Troiani (popolo)

Metopa con Helios dal tempio di Atena di Ilio, la città greca sorta sul sito di Troia (Berlino, Pergamonmuseum)

I Troiani sono, nella tradizione greca e romana, gli abitanti di Troia, la città dell'Asia Minore nord-occidentale posta presso l'imbocco dei Dardanelli e assediata dagli Achei nella guerra di Troia narrata dall'Iliade. Erano chiamati anche Teucri, dal nome di Teucro, considerato il primo re leggendario della regione prima della fondazione della città. Secondo la leggenda, dopo la distruzione della città un gruppo di superstiti guidato da Enea raggiunse il Lazio, come narra Virgilio nell'Eneide, e da Troia fecero discendere le proprie origini molti popoli antichi e medievali.

Al di là del mito, i Troiani sono gli abitanti della città dell'età del bronzo scavata sulla collina di Hisarlık, che le fonti ittite chiamano con ogni probabilità Wilusa. Chi fossero e quale lingua parlassero resta una questione aperta: sulla collina è stato trovato un solo documento scritto dell'età del bronzo, e gli studiosi discutono se la popolazione fosse di lingua luvia, greca o di un'altra lingua anatolica.

Il sito e la cronologia

Lo stesso argomento in dettaglio: Troia.
Il bastione nord-orientale delle mura della cittadella di Troia VI

La città che si identifica con la Troia di Omero corrisponde ai livelli VI e VIIa della collina di Hisarlık, che appartengono alla tarda età del bronzo e coprono all'incirca il periodo fra il 1700 e il 1180 a.C.: dopo una fase di relativo isolamento nella media età del bronzo, fu il momento di massima prosperità della città, nell'epoca dei grandi stati del Nuovo Regno egizio, degli Ittiti e dei Micenei. Peter Pavúk, nello studio del 2014 sulla ceramica delle fasi più antiche di Troia VI, pone la prima fase in parallelo con il Medio Elladico III della Grecia, senza escludere che l'inizio risalga già alla fine del Medio Elladico II. Troia VI fu una cittadella fortificata con mura di blocchi squadrati di calcare alte oltre nove metri, torri, fra cui il grande bastione nord-orientale, e cinque porte, abitata da un'élite ristretta.

Dal 1988 gli scavi diretti da Manfred Korfmann hanno individuato, a sud e a est della cittadella, una città bassa occupata per tutta la durata di Troia VI e VIIa. Korfmann ne ha ricostruito un circuito difeso da un fossato e da una palizzata di legno, con un abitato denso ma forse con spazi destinati a orti, giardini e recinti per i cavalli, e ha stimato un'area abitata di circa 200.000 metri quadrati contro i 20.000 della sola cittadella, con una popolazione fra 4.000 e 10.000 abitanti. Le sue ricostruzioni sono state contestate da Frank Kolb e Dieter Hertel, che vedevano nella città bassa solo piccoli nuclei abitati sparsi; nel 2002 Donald Easton, J. David Hawkins e Andrew e Susan Sherratt, pur con riserve, giudicarono in gran parte fondati i risultati di Korfmann. Sotto la città corre un sistema di gallerie scavate nella roccia per raccogliere l'acqua, in uso dall'età di Troia II a quella romana: già Heinrich Schliemann aveva pensato che le sorgenti in cui sfociano fossero quelle presso le quali Omero colloca la morte di Ettore, e la loro scoperta ha tolto di mezzo la principale obiezione all'identificazione di Hisarlık con Troia, l'assenza di sorgenti.

Troia VI fu distrutta da un evento violento, con incendi e crolli, poco dopo il 1300 a.C. Carl Blegen lo attribuì a un terremoto e collocò la Troia di Priamo nel livello successivo, VIIa; altri hanno pensato a un attacco nemico, del quale resterebbero alcune punte di freccia e di lancia conficcate nelle mura e pochi scheletri mutilati, a un terremoto che indebolì le difese o a una rivolta della popolazione esclusa dalla cittadella. Troia VIIa fu ricostruita dalla stessa popolazione, ma con case più piccole e affollate e con grandi recipienti per le provviste interrati nei pavimenti, e fu a sua volta distrutta da un incendio verso il 1180 a.C., una data fissata dalla revisione della ceramica micenea di Penelope Mountjoy. Nella fase successiva, Troia VIIb, compare una ceramica grossolana con bugne, la Buckelkeramik, forse portata da gruppi venuti dall'Europa sudorientale; anche Troia VIIb terminò con un incendio e il sito fu abbandonato nel X secolo a.C. Verso il 750 a.C. vi si stabilirono coloni greci eolici, che diedero vita alla città di Ilio. Al di fuori dell'Iliade, osserva Easton, non esiste una prova storica diretta che la guerra di Troia sia avvenuta, anche se le distruzioni di Troia VI e di Troia VIIa cadono entrambe nell'età micenea e in contesti storici che potrebbero spiegare un attacco venuto dall'Egeo.

