
Il veganismo (o, più raramente, veganesimo) è un movimento che propone l'adozione di uno stile di vita proprio di una società basata su risorse non provenienti dal regno animale.
Se la base del veganismo è riconducibile all'antispecismo fin dalle sue origini, le sue motivazioni si sono estese a comprendere temi ambientalistici, medico-salutistici e socioeconomici.
La parola veganismo è la trasposizione nella lingua italiana della parola veganism nella lingua inglese, derivante dal termine vegan, nome che assunsero gli aderenti alla prima associazione vegana, fondata in Inghilterra nel 1944.
Già dagli inizi del XX secolo l'abitudine al consumo di prodotti lattiero-caseari era stata oggetto di forti dibattiti all'interno del movimento vegetariano. Nell'agosto del 1944 Elsie Shrigley e Donald Watson, due membri della Vegetarian Society, pensarono che fosse necessario formare un coordinamento di "vegetariani non consumatori di latticini", nonostante l'opposizione di eminenti vegetariani che rifiutavano l'idea di un vegetarianismo completamente privo di prodotti animali. Nel novembre dello stesso anno Watson organizzò a Londra una riunione di sei "vegetariani non consumatori di latticini", in cui venne deciso di costituire una nuova società, la Vegan Society, di cui Watson stesso fu eletto presidente, e di adottare come definizione il termine vegan, contrazione di vegetarian.
In una intervista del 2004 Donald Watson affermò:
Sebbene la paternità del neologismo "vegan" venga solitamente attribuita a Donald Watson o ad uno sforzo combinato di Donald Watson e di sua moglie Dorothy, Watson riconosce come fonti dell'idea G.A. Henderson e sua moglie Fay K. Henderson, anch'essi membri fondatori nel 1944 della Vegan Society, i quali avevano suggerito per l'associazione il nome "Allvega" e come titolo del magazine dell'associazione "Allvegan". Da questi suggerimenti Watson avrebbe preso dunque ispirazione per il termine "vegan". La parola "vega" era inoltre già in uso nei circoli vegetariani da un po' di tempo. Fin dal 1934, uno dei più noti ristoranti vegetariani di Londra si chiamava "Vega". Tutti i vegetariani di quegli anni, inclusi i coniugi Henderson, erano a conoscenza di questo ristorante, che sembra pertanto essere la prima fonte d'ispirazione del termine.

Nel linguaggio corrente il termine veganismo viene usualmente inteso come una forma di dieta a base vegetale. Si tratta di una definizione limitativa, perché quella alimentare è solo una delle dimensioni in cui si manifesta lo stile di vita vegano. Un termine alternativo per riferirsi alla sola pratica alimentare a base esclusivamente vegetale è "vegetalismo". La dieta vegetaliana può essere adottata anche al di fuori del veganismo per motivazioni terapeutiche, igieniste, religiose o spirituali, e pur essendo un aspetto fondamentale del veganismo, non lo esaurisce. Quest'ultimo, come illustra la definizione delle Vegan Society, è uno stile di vita che evita per quanto possibile lo sfruttamento degli animali in ogni ambito, non solo quello dell'alimentazione, ma anche dell'abbigliamento (per es. evitando capi in pelle), del tempo libero (per es. evitando spettacoli in cui vengono utilizzati animali), ecc.
Secondo il filosofo attivista Gary L. Francione, il veganismo è dettato da principi etici di rispetto per la vita animale ed è spesso basato sul pensiero antispecista e su una particolare visione non-violenta della vita.
Il veganismo può essere considerato la prassi dell'antispecismo e comporta il rifiuto di dedicarsi, partecipare e sostenere attività che implicano lo sfruttamento degli animali. Ad esempio, essi potrebbero criticare alcuni aspetti che possono avvenire all'interno degli allevamenti intensivi, quali il sovraffollamento non igienico in condizioni artificiali, separazione precoce madre-prole e procedure di mutilazione (es. accorciamento della coda dei maiali, riduzione del becco dei polli).
Con un Memorandum nel 1979 la Vegan Society definì il veganismo come:
Il veganismo contemporaneo si propone anche come possibile soluzione ad altre problematiche correlate, di natura etica, ambientale, economica e sanitaria.

