Gli Stuppagghieri furono un sodalizio mafioso individuato dalle autorità di pubblica sicurezza a Monreale negli anni settanta dell'Ottocento, la cui vicenda giudiziaria si concluse con l'assoluzione generale degli imputati a Catanzaro nel 1880, dopo le dodici condanne pronunciate a Palermo nel 1878. L'indagine, fondata anche sulle informazioni di Salvatore D'Amico, riguardava un ambiente nel quale il controllo dei fondi agricoli, la gestione delle acque e le protezioni locali si intrecciavano con l'attività delle amministrazioni e della polizia.
La storia dell'associazione e dei processi è stata studiata da Amelia Crisantino e da Dario Lanfranca, che l'ha posta in relazione con le trasformazioni della società monrealese e con la formazione di un successivo gruppo criminale, giudicato nel 1911. Nella ricostruzione di Lanfranca, i legami personali fra le due vicende non comportano l'identità delle associazioni, che anche la sentenza del secondo procedimento distingueva.

L'economia di Monreale era legata alle colture della Conca d'Oro e alle risorse idriche che alimentavano i giardini e le attività produttive del territorio palermitano. Una parte rilevante dei beni era appartenuta alla mensa arcivescovile, mentre il frazionamento dei patrimoni ecclesiastici, iniziato prima dell'Unità e proseguito con le trasformazioni successive, aveva modificato i rapporti fra proprietari, affittuari e intermediari. Nello studio di Lanfranca il controllo della terra viene esaminato insieme a quello delle funzioni amministrative e delle attività necessarie alla coltivazione, dalla custodia dei fondi alla distribuzione dell'acqua.
In questo ambiente i campieri e gli amministratori rurali occupavano posizioni di raccordo fra i proprietari e chi lavorava o prendeva in affitto le terre. La vicenda dei fratelli Paolo e Baldassarre Miceli mostra la sovrapposizione fra queste attività e le relazioni ricostruite nelle indagini. Paolo era stato nominato campiere della mensa arcivescovile nel 1869, mentre Baldassarre avrebbe successivamente consolidato la propria posizione economica e assunto incarichi nell'amministrazione cittadina.
L'attività degli uffici pubblici costituisce una parte del quadro documentario utilizzato per ricostruire queste vicende. Accanto agli atti giudiziari, Lanfranca prende in esame i verbali comunali e le inchieste amministrative su Monreale, fra le quali quella condotta da Sanfilippo nel 1865, attraverso cui segue i contrasti fra gruppi locali, le carriere e la distribuzione delle risorse. La descrizione della mafia monrealese non riguarda quindi soltanto i delitti contestati, ma anche i rapporti fra l'amministrazione dei beni e l'esercizio del potere locale.
Secondo l'ipotesi sostenuta dagli investigatori, l'associazione si era costituita nel 1872 per iniziativa del fratello di un delegato di pubblica sicurezza di nome Palmeri, con l'intenzione di opporre un nuovo gruppo ai malviventi già presenti a Monreale. Le informazioni raccolte dal delegato Bernabò indicavano un sodalizio dotato di regole e di legami con persone che svolgevano attività di custodia e amministrazione dei fondi. Nella ricostruzione storica di Lanfranca questa origine rimane la tesi emersa dalle indagini, insieme agli altri elementi sottoposti al giudizio delle corti.
Fra le figure coinvolte compariva Pietro Di Liberto, amministratore della mensa arcivescovile. Gli investigatori gli attribuivano una posizione dirigente nel sodalizio, ma nel processo di Palermo del 1878 egli fu assolto per insufficienza di prove. La sua vicenda si distingue dunque da quella dei fratelli Miceli, condannati nel primo giudizio e successivamente assolti a Catanzaro.
Salvatore D'Amico fornì alla polizia informazioni sull'organizzazione e sulle sue pratiche, ma fu ucciso prima del dibattimento. Nel racconto di Antonino Cutrera le confidenze comprendevano le regole di riconoscimento e di solidarietà fra gli associati e notizie su alcuni omicidi, mentre la difesa contestò l'attendibilità del dichiarante e l'operato degli uffici che ne avevano raccolto le rivelazioni.
