo Villamarina comunicò inoltre a Cavour di aver scoperto un complotto, nel quale sarebbe stato coinvolto anche Napoleone III, che prevedeva un intervento dell'esercito borbonico nelle Marche. L'azione, da attuarsi in accordo con lo Stato Pontificio, avrebbe messo in pericolo le recenti vittorie politiche del Piemonte nell'Italia centrale. Il marchese protestò energicamente con il governo napoletano e si dichiarò pronto a rientrare a Torino qualora l'intervento armato fosse stato realizzato. Il piano non ebbe infine seguito, probabilmente anche in conseguenza delle sue rimostranze.

Verso l'impresa dei Mille

Intanto si preparava l'Impresa dei Mille e Cavour, il 30 marzo 1860, espresse a Villamarina la propria preoccupazione per il futuro ruolo della Francia di fronte alla possibilità per il Piemonte di annettere pacificamente, dopo il Granducato di Toscana, anche il Regno delle Due Sicilie.

Il 14 aprile il marchese rispose che le masse napoletane erano ostili alla Francia e che, pertanto, quest'ultima aveva poche o nessuna possibilità di assumere il controllo della situazione nel Mezzogiorno. Quanto all'annessione pacifica, espresse un giudizio negativo: Francesco II aveva l'esercito dalla propria parte e il governo disponeva della forza necessaria per contenere agevolmente la popolazione. Tuttavia, sfruttando il movimento annessionista presente in Sicilia, dopo aver trionfato a Palermo sarebbe stato possibile, a suo giudizio, prevalere anche a Napoli. In merito ai rapporti internazionali e alle eventuali reazioni delle potenze straniere, Villamarina segnalò che l'Impero russo avrebbe potuto reagire negativamente, pur essendo convinto che avrebbe finito per accettare gli eventi a causa della propria avversione verso l'Austria, la potenza più vicina ai Borbone. Il Regno Unito, invece, non avrebbe rappresentato un pericolo, poiché un plebiscito successivo all'annessione avrebbe rassicurato il governo di Londra.

Contro la Lega sardo-napoletana

Dopo lo sbarco garibaldino a Marsala l'11 maggio 1860 e l'inizio della rivolta in Sicilia, la corte borbonica cominciò a concedere riforme liberali e a proporre una Lega sardo-napoletana, l'alleanza con il Piemonte precedentemente osteggiata.

Villamarina, pur riconoscendo l'impossibilità di sottrarsi alle trattative, sollecitò il ministro degli Esteri napoletano Giacomo De Martino ad allontanare dalla corte la regina madre Maria Teresa e quanti cospiravano con l'Austria e lo Stato Pontificio. Si trattava in realtà, visto il successo della rivoluzione siciliana, di espedienti volti a guadagnare tempo e a rendere impossibile l'attuazione della lega. Villamarina era infatti decisamente contrario all'accordo e lo sconsigliò al governo di Torino anche quando Francesco II di Borbone sembrò rassegnarsi alla perdita della Sicilia. Espresse con particolare fermezza tale posizione in una lettera indirizzata a Cavour il 22 luglio.

Il piano di Cavour di rivolta a Napoli

Prima dell'arrivo di Garibaldi a Napoli Cavour progettò una rivolta per consegnare la città a Vittorio Emanuele II.
Villamarina non approvò il piano di sollevazione di Napoli che in seguito fallì.

Inizialmente scettico circa la possibilità di una ribellione nella capitale del Regno delle Due Sicilie, alla fine di luglio del 1860 Cavour cominciò a mutare opinione, mentre Giuseppe Garibaldi, conquistata la Sicilia, si preparava a sbarcare in Calabria. Il cambiamento fu favorito dalla decisione del generale napoletano Alessandro Nunziante di mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele II.

Cavour comunicò quindi a Villamarina un progetto di rivolta popolare che avrebbe dovuto consegnare Napoli a Vittorio Emanuele anziché a Garibaldi, del quale temeva possibili derive mazziniane. Villamarina, tuttavia, il 23 luglio gli aveva già inviato una lettera volta a rassicurarlo.

Nonostante le valutazioni di Villamarina, il piano di Cavour proseguì. Gli uomini designati per attuarlo furono l'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, il patriota beneventano Nicola Nisco, il generale Nunziante e il ministro liberale napoletano Liborio Romano.

