| Salvatore Pes di Villamarina | |
|---|---|
| Nascita | Cagliari, 31 agosto 1808 |
| Morte | Torino, 14 maggio 1877 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | Regia Armata Sarda |
| Arma | Cavalleria |
| Unità | Reggimento "Aosta Cavalleria" |
| Anni di servizio | 1832 – 1848 |
| Grado | |
| Comandanti | Carlo Alberto di Savoia |
| Altre cariche | Ambasciatore, prefetto, senatore del Regno |
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Salvatore Raimondo Gianluigi Pes, marchese di Villamarina e barone dell’Isola Piana, noto come il marchese di Villamarina o semplicemente come Villamarina (Cagliari, 31 agosto 1808 – Torino, 14 maggio 1877), è stato un diplomatico, politico e militare italiano.
Fu ambasciatore a Firenze (Granducato di Toscana) dal 1848 al 1852, a Parigi (Secondo Impero francese) dal 1853 al 1859 e a Napoli (Regno delle Due Sicilie) dal 1860 al 1861.
Durante la missione diplomatica a Firenze contribuì alla decisione del granduca Leopoldo II di Toscana di aderire alla prima guerra d'indipendenza italiana a fianco dello Stato sabaudo. In seguito, tuttavia, non riuscì a impedire che, dopo i moti mazziniani nel Granducato, Leopoldo II abbandonasse la Toscana rifugiandosi nel Regno delle Due Sicilie.
Nel 1856 partecipò, insieme a Camillo Benso, conte di Cavour, al Congresso di Parigi e fu l'unico rappresentante del Regno di Sardegna a prendere parte alle successive conferenze di approfondimento.
Nominato ambasciatore a Napoli nel 1860, si oppose al progetto di Cavour di promuovere un'insurrezione filopiemontese nella città per impedire la presa del potere da parte di Giuseppe Garibaldi. Successivamente, contravvenendo alle istruzioni di Cavour, che imponevano la neutralità fra borbonici e garibaldini, mise a disposizione di questi ultimi un reparto piemontese in occasione della Battaglia del Volturno, contribuendo ad avvicinare Garibaldi al governo sabaudo e a favorire il processo di unificazione nazionale.
Salvatore Pes di Villamarina era figlio di Emanuele, generale, ministro e consigliere di Carlo Alberto, e di Teresa Sanjust di San Lorenzo. A otto anni si trasferì con i genitori da Cagliari a Torino, dove frequentò il collegio dei Gesuiti. Nel 1828 si laureò in giurisprudenza, conseguendo i titoli in diritto civile e canonico, ed esercitò la professione per un paio d'anni.
Dal 1830 al 1832 prestò servizio come apprendista volontario presso il Ministero degli Esteri; entrato successivamente nell'esercito, conseguì dapprima il grado di sottotenente nella brigata Casale e, nel 1838, quello di tenente nel reggimento Aosta Cavalleria.
Collaborò con il padre presso il Ministero della Guerra fino al 1844, quando fu nominato segretario del Consiglio dei ministri. Gli fu riconosciuto il grado di maggiore e, in seguito al ritiro del padre, fu nominato consigliere di legazione.
Nel 1833 sposò in prime nozze Melania Taparelli dei conti d'Azeglio, figlia del senatore Roberto. Dopo la morte di Melania, avvenuta nel 1841, Villamarina sposò Caterina Pilo Boyl di Putifigari. Dal primo matrimonio nacquero due figli: nel 1834 Emanuele, che intraprese la carriera diplomatica e sposò Paola Rignon, e nel 1838 Isabella, che sposò il marchese Emanuele Thaon di Revel e Sant'Andrea. Del secondo matrimonio le biografie non riportano prole. Tuttavia nel complesso di Santa Croce, a Firenze, una stele funeraria datata 1851 è dedicata al bambino Carlo Alberto di Villamarina di Caterina Boyl, morto il 19 luglio 1851, prima di aver compiuto tre anni.
