| Manfredi | |
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| Stato | Faenza |
| Titoli | Signori di Faenza
Signori di Imola (ramo di Guido Antonio) |
| Fondatore | Francesco I Manfredi (signoria) |
| Ultimo sovrano | Astorgio III Manfredi |
| Data di fondazione | 1103 (prima attestazione) |
| Data di deposizione | 1501 |
I Manfredi furono una famiglia nobile di Faenza, attestata nella documentazione faentina almeno dal 1103, quando è ricordato Alberico di Guido di Manfredo. Nel corso del XIII secolo divennero una delle principali famiglie della parte guelfa di Faenza, contrapponendosi agli Accarisi, di parte ghibellina.
Con Francesco Manfredi la famiglia assunse nel 1313 il controllo politico di Faenza, dando origine alla signoria manfrediana, che conobbe diverse interruzioni e fasi di governo collegiale ma si protrasse sino alla conquista della città da parte di Cesare Borgia nel 1501.
Nel 1439 un ramo della famiglia acquisì inoltre la signoria di Imola, perduta nel 1473 e trasferita dapprima alla sfera di controllo sforzesca e quindi ai Riario.
La famiglia fu un nobile casato di probabile origine longobarda, documentata a Faenza almeno dal 1103, quando compare Alberico di Guido di Manfredo. Nel corso del XII secolo i Manfredi acquisirono una posizione di rilievo nella vita politica cittadina. Nel XIII secolo risultano stabilmente inseriti nello schieramento guelfo e furono tra i principali avversari degli Accarisi, esponenti della parte ghibellina.
La posizione della famiglia si rafforzò durante le lotte tra le fazioni cittadine e nel più ampio conflitto che interessò la Romagna dopo la morte di Federico II di Svevia. Alberigo Manfredi, esponente della generazione attiva nella seconda metà del XIII secolo, fu uno dei protagonisti delle lotte fra guelfi e ghibellini a Faenza; il suo nome è inoltre ricordato da Dante Alighieri nell'Inferno per la vicenda di Frate Alberigo.
Tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo emerse Francesco I Manfredi, che consolidò il predominio della famiglia. Nel 1313 fu nominato difensore e capitano del popolo di Faenza e da quella posizione instaurò di fatto la signoria sulla città.
La signoria manfrediana non ebbe un andamento lineare. Dopo la presa del potere di Francesco, nel 1327 il figlio Alberghettino approfittò dell'assenza del padre per impadronirsi di Faenza e proclamarsi signore. Il tentativo provocò l'intervento del legato pontificio Bertrand du Pouget, che nel 1328 riconquistò la città; Alberghettino fu catturato e decapitato a Bologna nel 1329.
Nel 1340, alla morte di Ricciardo, Francesco tornò temporaneamente alla guida della famiglia. Poco dopo il nipote Giovanni assunse il controllo politico della città; la sua signoria terminò nel 1356, quando Faenza fu conquistata dalle truppe del cardinale Egidio Albornoz nell'ambito della restaurazione del dominio pontificio in Romagna.
La famiglia tornò stabilmente al potere all'inizio del XV secolo. Gian Galeazzo I riconquistò Faenza nel 1410 e ottenne da Gregorio XII il vicariato apostolico; i Manfredi furono quindi riconosciuti come vicari della Chiesa su Faenza e conti della Val di Lamone.

Nel Quattrocento la signoria assunse spesso una forma collegiale. Alla morte di Gian Galeazzo I, nel 1417, il governo passò alla vedova Gentile Malatesta e ai figli Guido Antonio, Astorre II e Gian Galeazzo II.
Sotto Astorre II la signoria raggiunse una notevole stabilità e un'elevata proiezione politica e culturale. I Manfredi furono coinvolti nelle guerre italiane della metà del Quattrocento e mantennero rapporti con Milano, Firenze, Venezia, il papato e il Regno di Napoli.

