Storia di Retignano

Retignano e le Alpi Apuane nel 2015

La storia di Retignano, frazione del comune di Stazzema in Versilia, comincia con le tracce di frequentazione preistoriche e con l'insediamento dei Liguri Apuani, sottomessi da Roma nel II secolo a.C. Il paese, ricordato per la prima volta in un documento dell'855, fu dal XII secolo sede di un comunello autonomo, soggetto prima a Lucca e poi a Firenze, fino alla soppressione dei comunelli decisa nel 1776 dal granduca Pietro Leopoldo. Nell'Ottocento l'apertura delle cave di marmo, finanziate da imprenditori inglesi, ne rilanciò l'economia; nel Novecento il paese conobbe una forte emigrazione e, durante la seconda guerra mondiale, si trovò sulla Linea Gotica.

Preistoria e Liguri Apuani

Alcuni ritrovamenti indicano che la zona dell'attuale Retignano era frequentata già in epoca preistorica, dal Paleolitico all'età del bronzo e del ferro. In epoca preromana il territorio era abitato dai Liguri Apuani: già allora esisteva probabilmente un piccolo gruppo di capanne circondate da campi coltivati, alcuni dei quali in comune con i vicini insediamenti di Terrinca e Levigliani; con Levigliani Retignano condivideva anche una piccola necropoli, in località "Le piane", nella parte alta del paese.

Gli Apuani erano divisi in diverse tribù. Una di esse si stanziò nell'area del massiccio di Mont'Alto, ricca di torrenti, boschi e selvaggina, dove conduceva una vita seminomade, occupando le zone di Retignano dalla primavera all'inizio dell'inverno; resti di piccoli insediamenti si trovavano nelle radure di "Gordici" e "Valimoni", a circa 700 metri di altitudine. In caso di guerra gli abitanti potevano ritirarsi su una vetta fortificata da cui sorvegliare l'orizzonte: per Retignano questa vetta coincide probabilmente con il monte Castello, il cui nome deriverebbe da questa funzione. La tribù stanziata a Retignano non è nota con certezza: secondo Lorenzo Marcuccetti potrebbe trattarsi dei Vasates, che avrebbero dato il nome alla vicina località di Basati.

Età romana

Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre romano-liguri.

Il controllo delle risorse della Versilia portò a lunghe guerre tra Roma e gli Apuani. Dopo la sconfitta di Annibale, nel 193 a.C. i Liguri passarono all'offensiva, dando inizio a un lungo periodo di conflitti. Secondo lo storico ottocentesco Vincenzo Santini, Retignano fu una delle principali roccaforti apuane.

Il dirupo presso cui sarebbe da collocare il Saltus Marcius

Nel 186 a.C. gli Apuani sconfissero l'esercito del console Quinto Marcio Filippo, attirandolo in una serie di strette gole boscose: secondo Tito Livio i romani persero circa 4.000 uomini, tre insegne della seconda legione e undici vessilli degli alleati latini, e il passo dove furono messi in fuga prese il nome di Saltus Marcius. Lorenzo Marcuccetti ha proposto di identificare il luogo della battaglia con il "Colle Marcio", lungo il sentiero che collega Retignano a Volegno, su una cresta boscosa che scende da Mont'Alto fino al Vezza nei pressi di Pontestazzemese.

(latino)
«Prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt.»
(italiano)
«I Liguri smisero di inseguire prima che i Romani smettessero di fuggire.»

L'anno seguente il console Marco Sempronio Tuditano respinse gli Apuani sui monti, riportando sotto il controllo romano la fascia costiera. Nel 180 a.C. i proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tamfilo presero di sorpresa gli Apuani, che si arresero; circa 40.000 di loro furono deportati nel Sannio, dove diedero origine ai Liguri Bebiani, e altri 7.000 seguirono l'anno successivo. Probabilmente non tutti gli Apuani furono deportati: l'interesse di Roma si concentrava soprattutto sulle popolazioni della costa e della valle del Magra, considerate una minaccia per i commerci del porto di Luni.