In previsione della guerra contro l'Austria, nel 1848 Villamarina chiese di poter partire con l'esercito; tuttavia re Carlo Alberto, che lo aveva già impiegato in missioni a Parigi, Berlino e Milano, lo nominò incaricato d'affari e lo inviò a Firenze. Poco tempo dopo lo promosse anche colonnello. La missione nel Granducato di Toscana, iniziata il 23 maggio 1848, aveva lo scopo di convincere il granduca Leopoldo II ad appoggiare la causa sabauda.
Pur essendo stato accolto con entusiasmo a Livorno quale portatore di idee liberali, Villamarina, non avendo ancora presentato le credenziali al granduca, invitò la folla all'ordine e alla calma. Altre manifestazioni di entusiasmo si verificarono lungo il tragitto verso Firenze, dove il marchese trovò tuttavia un ambiente di corte prevalentemente filoaustriaco. Alla prudenza di Leopoldo e della seconda moglie di suo padre Ferdinando III di Toscana, la conservatrice Maria Ferdinanda di Sassonia, si aggiungeva l'influenza della moglie del granduca, la cattolicissima Maria Antonia, sorella di Ferdinando II di Borbone.
Nonostante il difficile contesto, Villamarina operò efficacemente e, dopo aver promesso a Leopoldo compensi in caso di sconfitta dell'Austria, ottenne l'intervento toscano a favore del Regno di Sardegna. Conclusasi tragicamente per gli italiani la prima guerra d'indipendenza, all'inizio del 1849 Leopoldo dovette affrontare i moti rivoluzionari mazziniani. A Firenze tutte le ambasciate furono prese d'assalto, a eccezione di quelle inglese e sabauda, che Villamarina dichiarò di voler difendere con le armi, se fosse stato necessario.
Rifugiatosi il granduca a Porto Santo Stefano, rimase indeciso se prendere o meno la via di Gaeta, in territorio borbonico, dove si era rifugiato anche Pio IX. Da Torino Villamarina ricevette l'incarico di trattenerlo in Toscana o, in alternativa, di condurlo in Piemonte. Se infatti Leopoldo avesse abbandonato la patria per rifugiarsi presso una potenza conservatrice, vi sarebbe tornato con gli austriaci.

Nel febbraio 1849, per contrastare le iniziative austriache, Villamarina, nonostante la sua carica fosse decaduta il 9 gennaio in seguito agli eventi rivoluzionari, decise di raggiungere Leopoldo a Porto Santo Stefano insieme agli ambasciatori di Prussia, Svezia e Spagna e al nunzio apostolico. Il granduca accolse con gratitudine l'offerta di Carlo Alberto, che gli prometteva appoggio militare per il ritorno sul trono granducale.
Poche ore dopo, tuttavia, influenzato dalla corte, Leopoldo cambiò idea e fece richiamare Villamarina, al quale comunicò che sarebbe partito per Gaeta. Seguì una disputa fra i due: Leopoldo supplicava Villamarina di partire per revocare l'impegno e fermare le truppe piemontesi (qualora si fossero messe in marcia) mentre Villamarina si rifiutava di lasciare Porto Santo Stefano.
Diffusasi la notizia della proclamazione della repubblica a Firenze, Leopoldo riconvocò il corpo diplomatico e sostenne che, a quel punto, non c'era più nulla da fare. Villamarina gli ricordò invano che anche il Regno Unito e la Francia erano favorevoli alla soluzione piemontese. Contattò quindi il capitano Henry Codrington (1808-1877) della fregata britannica Thetis che era stata predisposta per accogliere Leopoldo e la sua famiglia, e si accordò affinché il granduca non fosse imbarcato nel caso avesse voluto dirigersi altrove che a La Spezia.