Alla morte di Astorre II, nel 1468, i figli Carlo II, Galeotto, Federico e Lancillotto si trovarono coinvolti in una lunga lotta per la successione. Nel 1477 Galeotto riuscì a prevalere sui fratelli e assunse il controllo effettivo di Faenza. Egli fu assassinato il 31 maggio 1488 in una congiura alla quale parteciparono esponenti della nobiltà faentina e la moglie Francesca Bentivoglio.

Gli succedette il figlio Astorgio III, nato nel 1485, inizialmente sotto una reggenza. Nel corso degli anni Novanta Faenza fu coinvolta nella crescente pressione esercitata dagli Stati maggiori della penisola e, all'inizio del XVI secolo, nella campagna romagnola di Cesare Borgia. Dopo una lunga resistenza, la città cadde nel 1501 e Astorgio III fu fatto prigioniero e condotto a Roma, dove fu ucciso nel 1502.
La dominazione manfrediana ebbe tuttavia un breve epilogo nel 1503. Francesco Manfredi, figlio naturale di Galeotto, rientrò a Faenza nel clima creatosi dopo la morte di papa Alessandro VI e la caduta del potere di Cesare Borgia e fu acclamato signore con il nome di Astorgio IV. La restaurazione durò poche settimane: Venezia occupò Faenza il 18 novembre 1503 e impose ai superstiti della dinastia l'abbandono del territorio faentino. Astorgio IV morì a Venezia nel 1509 circa.
L'espansione dei Manfredi verso Imola fu il risultato delle iniziative del ramo discendente da Guido Antonio. Nel 1439 Filippo Maria Visconti cedette a Guido Antonio la signoria della città, che divenne così un possesso distinto rispetto alla signoria di Faenza esercitata dai suoi fratelli.
Alla morte di Guido Antonio, nel 1448, suo figlio Taddeo Manfredi si affermò come signore di Imola. Da quel momento si accentuò la rivalità tra il ramo di Imola e quello di Faenza, in particolare fra Taddeo e lo zio Astorre II.
Taddeo mantenne Imola sino al 1473. Dopo il progressivo rafforzamento dell'influenza milanese sulla città, il 5 maggio 1473 concluse un accordo con Galeazzo Maria Sforza, cedendo Imola in cambio di territori e prerogative che non riuscì tuttavia a consolidare. La città fu quindi assegnata dalla Santa Sede a Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, che ne prese possesso alla fine dello stesso anno. Il progetto matrimoniale con Caterina Sforza rafforzò il nuovo assetto politico della città.
Il periodo della signoria manfrediana coincise con una fase importante dello sviluppo artistico e urbanistico di Faenza. Nel secondo Quattrocento, in particolare sotto Carlo II Manfredi, il centro urbano fu interessato da un programma di rinnovamento che contribuì alla formazione dell'assetto monumentale della città.
La famiglia esercitò inoltre un'importante attività di committenza artistica. Sono documentati stemmi e imprese manfrediane nel duomo e negli edifici cittadini; un rilievo del 1477 circa conserva l'emblema di famiglia associato al vescovo Federico Manfredi, mentre altri manufatti conservano le insegne personali di Galeotto Manfredi.
La genealogia dei Manfredi presenta più linee collaterali e periodi di governo collegiale; l'albero riportato sopra ha pertanto carattere essenzialmente orientativo.
La documentazione araldica relativa ai Manfredi di Faenza presenta più varianti. Le fonti araldiche ottocentesche riportano per la famiglia l'arma inquartata d'oro e d'azzurro, mentre repertori e documenti successivi registrano anche la variante inquartata d'argento e d'azzurro.
La seconda variante è attestata direttamente in opere conservate a Faenza. Il Catalogo generale dei beni culturali descrive infatti uno stemma Manfredi del XV secolo come «inquartato di bianco e azzurro» e un rilievo attribuito alla bottega faentina, datato intorno al 1477, nel quale lo scudo è inquartato d'argento e d'azzurro e reca un capo con gigli d'oro.
La tradizione araldica dei Manfredi comprende inoltre imprese personali e simboli dinastici, tra i quali il dromedario o «caprone sarcinato» e, per Galeotto, il gallo e la palma.
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