Villamarina, che aveva costruito una rete di agenti della quale costituiva il principale punto di riferimento, dopo l'arrivo di Persano a Napoli, avvenuto il 3 agosto 1860, si affrettò ad avvisare Cavour che Nisco aveva una cattiva reputazione, che Nunziante non esercitava alcuna influenza sulle truppe e che Liborio Romano era ancora indeciso se schierarsi o meno con i Savoia. «A rigore», concludeva Villamarina riferendosi alla rivolta, «si potrebbe anche sollevarlo a Napoli, ma bisognerebbe tenere conto del fatto che, entro sei ore, avremmo addosso 40.000 uomini e verrebbe sparso un fiume di sangue, senza certezza di successo».

Dopo questa lettera, Cavour raccomandò agli agenti con i quali corrispondeva direttamente di ascoltare Villamarina, ma, in caso di divergenze, di attenersi alle istruzioni di Persano. Il piano fallì infine perché il ministro degli Esteri De Martino rivelò al re le intenzioni di Nunziante, che fu costretto alla fuga, mentre Liborio Romano non manifestò mai una chiara volontà di schierarsi apertamente con la causa sabauda.

Cavour non si scoraggiò e, il 27 agosto 1860, scrisse nuovamente a Villamarina proponendo un colpo di mano militare volto a impedire la presa del potere da parte di Garibaldi. Gli eventi tuttavia precipitarono: Francesco II lasciò Napoli e Garibaldi vi entrò da trionfatore il 7 settembre.

Tre giorni dopo, constatate le intenzioni concilianti di Garibaldi nei confronti di casa Savoia, Cavour si congratulò con Villamarina in una lettera nella quale si dichiarava entusiasta della svolta assunta dagli eventi nel Mezzogiorno. Il 17 settembre un gruppo di liberali napoletani guidati da Antonio Ranieri consegnò al marchese un attestato di gratitudine per l'opera svolta in quella delicata fase storica, mentre numerosi altri riconoscimenti gli furono tributati da diverse città meridionali.

Garibaldi e la battaglia del Volturno

Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Volturno.
La Battaglia del Volturno, alla quale parteciparono reparti piemontesi che Villamarina, contravvenendo agli ordini di Cavour, concesse a Garibaldi.

Durante la luogotenenza di Garibaldi, o, come veniva definita, la sua «dittatura», Villamarina intrattenne con il generale ottimi rapporti. Non esitò tuttavia a riferire a Cavour i progetti garibaldini di avanzare verso Roma e il Veneto, mettendolo in allarme. Tali iniziative avrebbero infatti gravemente compromesso le relazioni del Piemonte con le potenze europee, presso le quali già si sospettava una segreta complicità fra casa Savoia e Garibaldi.

Il Regno di Sardegna era ufficialmente neutrale nel conflitto fra il Regno delle Due Sicilie e i garibaldini, rendendo particolarmente delicata la posizione di Villamarina. Ciononostante, il marchese si dotò di un reparto di truppe piemontesi che, senza prendere parte ai combattimenti, contribuì al mantenimento dell'ordine a Napoli. Per evitare conseguenze diplomatiche, chiese e ottenne da Garibaldi una lettera con la quale questi richiedeva lo sbarco di tali reparti. Il documento sarebbe stato esibito qualora una potenza straniera avesse chiesto spiegazioni sulla loro presenza.

Cavour, con una lettera del 17 settembre 1860, dispose che tali truppe mantenessero la più completa neutralità e annunciò l'arrivo del loro comandante, destinato ad agire sotto la direzione di Villamarina.

Pur agendo con cautela, Villamarina contravvenne agli ordini ricevuti. Dapprima mise a disposizione del generale garibaldino Enrico Cosenz alcuni artiglieri, che distrussero una postazione di cannoni borbonici; successivamente, nella confusione delle notizie giunte durante le prime fasi della Battaglia del Volturno, superò ogni esitazione e concesse a Garibaldi due compagnie di Bersaglieri e due di fanteria. I reparti, comandati dal colonnello Santa Rosa, partirono tra la mezzanotte e le due del 2 ottobre 1860 alla volta di Caserta e, dalla mattina, parteciparono alle fasi conclusive e vittoriose dello scontro.

Dopo la battaglia del Volturno, Garibaldi dichiarò: «Oh! Questa volta vedo chiaramente che il Piemonte è sincero e che i piemontesi sono veri fratelli». Scrisse quindi a Vittorio Emanuele II, invitandolo a Napoli e manifestando grande soddisfazione per l'imminente arrivo di altri reparti piemontesi. Contemporaneamente Villamarina fece imbarcare la delegazione della municipalità di Napoli diretta a Livorno e, successivamente, ad Ancona, dove avrebbe incontrato Vittorio Emanuele. Il successo consentì a Villamarina di scrivere già il 5 ottobre a Cavour, ammettendo di aver agito contro gli ordini ricevuti, ma affermando che Garibaldi era ormai schierato con il Piemonte e che l'annessione del Regno delle Due Sicilie poteva considerarsi compiuta.