Wilusa nelle fonti ittite

Gli archivi della capitale ittita Ḫattuša nominano una terra di Wilusa (nella forma più antica Wilusiya), che la grande maggioranza degli studiosi identifica con Ilio, il cui nome greco era in origine Wilios; chi rifiuta l'identificazione non ha proposto un'alternativa. La lettera inviata a Ḫattuša da Manapa-Tarḫunta, re della Terra del fiume Seha, racconta che l'esercito ittita attraversò il suo territorio per raggiungere Wilusa, e la lettura dell'iscrizione rupestre del passo di Karabel ha permesso a J. David Hawkins di collocare la Terra del fiume Seha e il regno di Mira nell'Anatolia occidentale, spingendo Wilusa nell'estremo nord-ovest.

La prima menzione di Wilusiya si trova negli annali del re ittita Tudhaliya I, alla fine di un elenco di terre dell'Anatolia occidentale riunite nella cosiddetta coalizione di Assuwa e sconfitte dagli Ittiti; accanto a Wilusiya compare Tarwisa, un nome che viene spesso accostato a quello di Troia. Secondo Ilya Yakubovich l'Iliade conservò i nomi di due località vicine, confondendo quello che indicavano, perché nel poema Ilio è la città e Troia la regione intorno. Il documento più importante è il trattato con cui, intorno al 1295 a.C., il re ittita Muwatalli II legò a sé come vassallo Alaksandu, re di Wilusa; il preambolo ricorda un re precedente, Kukkunni, in buoni rapporti con Šuppiluliuma I, e un intervento militare ittita a Wilusa all'inizio del regno di Muwatalli. Nel trattato Wilusa è nominata insieme a Mira, alla Terra del fiume Seha e a Hapalla fra le «terre di Arzawa». Il trattato di Alaksandu è anche l'unico testo ittita che dica qualcosa della religione di Wilusa: fra i testimoni divini compaiono il dio della tempesta dell'esercito di Wilusa, un dio il cui nome termina in -appaliuna, poi gli dèi e le dee, i monti, i fiumi e le sorgenti e infine il «corso d'acqua sotterraneo» di Wilusa, che molti studiosi, ricorda Yakubovich, hanno accostato al sistema di gallerie scoperto sotto la città.

Wilusa compare poi nelle vicende del confronto fra gli Ittiti e il regno di Ahhiyawa, la cui posizione è incerta: secondo Easton va cercata con ogni probabilità nel mondo miceneo, ed è probabile un qualche rapporto con gli Achei di Omero. Nella cosiddetta lettera di Tawagalawa un re ittita, probabilmente Hattušili III, chiede al re di Ahhiyawa di smettere di sostenere il ribelle Piyamaradu e ricorda «la questione di Wilusa» per la quale i due regni erano stati in guerra; nella lettera di Milawata il re Tudhaliya IV chiede la consegna di Walmu, che doveva essere reinsediato sul trono di Wilusa. L'ultima menzione probabile di Wilusa è in una lettera frammentaria al re Parhuitta, del periodo della crisi finale dell'impero ittita, nella quale la regione appare teatro di violenze. Per Yakubovich questo secolo di contesa fra Ittiti e Ahhiyawa nell'Anatolia occidentale, in cui Wilusa ebbe un ruolo centrale, fornì almeno in parte lo sfondo storico della tradizione epica che culminò nei poemi omerici.

Lingua e identità

Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua troiana.

Sulla collina di Hisarlık non è mai stata trovata una tavoletta. L'unico documento scritto dell'età del bronzo è un sigillo biconvesso di bronzo inciso in luvio geroglifico, venuto alla luce nel 1995 in uno strato di Troia VIIb, con il nome di uno scriba su una faccia e quello di una donna sull'altra. Trevor Bryce osserva che, se si trovassero tavolette, sarebbero con ogni probabilità in ittita, la lingua usata in tutta la corrispondenza conservata fra la corte ittita e i regni dell'Anatolia occidentale, che uno scriba di Arzawa chiese di usare perfino nelle lettere al faraone; ciò non significa che a Troia si parlasse ittita.