Dopo la deportazione il territorio fu suddiviso tra le colonie di Luni, fondata nel 177 a.C., e di Lucca: secondo le fonti locali, le zone montuose di Stazzema e Pietrasanta furono assegnate a Lucca e divise in villaggi posti su colline di facile accesso, dai quali deriverebbe l'attuale posizione di Retignano. Santini considera perciò il 177 a.C. come l'anno di fondazione del borgo in età romana. Secondo Giorgio Giannelli e Lorenzo Marcuccetti, il territorio di Retignano rientrava nella categoria dell'ager arcifinius descritta da Sesto Giulio Frontino: terreni dai confini irregolari, segnati da elementi naturali come monti e corsi d'acqua, non suddivisi con la centuriazione. Da questa ripartizione, mantenuta dai feudatari medievali, sarebbero derivati in seguito i comunelli dell'Alta Versilia.

Alto Medioevo

Nei boschi intorno al paese si conservano i resti di alcuni piccoli fortini, che la tradizione attribuisce ai primi secoli dopo Cristo e alle incursioni dei popoli barbarici; alcuni sono stati trasformati in marginette o in metati. La chiesa del paese, dedicata a san Pietro, risalirebbe secondo alcune fonti all'VIII secolo.

Il nome del paese compare in un documento del 31 agosto 855, conservato nell'archivio arcivescovile di Lucca. Secondo le ricerche locali deriverebbe da Retinius, il nome di un romano a cui sarebbe stato affidato il distretto, e si sarebbe evoluto in Ratiniana, Ratignano, San Pietro di Retignano e infine Retignano. Il 1º luglio 932 il borgo, chiamato Ratignano, fu donato con la sua chiesa alla cattedrale di Lucca dal re Lotario. All'epoca l'economia era essenzialmente agricola.

Il comunello

Dal Mille al Trecento

I primi nuclei abitati del paese furono quelli oggi chiamati "Caldaia" e "Corte", quest'ultimo così detto perché sede del comunello, che divenne autonomo verso la fine del XII secolo. Secondo Ranieri Barbacciani Fedeli, il monte Castello, che sovrasta il paese, ospitava un tempo una rocca di avvistamento e segnava il confine tra la diocesi di Luni e quella di Lucca. Il comunello comprendeva, oltre al paese, i territori di Ruosina, Fornetto, Iacco, Argentiera e Gallena, e alcuni insediamenti al di là del fiume Vezza.

Tra il 1014 e il 1022 Retignano era ancora soggetto al governo lucchese: un documento attesta che il vescovo di Lucca Grimizio impose al paese di cedere parte delle rendite a Donuccio da Porcari, detto "Sirichello". Nel 1220 il villaggio fu eretto a curia per volontà del vicario Bonifazio di Santa Felicita di Valdicastello. In quegli anni il rettore della parrocchia, il diacono Bonaguida, convocato in giudizio per ordine di papa Onorio III dai canonici pisani Taiperto e Suffredo, si rifiutò più volte di presentarsi, temendo ritorsioni, e fu infine scomunicato.

Nei Libri Memoriales di Guido da Vallecchia (1264) si ricorda che nel borgo, allora di proprietà dei Nobili di Versilia, si coltivavano grano, orzo, miglio e castagne. Già nel Duecento i giacimenti minerari della Versilia erano sfruttati: tra il 1213 e il 1219 alcune famiglie di origine longobarda si spartirono proprietà minerarie presso l'Argentiera e Farnocchia, allora sotto il controllo di Retignano. Il lungo conflitto tra i feudatari locali e Lucca si concluse con la distruzione di molti castelli e rocche e con il trasferimento dei poteri nelle "terre nuove" di Pietrasanta e Camaiore.