La riconoscenza di Vittorio Emanuele II

Busto di Villamarina nel giardino di aiuola Balbo a Torino.

Re Vittorio Emanuele II volle ringraziare personalmente Villamarina per l'opera svolta e lo incontrò a Giulianova, nell'ottobre 1860, durante il viaggio verso Napoli. In quei giorni il marchese incontrò anche Luigi Carlo Farini, che gli comunicò di aver ricevuto la luogotenenza di tutte le province meridionali, facendogli comprendere che il suo compito era ormai concluso. Giunto a Napoli alcuni giorni prima del re, il 9 novembre 1860 Villamarina ricevette la più alta onorificenza di Casa Savoia, l'Ordine supremo della Santissima Annunziata. Quasi contemporaneamente, il Decurionato di Napoli gli conferì la cittadinanza onoraria.

Gli ultimi tempi (1861-1877)

I numerosi incarichi ricoperti da Villamarina gli impedirono di prestare giuramento quale senatore del Regno fino al 6 febbraio 1861, sebbene la nomina fosse avvenuta già nel 1856. Dopo il trasferimento della capitale prima a Firenze e successivamente a Roma, partecipò solo sporadicamente ai lavori del Senato, pur intervenendo nelle occasioni di maggiore rilievo. Tra i suoi discorsi parlamentari si ricordano quello pronunciato nel gennaio 1871 a favore dell'immediato trasferimento della capitale a Roma e quello, dell'aprile dello stesso anno, contrario alla Legge delle Guarentigie.

Nell'aprile del 1862, su diretta proposta di Vittorio Emanuele II, accettò la nomina a prefetto di Milano, incarico che mantenne fino al febbraio 1868. Durante il suo mandato affrontò l'epidemia del cosiddetto "morbo asiatico", che colpì la provincia di Milano negli anni 1865 e 1866, ricevendo per l'opera svolta un attestato di benemerenza dalla Commissione sanitaria.

Collocato a riposo dall'incarico di prefetto nel 1868 dal ministro dell'interno Carlo Cadorna, fece ritorno a Torino, dove continuò a dedicarsi alla vita pubblica. Fu consigliere comunale, membro dell'amministrazione dell'ospedale cittadino, presidente del circolo torinese della Lega italiana d'insegnamento e, nel 1875, divenne il primo presidente nazionale del Comizio dei veterani delle guerre combattute negli anni 1848-1849 per l'unità e l'indipendenza d'Italia, sodalizio considerato il diretto antesignano dell'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon. Rimase attivo fino agli ultimi giorni della sua vita: morì improvvisamente il 14 maggio 1877, nelle stesse ore in cui la Camera dei deputati riceveva da Torino una petizione da lui sottoscritta in favore dei veterani del Risorgimento.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Onorificenze straniere

