| Lemnio † | |
|---|---|
| Parlato in | Lemno (Grecia) |
| Periodo | VI secolo a.C. |
| Parlanti | |
| Classifica | estinta |
| Altre informazioni | |
| Scrittura | alfabeto epicorico di tradizione greca (Egeo settentrionale) |
| Tipo | agglutinante |
| Tassonomia | |
| Filogenesi | Lingue tirreniche Lingua lemnia |
| Codici di classificazione | |
| ISO 639-3 | xle (EN)
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| Glottolog | lemn1237 (EN)
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La lingua lemnia è un idioma attestato da poche iscrizioni rinvenute sull'isola greca di Lemno nel Mar Egeo settentrionale, databili al VI secolo a.C., ed è considerata una lingua preindoeuropea e paleoeuropea. Insieme alla lingua etrusca e alla lingua retica, forma la famiglia delle lingue tirreniche.
Con la conquista dell'isola da parte di Milziade il Giovane, intorno al 500 a.C., e poi con l'insediamento stabile degli Ateniesi, che dal secondo quarto del V secolo a.C. ne fecero una loro cleruchia, il lemnio, così come ogni altra lingua parlata nell'isola, fu sostituito dal dialetto attico.

Documentata da meno di venti iscrizioni rinvenute nell'isola di Lemno, la lingua lemnia è ritenuta imparentata con la lingua etrusca, e deve la sua importanza al fatto che è uno dei pochi esempi conosciuti, insieme alla lingua retica parlata nelle Alpi, di un idioma affine a quello parlato dagli Etruschi. I documenti si raccolgono in quattro gruppi: le due iscrizioni della stele funeraria di Kaminia, che insieme contano 32 parole secondo il linguista tedesco Helmut Rix e 33 secondo l'archeologo Riccardo Di Cesare; quattro iscrizioni graffite su ceramica, venute in luce negli scavi italiani al di sotto del teatro di Efestia; dieci iscrizioni dal santuario dei Cabiri di Chloi; una base votiva in pietra venuta in luce nella stessa area del teatro di Efestia. Nel 2012 Luciano Agostiniani contava sedici iscrizioni propriamente dette, accanto a un numero molto più alto di contrassegni, fatti in parte di lettere e in parte di segni non alfabetici. Tutti questi documenti risalgono al VI secolo a.C., quasi tutti alla sua seconda metà, e precedono comunque l'arrivo degli Ateniesi a Lemno, intorno al 500 a.C.: i graffiti della casa di Efestia e la stele sono della seconda metà del secolo, i testi del santuario dei Cabiri del 550-500 a.C. circa, la base di Efestia degli ultimi decenni del VI secolo; le sigle alfabetiche non compaiono prima del VI secolo, sicché per Agostiniani l'alfabeto non arrivò nell'isola prima dell'inizio di quel secolo. I documenti presentano un sistema grafico così uniforme che Carlo De Simone parla di una vera e propria «scuola epigrafica» di scribi locali, dotata di notevole capacità normativa, e Agostiniani di un alto livello di standardizzazione.
Nel 1936 l'archeologo Alessandro Della Seta, direttore della Scuola archeologica italiana di Atene dal 1919 al 1939, segnalò che la cultura degli abitanti pregreci di Lemno mostrava, nella sua fase matura, legami evidenti con la tradizione minoico-micenea.

Molte forme onomastiche presenti nelle iscrizioni mostrano un’origine greca, mentre morfologia e parte del lessico della lingua lemnia hanno corrispondenze con l'etrusco, seppur con differenze, soprattutto su un piano lessicale, che fanno ritenere il lemnio una lingua affine all'etrusco ma distinta. Inoltre, il lemnio mostra le maggiori affinità con l'etrusco arcaico parlato in Etruria meridionale.
Sulla scia degli studi del linguista tedesco Helmut Rix e la teoria della famiglia linguistica tirrenica, linguisti come Stefan Schumacher, Norbert Oettinger, Carlo De Simone e Simona Marchesini hanno ipotizzato che retico, etrusco e lemnio discendano da un «tirrenico comune», con etrusco e retico separatisi prima dell'età del Bronzo, e con un tempo di separazione tra lingua lemnia e lingua etrusca molto successivo a quello tra lingua etrusca e lingua retica, compatibile con l'ipotesi che la lingua lemnia sia riconducibile a un'espansione di Etruschi da Occidente verso l'Egeo, come già sostenuto da Norbert Oettinger, Michel Gras e Carlo De Simone che vedono nel lemnio la testimonianza di un insediamento piratesco etrusco nell'isola nella parte settentrionale del Mar Egeo avvenuto prima del 700 a.C., mentre alcuni linguisti avevano precedentemente ipotizzato che il lemnio appartenesse a un sostrato preistorico egeo o paragreco o pre-greco esteso dall'Asia Minore ai Balcani, alla Grecia e all'Italia.