La corte d'assise di Palermo pronunciò la sentenza il 15 maggio 1878. Le dodici condanne comprendevano quelle di Paolo e Baldassarre Miceli e di Saverio Spinnato, ai quali furono inflitti quattro anni e sei mesi di reclusione. Le posizioni degli imputati e i diversi episodi contestati ebbero esiti distinti, senza che il primo giudizio si risolvesse nella condanna di tutte le persone coinvolte nell'istruttoria.
La sentenza fu annullata per un vizio di procedura e il procedimento venne trasferito a Catanzaro per legittima suspicione. Nel nuovo giudizio del 1880 tutti gli imputati furono assolti. La conclusione del processo consentì agli imputati detenuti di tornare a Monreale, dove alcuni ripresero attività economiche e relazioni che erano state interrotte dalla vicenda giudiziaria.
| Sede e data | Esito | Sviluppo successivo |
|---|---|---|
| Palermo, 15 maggio 1878 | Dodici condanne, fra cui quelle dei fratelli Miceli e di Saverio Spinnato. Pietro Di Liberto fu assolto per insufficienza di prove. | Annullamento per vizio di procedura e trasferimento del giudizio a Catanzaro. |
| Catanzaro, 1880 | Assoluzione generale. | Ritorno a Monreale degli imputati detenuti. |
Il ritorno in città non comportò il recupero delle stesse posizioni per tutti gli imputati. Paolo Miceli non riuscì a riottenere l'incarico presso la mensa arcivescovile e morì nel 1882, mentre Baldassarre proseguì le proprie attività e sviluppò una presenza pubblica che lo portò a sedere nel consiglio comunale. Gli atti municipali esaminati da Lanfranca consentono di seguire quest'ultima carriera anche oltre le carte del primo procedimento.
L'inserimento di Baldassarre Miceli nella vita cittadina emerge anche da un episodio del 1889, quando intervenne insieme a un altro uomo dopo uno sparo diretto contro il segretario comunale. La sua partecipazione a iniziative di sorveglianza e i successivi incarichi amministrativi sono richiamati da Lanfranca per descrivere la presenza pubblica di persone già coinvolte nelle indagini, accanto ai rapporti economici e personali documentati negli anni seguenti.
Nel 1911 un nuovo procedimento contro ventiquattro imputati, indicato attraverso il nome di Ignazio Trifirò, riguardò un'associazione attiva nello stesso territorio. Tra gli imputati comparivano Baldassarre Miceli, Salvatore Ferrara e Francesco Spinnato, mentre i fratelli Trifirò non avevano fatto parte del gruppo giudicato nel processo del 1878, essendo allora detenuti per un'altra vicenda. La sentenza del 1911 descriveva il nuovo sodalizio come formatosi dopo le assoluzioni di Catanzaro, intorno a un nucleo al quale si erano aggiunte altre persone.
Lanfranca ricostruisce così un passaggio fra organizzazioni distinte, nelle quali si ritrovavano alcune persone e relazioni locali. Nel suo studio, le attività agrarie, il credito, gli impieghi presso i proprietari e gli incarichi comunali concorrono a spiegare le risorse sulle quali potevano contare i gruppi, senza esaurirne la storia nel solo elenco dei delitti contestati.
Cutrera dedicò agli Stuppagghieri un capitolo di La mafia e i mafiosi, pubblicato nel 1900, ricostruendo l'inchiesta e i dibattimenti dal punto di vista di un funzionario di pubblica sicurezza. Nel 2000 Amelia Crisantino pubblicò la monografia Della segreta e operosa associazione. Una setta all'origine della mafia, incentrata sull'associazione e sull'ambiente monrealese.
Lo studio di Lanfranca del 2023 ha ripreso la vicenda entro un arco cronologico più ampio, collegando i procedimenti giudiziari alla documentazione comunale e prefettizia. L'autore richiama inoltre le osservazioni di Salvatore Lupo sui problemi posti dalle dichiarazioni raccolte e sulle difficoltà di distinguere, nella costruzione dell'accusa, informazioni attendibili e ricostruzioni non dimostrate.