La schiavitù è una forma di sfruttamento del lavoro umano, presente in via di fatto, sia pure con diverse gradazioni, anche ben oltre la sua abolizione come istituto giuridico, conseguita alla fine del XIX secolo e consacrata nei principali trattati internazionali:
L'Onu il 25 marzo 2026, ha approvato la risoluzione che definisce la tratta degli schiavi : <<il più grave crimine contro l'umanità>>. La proposta è stata presentata all'Assemblea generale dal presidente del Ghana John Dramani Mahama, approvata con 123 voti favorevoli, 3 contrari e 52 astensioni.
Non è possibile offrire una definizione univoca che comprenda tutte le manifestazioni storiche tradizionalmente associate al fenomeno schiavile, così come non è univoca la definizione di schiavo, cioè la persona in condizione di schiavitù.
Riflettono solo parzialmente la condizione di schiavitù elementi come lo sfruttamento non retribuito del lavoro umano, la condizione giuridica dello schiavo come res ('cosa'), oggetto cioè alienabile da parte del proprietario o, infine, la presenza di un sistema economico legato allo scambio di schiavi contro altri beni (schiavismo).
In presenza di manodopera insufficiente e dinanzi ad un surplus di terra coltivabile, il mercato globale sviluppa infatti forme di dumping sociale che, per garantire competitività a determinati attori economici nel Sud del pianeta, stanno rivitalizzando queste forme estreme di sfruttamento.
La schiavitù può essere ricondotta ai primi documenti legali scritti, fra tutti il babilonese Codice di Hammurabi (1860 a.C.), il quale si riferisce ad essa come ad un'istituzione consolidata e del tutto comune tra i popoli dell'antichità. Se si parla dello stato di schiavitù nelle prime civiltà dotate di scrittura le condizioni della sua nascita sono, in assenza di fonti, impossibili da determinare con precisione. Le fonti, le giustificazioni, le posizioni e le attività materiali attribuite agli schiavi oltre che le condizioni per la loro liberazione contribuiscono a dare una sua specificità ad ogni configurazione storica.
La schiavitù fu rara tra le popolazioni di cacciatori-raccoglitori preistorici, poiché essa iniziò a svilupparsi come un sistema di stratificazione sociale. Conosciuta tra le prime civiltà, come quella dei Sumeri in Mesopotamia risalente al 3.500 a.C., quasi ogni altra civiltà dell'epoca la praticò. La schiavitù divenne comune in gran parte del continente europeo durante i secoli bui e continuò per tutto il corso del Medioevo, anche a causa delle guerre bizantino-ottomane (1265-1479, parte delle guerre ottomane in Europa) le quali portarono alla cattura di un gran numero di schiavi cristiani.
Le idee morali dello stoicismo e del cristianesimo contribuirono - insieme ad altri fattori - ad un processo graduale di decadenza della schiavitù, diffondendo il concetto che lo schiavo è un uomo. Ma anche quando la conversione al Cristianesimo dei regni barbarici portò all'abbandono della schiavitù, nel basso medioevo essa registrò una diminuzione lenta: da un lato prese forme dette di servitù della gleba; dall'altro si continuò ad ammettere in uso lo schiavismo all'esterno delle proprie nazioni, in rapporto con i Paesi non compresi nella Res publica Christiana o comunque nei confronti degli sconfitti in battaglia. Nei paesi islamici e ebrei, in rapporto con le repubbliche di Venezia e Genova, essa continuò a prosperare
Il problema fu enfatizzato dall'evangelizzazione del Nuovo Mondo. Le bolle papali di Eugenio IV Creator Omnium del 1434 e Sicut Dudum del 1435, condannavano la schiavitù; eppure solo con la bolla papale Sublimis Deus o Veritas Ipsa (1537) di Paolo III, si stabiliva che gli indios erano uomini e che non dovevano essere trattati come schiavi. Inoltre, commercianti ed avventurieri francesi, spagnoli, portoghesi, inglesi, arabi ed un certo numero di regni autoctoni dell'Africa occidentale svolsero un ruolo di primo piano nella tratta atlantica degli schiavi africani, soprattutto dopo il 1600. L'autore David P. Forsythe ha scritto che "la pratica proseguì fino all'inizio del XIX secolo circa, quando i 3/4 di tutti gli esseri umani viventi vennero intrappolati in una qualche forma di schiavitù o di servitù della gleba contro la loro volontà".