Anche lo storico olandese Luuk de Ligt ipotizza che la presenza nel VI secolo a.C. nell'isola di Lemno di una comunità che parlava una lingua simile all'Etrusco sia dovuta a movimenti di mercenari arruolati nella penisola italica dai Micenei, così come l'archeologo austriaco Reinhard Jung collega questi movimenti di guerrieri dall'Italia nell’Egeo, e dall’Egeo al Vicino Oriente, ai Popoli del Mare. Inoltre non si può escludere l'eventualità che siano esistite altre lingue nella regione adriatica e balcanica, oggi scomparse, che costituivano un ponte tra il gruppo etrusco-retico e l’area egea settentrionale.
La denominazione «lingua lemnia» è un'etichetta convenzionale moderna, derivata dal nome greco dell'isola (Lemno, gr. Λῆμνος), del tutto analoga alla prassi con cui si nominano altre lingue antiche non classificate dal luogo di rinvenimento delle iscrizioni. A differenza dell'etrusco e del retico, la lingua lemnia non è associata a un popolo con autodenominazione attestata né a una cultura materiale identificabile e distintiva. Nel caso dell'etrusco, disponiamo del popolo degli Etruschi (con autodenominazione *Rasenna*), di un'ampia cultura materiale storicamente continua e di un'area geografica ben definita. Nel caso del retico, le fonti antiche menzionano il popolo dei Reti e la cultura di Fritzens-Sanzeno è riconosciuta come cultura materiale associata. Per il lemnio invece non esiste né un etnonimo nativo attestato — le fonti greche usano in modo contraddittorio i termini Sinti, Pelasgi e Tirreni, nessuno dei quali è un'autodenominazione — né una cultura materiale che possa essere attribuita con certezza ai parlanti di questa lingua.

Secondo la ricostruzione della memoria culturale greca, la storia mitica di Lemno si articola in tre fasi cronologiche distinte. La prima è la fase minia, corrispondente all'orizzonte omerico, in cui l'isola è governata dai discendenti degli Argonauti ed è pienamente inserita nell'orizzonte culturale greco. Questo periodo riflette i contatti tra Lemno e il mondo miceneo.
La seconda è la fase tracia, durante la quale Lemno fu abitata dai Sintii, popolazione di origine tracia descritta da Omero come agriophōnoi («di parola selvaggia») e abile nella lavorazione dei metalli, caratteristica confermata anche dai ritrovamenti archeologici. Omero conosce gli abitanti dell'isola col nome di Sintii (Σίντιες, Hom. Il. 1, 594) e li chiama Sintii dall'aspro linguaggio (Hom. Od. 8, 293-294). Lo scoliaste ad Il. 1, 594 li identifica con i Pelasgi secondo Filocoro, mentre lo scoliaste ad Od. 8, 294 li descrive esplicitamente come Traci. Strabone (Str. 7, 47) ricorda che l'isola fu abitata per prima dai Traci, chiamati Sintii da Omero. Il nome Sintii è stato collegato al verbo greco σίνομαι ("nuocere"), per indicare pirati o briganti in generale, e le fonti li descrivono anche come abili fabbricatori di armi (Hell. fr. 71a; sch. ad Od. 8, 294), aspetto che richiama il loro legame mitologico con Efesto. Erodoto (Hdt. 5, 26; 4, 145; 5, 138-139) chiama i non-Greci di Lemno e della vicina Imbro col nome di Pelasgi, collegandoli implicitamente ai Pelasgi di Samotracia. Tucidide (Thuc. 4, 109, 1) li conosce parimenti come Pelasgi, ma ne complica la definizione descrivendoli come appartenenti alla tribù dei Tirreni (Τυρσηνοί). Lo scoliaste a Tucidide 98, 1 precisa che i Sintioi portavano quel nome finché vivevano a Lemno, mentre dopo il trasferimento in Tracia si chiamarono Sinti (Σίντοι).
