Per seconda generazione s'intende nella sociologia la generazione costituita dai figli di immigrati.
L'espressione "seconda generazione" è di origine inglese: first generation e second generation trovano il loro primo impiego all'inizio del Novecento nelle ricerche della cosiddetta Scuola sociologica di Chicago, tra i cui membri più eminenti sono da annoverare Robert Park, Ernest Burgess e William Thomas.
Questa terminologia è in certa qual misura contraddittoria, qualora sottintenda il termine immigrato di cui essa sarebbe la specificazione: il calco linguistico dall'inglese attinge alla statistica sociologica assi più che alla descrizione di diritto comune. Ai fini delle risultanze anagrafiche, da cui discendono i diritti e le obbligazioni della cittadinanza, nei Paesi in cui vige il ius soli l'immigrato di seconda generazione è un cittadino a tutti gli effetti, non distinguibile né discriminabile da tutti gli altri. Eppure dal punto di vista meramente sociologico questa qualifica giuridicamente non sensata è interessante, perché consente di studiare il fenomeno sociale al di là di chi abbia personalmente compiuto l'esperienza della migrazione.
L'espressione "seconde generazioni" trova maggiore chiarezza nel riferimento alla famiglia (immigrata) più che al singolo individuo. Ecco che, nell'interna articolazione generazionale della famiglia immigrata, il figlio viene a occupare il ruolo della seconda generazione, la prima essendo quella dei genitori e la terza, la quarta e così via quella degli ulteriori discendenti. Va però aggiunto che talvolta la condizione dei figli può non combaciare compiutamente con tale situazione, ad esempio quando essi stessi abbiano compiuto insieme ai genitori il tragitto migratorio e non siano quindi nati nel Paese di insediamento della famiglia. Bisogna rilevare che in questo caso se una migrazione vi è stata, non si è trattato di una migrazione volontaria, originata da un progetto migratorio definito. Si usa parlare per questo di "migranti involontari".
La casistica potrebbe essere alquanto raffinata, con la conseguenza di disgregare la categoria unificante di seconda generazione. Si veda a questo proposito la casistica ricordata da Enza Reina. Si deve a Rubén G. Rumbaut uno dei tentativi più chiari di classificazione della seconda generazione in tre categorie: la «Generazione 1,75», comprende i minori dal momento della loro nascita fino al quinto anno d’età, la «Generazione 1,5», rientrano i minori tra i 6 e i 12 anni, che iniziano il processo di socializzazione e la scuola primaria nel paese d’origine, ma completano l’educazione scolastica all’estero e la «Generazione 1,25», che comprende i giovani che emigrano tra i 13 e i 17 anni. Ma la rilevanza dell'impiego di questa nozione sta appunto nella ambiguità che la condizione sociale e umana ad essa associate comporta. La seconda generazione è in definitiva termine riferito a un collettivo sospeso tra realtà molto diverse e sin conflittuali: quella del migrante e quella dell'autoctono, quella della famiglia e del contesto sociale, quella della cultura d'origine e quella della cultura acquisita, tra mondo degli adulti e mondo giovanile.
Nel novembre del 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha citato la questione delle seconde generazioni in una dichiarazione pubblica, chiedendo una legge sulla cittadinanza più aperta nei confronti dei figli dell'immigrazione, nati e/o cresciuti in Italia.
Nel 2011 il regista Fred Kudjo Kuwornu ha diretto e prodotto un documentario sul tema delle seconde generazioni e il problema dell'ottenimento della cittadinanza italiana.
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