Soltanto a partire dall'epoca dell'Illuminismo avvenne una sparizione graduale del fenomeno, favorita persino da eventi reazionari come il Congresso di Vienna.
Il regno di Danimarca-Norvegia divenne il primo paese europeo a proibire il commercio degli schiavi nel 1802. La Mauritania fu l'ultimo, avendo concluso il processo legislativo di abolizione solo nel 1980, senza che si siano mai spente le contestazioni e le critiche al governo.
La schiavitù moderna, a volte nota anche come schiavitù contemporanea o neo-schiavitù, si riferisce alla schiavitù che, sia pure non istituzionalizzata, continua a verificarsi nella società odierna.
Anche se la schiavitù non è più ufficialmente legale in nessuna nazione del pianeta il traffico di esseri umani rimane un grave problema internazionale.
Un'altra nuova forma di schiavitù moderna è il traffico internazionale di bambini e di ragazze costrette alla prostituzione.
La maggior parte dei fenomeni di schiavitù ricorrono oggi, secondo Terre des hommes, nel subcontinente indiano e zone confinanti. Infatti, i governi locali non riescono ad applicare le normative ufficiali, perché in questi paesi esiste ancora la possibilità di nascere schiavi in virtù dei debiti non estinti da parte dei genitori, e successivamente ereditati. Questo avviene per esempio e nello specifico in Pakistan, dove si procede a matrimoni di sangue, oppure in Afghanistan, dove le bambine vengono vendute quali pagamento di un debito. Altri specifici fenomeni di schiavitù si riscontrano nel continente africano.
Gli stessi rappresentanti delle autorità di un paese possono essere interessati ad una sopravvivenza dello stato attuale delle cose. Dato che le normative non vengono ancora applicate, si può parlare di una tolleranza di fatto. In virtù di una certa tradizione storica, per i paesi in via di sviluppo non è del tutto appropriato parlare di schiavismo moderno, ma piuttosto della tenace sopravvivenza di antichi sistemi sociali, che sono in lento declino (solo) laddove sono in atto processi di democratizzazione, laicizzazione, e di adozione dei Principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo ed ufficiosamente nella Carta dei Doveri umani.
Fino ad un certo punto, valgono analoghe considerazioni per lo schiavismo in America Latina. Se da una parte i suoi paesi si avvicinano per certi versi alla cultura occidentale (il Brasile ha abolito lo schiavismo nel 1888, la stessa epoca storica degli Stati Uniti), dall'altra le vaste zone delle foreste tropicali sono ben lontane dal pieno controllo da parte dello Stato.
Nel mondo islamico nei riguardi della schiavitù è presente una retaggio che risale a letture tradizionali della religione: oltre al fatto che il profeta Maometto comprava, vendeva, catturava e possedeva schiavi (per cui, secondo alcune concezioni, non sarebbe possibile mettere in dubbio la moralità dell'istituzione stessa), alcuni passi del Corano ne parlano dando indicazioni di comportamento del credente verso i propri schiavi. Nel Corano si trovano molti passi che descrivono la liberazione degli schiavi come gesto pio e buono, ma complessivamente la schiavitù veniva accettata e normata, in particolare la schiavitù sessuale femminile. In epoca contemporanea, nelle nazioni islamiche la schiavitù è gradualmente venuta meno, talvolta per imposizione delle potenze occidentali, talaltra per la reinterpretazione della tradizione islamica che ammetteva la liceità della schiavitù. Le nazioni della penisola araba sono state tra le ultime a dichiarare fuorilegge la schiavitù. Nonostante questa proibizione formale, persistono casi di schiavitù e di traffico di esseri umani. Nel 1962 l'Arabia Saudita rese illegale la pratica, liberando circa 10000 schiavi su un totale stimato di 15-30000. La schiavitù fu abolita dal vicino Qatar nel 1952, nella Repubblica Araba dello Yemen nel 1962, negli Emirati Arabi Uniti nel 1963, nello Yemen del sud nel 1967 e nell'Oman nel 1970. Alcuni di questi stati, come lo Yemen, erano protettorati britannici. Gli inglesi lasciarono lo Yemen del Sud senza obbligarlo ad abrogare la schiavitù, ma fecero pressioni sugli Emirati Arabi Uniti affinché lo facessero. Nel 2005, l'Arabia Saudita è stata descritta dal Dipartimento di stato degli USA come il 3º paese con più traffico di esseri umani; i primi tre paesi sono «paesi in cui i governi non aderiscono completamente agli standard minimi e non fanno neppure significativi sforzi per ciò.»