Lo statuto della Repubblica di Lucca del 1308 stabiliva che Retignano offrisse, nel giorno di Santa Croce, un cero di quattro libbre. La perdita delle attività estrattive danneggiò l'economia del comunello, che poté riprenderle soltanto nel 1316, quando la Versilia passò sotto Castruccio Castracani. Secondo i registri del 1401 in paese lavoravano cinque muratori e cinque tessitrici, mentre la maggior parte degli abitanti si dedicava all'agricoltura.

Sotto Firenze

Tra il 1341 e il 1513 la Versilia passò più volte tra Pisa, Lucca, Genova e Firenze, con fasi alterne per le attività minerarie. Retignano passò sotto Firenze nel 1484, e nel 1513 il lodo di papa Leone X assegnò definitivamente Pietrasanta e il suo territorio allo Stato mediceo. Cosimo I de' Medici promosse lo sfruttamento delle miniere e del marmo versiliese, avviando nuove attività estrattive e facendo costruire il palazzo mediceo di Seravezza; le prime estrazioni di marmo a Retignano risalgono però all'Ottocento.

Con lo sviluppo dell'artiglieria, in età medicea l'incastellamento tipico dei borghi versiliesi lasciò il posto a strutture più piccole, usate soprattutto per l'avvistamento. Nei boschi del paese, tra i 500 e i 600 metri di altitudine, si trovano i ruderi di una fortificazione medievale, legata al dominio dei consorti longobardi, già abbandonata tra il 1255 e il 1308; nel Quattrocento e nel Cinquecento i governatori locali si stabilirono in un nuovo edificio presso la chiesa di San Pietro, nel luogo ancora oggi chiamato "Casino", di cui restano solo alcuni resti.

Nel 1532 era attiva una fabbrica di ferro presso il canale del Vezza, e nel 1535 in paese lavoravano due muratori, due bottai e un mugnaio. Il 17 settembre 1550 il governo granducale approvò il nuovo statuto del comunello, che contava allora 213 abitanti. Nel 1558 alcuni abitanti di Retignano, Ruosina e Gallena chiesero di passare sotto il comune di Pietrasanta, ma la richiesta non ebbe seguito per i contrasti interni al consiglio del comunello. Nel 1568 Matteo Inghirami, procuratore delle miniere del granduca, fece abbattere alcuni edifici e un mulino lungo il fiume, nella zona dell'attuale Ruosina, per costruirvi una ferriera. Nel 1580 la chiesa di Retignano cominciò ad amministrare autonomamente il battesimo.

Agli inizi del Seicento il paese, che godeva di una certa prosperità, era usato per sorvegliare le strade della Versilia: dalla cima del monte Castello e dalle vette di Mont'Alto si potevano tenere d'occhio le altre frazioni. Tra il 1603 e il 1632, dopo alcune liti con Farnocchia per questioni di confine, la granduchessa Cristina di Lorena limitò il territorio del comunello ai primi insediamenti al di là del fiume, lasciandogli il controllo del corso d'acqua a condizione che garantisse la sicurezza dei ponti e degli edifici. Già nel Seicento erano attive nel territorio le miniere di mercurio ("argento vivo"), rimaste in funzione fino alla metà del Novecento.

Il Settecento e la fine del comunello

Nel 1712 il consiglio dei rappresentanti del comunello era composto da 50 persone; in paese lavoravano quattro muratori, sei tessitori, due mugnai e alcuni addetti alle falegnamerie e alle segherie ad acqua, mentre la maggior parte degli abitanti era composta da contadini.

Fibre di canapa

Diffusa in Versilia fin dall'antichità, la coltivazione della canapa era praticata anche a Retignano, per esempio presso il Canale di Rio, e rimase in uso fino agli anni cinquanta del Novecento. Le piante, raccolte alla fine di luglio, venivano fatte macerare nei cosiddetti "pozzi della canapa" e poi lavorate in famiglia, dalla stigliatura e gramolatura alla filatura e alla tessitura. Secondo Francesco Campana, nel Settecento in paese erano attivi sei telai, il che ne faceva il quarto centro dell'attuale comune di Stazzema per produzione di canapa, dopo Pomezzana, Le Mulina e Stazzema; la produzione era però destinata quasi esclusivamente all'uso familiare.