Chi è vegano differisce notevolmente a seconda delle motivazioni intrinseche o esterne e dalla misura in cui si sente di modificare il proprio stile di vita. Alcune persone che si definiscono vegane seguono principalmente la sola dieta vegetale (vegetaliani, o dietary vegans). Non sempre numerosi sono i vegani che modificano il proprio comportamento anche in altri ambiti di consumo, come per esempio scegliendo capi di abbigliamento in fibre vegetali sintetiche e artificiali o acquistando esclusivamente prodotti vegan. Il grado di applicazione può variare da un individuo all'altro, considerando anche che uno stile di vita totalmente vegano può essere generalmente difficile da adottare nel contesto produttivo e consumistico attuale, poiché i derivati di origine animale potrebbero essere presenti nei prodotti più impensabili. Per questo motivo alcuni ritengono che non sarebbe necessario che tutta la popolazione adotti completamente uno stile vegan per produrre un cambiamento nell'economia e nella società, ma basti il raggiungimento di una certa "massa critica" con scelte di consumo più orientate verso prodotti vegetali.
Anche se una persona che adotta uno stile di vita vegano aderisce alla dieta a base vegetale seguendo criteri più o meno soggettivi, flessibili e adatti a sé, nella pratica quotidiana si distinguono una serie di abitudini e scelte diffuse e condivise dalla comunità vegana. In particolare, molta importanza viene data alla scelta in campo alimentare, optando per una dieta basata su prodotti esclusivamente vegetali, detta anche dieta vegana, plant-based o vegetaliana.
Una persona vegana generalmente rifiuta lo sfruttamento animale e di conseguenza il consumo di ogni tipo di carne (compresa la carne degli animali marini, ovvero pesce, crostacei e molluschi), latte e derivati, uova, miele e altri prodotti delle api, spesso anche se presenti in forma di ingredienti in altri alimenti o bevande, che potrebbero contenere derivati di origine animale. Evitare o ridurre il consumo di cibi animali significa anche ridurre la domanda dell'industria zootecnica e della pesca e in particolare gli allevamenti intensivi, in quanto tali industrie causano lo sfruttamento, la sofferenza e l'uccisione di un numero elevato di animali, oltre ad avere un forte impatto ambientale. A tal riguardo stime della FAO (2007), quantificano che in tutto il mondo ogni anno verrebbero uccisi, per fini alimentari, circa 56 miliardi di animali, senza contare pesci e altri animali marini.
Una persona vegana può inoltre scegliere di indossare capi in fibre vegetali (canapa, lino, cotone, ecc.), fibre artificiali (rayon, viscosa, ecc.) e fibre sintetiche (acrilico, nylon, pile, poliestere, ecc.) evitando l'acquisto di capi con parti di origine animale (pelliccia, pelle, lana, seta e imbottiture in piuma); di usare cosmetici (make-up e prodotti per l'igiene personale) e prodotti per la pulizia della casa, presenti in commercio con marchio o certificazione "vegan", che garantiscono che non siano stati testati su animali e che siano privi di ingredienti di origine animale, come per esempio il sodium tallowate, ricavato da strutto suino e sego bovino; in generale di evitare l'acquisto di altre merci con parti animali (come divani in pelle, tappeti in pelliccia, ornamenti in avorio, oggetti in osso, pennelli in pelo animale, ecc.) e dei farmaci contenenti eccipienti animali.
Il veganismo può essere definito dunque un modello di consumo che si basa su principi che influenzano le abitudini, la dieta e le scelte di acquisto quotidiane, perseguite con più o meno flessibilità e adattabilità in base a esigenze e possibilità individuali.
All'interno della comunità vegana sono fonte di opinioni molto discordi quei prodotti derivati di origine animale meno noti (e in alcuni casi indicati sotto forma di sigle alfanumeriche) presenti in minuscole quantità in alcuni prodotti o usati sotto forma di additivi alimentari: è il caso, ad esempio, della L-cisteina (identificata anche con la sigla E920), della glicerina animale (E422) o dei fosfati animali (E542). Ancora più controverso è il caso di quei prodotti che, pur non contenendo derivati di origine animale, ne implicano però l'uso durante il processo di produzione, come ad esempio alcuni tipi di zucchero raffinato che sarebbero lavorati con carbone animale, usato per la decolorazione dello zucchero e per rimuovere impurità e minerali. L'uso di sostanze di origine animale, infatti, è attualmente molto diffuso nella produzione industriale moderna; è altresì vero che sempre più aziende propongono varianti totalmente vegetali dei loro prodotti. Sostanze di derivazione animale si possono trovare in articoli insospettabili, come palle da tennis, carta da parati e bande adesive. Un'artista olandese, Christien Meindertsma, afferma di avere individuato 185 prodotti di uso comune contenenti parti di maiale, tra cui proiettili, pellicola fotografica, freni, porcellana e sigarette.