La terza è la fase tirrenica (o pelasgico-tirrenica), la più complessa e dibattuta. Secondo Ellanico di Lesbo, i Tirreni arrivarono a Lemno con cinque navi e furono accolti dai Sinti, che nel frattempo si erano mescolati con elementi greci, divenendo mixéllenes. Nella tradizione greca i Pelasgi rappresentano una categoria mitica utilizzata per indicare popolazioni pre-greche antiche, percepite come affini ma non greche, mentre i Tirreni corrispondono a un popolo storicamente attestato (in greco attico Τυρρηνοί Τυρσηνοί (Tirreni), era la denominazione greca per Etruschi). Le fonti relative a questa fase risultano tuttavia contraddittorie e non offrono un quadro omogeneo della storia dell'isola.
Sulla base dei dati archeologici di Efestia, Marchesini (2024) colloca l'arrivo dei Tirreni a Lemno tra il IX e l'VIII secolo a.C.: la ristrutturazione dell'acropoli di Efestia a metà-fine VIII secolo, l'impianto di una necropoli a incinerazione, la costruzione delle mura dell'istmo e l'introduzione del culto di Efesto e del santuario dei Cabiri a Chloi sono tutti indicatori di questa presenza. Il fatto che i Tirreni fossero prevalentemente commercianti e pirati spiega l'assenza di cultura materiale tipicamente etrusca nell'isola: essi portavano con sé competenze tecnologiche (lavorazione dei metalli ed esperienza nautica) piuttosto che manufatti. Non a caso sia Lemno sia l'isola d'Elba erano chiamate con il soprannome greco Aithalía ("la fumosa") proprio a causa delle loro attività metallurgiche.
Dal punto di vista archeologico, la presenza di elementi culturali riconducibili alla Tracia a Lemno è attestata dagli scavi di Efestia, dove sono stati rinvenuti frammenti di ceramica fatta a mano con chiare affinità morfologiche e stilistiche con la ceramica del Tardo Bronzo-Prima Età del Ferro della Tracia e della Macedonia orientale, databili alla transizione tra l'Età del Bronzo e l'Età del Ferro. Questi materiali sono stati rinvenuti insieme a ceramica micenea, vasi importati dalla Grecia meridionale e imitazioni locali di produzione nordegea, indicando che Lemno rientrava nella periferia del mondo miceneo nella tarda Età del Bronzo, analogamente a quanto documentato a Taso e Troia. La menzione di donne lemnie nelle tavolette d'archivio di Pilo offre un'ulteriore conferma dei contatti dell'isola con il mondo miceneo. Il sito di Koukonisi ha restituito ceramica micenea databile alle fasi LHIIIA2-LHIIIB, e i nomi dei due re omerici di Lemno, Toante ed Euneo, sono attestati come nomi personali nelle tavolette in Lineare B. Sulla base del confronto tra dati scritti e materiali, Ilieva (2016) ipotizza che un piccolo gruppo di popolazione tracia giunse a Lemno alla fine dell'Età del Bronzo, contestualmente a quanto avvenne a Taso, Samotracia e Troia (Troia VIIb1-2), e che il collegamento del nome dei Sinti con l'attività di brigantaggio potrebbe riflettere sia le modalità con cui si insediarono nell'isola sia la percezione che ne avevano le popolazioni vicine.

Secondo Erodoto, l'isola fu conquistata dal generale persiano Otane, al servizio di Dario I, e in seguito da Milziade il Giovane, tiranno del Chersoneso Tracico. Per Enrica Culasso Gastaldi l'impresa di Milziade, che Erodoto racconta amplificandola sulla scorta della tradizione familiare dei Filaidi, sfruttò i primi successi della rivolta ionia, ma la presenza ateniese che ne seguì ebbe vita breve: la controffensiva persiana costrinse Milziade a lasciare in tutta fretta i possedimenti del Chersoneso. Laura Ficuciello data la conquista intorno al 500 a.C. e osserva che con essa le principali manifestazioni della cultura locale si interrompono bruscamente. Gli Ateniesi tornarono sull'isola, questa volta in modo durevole, a partire dal secondo quarto del V secolo a.C., sotto la guida di Cimone, figlio di Milziade; da allora Lemno, come Imbro e Sciro, fu una cleruchia ateniese, cioè un possedimento abitato da cittadini di Atene e considerato parte del territorio dell'Attica. I coloni ateniesi commissionarono a Fidia la famosa statua di Atena Lemnia per porla sull'acropoli di Atene, e vi portarono il teatro drammatico, attestato almeno a partire dal 348 a.C. A Efestia, sotto il teatro in pietra della tarda età classica, scavi dell'Eforia greca pubblicati nel 2004 hanno riportato alla luce strutture in legno, che gli archeologi greci datano fra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C.; per Culasso Gastaldi, considerati la forma e il materiale, si tratta di un teatro in legno databile entro il V secolo.