Nell'impossibilità di salire sulla Thetis, Leopoldo e il suo seguito non esitarono a imbarcarsi sulla più modesta Bouldog, predisposta per i servitori e i bagagli. Era il 20 febbraio 1849. Villamarina non si diede per vinto e, a bordo della Bouldog, fece un ultimo tentativo: sostenne che vi fossero ancora le truppe lealiste del generale De Laugier, il quale avrebbe potuto assumere il comando anche di quelle piemontesi e riconquistare Firenze. La famiglia di Leopoldo, intanto, sarebbe riparata a Gaeta e lui, ristabilito l'ordine, sarebbe agevolmente rientrato da Porto Santo Stefano a Palazzo Pitti. Il granduca accettò.
Quando però Villamarina, insieme al resto del corpo diplomatico, tornò da Leopoldo per sottoporgli la nota preparata, questi, ancora una volta influenzato dalla corte, aveva cambiato idea. Adducendo il timore di perdere il trono e la vita, dichiarò di aver deciso definitivamente di partire per Gaeta. A nulla valsero le argomentazioni degli ambasciatori di Svezia e Prussia e l'indignazione di Villamarina. Di fronte all'obiezione del granduca di non disporre di un governo che controfirmasse le sue decisioni, il marchese propose di nominare ministro della Guerra un generale del seguito, costituendo così un governo provvisorio e rispettando formalmente le norme costituzionali. Leopoldo perse completamente la calma e, dopo nuove rimostranze degli ambasciatori, congedò l'intero corpo diplomatico. Partì quindi per Gaeta.
Partito a sua volta per la Liguria, il 22 febbraio 1849 Villamarina inviò da Varignano una relazione a Torino sulla vicenda di Leopoldo II. In seguito alla sconfitta piemontese nella prima guerra d'indipendenza e all'invasione austriaca della Toscana, prevedendo la restaurazione di Leopoldo, chiese di lasciare definitivamente Firenze. Il nuovo re Vittorio Emanuele II gli domandò invece di rimanere al proprio posto, per dimostrare che il Piemonte, pur sconfitto, non rinunciava ai principi e alla politica per i quali era sceso in guerra.
Villamarina acconsentì e, come previsto dall'etichetta diplomatica, dovette recarsi fino a Lucca per ricevere Leopoldo, che, con l'aiuto austriaco, rientrò il 28 luglio 1849 a Palazzo Pitti. Rimase a Firenze come ambasciatore del Piemonte fino al 31 dicembre 1852, mantenendo un atteggiamento risoluto nei confronti dell'occupazione austriaca e del granduca. Meno di quattro mesi dopo la conclusione dell'incarico ricevette la croce di grande ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Le benemerenze acquisite in Toscana spinsero, tra la fine di agosto e l'ottobre del 1852, il presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio a destinare Villamarina alla delicata sede diplomatica di Francia, dove il 2 dicembre 1851 Napoleone III aveva assunto poteri dittatoriali. Le relazioni tra Piemonte e Francia, precedentemente deterioratesi, migliorarono pochi mesi dopo l'arrivo del marchese all'ambasciata di Parigi e Cavour, succeduto a D'Azeglio, gli attribuì il merito dei progressi compiuti.
La capacità diplomatica di Villamarina fu utilizzata anche nella politica interna quando, durante la crisi generata dalla legge sui conventi, Vittorio Emanuele II lo richiamò temporaneamente da Parigi affinché, insieme a Giacomo Durando, lo aiutasse a formare il nuovo governo, costituito il 4 maggio 1855.

Scoppiata nel 1853 fra l'Impero russo e l'Impero ottomano, nel 1854 la Guerra di Crimea assunse proporzioni più ampie con l'intervento della Francia e del Regno Unito a favore degli ottomani. Cavour e Villamarina furono tra gli uomini politici più determinati a favorire l'ingresso nel conflitto del Regno di Sardegna contro la Russia.