L'ipotesi che i Troiani parlassero luvio, una lingua anatolica indoeuropea, fu formulata nel 1986 da Calvert Watkins. Riprendendo un suggerimento di Emmanuel Laroche, Watkins accostò il nome di Priamo al luvio Pariya-muwas e quello di Paride al nome luvio Pari-zitis, e trovò in un canto rituale luvio della città di Istanuwa il verso «Quando vennero dalla scoscesa Wilusa», che paragonò all'epiteto omerico «Ilio scoscesa»; concluse però che il luvio era solo debolmente compatibile con i dati e che, se i Luvi avevano un canto su Wilusa, non ne seguiva che a Wilusa si parlasse luvio. Nel 1997 Frank Starke sostenne che Wilusa apparteneva al mondo di lingua luvia, appoggiandosi al raggruppamento di Wilusa fra le terre di Arzawa, alla forma luvia del nome Wilusiya e al sigillo trovato nel 1995, e interpretò il nome di Priamo come «eccezionalmente coraggioso». Joachim Latacz giudicò «praticamente fuori discussione» l'uso del luvio come lingua ufficiale e diplomatica di Wilusa, ma dubbio il passo verso il luvio come lingua d'uso quotidiano; ricordò inoltre che, dei sedici nomi della genealogia dei re troiani nel ventesimo libro dell'Iliade, Hans von Kamptz ne aveva riconosciuti nove come non greci.

Bryce, nel 2006, espone le obiezioni: Wilusa è chiamata terra di Arzawa solo nel trattato di Alaksandu; per Hans Gustav Güterbock i nomi di Kukkunni e Alaksandu potrebbero essere greci, per H. Craig Melchert Alaksandu è compatibile con il lidio quanto con il luvio, e Günter Neumann ha pensato a una lingua del gruppo anatolico settentrionale; il sigillo, infine, è un oggetto portatile, e il luvio geroglifico era la scrittura normale dei sigilli in tutto il mondo ittita. Bryce ricorda anche che lungo la costa dell'Anatolia occidentale si doveva sentir parlare greco, ad Apasa, la capitale di Arzawa Minore, e soprattutto a Milawata, che alla fine del XIV secolo era fortemente micenizzata. Bryce ritiene comunque che i dubbi siano stati sopravvalutati e propone che un gruppo di lingua luvia sia diventato dominante nella Troade verso il 1700 a.C., costruendo Troia VI, e abbia governato una popolazione mista, comprendente anche mercanti stranieri. Ilya Yakubovich, nel 2010, è più netto: degli otto nomi propri legati a Wilusa nelle fonti cuneiformi nessuno è dimostrabilmente luvio; Alaksandu corrisponde con ogni probabilità al greco Alexandros, e il dio Appaliunas, invocato fra i testimoni del trattato, potrebbe essere Apollo; il raggruppamento di Wilusa fra le terre di Arzawa fu una scelta politica, e la forma Wilusiya prova solo che i primi contatti degli Ittiti con l'Occidente passarono attraverso i Luvi. Il verso su Wilusa nei canti di Istanuwa, che riflettono la tradizione orale dei Luvi stanziati lungo il fiume Sangario, non lontano dalla Troade, prova per Yakubovich solo l'esistenza di contatti fra gli abitanti di Wilusa e quei Luvi. Yakubovich conclude che il luvio non è il candidato più probabile, senza però proporne un altro.

All'opposto, Louis Godart ha sostenuto nel 2020 che l'élite di Troia fosse greca: il nome del re di Wilusa del XIII secolo è greco, e dunque, a suo giudizio, probabilmente lo era anche il re; nelle tavolette in lineare B di Pilo compare il nome di Ettore (e-ko-to) e a Micene quello femminile di Alessandra (a-re-ka-sa-da-ra); la ceramica micenea è abbondante negli strati del XIII secolo, e Omero non distingue Achei e Troiani per lingua, religione o costumi. Godart conclude che a Troia VIIa governasse un'aristocrazia micenea, giunta forse al potere dopo il sisma che pose fine a Troia VI, e che la guerra di Troia vada intesa come un conflitto fra Achei, quasi una guerra civile. Yakubovich osserva invece che i nomi di persona possono essere presi in prestito per prestigio, e che Alaksandu potrebbe essere nato da un matrimonio dinastico misto, come ipotizza Latacz; per Bryce la ceramica micenea di Troia VI, presente dal 1600 circa, è solo una minima parte di quella trovata sul sito, che è in grandissima parte di tradizione locale, e non indica un insediamento miceneo. Allo stato attuale delle fonti, la lingua o le lingue parlate a Troia nell'età del bronzo restano sconosciute.