Nel 197 a.C. i Romani dichiararono Lemno libera, ma nel 166 a.C. la cedettero ad Atene, che ne mantenne il possesso nominale fino all'incorporazione dell'intera Grecia nella Repubblica Romana nel 146 a.C.

La classificazione dell'alfabeto lemnio è stata a lungo dibattuta. Adolf Kirchhoff nel 1887 lo aveva attribuito a un gruppo di alfabeti greci «rossi», caratterizzato dall'uso del segno a tridente per la velare aspirata /ch/, in contrasto con gli alfabeti «blu» diffusi nell'Egeo settentrionale, dove quello stesso segno valeva per l'affricata /ps/. Per lungo tempo si è creduto che quello usato a Lemno fosse un alfabeto greco arcaico di tipo occidentale «rosso», con alcuni adattamenti. Il tipo rosso era in uso nella maggior parte della Grecia continentale (Tessaglia, Beozia e gran parte del Peloponneso), nell'isola di Eubea e nelle colonie che da queste regioni dipendevano, comprese quasi tutte le colonie greche d'Italia, nella Magna Grecia. Questa attribuzione presentava difficoltà geografiche, poiché Lemno era immersa in un contesto di alfabeti «blu». A lungo la communis opinio ha ritenuto che l'alfabeto lemnio avesse i suoi riscontri più diretti nell'alfabeto in uso a Caere, in Etruria meridionale, che è uno degli alfabeti etruschi più arcaici e meglio attestati: questa corrispondenza era stata assunta come uno degli argomenti principali a sostegno di un legame diretto tra la scrittura lemnia e quella etrusca. Tale tesi fu sostenuta da Michel Lejeune (1957), che la considerò inizialmente l'ipotesi più verosimile pur diventando via via più cauto nel corso degli anni, e ripresa da De Simone (1995, 1996), che ne fece un argomento a sostegno della provenienza dei Tirreni di Lemno dall'Etruria. Nel 1995 De Simone mette a confronto due possibilità: un alfabeto creato a Lemno in modo autonomo, il che presupporrebbe l'arrivo dei Tirreni prima che gli Etruschi ricevessero l'alfabeto greco, intorno al 700 a.C., oppure un gruppo che non sapeva scrivere; o un alfabeto portato dall'Etruria, variante di quello etrusco vero e proprio. Preferisce la seconda, perché un alfabeto «rosso» nato nell'Egeo, in mezzo ad alfabeti «azzurri», non trova a suo giudizio un tramite storico, e perché nessun tratto dell'alfabeto lemnio contrasta con un inquadramento etrusco. Il riscontro per l'uso delle sibilanti lo trova, ma presentandolo come semplice ipotesi, a Caere, e ne ricava anche un'indicazione cronologica; a portare l'alfabeto sarebbe stato un nucleo, anche piccolo, di trafficanti o pirati etruschi. Nel 2001 De Simone, insieme a Gian Franco Chiai, vi aggiunse l'argomento dell'interpunzione sillabica nell'iscrizione A.
Queste tesi sono state contestate su più fronti. Agostiniani (1986, 2012) ha elencato sistematicamente le discordanze tra l'alfabeto lemnio e quello etrusco d'Italia: l'uso di omicron anziché ypsilon per la vocale posteriore alta; l'assenza di un segno per la spirante labiale /f/, che l'etrusco rende con il segno a forma di 8 o con il digramma vh/hv; l'uso di un segno angolare (assente nella documentazione etrusca) per la sibilante /s/; il lambda con il vertice in alto e il my a quattro tratti, mentre l'etrusco scrive sempre il lambda con la punta rivolta in basso e il my con cinque tratti. Per Agostiniani, queste discordanze rendono difficilmente sostenibile che l'alfabeto lemnio sia un alfabeto etrusco trapiantato e modificato.