In tale occasione Villamarina si adoperò a Parigi per valorizzare l'intervento piemontese al fianco della Francia, ottenendo nello stesso tempo le condizioni richieste dal governo di Torino. La sua attività contribuì alla conclusione del trattato che sancì l'ingresso del Regno di Sardegna nell'alleanza anglo-francese e nella guerra di Crimea, sottoscritto a Torino il 26 gennaio 1855. Per il suo contributo ricevette dall'imperatore Napoleone III il gran cordone della Legion d'onore.
La guerra ebbe esito positivo e, anche grazie al lavoro diplomatico di Villamarina, il Piemonte ottenne di partecipare al successivo Congresso di Parigi, unica piccola nazione ammessa tra le grandi potenze. Giunto nella capitale francese angosciato e incerto, Cavour trovò nel marchese un esperto del contesto diplomatico e un uomo capace di incoraggiarlo e sostenerlo, tanto che il conte, partito con l'intenzione di concludere la propria vita politica dopo quell'esperienza, esclamò: «Villamarina mi ridà la vita!».
Al congresso, al quale partecipò anche l'Impero austriaco, il Piemonte non ottenne vantaggi materiali, ma gli fu riconosciuto dalla Francia e dalla Gran Bretagna il ruolo di nazione guida in Italia degli ideali di libertà e indipendenza. La cosiddetta «questione italiana» fu così posta per la prima volta all'attenzione dell'Europa. Nel maggio del 1856, un mese dopo la conclusione del congresso, Vittorio Emanuele II nominò Villamarina senatore del Regno.
Il Congresso di Parigi lasciò aperte numerose questioni specifiche, per la cui soluzione si riunirono nella capitale francese due conferenze, rispettivamente nel 1857 e nel 1858. Vi parteciparono tutte le nazioni presenti al congresso del 1856; unico delegato del Regno di Sardegna fu il marchese di Villamarina.
Inizialmente Villamarina mantenne una posizione di neutralità che soddisfece Napoleone III e contribuì alla risoluzione delle questioni riguardanti la libera navigazione del Danubio e del Mar Nero e la definizione dei nuovi confini della Bessarabia. Nel 1858 la seconda conferenza affrontò il nuovo assetto dei Principati danubiani. In quella sede Villamarina sostenne la posizione francese favorevole alla loro unione, senza tuttavia entrare in contrasto con il Regno Unito, che appoggiava la soluzione opposta. La sua abilità fu riconosciuta da Cavour in una lettera del 20 giugno 1858.
Il rafforzamento dell'amicizia fra Torino e Parigi condusse nel 1859 prima all'alleanza sardo-francese e poi alla seconda guerra di indipendenza, conclusasi con l'armistizio di Villafranca. Il marchese condivise la reazione di Cavour alla decisione francese di interrompere le ostilità con l'Austria, lasciandole il Veneto e, dopo un diverbio con il ministro degli Esteri francese Walewski, rassegnò le dimissioni in ottobre, pur lasciando ufficialmente l'incarico soltanto il 28 marzo 1860.
Annessa la Lombardia dopo la Pace di Zurigo del novembre 1859, il ministro dell'interno Urbano Rattazzi nominò Villamarina luogotenente a Milano. Il marchese vi rimase per breve tempo, sia perché insofferente a una carica che riteneva non consona all'unità del Regno, sia perché Vittorio Emanuele II intendeva impiegare la sua esperienza in compiti più delicati. Poche settimane dopo l'investitura fu quindi inviato da Milano a Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie.


Inizialmente Villamarina esitò ad accettare l'incarico, data la fama di illiberale del nuovo re Francesco II di Borbone, il quale, d'altro canto, era prevenuto nei confronti del marchese a causa dei suoi precedenti nel Granducato di Toscana.
Dopo le insistenze di Vittorio Emanuele II, tuttavia, accettò e nel gennaio 1860 partì per Napoli con il compito di assumere la carica di ambasciatore del Regno di Sardegna. Inizialmente gli fu affidato il compito di muoversi con dignità e prudenza fra le fazioni liberali e filoborboniche, con l'obiettivo di favorire l'avvicinamento tra i due governi e tra le popolazioni dell'Italia meridionale e settentrionale.