Inoltre l'origine animale di alcune sostanze ambigue o il coinvolgimento di derivati di origine animale nelle fasi di produzione non è sempre facilmente accertabile. Ad esempio, spesso la coltivazione agricola prevede l'impiego di concimi di origine animale (prodotti con sangue, feci, ossa, lana, corna, ecc.). Per tali motivi, generalmente, nella comunità vegana quest'uso delle sostanze di origine animale riceve scarsa attenzione nella prassi quotidiana e si ritiene più pratico, oltre che più efficace per la causa della liberazione animale, concentrare la propria attenzione maggiormente su quelle sostanze di origine animale più evidenti (carni, latte e latticini, uova e prodotti delle api).
Oltre alle scelte di consumo quotidiano, una persona vegana può scegliere di evitare utilizzi di animali da parte dell'uomo. Può essere evitato ciò che riguarda la pratica, la partecipazione e il sostegno ad attività come la sperimentazione sugli animali, la caccia e la pesca, gli spettacoli con animali (es. la corrida, il combattimento di galli, il circo con animali o il rodeo), l'impiego di animali in competizioni sportive (corse di cavalli, corse di cani, sleddog, ecc.), le manifestazioni folkloristiche con impiego di animali, zoo, gli acquari e altre strutture simili che detengono animali, il commercio degli animali da compagnia e ogni altra simile attività.
L'antispecismo indica una posizione filosofica, etica e politica che si oppone alla discriminazione fra la specie umana e le altre specie, sottolineando come gli animali siano esseri senzienti con abilità cognitive e uno spettro di emozioni come piacere, dolore e paura. Essa si oppone alla convinzione secondo cui la specie umana sarebbe superiore alle altre specie. Come spiega la letteratura autoriale: "A partire da questi autori possiamo identificare il nucleo dell'antispecismo con un semplice concetto: la critica del dominio come relazione in cui i soggetti coinvolti vengono definiti in termine di opposizione (Sé/Altro) escludente e gerarchica. Dunque il dominio è la prassi materiale (non solo l'idea, il convincimento ecc.) in cui si creano gerarchie che rendono uno dei poli della relazione subordinata all'altro. Dentro questa logica che è una logica di squalificazione dell'Altro funzionale all'appropriazione del suo lavoro produttivo - c'è tutto: la psicologia, i rapporti di classe, di genere, i conflitti etnico-religiosi, le guerre di conquista ecc. L'animale funziona da perno simbolico e materiale essenziale di tale logica, perché è a partire dalla repressione della sua stessa animalità che la civiltà umana costruisce la propria macchina distruttiva e produttiva."
Già nell'antica Grecia, filosofi come Pitagora ed Empedocle mettevano in discussione la legittimità dello sfruttamento animale da parte degli umani, sostenendo che le differenze tra specie fossero meno marcate rispetto a quanto si ritenesse. Questa prospettiva trovò conferma a partire dalla fine del XX secolo, con studi che dimostrarono la continuità biologica e cognitiva tra specie. Inoltre, secondo altri studi sulle specie, le attitudini dell'uomo verso gli animali possono essere influenzate a tendenze a simpatizzare verso animali in base al loro status (selvatico, domestico), all'attrattività estetica, all'utilità e ad intelligenza e/o ad abilità che si presume abbia quella specie. Tuttavia ulteriori studi si necessitano per chiarire la senzienza di altri animali oltre i mammiferi.
L'approccio che critica l'antispecismo è definito specismo che, secondo la Treccani, è la convinzione secondo cui gli esseri umani sono superiori per status e valore agli altri animali, e pertanto devono godere di maggiori diritti.


Il vegetalismo è un termine generale che denota il comportamento alimentare di chi si nutre esclusivamente di alimenti vegetali. Nel corso degli ultimi decenni è maturato un crescente interesse globale verso il vegetalismo. Una delle ragioni è la maggiore sensibilità riguardo alle questioni sollevate dal veganismo grazie alla sua diffusione e all'opera di sensibilizzazione portata avanti dalle associazioni animaliste. Altre persone però si alimentano di soli vegetali per ragioni diverse dai motivi etici di sfruttamento animale, con motivazioni più o meno combinate tra loro, e potrebbero in alcuni casi dichiararsi vegani. A questo adattamento possono giungere anche i vegetariani che possono consumare più o meno spesso prodotti di origine animale come latte e uova. Alcuni individui adottano regimi alimentari vegetali per una ragione esclusivamente legata alla salute, perché ritengono di poter curare e prevenire alcune malattie o che, per assicurare il migliore stato di salute, l'alimentazione umana debba prevedere solo alimenti di origine vegetale e possono essere meglio definiti come vegetaliani, o vegetalisti salutistici.