La tesi di uno sviluppo locale autonomo fu formulata nel 1997 da Melanie Malzahn in un contributo il cui titolo la enuncia, Das lemnische Alphabet: eine eigenständige Entwicklung, che secondo Di Cesare porta «diversi argomenti per collocare l'alfabeto lemnio nell'ambito dell'Egeo e dell'Asia Minore, senza bisogno di ipotizzarne una derivazione dal Mar Tirreno». Nella stessa direzione Di Cesare indica anche un contributo di Richard Janko sulla nascita dell'alfabeto greco.
John Penney (2009) non accoglie neppure gli argomenti con cui De Simone ha sostenuto un'origine etrusca della scrittura lemnia. Lo sviluppo indipendente dell'alfabeto lemnio è stato a suo giudizio dimostrato da Malzahn; le tracce di interpunzione sillabica sono discutibili, perché la superficie della pietra è molto rovinata e l'uso di quei segni appare poco coerente; e resta soprattutto il problema delle vocali: l'etrusco aveva una sola vocale arrotondata e in tutti i suoi alfabeti la scriveva con ypsilon, mentre il lemnio, che sembra averne anch'esso una sola, la scrive con omicron. Allo stesso modo Penney respinge l'argomento onomastico tratto da un peso da telaio, sul quale De Simone leggeva la tita, con un prenome femminile abbreviato secondo l'uso etrusco: Luigi Beschi ha mostrato che il testo va letto da sinistra a destra, atitas.
Nel XXI secolo la rigida dicotomia rosso/blu di Kirchhoff è stata messa in discussione e giudicata superata, mentre un'ipotesi formulata da Wilhelm Brandenstein nel 1948, ripresa da Heiner Eichner (2019) e sviluppata da Marchesini (2024) individua nell'alfabeto di Samotracia il modello principale dell'alfabeto lemnio. Con le iscrizioni vascolari arcaiche di Samotracia il lemnio condivide più di un segno: omicron e theta vi compaiono sia arrotondati sia squadrati, il sigma vi è scritto tanto con tre quanto con quattro tratti, e la velare aspirata /ch/ vi è resa con lo stesso segno a tridente. Un ulteriore elemento a favore di un'origine locale dell'alfabeto lemnio è il segno angolare usato per la sibilante /s/: strutturalmente estraneo alla tradizione greca e all'etrusco d'Italia, compare identico nelle iscrizioni paleofrigie con il valore di /j/ (i semiconsonantica). Che a Lemno il segno abbia preso un altro valore è un fatto comune quando un alfabeto viene adattato sul posto, e il modo di distinguere le due sibilanti ricorda le soluzioni adottate nell'Etruria settentrionale.
Le principali differenze dell'alfabeto lemnio rispetto all'etrusco, l'uso di omicron al posto di ypsilon, il segno di sibilante assente in Etruria, la mancanza, per /f/, sia del digramma FH/HF sia del segno a forma di 8, il lambda con uncino in alto anziché in basso, sono elencate anche da De Simone, che pure propende per un'origine etrusca dell'alfabeto. Marchesini (2024), che le riprende, considera invece da scartare una derivazione da modelli dell'Etruria meridionale di ambito ceretano. In particolare, la diversa resa del fonema vocalico velare, scritto con ypsilon in Etruria e con omicron a Lemno, costituisce per Yves Duhoux (2014) una prova linguistica diretta che le due comunità erano già separate quando impararono a scrivere, cioè prima del 700 a.C. in Etruria e prima del 600 a.C. a Lemno. Per Marchesini (2024), come per De Simone nel 1993, la mancata adozione dell'alfabeto etrusco a Lemno indica che i Tirreni giunsero nell'isola prima che l'alfabeto calcidese-euboico arrivasse in Etruria, cioè prima del 700 a.C. circa; Marchesini ritiene anche possibile che a Lemno, dove vivevano persone di provenienza e di alfabeti diversi, i Tirreni abbiano attinto a più modelli.