Il progetto di alleanza, finalizzato al consolidamento del fronte italiano contro le potenze straniere, fallì per l'estrema diffidenza di Francesco II. Nel marzo Villamarina comunicò inoltre a Cavour di aver scoperto un complotto, nel quale sarebbe stato coinvolto anche Napoleone III, che prevedeva un intervento dell'esercito borbonico nelle Marche. L'azione, da attuarsi in accordo con lo Stato Pontificio, avrebbe messo in pericolo le recenti vittorie politiche del Piemonte nell'Italia centrale. Il marchese protestò energicamente con il governo napoletano e si dichiarò pronto a rientrare a Torino qualora l'intervento armato fosse stato realizzato. Il piano non ebbe infine seguito, probabilmente anche in conseguenza delle sue rimostranze.
Intanto si preparava l'Impresa dei Mille e Cavour, il 30 marzo 1860, espresse a Villamarina la propria preoccupazione per il futuro ruolo della Francia di fronte alla possibilità per il Piemonte di annettere pacificamente, dopo il Granducato di Toscana, anche il Regno delle Due Sicilie.
Il 14 aprile il marchese rispose che le masse napoletane erano ostili alla Francia e che, pertanto, quest'ultima aveva poche o nessuna possibilità di assumere il controllo della situazione nel Mezzogiorno. Quanto all'annessione pacifica, espresse un giudizio negativo: Francesco II aveva l'esercito dalla propria parte e il governo disponeva della forza necessaria per contenere agevolmente la popolazione. Tuttavia, sfruttando il movimento annessionista presente in Sicilia, dopo aver trionfato a Palermo sarebbe stato possibile, a suo giudizio, prevalere anche a Napoli. In merito ai rapporti internazionali e alle eventuali reazioni delle potenze straniere, Villamarina segnalò che l'Impero russo avrebbe potuto reagire negativamente, pur essendo convinto che avrebbe finito per accettare gli eventi a causa della propria avversione verso l'Austria, la potenza più vicina ai Borbone. Il Regno Unito, invece, non avrebbe rappresentato un pericolo, poiché un plebiscito successivo all'annessione avrebbe rassicurato il governo di Londra.
Dopo lo sbarco garibaldino a Marsala l'11 maggio 1860 e l'inizio della rivolta in Sicilia, la corte borbonica cominciò a concedere riforme liberali e a proporre una Lega sardo-napoletana, l'alleanza con il Piemonte precedentemente osteggiata.
Villamarina, pur riconoscendo l'impossibilità di sottrarsi alle trattative, sollecitò il ministro degli Esteri napoletano Giacomo De Martino ad allontanare dalla corte la regina madre Maria Teresa e quanti cospiravano con l'Austria e lo Stato Pontificio. Si trattava in realtà, visto il successo della rivoluzione siciliana, di espedienti volti a guadagnare tempo e a rendere impossibile l'attuazione della lega. Villamarina era infatti decisamente contrario all'accordo e lo sconsigliò al governo di Torino anche quando Francesco II di Borbone sembrò rassegnarsi alla perdita della Sicilia. Espresse con particolare fermezza tale posizione in una lettera indirizzata a Cavour il 22 luglio.


Inizialmente scettico circa la possibilità di una ribellione nella capitale del Regno delle Due Sicilie, alla fine di luglio del 1860 Cavour cominciò a mutare opinione, mentre Giuseppe Garibaldi, conquistata la Sicilia, si preparava a sbarcare in Calabria. Il cambiamento fu favorito dalla decisione del generale napoletano Alessandro Nunziante di mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele II.
Cavour comunicò quindi a Villamarina un progetto di rivolta popolare che avrebbe dovuto consegnare Napoli a Vittorio Emanuele anziché a Garibaldi, del quale temeva possibili derive mazziniane. Villamarina, tuttavia, il 23 luglio gli aveva già inviato una lettera volta a rassicurarlo.