In particolare, negli anni più recenti si può osservare una crescente diffusione della dieta vegana presso i paesi più ricchi. Ad esempio, negli Stati Uniti, circa il 2-3% della popolazione adulta - con una stima che va da 2-3 milioni a 6 milioni di persone - segue in modo regolare una dieta vegana, e circa l'1% dei bambini e degli adolescenti tra gli 8 e i 18 anni è vegetariano. Altri paesi occidentali presentano percentuali diverse, ad esempio l'Italia ha una presenza di vegetariani che nelle rilevazioni fluttua tra l'1,1% e il 3%. Tuttavia, le rilevazioni riguardo al vegetalismo possono essere complesse da eseguire e da interpretare a causa della varietà dei comportamenti e delle motivazioni che possono ricadere sotto questa etichetta.
Frequentemente i vegetaliani attuali riferiscono motivazioni etiche di rispetto per la vita animale e vengono addottate anche per ragioni salutistiche ed ecologiste. Tali motivazioni non sono tutte necessariamente adottate insieme, e anche se due o più possono coesistere negli stessi soggetti, una potrebbe prevalere sulle altre. Uno studio del 2019 ha rilevato che per il 68,1% degli intervistati la motivazione principale per cui sono diventati vegani è evitare l'uccisione e lo sfruttamento animale, mentre il 17,4% ha dichiarato di farlo per motivi salutistici, il 9,7% per ragioni ambientali e il 4,8% per altri motivi.
Alla diffusione delle ragioni salutistiche ha contribuito una serie di fattori. Già da diversi decenni, la correlazione tra il consumo di carni – in particolare di carni rosse e carni conservate – e il possibile rischio di patologie croniche, la diffusione di malattie virali presso gli animali allevati (causa di zoonosi alimentare) e le preoccupazioni per il crescente uso di antibiotici e altri farmaci negli allevamenti - che potrebbero accumularsi nelle carni- da una parte, e i possibili benefici associati a diete ricche di cibi vegetali, insieme all' affermazione che la carne rappresenti un alimento non essenziale per la dieta umana, dall'altra, hanno determinato nei paesi ricchi una crescente diffusione delle diete a base vegetale. Più recentemente, i rischi derivanti da un'elevata assunzione di grassi saturi e colesterolo, di cui sono ricchi latte, latticini e uova, la correlazione del consumo di uova e prodotti lattiero-caseari con alcuni tipi di cancro e la vasta diffusione dell'intolleranza al lattosio, hanno ulteriormente spostato l'attenzione verso la dieta vegana. Inoltre, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato le carni processate e gli insaccati (tra cui prosciutto, pancetta, salame e wurstel) come cancerogeni di tipo 1, il che significa che esistono associazioni tra le carni lavorate e il cancro del colon-retto.
Infine, sempre negli anni recenti, il vegetalismo ha cominciato a diffondersi anche come una scelta ecologica a seguito di valutazioni dell'impatto ambientale connesso al settore dell'allevamento e per i potenziali rischi pandemici connesso alla possibilità di sviluppare, attraverso gli allevamenti intensivi, patogeni letali multiresistenti a più antibiotici.
Tra le varie iniziative, il 1º novembre si festeggia il World Vegan Day (Giornata Vegana Mondiale) per celebrare la fondazione della prima vegan society, e l'intero mese di novembre è stato scelto come World Vegan Month (Mese Vegano Mondiale).
Le diete vegetaliane sono dei modelli nutrizionali che escludono dall'alimentazione la carne di qualsiasi animale e tutti i prodotti di origine animale. Oltre alla dieta vegana, basata su: cereali, legumi, verdura, frutta e semi; sono diete vegetaliane anche altre diete che, sebbene differiscano sostanzialmente dalla dieta vegana sia nei principi alimentari che nel tipo di alimenti consumati, non comprendono il consumo di alcun ingrediente di origine animale. Fra di esse vi sono quelle praticate, ad esempio, nel crudismo vegetaliano, nel fruttarismo o nell'ehretismo.

Uno studio del 2018 condotto dall'università di Oxford ha dimostrato che la dieta vegana è meno impattante sull'ambiente rispetto a quella onnivora in fatto di consumo di risorse ed effetto serra.