Note

  1. 1 2 PES DI VILLAMARINA Salvatore – Commemorazione, su Archivio storico del Senato della Repubblica. URL consultato il 7 ottobre 2026.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 PES DI VILLAMARINA Salvatore, su notes9.senato.it. URL consultato il 4 agosto 2026.
  3. ↑ Il repertorio anagrafico dell'Archivio storico del Senato riporta l'11 agosto 1808; tuttavia, la commemorazione pronunciata in Senato da Sebastiano Tecchio nel 1877 afferma espressamente che Pes di Villamarina «era nato il 31 dell'agosto 1808», data adottata anche da Umberto Levra nel Dizionario biografico degli Italiani. PES DI VILLAMARINA Salvatore – Dati anagrafici e curriculum, su Archivio storico del Senato della Repubblica. URL consultato il 7 ottobre 2026.; PES DI VILLAMARINA Salvatore – Commemorazione, su Archivio storico del Senato della Repubblica. URL consultato il 7 ottobre 2026.; Umberto Levra, PES, Salvatore, marchese di Villamarina, su Dizionario biografico degli Italiani, vol. 82, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015. URL consultato il 7 ottobre 2026.
  4. 1 2 Umberto Levra, PES, Salvatore, marchese di Villamarina, su Dizionario biografico degli Italiani, vol. 82, Treccani, 2015. URL consultato il 7 ottobre 2026..
  5. ↑ Sebastiano Tecchio, PES DI VILLAMARINA Salvatore – Commemorazione, su Senato della Repubblica, 26 novembre 1877. URL consultato il 7 ottobre 2026., passaggi sulla formazione universitaria e sulla pratica forense.
  6. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 40-42.
  7. ↑ Ritratto di profilo di Carlo Alberto Salvatore di Villamarina – stele funeraria, su Catalogo generale dei Beni Culturali, Ministero della cultura. URL consultato il 7 ottobre 2026.
  8. ↑ Scheda OA 0900449166 – stele funeraria di Salvatore di Villamarina (PDF), su SIGECweb, Ministero della cultura, p. 3. URL consultato il 7 ottobre 2026.
  9. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 48-52.
  10. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 53-57, 61-63.
  11. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 63-64.
  12. ↑ L'immagine mostra l'imbarcazione dopo il suo passaggio, avvenuto nel 1855, alla Marina prussiana.
  13. ↑ Il repertorio del Senato distingue l’incarico di incaricato d’affari, concluso il 9 gennaio 1849, da quello di inviato straordinario e ministro plenipotenziario, iniziato nella medesima data. PES DI VILLAMARINA Salvatore – Dati anagrafici e curriculum, su Senato della Repubblica. URL consultato il 7 ottobre 2026..
  14. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 67-70.
  15. ↑ Archi, Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia, Rocca San Casciano, 1965, pp. 161-162.
  16. ↑ Quando il granduca lo avvisò che avrebbe pagato per le sue azioni, il marchese rispose: «Pagherò, intanto resto!».
  17. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 70-72.
  18. ↑ Archi, Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia, Rocca San Casciano, 1965, p. 162.
  19. ↑ A quel punto Villamarina batté il pugno sul tavolo e mormorò, in modo che i colleghi lo sentissero: «Se i principi fossero tutti di tempra simile a costui, io mi battezzerei repubblicano!».
  20. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 73-75.
  21. ↑ La fonte citata riporta questo francesismo, ma è molto probabile che l'imbarcazione inglese si chiamasse Bulldog.
  22. ↑ Quel giorno ripartiva da Porto Santo Stefano la nave borbonica con gli emissari del papa, che avevano ottenuto la risposta irrevocabile di Leopoldo a rifugiarsi a Gaeta.
  23. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 75-77.
  24. ↑ «Io di siffatte paure poco me ne intendo; i piemontesi non costumano badare a tali e anche maggiori pericoli quando siano travolte in mala fortuna la dinastia, lo Stato e la patria».
  25. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 77-80.
  26. ↑ Tra l'altro scriveva: «È impossibile poter rappresentare l'ammasso di doppiezza, di bassezza e di vigliaccheria di cui ha fatto mostra in questa circostanza questo principe».
  27. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 80-82.
  28. ↑ Nella reggia tra i due si svolse il seguente colloquio: Leopoldo: «Eccomi, signor marchese, ritornato nei miei Stati: è la quarta volta, sa? Che io ne fuggo in vita mia: la quarta che vi rientro». Villamarina: «Badi di non fuggire una quinta; ché dal ritornare non ne sarebbe più nulla». Dieci anni dopo la previsione del marchese si avverò: Leopoldo, allontanato da Firenze, non vi fece più ritorno.
  29. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 83, 105.
  30. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 85, 89-90.
  31. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 93-94.
  32. ↑ Dipinto di Édouard Louis Dubufe.
  33. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 101-102, 104-105.
  34. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 106-108.
  35. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, p. 110.
  36. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 112-114, 117-118.
  37. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, p. 128.
  38. ↑ Nel periodo dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1860 il presidente del Consiglio fu Alfonso La Marmora; Urbano Rattazzi ricoprì il Ministero dell’interno. I Governo La Marmora, su Camera dei deputati – Portale storico. URL consultato il 7 ottobre 2026..
  39. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 134-135.