Una terza spiegazione è quella proposta da Di Cesare, che muove dalla distribuzione geografica degli alfabeti. Accanto alle scritture del Nord Egeo, come quelle di Taso e di Samotracia, l'alfabeto lemnio è stato considerato per molto tempo un'eccezione, e proprio da quell'isolamento apparente era nata l'idea che derivasse direttamente dall'alfabeto etrusco, che discende dalle scritture in uso nelle colonie euboiche d'Occidente. Ma l'alfabeto «rosso» si scriveva anche nella Grecia propria, per esempio in Eubea e in Tessaglia, e proprio con queste regioni il Nord Egeo era in stretto contatto in età arcaica: per questo la derivazione etrusca gli appare «un po' forzata, e basata piuttosto sulle affinità linguistiche». Preferisce perciò rendere conto delle peculiarità grafiche a partire dalla collocazione geografica dell'isola: l'alfabeto lemnio sarebbe nato da modelli rossi di area greca e si sarebbe poi evoluto per conto proprio sul posto, risentendo anche di quanto circolava nelle isole dell'Egeo e in Asia Minore. Ne segue che le somiglianze con la scrittura etrusca non andrebbero spiegate con un contatto, ma con il fatto che le due lingue avevano sistemi fonetici simili e posero ai rispettivi scribi gli stessi problemi. Di Cesare adopera la classificazione per alfabeti «rossi» e «azzurri» di Kirchhoff.
La presenza di interpunzione sillabica nell'iscrizione A, assunta come uno degli argomenti portanti del nesso con la prassi scrittoria dell'Etruria meridionale, è stata negata a più riprese e per vie fra loro indipendenti.
Duhoux la escluse in uno studio del 1991, dopo aver esaminato la stele al Museo archeologico nazionale di Atene nell'ottobre del 1982 e averne ricavato un calco di entrambe le facce iscritte: le tre interpunzioni non verbali segnalate in A gli risultarono guasti accidentali della pietra, sicché le due iscrizioni non si lasciano distinguere fra loro in base a quel tratto. La revisione autoptica pubblicata nel 2001 da De Simone e Chiai giunse invece alla conclusione opposta e fece di quel fenomeno, esclusivo dell'Etruria meridionale fra la seconda metà del VI e la prima metà del V secolo a.C., la prova decisiva della derivazione dall'alfabeto etrusco.
Su base testuale, senza tornare sulla pietra, Agostiniani osservò nel 2012 che i tre casi di interpunzione non verbale ricorrono tutti nel medesimo contesto, dopo una s in fine di parola, e soltanto nell'iscrizione A, mai altrove nel corpus: sarebbero dunque un'abitudine individuale dello scriba di A e non una norma grafica. Di Cesare, che ha esaminato la pietra, giunge allo stesso esito: per lui sulla stele non risulta verificabile l'interpunzione sillabica propria dei testi etruschi, ma soltanto quella fra parole.
Una nuova analisi autoptica, condotta da Marchesini con luce radente in occasione dell'esposizione della stele alla Fondazione Luigi Rovati di Milano e pubblicata nel 2024, ha ricondotto in buona parte a porosità naturali della pietra le tracce in cui si era voluta riconoscere quell'interpunzione, indebolendo ulteriormente il nesso ipotizzato con la scrittura dell'Etruria meridionale.

La stele venne alla luce nelle campagne di Kaminia, villaggio noto per la vicinanza al sito preistorico di Poliochni, presso la piccola chiesa in rovina di Hagios Alexandros, nel cui muro era stata reimpiegata come materiale da costruzione: la circostanza si chiarì soltanto molto più tardi. Secondo Emanuele Papi la stele fu trovata fra il 1883 e il 1885, e sul ritrovamento circolano due racconti che non si possono conciliare: in uno a vederla murata nella chiesa fu Ioannis Pantelidis, un lemnio arricchitosi ad Alessandria d'Egitto e collezionista di antichità, che la fece rimuovere e trasportare nella propria abitazione; nell'altro la trovarono nei campi due contadini della zona, e solo in seguito la pietra passò a Pantelidis. È conservata al Museo archeologico nazionale di Atene, con numero di inventario Γ 3886. Il luogo del rinvenimento non è quello di origine: secondo Papi la stele proveniva forse da Efestia, lontana una decina di chilometri da Kaminia, oppure da un centro minore di cui non si conosce ancora la posizione; lo stesso studioso osserva che a Lemno, in età arcaica, scrivere non sembra un'abitudine diffusa e che le testimonianze si concentrano nelle tombe e nei luoghi di culto.