Nella seconda metà del Novecento il consumo globale di carne è aumentato di cinque volte, passando da 45 milioni di tonnellate all'anno nel 1950 a 233 milioni nel 2000. Il notevole incremento del consumo globale di carne e dei prodotti animali ha determinato una crescita improvvisa della produzione zootecnica e, conseguentemente, un considerevole aumento del numero di animali allevati. Secondo i dati FAO e del World Watch Institute (2007) questa crescita degli allevamenti intensivi è incompatibile con i ritmi naturali terrestri, visto l'impatto sulla vita terrestre stessa, e ha inciso in modo sproporzionato sull'equilibrio ambientale. Nel 2006 la FAO ha pubblicato Livestock's Long Shadow, un report scientifico in cui viene approfonditamente valutato l'impatto globale del settore zootecnico sull'ambiente. Nel 2015 si è misurato l'impatto del settore della produzione di cibo da animali che raggiunge il 51% dell'emissione di diossido di carbonio. Ad esempio, la produzione di carne bovina, ha un impatto significativo sull'ambiente: è responsabile di circa il 41% delle emissioni globali di gas serra derivanti dall'allevamento ed è uno dei fattori che determinano il degrado del suolo e la deforestazione. Il problema della disoccupazione degli allevatori potrebbe essere rilevante, uno studio ha evidenziato però che i professionisti brasiliani valutano positivamente il potenziale occupazionale della carne vegetale e coltivata. Questi risultati possono guidare politiche pubbliche per creare posti di lavoro qualificati per un'eventuale transizione alimentare. Frequenti sono le preoccupazioni riguardo agli eventuali terreni attualmente usati per l'allevamento, ma non adatti per le coltivazioni, tuttavia alcuni terreni aridi, montani o non adatti alle culture possono essere riutilizzati in modo sostenibile con energie rinnovabili, o per coltivare piante resistenti e frutti selvatici. Uno studio ha dimostrato che l'abbandono controllato di questi terreni ha portato a un aumento del 28% della diversità biologica di batteri e funghi nel terreno grazie alla maggiore quantità di fosforo e azoto e una riduzione di metalli pesanti dopo 3-4 anni. Inoltre studi recenti affermano che in assenza di interventi correttivi- ad esempio sull'uso del suolo- l'impatto ambientale della produzione alimentare globale potrebbe aumentare del 50-90% entro il 2050, rispetto ai livelli del 2020.
Uno studio sistemico, inoltre, analizzando oltre 38.000 aziende agricole in 119 paesi ha mostrato che la produzione di alimenti vegetali richiede meno terra, acqua ed energia, producendo minori quantità di gas serra e uno studio comparativo ha rilevato che una dieta vegana ha un impatto sull'ambiente inferiore del 44% circa rispetto alla dieta mediterranea moderna, anche se utilizzava poca carne e latticini (il 10% delle calorie).
In una ricerca pubblicata su Elementa, un team di scienziati della Tufts University ha affermato che la dieta più sostenibile non è quella vegana ma quella vegetariana.
Lo studio afferma che a parità di calorie si causano più danni all'ambiente nel produrre cibi vegani che per produrre alcuni tipi di carne. Inoltre certi terreni rimarrebbero inutilizzati poiché non tutti sono coltivabili e sono quindi usati per pastorizia e allevamento.Un altro studio pubblicato sulla rivista Environment Systems and Decisions conferma che la coltivazione di certi cibi per dieta vegana consuma più risorse rispetto a quella onnivora. The Guardian ha ritenuto che la dieta vegana non sia meno impattante per l'ambiente.
Alcuni studi hanno simulato la totale conversione della popolazione mondiale al veganesimo e hanno sostenuto che ciò porterebbe minori rischi per l'ambiente ma aumenterebbe la disoccupazione di alcuni paesi e i problemi di salute a coloro che per motivi medici non possono sottoporsi alla dieta vegana
Esiste un dibattito riguardo al minor consumo di acqua per produrre cibi vegani rispetto alla produzione di carne e salumi. I dati della letteratura riguardo l’impronta idrica dei prodotti alimentari sono stati pubblicati dal Water Footprint Network (WFN) riportando un consumo di acqua pari a circa 15 000 litri d’acqua ogni chilo di carne. In Italia, ad esempio, la WFN ha stimato che la produzione di carne bovina richieda in media 11.500 litri d’acqua, tuttavia alcuni smentiscono richiedendo una considerazione più ampia di altre variabili e sottolineando che sia l’acqua verde - acqua del suolo usata per le piante - ad essere maggiormente utilizzata negli allevamenti, contribuendo alla deforestazione. La maggior parte dei raccolti di soia e mais sono però destinati al foraggio animale, e in minor parte all’alimentazione umana diretta.