  40. ↑ La carica effettivamente assunta fu quella di «incaricato d'affari».
  41. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 137, 139-140.
  42. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 140-142, 144.
  43. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 150-156.
  44. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 158-159.
  45. ↑ Tra l'altro Villamarina scriveva: «Garibaldi rappresenta nello spirito di questa popolazione il delegato di Vittorio Emanuele: è in questa predisposizione che il popolo lo attende con impazienza. […] il nostro Re non può mettere in discussione la devozione illimitata di Garibaldi alla sua augusta persona, e a Napoli, credete caro Conte, il mazzinismo, la rivoluzione come la intende o meglio come ha l'aria di intenderla [il ministro degli Esteri napoletano] De Martino (che vuole avere successo) è impossibile. […] Garibaldi arriverà come una valanga […]. La sua luogotenenza non durerà che pochi giorni, 15 giorni forse, il tempo necessario per votare con la più grande libertà e la legalità più scrupolosa, da parte di un plebiscito, più che da un'assemblea. Il voto sarà eclatante, vi prometto, e capace di imporsi all'Europa intera, e di facilitarci l'immediata accettazione [dell'annessione]. […] Non esito a dichiarare che mettendo da parte Garibaldi si rischia di far nascere un movimento anarchico che fornirà alla Francia l'occasione di sbarcare le sue truppe […]. Questa è la fase più delicata che abbia mai attraversato la questione italiana». Cavour, Epistolario, vol. XVII (1860), tomo III (21 giugno-12 agosto), pp. 1406-1409, Olschki, Firenze, 2005.
  46. ↑ Tra gli altri vi figuravano Luigi Mezzacapo, Ignazio Ribotti, Emilio Visconti Venosta, Giuseppe Finzi e, successivamente, Giuseppe Devincenzi.
  47. ↑ Jaeger, Francesco II di Borbone, Milano, 1982, pp. 40-41.
  48. ↑ Jaeger, Francesco II di Borbone, Milano, 1982, pp. 44-45.
  49. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, p. 170.
  50. ↑ L'attestato era indirizzato al «Sig. Marchese di Villamarina, Ambasciatore di Sardegna presso il Regno delle Due Sicilie» e recitava: «Ed ancora a voi, italianissimo Signore! Tutte le quindici province del Continente Meridionale d'Italia sentono il bisogno di esprimere le più fervide azioni di grazia per la prudenza e la sapienza onde vi siete governato durante la vostra ambasceria […] Voi vi siete mischiato (e sempre con amabile dignità) fra tutti gli ordini di questa popolosa Metropoli, ne avete considerato le virtù e i difetti, e ne avete computate le speranze e i timori rispettivamente al santo scopo cui tutti intendevamo. […] E con la sola vostra presenza avete saputo scoraggiare la tirannide e la demagogia, ed incoraggiare coloro che volevano il vero bene […] Ora che questa grande e bella parte d'Italia è già unificata colla madre comune, e che le virtù patrie ne diventeranno più intere, anche alle vostre virtù sarà renduto [sic] quel giusto culto che invano si sarebbe sperato nei reggimenti caduti».
  51. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 172-173, 175.
  52. ↑ Jaeger, Francesco II di Borbone, Milano, 1982, p. 80.
  53. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 175-177.
  54. ↑ Nel messaggio Cavour scriveva: «Il progetto di attaccare i francesi [in difesa di Roma] annunciato all'Europa ci obbliga a separare la nostra causa da quella di Garibaldi […] Mantenetevi sulla più stretta riserva. Vigilate affinché le nostre truppe non siano assolutamente compromesse […] Vi spedisco il [vascello] Tripoli con il colonnello Santa Rosa che avrà il comando supremo delle truppe sotto la vostra direzione. […] Fate per il meglio e preparatevi a tenervi in buoni rapporti con Garibaldi senza compromettere il Re».
  55. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, p. 178.
  56. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 179-183.
  57. ↑ Giuseppe Garibaldi, Memorie, Giunti, Firenze, 1982, pp. 396-397.
  58. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 184-185.
  59. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 189-190.
  60. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, p. 204.
  61. ↑ Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 195-197.
  62. ↑ Alfonso Marini Dettina, Storia e ruolo della Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, Roma, Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, 2009.
  63. ↑ Per la petizione e l’attività a favore dei veterani, si veda Sebastiano Tecchio, PES DI VILLAMARINA Salvatore – Commemorazione, su Senato della Repubblica, 26 novembre 1877. URL consultato il 7 ottobre 2026., parte conclusiva dell’intervento, negli Atti parlamentari. Discussioni.
  64. 1 2 3 4 5 6 Calendario reale per l'anno 1861, Ceresole e Panizza, Torino, s.d. ma 1861, pp. 173, 196.
  65. Nel trattato di Parigi del 30 marzo 1856 Pes di Villamarina è qualificato come «Grand Officier de l'Ordre Impérial de la Légion d'Honneur»; il successivo Calendario reale del 1861 lo registra invece con il grado di Gran Croce. Il repertorio dell'Archivio storico del Senato riporta tuttora il precedente grado di grande ufficiale.
  66. ↑ Nel trattato di Parigi del 30 marzo 1856 Pes di Villamarina è qualificato come «Grand Officier de l'Ordre Impérial de la Légion d'Honneur»; il successivo Calendario reale del 1861 lo registra invece con il grado di Gran Croce. Il repertorio dell'Archivio storico del Senato riporta tuttora il precedente grado di grande ufficiale.

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