Bachi da seta

L'allevamento del baco da seta è documentato a Retignano già nel 1406. Fu incrementato dai fiorentini a partire dal Cinquecento, con la diffusione del gelso, ma soltanto nel Settecento la produzione della zona divenne rilevante: secondo Campana, nel 1720 Retignano produceva in un anno 1.530 libbre toscane di seta, pari a circa 520 chilogrammi. Il lavoro, che seguiva il ciclo del baco dalla schiusa delle uova in primavera alla raccolta dei bozzoli, era svolto soprattutto dalle donne.

Nel 1720 Retignano contava 94 case con 436 abitanti, pari a 88 famiglie, mentre nel 1750 vi si registravano 42 famiglie per un totale di 212 abitanti in 46 case: la differenza fa pensare che il dato precedente riguardasse l'intero comunello. Il 17 giugno 1776 il granduca Pietro Leopoldo soppresse i comunelli di Retignano e Levigliani; il centro amministrativo si spostò a Ruosina e poi a Stazzema, con la nascita dell'attuale comune.

L'Ottocento

La cava detta "Messette" a Mont'Alto nel 1916

Intorno al 1820 l'inglese James Beresford e il suo socio Gybrin trovarono nella cava della Canaletta un marmo pregiato, presente soltanto sulle montagne di Retignano, che univa caratteri del mischio, del turchino e del bardiglio fiorito, e ne spedirono alcuni blocchi in Gran Bretagna. Il marmo piacque e nel 1821 i due imprenditori fondarono una compagnia e presero in affitto da Francesco Guglielmi, per nove anni e con un canone di 6.000 scudi, la cava delle Messette, da cui inviarono marmo in Inghilterra. Gli abitanti del paese lavorarono nelle cave di Gabro, Ajola, Gordici e Messette, che facevano parte del complesso di Mont'Alto. Nel 1845 si opposero all'imprenditore inglese William Walton, le cui attività danneggiavano i terreni destinati al pascolo e alla raccolta di castagne e legna. Al tempo dell'Unità d'Italia, nel 1861, gran parte degli abitanti lavorava nelle cave e l'economia del paese era ormai legata soprattutto al marmo, a scapito dei castagneti e delle coltivazioni. Il marmo di Retignano fu usato anche nei lavori di ricostruzione dell'abbazia di Montecassino.

Una delle cave di bardiglio fiorito

Nell'Ottocento le Alpi Apuane attirarono naturalisti e alpinisti. Dal 15 luglio 1844 il naturalista Emilio Simi (1820-1875) di Levigliani accompagnò alcuni studiosi dell'Università di Pisa nelle prime di una serie di escursioni, e negli anni successivi visitarono la zona anche il naturalista Ludwig Rütimeyer e gli alpinisti inglesi Douglas William Freshfield e Francis Fox Tuckett.

La via d'Arni presso Retignano alla fine dell'Ottocento

Nel 1877 cominciarono i lavori per la via d'Arni, che doveva collegare i paesi di montagna con la pianura, inizialmente pensata per il trasporto del marmo e poi aperta anche ai passeggeri. Dal 1923 Retignano fu servito anche da una fermata merci delle tranvie della Versilia, usata soprattutto per il trasporto del marmo; la rete, gravemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale, chiuse il 30 giugno 1951, e la sua chiusura contribuì alla fine dell'attività delle cave di Retignano e di Volegno.

Il Novecento

Nel 1908 fu fondata la Misericordia di Retignano, ancora attiva; in paese opera anche il Circolo Ricreativo Sportivo, nato come Circolo Ricreativo Operaio.