Da una prospettiva della sociologia delle religioni è ritenuto che il veganismo contemporaneo abbia alcuni tratti caratteristici delle cosiddette "religioni implicite", in particolare qualora esso sia oggetto di un investimento personale che coinvolga profondamente e ampiamente l'identità personale. L'attenzione scrupolosa ed eticamente connotata per il rispetto e la salvaguardia della vita animale può, secondo questa prospettiva, assumere aspetti ritualistici e quasi sacrali. La dimensione religiosa del veganismo emerge anche dalla sua forte carica idealistica, che traspare nel desiderio e nel tentativo di cambiare il mondo, l'economia e la società ad immagine dei valori cui il movimento aderisce. Nonostante la sua lontananza dalla tradizionale idea di fenomeno religioso, il veganismo lascia dunque trasparire una sorta di “enfasi protoreligiosa”.
Tuttavia, uno studio che ha indagato la rappresentazione del veganismo sulla stampa italiana, ha osservato come la connotazione religiosa del veganismo, dipinta come "integralista", possa talvolta assumere funzioni stigmatizzanti nel discorso pubblico relativo a allo stile di vita e ai principi vegani.
Al movimento vegano parte della letteratura scientifica rimprovera di non considerare, nella corretta ed egualitaria dimensione etica, gli animali nocivi (per l'agricoltura) specie quelli di piccole dimensioni (appartenenti ai fitofagi = mangiatori di piante: artropodi o vertebrati fitofagi) nella categoria "animali" da proteggere. I fitofagi in questione (soprattutto insetti, roditori, uccelli, etc.), secondo questa tesi autoriale, sono sostanzialmente (inconsapevolmente?) considerati come materia organica animata 'usa e getta' dai vegani, senza che venga avanzata alcuna questione di tutela del loro mondo vitale, al fine di schiudere all'opinione di massa lo stato di sofferenza e quotidiano sterminio a cui è sottoposta questa parte di fauna animale. Il che, secondo la discorrenda tesi, andrebbe proprio ad appannaggio utilitaristico della crescita dei mercati dei capitali internazionali (avversati dal movimento vegano): tanto sul piano fitofarmacologico di produzione in continua crescita, che su quello coltivazione e vendita di prodotti agricolo-vegetali tramite l'utilizzo di queste sostanze. Non solo, seguendo questa ricostruzione, i fitofarmaci utilizzati nell'agricoltura (che causano danni mortali agli insetti e alle specie di animali infestanti le culture vegetali), oltre a determinare una sofferenza sensitiva agli animali destinatari, hanno anche un indiretto impatto notevole 'a cascata' sull'inquinamento ambientale.
Come riporta questa tesi, la repressione orientata dalle aziende agricole come finalisticamente letale verso queste categorie di fitofagi infestanti, avviene a ogni livello di produzione: non solo nei campi di coltivazione delle piante, ma (per alcuni di questi fitofagi) anche negli impianti di confezionamento dei prodotti vegetali, sulle navi e nei supermercati su scala più piccola: per proteggere il cibo vegetale da insetti, roditori e altri piccoli animali.
Persino insetti utili, come formiche e coccinelle, vengono uccisi dai fitofarmaci; le formiche, inoltre, sono uccise direttamente anche perché coinvolte nel sistema 'collaborativo' con gli afidi infestanti le culture vegetali di produzione.
Inoltre, continua questa opinione, l'uso di queste sostanze chimiche può anche produrre ulteriori e costosi effetti collaterali indesiderati: come la produzione di nuove infestazioni di diversi tipi di parassiti, che, a loro volta, richiedono nuove e diverse sostanze chimiche per il controllo di alcuni fitofagi infestanti, al fine di vincere la resistenza sviluppata dalle corrispondenti specie esistenti (o di quella originaria delle nuove specie etichettate come infestanti) verso i fitofarmaci già utilizzati nell'agricoltura: un ciclo tossico che uccide animali (anche non fitofagi) ed esseri umani che si trovano nelle immediate vicinanze dei luoghi dell'eseguito trattamento fitofarmacologico; aggiungendo anche tossine nocive al cibo vegetale e ad altri prodotti consumati da esseri umani localmente lontani.
Queste sostanze chimiche, invero, penetrerebbero facilmente nelle fonti d'acqua, colpendo animali selvatici non umani, come pesci, gamberi, opossum, tapiri, e puzzole, nonché animali domestici come i polli. Per cui seguendo questo autore, l'utilizzo dei fitofarmaci nell'agricoltura vegetale avrebbe un doppio danno effettuale: diretto sulla fauna da sterminare, e indiretto su altra fauna collegata variamente al sistema su cui si abbatte l'intervento fitofarmacologico dell'agricoltura vegetale: "Studi hanno anche scoperto che i caimani dagli occhiali del Costa Rica e le barriere coralline caraibiche sono fortemente colpiti da tali sostanze chimiche. Osservando queste crudeltà nell'ambito degli studi vegani, diventa chiaro che segregare gli animali in gerarchie di crudeltà non elimina la morte di massa degli animali, anche se i consumatori sono confortati dai termini che determinano il loro stile di vita."