I Troiani nel mito e nella tradizione greca

Lo stesso argomento in dettaglio: Mito delle origini troiane.

Secondo la genealogia che Omero fa recitare a Enea nel ventesimo libro dell'Iliade, Dardano, figlio di Zeus, fondò Dardania sulle pendici dell'Ida quando Ilio non era ancora costruita; da lui discendevano Erittonio e Troo, padre di Ilo, di Assaraco e di Ganimede, e da Ilo i re di Troia fino a Priamo, da Assaraco Anchise ed Enea. Nella versione dello Pseudo-Apollodoro, Dardano ebbe dal re Teucro una parte del territorio e la figlia in sposa, e fu Ilo a fondare Troia, detta anche Ilio, nel luogo indicatogli da una vacca. I Troiani (in greco in greco antico Τρῶες?, Trōes) prendevano il nome da Troo. Nel catalogo dei Troiani e dei loro alleati, alla fine del secondo libro dell'Iliade, i Troiani guidati da Ettore sono distinti dai Dardani guidati da Enea e dagli altri contingenti della Troade.

Secondo l'Iliade, Poseidone costruì le mura di Troia e Apollo ne pascolò le mandrie al servizio del re Laomedonte, che si rifiutò di pagare il compenso pattuito; più tardi Eracle, ingannato a sua volta da Laomedonte, saccheggiò la città. Secondo lo Pseudo-Apollodoro, dei figli di Laomedonte si salvò solo Podarce, riscattato dalla sorella Esione, che da allora prese il nome di Priamo. Priamo sposò prima Arisbe e poi Ecuba; nell'Iliade dice di aver avuto cinquanta figli, diciannove dei quali da una sola madre. Il rapimento di Elena, moglie di Menelao, da parte di Paride, figlio di Priamo e di Ecuba, provocò la guerra che si concluse dopo dieci anni con la presa e l'incendio della città.

Nell'Iliade Achei e Troiani pregano gli stessi dèi, compiono gli stessi sacrifici e parlano fra loro senza interpreti; il poeta osserva invece che gli alleati di Troia, venuti da molti paesi, parlavano lingue diverse. Nel V secolo a.C., dopo le guerre persiane, i Troiani furono assimilati ai Persiani e agli altri popoli dell'Oriente e rappresentati come barbari, soprattutto nella tragedia ateniese; Naoíse Mac Sweeney lega questo cambiamento all'invenzione della contrapposizione fra Greci e barbari, che Atene usò come strumento ideologico del suo impero, e ricorda che Erodoto, all'inizio delle Storie, presenta la guerra di Troia come un episodio dell'ostilità fra Europa e Asia, attribuendo però questa versione ai Persiani.

La città greca di Ilio, fondata sul sito della Troia dell'età del bronzo, si considerò l'erede dei Troiani di Omero. Nel 334 a.C. Alessandro Magno la visitò e ne ordinò la ricostruzione, che i suoi successori realizzarono nei decenni seguenti, con nuove mura, un teatro e un grande tempio di Atena sulla collina, sede di giochi annuali che attiravano visitatori da tutto il mondo greco. Distrutta nell'85 a.C., durante le guerre mitridatiche, Ilio fu ricostruita con il denaro di Roma, che per la discendenza da Enea la considerava la propria città madre; Costantino pensò di farne la sua nuova capitale prima di scegliere Bisanzio, e la città decadde dopo i terremoti del V secolo d.C.

Dopo la caduta della città, secondo la tradizione, i superstiti si dispersero. Tito Livio apre la sua storia di Roma con i due Troiani risparmiati dagli Achei: Antenore, che guidò gli Eneti fino all'interno dell'Adriatico, ed Enea, che dopo molte peregrinazioni raggiunse il Lazio; nell'Eneide Virgilio attribuisce ad Antenore la fondazione di Patavio, l'odierna Padova. Tucidide racconta che alcuni Troiani sfuggiti agli Achei approdarono in Sicilia, si stabilirono accanto ai Sicani e presero il nome di Elimi, con le città di Erice e Segesta. Da questi profughi molti popoli e molte città fecero poi discendere le proprie origini troiane.