Spesso, Paesi che hanno conosciuto per secoli la pratica della schiavitù, sono interessati da un persistere della pratica in nuove forme, come quella che riguarda alcuni dei bambini Restavek sull'isola di Haiti.
Similmente a quanto si è potuto osservare nel corso della storia, lo schiavismo di fatto persistente anche nel XX secolo riflette il dislivello tra popolazioni che, per una ragione o l'altra, si trovano in un ruolo subalterno o in posizione svantaggiata. Ad esempio tra gli immigrati provenienti dall'Est Europa e da altri continenti non si trovano più solo persone motivate dal bisogno di sicurezza o di sostentamento personale: spesso infatti gli emigranti lasciano il paese contro la propria volontà; altre volte si tratta di persone che sono state convinte a partire con promesse ingannevoli. In questi casi, non è esagerato scomodare il termine di tratta di schiavi verso i paesi occidentali. In Italia, i settori economici dove il fenomeno dello schiavismo è più frequente sono la prostituzione e l'agricoltura.
Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici. Secondo lo studioso Bales Kevin, le cause dell'espansione di nuove forme di schiavismo, che spesso riguardano anche le società occidentali, sarebbero il rapido incremento della popolazione mondiale e la cattiva gestione (spesso da parte dei governi di paesi poveri) delle nuove sfide cui deve andare incontro la politica. Tra queste, la globalizzazione ha senza dubbio un posto di primo piano. La cattiva gestione avrebbe favorito, infine, la formazione ed il consolidarsi di nuovi gruppi di élite interessati a sfruttare il mutamento sociale ed economico in corso.
Per una rudimentale caratterizzazione delle nuove forme di schiavismo si ricordano pochi punti di vista essenziali:
Le stime del numero di persone schiavizzate oggi vanno da circa 38 milioni a 46 milioni, a seconda del metodo utilizzato per formare la stima e della definizione di schiavitù utilizzata.
Il numero stimato di persone ridotte in schiavitù è dibattuto, poiché non esiste una definizione universalmente accettata di schiavitù moderna; le persone in schiavitù sono spesso difficili da identificare e spesso non sono disponibili statistiche adeguate. L'Organizzazione internazionale del lavoro stima che, secondo le sue definizioni, oltre 40 milioni di persone siano oggi in qualche forma di schiavitù. 24,9 milioni di persone sono impegnate nel lavoro forzato, di cui 16 milioni sono sfruttate nel settore privato come il lavoro domestico, l'edilizia o l'agricoltura; 4,8 milioni di persone sottoposte a sfruttamento sessuale forzato e 4 milioni di persone sottoposte a lavori forzati imposti dalle autorità statali. Altri 15,5 milioni di persone hanno matrimoni forzati.
Altre fonti stimano che tra i 25 e i 40 milioni di persone si trovino attualmente ancora in uno stato di effettiva schiavitù.
Durante la seconda guerra civile in Sudan (1983-2005) i prigionieri di entrambe le parti vennero ridotti in schiavitù. Inoltre, anche se la schiavitù in Mauritania è stata criminalizzata nell'agosto del 2007 si stima che fino a 600.000 persone (il 20% dell'intera popolazione) siano oggi schiavi, molti dei quali utilizzati nel lavoro forzato a seguito di una servitù debitoria.
Evidenze emersero alla fine degli anni Novanta nei riguardi di una schiavitù sistematica tramite il lavoro minorile attuata nelle piantagioni di cacao dei paesi africani occidentali.