La letteratura scientifica si è poi soffermata sul termine "cruelty-free", addotto dai vegani nel condannare le diete onnivore che, consapevolmente/inconsapevolmente, fungerebbe da occultativo schermo terminologico: confortando superficialmente il consumatore verso un regime alimentare/di vita integralmente etico e non dannoso per alcun essere animato, ma nella sostanza fallace dacché recante nocumento per molteplici esseri animati; e perciò, il principio di non crudeltà dei vegani sarebbe estremamente debole quando viene addotto contro il consumismo onnivoro, consigliato dalle linee guida internazionali della medicina ufficiale per una sana e variata alimentazione, allorché quest'ultima viene veganamente accusata di un mancato senso di coscienziosità verso gli animali.
Secondo questa ricostruzione autoriale, infatti, vegani avrebbero una visione distorta, superficiale e fittizia nel valutare il fenomeno della crudeltà verso gli animali: non includendovi i fitofagi direttamente dannosi per la produzione di vegetali alimentari; cio' in quanto, questo agire di sensibilizzazione epidermicamente orientata, porta anche a far ignorare alla cultura popolare di massa (che il movimento vegano vorrebbe proselitizzare) le decine di migliaia di taluni fitofagi sconosciuti come infestanti: Rizofagi (attaccano le radici: es. i nematodi o le larve di maggiolino, talpe, topi etc.); Xilofagi (scavano gallerie nel legno: es. i tarli o i cerambicidi, etc.), Fillofagi (mangiano le foglie: es. bruchi, lumache, uccelli, cavallette, dorifora delle patate etc.), Carpofagi (danneggiano i frutti: es. la mosca della frutta, cocciniglie, cotonello, la tignola, etc.), Antofagi (si nutrono dei fiori: api, vespe, farfalle, uccelli, etc.), che vengono (necessariamente) decimati dagli agricoltori per poter fornire il vasto assortimento di frutta, cereali, verdura e altri vegetali presenti sui banchi dei mercati/supermercati, nonché per produrre i derivati processati industrialmente da detti vegetali.
E a questa superficialità contemplativa di protesta sensibilizzatrice del movimento Vegano, la discorrenda letteratura aggiunge anche la mancata stigmatizzazione dei 'conflitti' tra taluni fitofagi vertebrati (cervi, marmotte, cinghiali, scimmie, etc.) e gli agricoltori a difesa dei vegetali coltivati, spesso risolti con la uccisione dei primi: essendo oggettivamente impossibile contenere l'azione dannosa di questi animali sulle colture vegetali, tramite recinzioni/similari su enormi distese di ettari di coltivazione agricola.
A ciò, detta letteratura autoriale aggiunge anche la preoccupazione sul grave impatto di dilatazione della produzione agro-vegetale per soddisfare una crescente domanda alimentare vegana: la deforestazione delle foreste pluviali è indubbiamente pericolosa per gli animali non umani (fitofagi e non), così come per altri preziosi elementi viventi in questi ecosistemi. La frammentazione degli habitat, ovvero la divisione di quelli che sarebbero habitat più grandi in habitat più piccoli per sviluppare porzioni di terra destinate all'agricoltura, riduce la diversità delle specie, che è un termine appropriato per indicare l'uccisione degli animali. Gli animali che muoiono potrebbero essere in grado di sostenere o far ricrescere le loro popolazioni, oppure potrebbero essere in pericolo perché i loro habitat scompaiono. Uno degli effetti più importanti sarebbe il problema che subisce la popolazione fitofoga dei conigli selvatici: che finiscono periodicamente (e in grande quantità) nelle mietitrebbie per la raccolta del grano; e così anche per piccoli mammiferi, uccelli terrestri e i rettili che vengono uccisi accidentalmente durante il raccolto. Inoltre, secondo meta-analisi recenti, il problema dei fitofarmaci coinvolgerebbe anche la fauna utilizzata nella c.d. lotta biologica: "Un pesticida ottimale deve essere specifico per un bersaglio specifico, ovvero colpire solo la specie di parassita interessata, senza causare conseguenze indesiderate per altri organismi esposti. Raggiungere una selettività assoluta per colpire solo l'organismo bersaglio è difficile, poiché la maggior parte dei pesticidi presenta rischi sia per l'uomo che per le specie non bersaglio."