Note

  1. 1 2 Pseudo-Apollodoro, Biblioteca III, 12, 1-3.
  2. ↑ Easton 2005, pp. xxii e xxv.
  3. ↑ Pavúk 2014, p. 378.
  4. ↑ Bryce 2006, pp. 58 e 65.
  5. ↑ Bryce 2006, pp. 62-64; Easton 2005, p. xxvi.
  6. ↑ Easton 2005, pp. xxvi-xxvii; Omero, Iliade XXII, 147-156.
  7. ↑ Bryce 2006, pp. 64-67; Easton 2005, p. xxvii.
  8. ↑ Bryce 2006, pp. 67 e 151-152; Easton 2005, pp. xxvii-xxviii.
  9. ↑ Easton 2005, pp. xxix-xxx.
  10. ↑ Easton 2005, pp. xxv-xxvi; Yakubovich 2010, p. 118.
  11. ↑ Hawkins 1998, p. 23; Yakubovich 2010, p. 120.
  12. ↑ Yakubovich 2010, p. 119.
  13. ↑ Yakubovich 2010, pp. 119-120; Easton 2005, p. xxx.
  14. ↑ Bryce 2006, p. 117; Yakubovich 2010, p. 124.
  15. ↑ Yakubovich 2010, pp. 121-122; Bryce 2006, p. 119; Easton 2005, pp. xxvi-xxvii.
  16. ↑ Yakubovich 2010, pp. 120-121; Easton 2005, p. xxx.
  17. ↑ Yakubovich 2010, p. 121.
  18. ↑ Bryce 2006, p. 67; Easton 2005, p. xxvii.
  19. ↑ Bryce 2006, p. 116.
  20. ↑ Watkins 1986, pp. 56-59 e 62.
  21. ↑ Latacz 2004, pp. 114-117.
  22. ↑ Bryce 2006, pp. 117-121.
  23. ↑ Yakubovich 2010, pp. 118-128.
  24. ↑ Godart 2020, cap. «Chi erano i Troiani dell'Iliade?».
  25. ↑ Yakubovich 2010, p. 123.
  26. ↑ Bryce 2006, p. 122.
  27. ↑ Omero, Iliade XX, 215-240.
  28. ↑ Omero, Iliade II, 816-839.
  29. ↑ Omero, Iliade V, 640-651 e XXI, 441-457.
  30. ↑ Pseudo-Apollodoro, Biblioteca II, 6, 4.
  31. ↑ Pseudo-Apollodoro, Biblioteca III, 12, 5.
  32. ↑ Omero, Iliade XXIV, 495-497.
  33. ↑ Omero, Iliade II, 803-804 e IV, 437-438; Godart 2020, cap. «Chi erano i Troiani dell'Iliade?».
  34. ↑ Mac Sweeney 2018, pp. 81-82; Erodoto, Storie I, 1-4.
  35. ↑ Easton 2005, pp. xxviii-xxix.
  36. ↑ Tito Livio, Ab Urbe condita I, 1.
  37. ↑ Virgilio, Eneide I, 242-249.
  38. ↑ Tucidide, La guerra del Peloponneso VI, 2, 3.

Bibliografia

Fonti antiche

Studi

  • (EN) Trevor Bryce, The Trojans and Their Neighbours, collana Peoples of the Ancient World, Londra-New York, Routledge, 2006, ISBN 978-0-415-34959-8.
  • (EN) Donald Easton, Introduction, in Carl W. Blegen, Troy and the Trojans, Londra, The Folio Society, 2005, pp. xiii-xxxi.
  • Louis Godart, Da Minosse a Omero. Genesi della prima civiltà europea, Torino, Einaudi, 2020, ISBN 978-88-06-24380-7.
  • (EN) J. David Hawkins, Tarkasnawa King of Mira: 'Tarkondemos', Boğazköy Sealings and Karabel, in Anatolian Studies, vol. 48, 1998, pp. 1-31.
  • (EN) Joachim Latacz, Troy and Homer. Towards a Solution of an Old Mystery, Oxford, Oxford University Press, 2004, ISBN 978-0-19-926308-0.
  • (EN) Naoíse Mac Sweeney, Troy. Myth, City, Icon, collana Archaeological Histories, Londra, Bloomsbury Academic, 2018, ISBN 978-1-4725-2937-4.
  • (DE) Peter Pavúk, Troia VI Früh und Mitte. Keramik, Stratigraphie, Chronologie, collana Studia Troica Monographien, n. 3, Bonn, Rudolf Habelt, 2014, ISBN 978-3-7749-3944-8.
  • (EN) Calvert Watkins, The Language of the Trojans, in Machteld J. Mellink (a cura di), Troy and the Trojan War. A Symposium Held at Bryn Mawr College, October 1984, Bryn Mawr, Bryn Mawr College, 1986, pp. 45-62.
  • (EN) Ilya Yakubovich, Sociolinguistics of the Luvian Language, collana Brill's Studies in Indo-European Languages & Linguistics, n. 2, Leida-Boston, Brill, 2010, ISBN 978-90-04-17791-8.

Voci correlate