Nonostante le valutazioni di Villamarina, il piano di Cavour proseguì. Gli uomini designati per attuarlo furono l'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, il patriota beneventano Nicola Nisco, il generale Nunziante e il ministro liberale napoletano Liborio Romano.
Villamarina, che aveva costruito una rete di agenti della quale costituiva il principale punto di riferimento, dopo l'arrivo di Persano a Napoli, avvenuto il 3 agosto 1860, si affrettò ad avvisare Cavour che Nisco aveva una cattiva reputazione, che Nunziante non esercitava alcuna influenza sulle truppe e che Liborio Romano era ancora indeciso se schierarsi o meno con i Savoia. «A rigore», concludeva Villamarina riferendosi alla rivolta, «si potrebbe anche sollevarlo a Napoli, ma bisognerebbe tenere conto del fatto che, entro sei ore, avremmo addosso 40.000 uomini e verrebbe sparso un fiume di sangue, senza certezza di successo».
Dopo questa lettera, Cavour raccomandò agli agenti con i quali corrispondeva direttamente di ascoltare Villamarina, ma, in caso di divergenze, di attenersi alle istruzioni di Persano. Il piano fallì infine perché il ministro degli Esteri De Martino rivelò al re le intenzioni di Nunziante, che fu costretto alla fuga, mentre Liborio Romano non manifestò mai una chiara volontà di schierarsi apertamente con la causa sabauda.
Cavour non si scoraggiò e, il 27 agosto 1860, scrisse nuovamente a Villamarina proponendo un colpo di mano militare volto a impedire la presa del potere da parte di Garibaldi. Gli eventi tuttavia precipitarono: Francesco II lasciò Napoli e Garibaldi vi entrò da trionfatore il 7 settembre.
Tre giorni dopo, constatate le intenzioni concilianti di Garibaldi nei confronti di casa Savoia, Cavour si congratulò con Villamarina in una lettera nella quale si dichiarava entusiasta della svolta assunta dagli eventi nel Mezzogiorno. Il 17 settembre un gruppo di liberali napoletani guidati da Antonio Ranieri consegnò al marchese un attestato di gratitudine per l'opera svolta in quella delicata fase storica, mentre numerosi altri riconoscimenti gli furono tributati da diverse città meridionali.
Durante la luogotenenza di Garibaldi, o, come veniva definita, la sua «dittatura», Villamarina intrattenne con il generale ottimi rapporti. Non esitò tuttavia a riferire a Cavour i progetti garibaldini di avanzare verso Roma e il Veneto, mettendolo in allarme. Tali iniziative avrebbero infatti gravemente compromesso le relazioni del Piemonte con le potenze europee, presso le quali già si sospettava una segreta complicità fra casa Savoia e Garibaldi.
Il Regno di Sardegna era ufficialmente neutrale nel conflitto fra il Regno delle Due Sicilie e i garibaldini, rendendo particolarmente delicata la posizione di Villamarina. Ciononostante, il marchese si dotò di un reparto di truppe piemontesi che, senza prendere parte ai combattimenti, contribuì al mantenimento dell'ordine a Napoli. Per evitare conseguenze diplomatiche, chiese e ottenne da Garibaldi una lettera con la quale questi richiedeva lo sbarco di tali reparti. Il documento sarebbe stato esibito qualora una potenza straniera avesse chiesto spiegazioni sulla loro presenza.
Cavour, con una lettera del 17 settembre 1860, dispose che tali truppe mantenessero la più completa neutralità e annunciò l'arrivo del loro comandante, destinato ad agire sotto la direzione di Villamarina.