Il ventennio fascista e l'emigrazione

Retignano in una cartolina del 1920

Nel periodo tra le due guerre l'abbandono delle campagne aggravò una situazione già difficile: la frammentazione delle proprietà e l'asprezza del territorio impedivano coltivazioni estensive, e l'agricoltura doveva essere integrata da altri lavori, come quello nelle cave. Già nel 1922 si registrava un forte aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, e con l'avvento del fascismo il malcontento crebbe. Il 21 aprile 1932 il segretario del fascio di Lucca inviò buoni viveri ai segretari locali del partito: Retignano ricevette buoni per 700 lire, a cui il 26 aprile se ne aggiunsero altri per 400 lire. Dopo la crisi economica del 1933 disoccupazione e miseria colpirono di nuovo la popolazione e le cave di Retignano conobbero una prima battuta d'arresto; molti uomini si arruolarono volontari per le spedizioni in Africa.

Molti abitanti scelsero di emigrare, soprattutto negli Stati Uniti e in Argentina e, in misura minore, in Germania e in Svezia; altri si trasferirono nelle città italiane, con una forte riduzione della popolazione del paese.

La seconda guerra mondiale

Salvacondotto rilasciato durante lo sfollamento del 1944

Nell'estate del 1944 l'Alta Versilia, attraversata dalla Linea Gotica, era occupata dai tedeschi, che sfruttavano la posizione di Retignano, da cui si domina l'intera vallata fino al mare. Alla fine di luglio i comandi tedeschi ordinarono lo sfollamento della popolazione del comune di Stazzema, con lo scopo di allontanare gli abitanti e stanare i partigiani nascosti nei boschi; a chi partiva veniva rilasciato un lasciapassare. Nello stesso periodo Farnocchia fu in gran parte data alle fiamme. Gli abitanti di Retignano si riunirono in chiesa per pregare la Santissima Annunziata, e il parroco, don Marco Giannetti, compose un'invocazione alla Vergine datata 1º agosto 1944; quando poco dopo giunse il contrordine che annullava l'evacuazione, la Madonna fu considerata protettrice del paese, e il fatto è ricordato in una cartagloria conservata nella sacrestia della chiesa.

Al carmelitano scalzo padre Marcello Verona, nativo di Retignano e ucciso al Mirteto di Massa nel settembre 1944, era dedicata la piazza principale del paese. Dal paese si videro le colonne di fumo dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, compiuto il 12 agosto 1944.

Un soldato statunitense con alcuni bambini del paese nel 1945

Dopo la ritirata tedesca il paese fu occupato dalle truppe statunitensi, che vi posero una delle loro basi durante l'avanzata lungo la Linea Gotica.

Il secondo dopoguerra

La lapide che ricorda la visita di Amintore Fanfani nel 1949

Dopo la guerra la politica forestale italiana si concentrò sul rimboschimento delle aree montane, a cominciare da quelle più colpite dal conflitto; tra il 1948 e il 1983 gli interventi interessarono in Italia circa 850.000 ettari. Retignano e Volegno, tradizionalmente legati alle attività nei boschi, furono tra i primi paesi della zona a beneficiarne, con interventi a fini soprattutto di protezione idrogeologica. L'8 marzo 1949 il ministro del lavoro Amintore Fanfani visitò il cantiere di rimboschimento aperto tra il monte Castello e Mont'Alto, come ricorda una lapide posta nel punto in cui iniziarono i lavori.

Nel 1953 fu installata in paese una stazione meteorologica. Negli anni sessanta l'abbandono della lizzatura e la mancanza di strade per i mezzi di trasporto portarono al progressivo abbandono delle cave di Mont'Alto, chiuse prima degli anni settanta.

Dopo l'alluvione della Versilia del 19 giugno 1996, nell'ex complesso scolastico del paese fu insediato il CERAFRI, un centro per il monitoraggio del rischio idrogeologico, i cui lavori si conclusero nel 2006.

Note

  1. ↑ Paolo Macchia, La Versilia storica, Pietrasanta, Banca di Credito Cooperativo, 1997.
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  6. ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 20, 5-10.
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Bibliografia

Voci correlate