Secondo la descrizione di Di Cesare (2023) si tratta di una lastra di calcare tenero a forma di parallelepipedo, di colore fra il giallo e il rossastro, larga 52 cm e alta 95 cm nella parte superstite, con la frattura inferiore obliqua. Lo spessore è diverso sui due lati, 15 cm a destra e 10 cm a sinistra. La lastra è priva di cornice: la faccia anteriore e il lato destro, quelli che recano la figura e le iscrizioni, sono rifiniti fino alla politura, mentre il lato sinistro e il retro restarono allo stadio della sbozzatura; in alto la superficie è piana e non vi si aprono incassi che possano avere ospitato un coronamento. Il rilievo è bassissimo e piatto, da 2 a 4 mm, con contorni e dettagli interni resi a incisione, e le lettere, incise con cura, misurano in media 5 cm d'altezza. Le descrizioni non coincidono in tutto: Agostiniani, nel 2012, descrive un blocco di arenaria del posto, rettangolare, di 95 × 40 × 14 cm, e avverte che le misure date da Ernst Nachmanson sono un po' diverse. La stele reca un bassorilievo appena accennato con un guerriero di profilo verso sinistra: lo scudo, ampio e rotondo, gli copre buona parte del corpo, mentre la destra impugna una lancia di cui restano la punta e un tratto dell'asta. La pietra si è fratturata e ne conserva soltanto la metà superiore, ma il raffronto con le figure maschili della ceramica lemnia e con le stele arcaiche attiche, cretesi e dell'Egeo orientale indica che il personaggio era rappresentato per intero e in piedi: il monumento doveva perciò raggiungere in origine i due metri di altezza e poggiare su una bassa base. All'immagine è accostata l'iscrizione vera e propria, in caratteri riconducibili a un alfabeto greco arcaico, la cui origine è oggetto di dibattito. Le righe di scrittura sono in tutto undici, ripartite fra due testi. Il primo, sul prospetto, è disposto in tre blocchi: ai due lati della figura la scrittura procede verticalmente dal basso in alto, mentre sopra la testa le righe sono orizzontali e invertono la direzione l'una rispetto all'altra, secondo l'andamento bustrofedico. Il secondo testo occupa il fianco destro della pietra su tre righe verticali, anch'esse di direzione alternata e con i caratteri della riga centrale rovesciati (scrittura serpentiforme); la frattura lo ha privato della parte inferiore. Le lettere ammontano a centonovantanove o duecento, con una sola lettura dubbia, e formano trentatré parole, delimitate quasi sempre da due o tre punti sovrapposti.
Lo scudo è tagliato dal bordo della lastra, che non basta a contenerne il cerchio: di qui l'ipotesi che la pietra sia stata ridotta in un secondo momento e che allora le sia stato aggiunto il testo laterale. Di Cesare non la segue: nulla, a suo giudizio, prova che la figura o il primo testo siano stati amputati in misura apprezzabile, e il fianco destro, più spesso del sinistro e lavorato con maggior cura, si spiega semplicemente con l'esigenza di preparare un piano su cui incidere la seconda iscrizione. Vincenzo Bellelli ha proposto invece che la lastra fosse in origine parte di un fregio composto da più lastre accostate, poi reimpiegata singolarmente.
Il testo è riportato qui nella trascrizione di Di Cesare (2023), che applica le convenzioni in uso per l'etrusco: š indica un suono simile a quello di sc in «scena» e si distingue da s semplice, che altre trascrizioni della stele rendono con z; un punto sottoscritto marca come incerta, sulla pietra, la lettura del segno finale di naφoθṣ̌. Il segno ⁝ rende i tre punti sovrapposti che dividono le parole, il segno : i due punti.
L'espressione avis šialχvis di B.3, che in A.4 compare nell'ordine inverso, šialχveis avis, significa «di quarant'anni». Per Di Cesare corrisponde in tutto all'indicazione dell'età in etrusco, avils … šealχls, e De Simone (1986) accosta la formula lemnia all'etrusco zivas avilś śealχs.
Heurgon (1980) aveva proposto di leggere nel testo B un riferimento alla città ionica di Focea (φokiašiale, φoke), interpretando la stele come una dedica a Holaies, un focese stabilitosi a Lemno dopo l'assedio persiano della sua città natale (545 a.C.) e divenuto capo della resistenza anti-persiana nell'isola. A suo giudizio la lettura si accorda con la rappresentazione del personaggio in armi sulla stele e con la posizione di rilievo che la figura assume nel testo. Obiezioni di ordine linguistico circa la resa del nome greco Ὑλαῖος come Holaie erano state sollevate nella stessa sede da Lejeune, al quale Heurgon rispose, in un successivo intervento, che un nome passato di bocca in bocca poteva mantenere l'aspirazione. Per Marchesini (2024), dopo quella disputa, heloke, nella base di anathema di Efestia, conferma un'altra aspirazione nella lingua di Lemno. La stessa Marchesini considera ancora la lettura di Heurgon la più semplice e naturale, considerati gli stretti rapporti documentati tra Lemno e Focea nel VI secolo a.C.