Pur agendo con cautela, Villamarina contravvenne agli ordini ricevuti. Dapprima mise a disposizione del generale garibaldino Enrico Cosenz alcuni artiglieri, che distrussero una postazione di cannoni borbonici; successivamente, nella confusione delle notizie giunte durante le prime fasi della Battaglia del Volturno, superò ogni esitazione e concesse a Garibaldi due compagnie di Bersaglieri e due di fanteria. I reparti, comandati dal colonnello Santa Rosa, partirono tra la mezzanotte e le due del 2 ottobre 1860 alla volta di Caserta e, dalla mattina, parteciparono alle fasi conclusive e vittoriose dello scontro.
Dopo la battaglia del Volturno, Garibaldi dichiarò: «Oh! Questa volta vedo chiaramente che il Piemonte è sincero e che i piemontesi sono veri fratelli». Scrisse quindi a Vittorio Emanuele II, invitandolo a Napoli e manifestando grande soddisfazione per l'imminente arrivo di altri reparti piemontesi. Contemporaneamente Villamarina fece imbarcare la delegazione della municipalità di Napoli diretta a Livorno e, successivamente, ad Ancona, dove avrebbe incontrato Vittorio Emanuele. Il successo consentì a Villamarina di scrivere già il 5 ottobre a Cavour, ammettendo di aver agito contro gli ordini ricevuti, ma affermando che Garibaldi era ormai schierato con il Piemonte e che l'annessione del Regno delle Due Sicilie poteva considerarsi compiuta.

Re Vittorio Emanuele II volle ringraziare personalmente Villamarina per l'opera svolta e lo incontrò a Giulianova, nell'ottobre 1860, durante il viaggio verso Napoli. In quei giorni il marchese incontrò anche Luigi Carlo Farini, che gli comunicò di aver ricevuto la luogotenenza di tutte le province meridionali, facendogli comprendere che il suo compito era ormai concluso. Giunto a Napoli alcuni giorni prima del re, il 9 novembre 1860 Villamarina ricevette la più alta onorificenza di Casa Savoia, l'Ordine supremo della Santissima Annunziata. Quasi contemporaneamente, il Decurionato di Napoli gli conferì la cittadinanza onoraria.
I numerosi incarichi ricoperti da Villamarina gli impedirono di prestare giuramento quale senatore del Regno fino al 6 febbraio 1861, sebbene la nomina fosse avvenuta già nel 1856. Dopo il trasferimento della capitale prima a Firenze e successivamente a Roma, partecipò solo sporadicamente ai lavori del Senato, pur intervenendo nelle occasioni di maggiore rilievo. Tra i suoi discorsi parlamentari si ricordano quello pronunciato nel gennaio 1871 a favore dell'immediato trasferimento della capitale a Roma e quello, dell'aprile dello stesso anno, contrario alla Legge delle Guarentigie.
Nell'aprile del 1862, su diretta proposta di Vittorio Emanuele II, accettò la nomina a prefetto di Milano, incarico che mantenne fino al febbraio 1868. Durante il suo mandato affrontò l'epidemia del cosiddetto "morbo asiatico", che colpì la provincia di Milano negli anni 1865 e 1866, ricevendo per l'opera svolta un attestato di benemerenza dalla Commissione sanitaria.
Collocato a riposo dall'incarico di prefetto nel 1868 dal ministro dell'interno Carlo Cadorna, fece ritorno a Torino, dove continuò a dedicarsi alla vita pubblica. Fu consigliere comunale, membro dell'amministrazione dell'ospedale cittadino, presidente del circolo torinese della Lega italiana d'insegnamento e, nel 1875, divenne il primo presidente nazionale del Comizio dei veterani delle guerre combattute negli anni 1848-1849 per l'unità e l'indipendenza d'Italia, sodalizio considerato il diretto antesignano dell'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon. Rimase attivo fino agli ultimi giorni della sua vita: morì improvvisamente il 14 maggio 1877, nelle stesse ore in cui la Camera dei deputati riceveva da Torino una petizione da lui sottoscritta in favore dei veterani del Risorgimento.
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