La stele di Kaminia è il documento principale della lingua lemnia, ma non l'unico. Il testo fu edito per la prima volta, con apografi e trascrizione, nel 1886 da due studiosi dell'École française d'Athènes, Georges Cousin e Félix Dürrbach; quella che Gras considera la prima vera pubblicazione è l'edizione del filologo svedese Nachmanson, che nel 1908 raccolse le iscrizioni pregreche allora note dell'isola e ricostruì le vicende, piuttosto movimentate, che la stele aveva attraversato dopo il ritrovamento. La stele figura inoltre nel corpus epigrafico dell'isola curato da Carl Fredrich sotto il lemma Tyrrhenorum titulus.
Gli altri documenti sono brevi e in gran parte su ceramica. Gli scavi della Scuola archeologica italiana di Atene, cominciati nell'isola nel 1926, restituirono a partire dal 1928 frammenti di ceramica di produzione locale con iscrizioni simili a quelle della stele. Quattro graffiti su vasi, venuti in luce nei saggi condotti sotto il teatro di Efestia, furono pubblicati nel 1937 da Della Seta; alcuni di essi erano stati incisi prima della cottura, circostanza che è stata usata come argomento per ritenere che la lingua della stele fosse quella effettivamente parlata da una comunità dell'isola. Su quei graffiti è tornato Duhoux nello stesso studio del 1991, e ha ipotizzato che in due casi la lingua trascritta sia il persiano, cosa che si spiegherebbe con l'occupazione achemenide dell'isola. Dal santuario di Efestia Beschi ha edito due ulteriori testi frammentari su ceramica, oltre a lettere isolate o accoppiate e a contrassegni non alfabetici tracciati su pesi da telaio; dal Cabirio di Chloi provengono invece dieci testi, nove su vasi e uno su un peso da telaio, e alcune decine di vasi marcati con un solo segno o una sola lettera. Altre iscrizioni sono state presentate da Mauro Cristofani nel 2003. Fuori di Efestia e di Chloi, Ficuciello (2013) registra soltanto un graffito, mutilo e inciso a cottura avvenuta, sull'ansa di una brocca dal Kastro di Myrina, edito da Beschi, e un frammento di vaso iscritto dal complesso arcaico di Avlonas, a nord di Myrina, scavato dall'Eforia greca. È a questo materiale vascolare, e non alla stele, che si deve la conoscenza della zeta dell'alfabeto lemnio, segno che sulla stele non compare.
Oltre alla stele, a Lemno si conosce un solo altro testo su pietra: quattro parole distribuite su due righi, incise su una base che gli scavi dell'Eforia alle Antichità di Lesbo hanno restituito a Efestia, in un'area sacra arcaica individuata sotto il teatro classico. In alto la base porta ancora l'attacco delle zampe di quello che vi stava sopra, un animale, sfinge o felino, oppure un trono. La pubblicò per primo De Simone nel 2009, che vi tornò con altri quattro interventi fra il 2010 e il 2012. Secondo la descrizione di De Simone (2011), il testo è inciso sulla parte superiore rialzata della base, lunga 50 cm, che sosteneva l'offerta oggi perduta. Le 26 lettere, alte 5 cm, sono disposte su due righe con andamento bustrofedico, e la lettura comincia dalla riga inferiore; le parole sono separate da tre punti sovrapposti, come nella stele di Kaminia. La mano è quella di un professionista: il tracciato delle lettere è regolare e privo di correzioni, e lo spazio era stato calcolato in anticipo. Il testo, soromš aslaš hktaonosi heloke, è una dedica votiva: heloke è una forma verbale in -ke e hktaonosi ha per De Simone, in prima approssimazione, l'aspetto di un dativo. Per i caratteri della scrittura, che lo avvicinano alla stele e agli altri frammenti iscritti di Efestia, De Simone lo data alla seconda metà del VI secolo a.C., fra il 550 e il 500 circa. Rex E. Wallace (2018) ricava il significato di heloke dal confronto con l'etrusco helu, «costruito», che nel Cippo di Perugia si riferisce alla costruzione di una tomba, e propone in via provvisoria la traduzione «S. e A. fecero (questa base) per H.»: soromš e aslaš sarebbero forse i nomi dei donatori, h(e)ktaonosi quello del destinatario.
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