E la discorrenda letteratura – ripercorrendo le ragioni etico-vegane verso gli animali, ma evidenziandone la miopia verso lo scenario estintivo delle specie di allevamento dipendenti dall'aiuto umano (come ad es. le razze: bovino blu belga, gallina cocincina, maialino a pancia tazza, etc.: a causa della mole articolare e delle insufficienti capacità cerebrali, rispettivamente indotte dalla selezione artificiata e dalla domesticazione pluri-decennale), e di quello degli animali domestici come i cani (evoluti come spazzini domestici) e i gatti (carnivori obbligati) –, propone di utilizzare l'immagine di un cerchio in espansione per esprimere una corretta e completa idea moralistica degli animali fitofagi (e non fitofagi). E se così si facesse, continua l'autore, "il cerchio 'brulicherebbe' di tutti gli animali del campo che sono potenziali vittime dell'agricoltura moderna: un elenco parziale degli animali da campo negli Stati Uniti includerebbe l'opossum, il piccione selvatico, il passero domestico, lo storno europeo, il ratto nero, il ratto norvegese, il topo domestico, il chukar, la starna, il fagiano dal collare, il tacchino selvatico, il coniglio selvatico, l'arvicola dalla coda grigia e molte specie diverse di anfibi."
Detta tesi autoriale, in motivazione, adduce una stima della percentuale di animali da campo uccisi durante la raccolta dei vegetali, fondata su due studi scientifici. Il primo dei quali è stato condotto in Inghilterra e ha esaminato l'effetto della coltivazione di grano e orzo sulle popolazioni di topi (Tew e Macdonald 1993). Gli scienziati hanno scoperto che il numero di topi per ettaro è diminuito da 25 a 5 dopo la raccolta: diminuzione attribuita sia alla migrazione fuori dal campo che alla mortalità diretta delle lavorazioni agricole, con un tasso di mortalità del 52%.
Il secondo studio, condotto alle Hawaii, ha rilevato che la produzione di canna da zucchero causava un tasso di mortalità del 77% nei ratti polinesiani: con un tasso medio di animali uccisi dall'agricoltura del 60%. La discorrenda letteratura scientifica, inoltre, confronta questo tasso di mortalità con quello causato dalla carne bovina nutrita con erba e allevata con un modello di pascolo-foraggio. E si evincerebbe, che il foraggiamento al pascolo richiede meno passaggi sul campo con trattori e attrezzature agricole rispetto alla produzione agricola intensiva: con probabile minor numero di animali da campo uccisi; numero ulteriormente ridotto quando si utilizzano bovini al pascolo che brucano direttamente il foraggio, convertendolo in carne bovina e latte.
Questa tesi, pertanto, propone di affrancarsi dal paradosso sofferto dei vegani, e di scegliere l'opzione che comporterebbe il minor danno totale, poiché ucciderebbe 450 milioni di animali in meno all'anno; si tratta del modello davisiano: "Il principio del minimo danno potrebbe richiedere che gli esseri umani seguano una dieta contenente grandi erbivori, non una dieta vegana."
Detta ricostruzione 'davisiana' e stata tuttavia stigmatizzata da altri autori: per la dubbia veridicità delle complesso delle percentuali adoperate, e poi nel trascurare "forme filosoficamente significative di danno agli esseri umani presenti nella produzione di carne bovina ma non nella raccolta delle colture" (Cfr. gli studi sull'associazione tra consumo di carne rossa e cancro:; l'utilizzo di ormoni per la crescita, in alcune realtà extraeuropee, e i pericoli per la salute umana:; e i fattori di rischio salutare della composizione di alcuni mangimi, addizionati anche con derivati di origine animale).
Infine, aggiunge la discorrenda critica autoriale, il Davis "basa la sua argomentazione sul controverso presupposto che non vi sia alcuna differenza tra uccisione deliberata e accidentale, né di animali né di persone."
Sull'utilitarismo vegano – in disparte alcune tesi 'singolari' sul consumare balenottere azzurre, o di consumare animali morti accidentalmente – altre tesi autoriali propongono di sfruttare le moderne tecnologie per produrre il consumo di carne in vitro per la nutrizione umana (asseritamente estensibile pure agli animali domestici); o ancora, sostituire il bestiame attuale con animali geneticamente modificati privi della dimensione affettiva del dolore: che sarebbe meglio dello status quo.
Altri autori, per contro, tendono a giustificare la uccisione mirata (o accidentale) di taluni fitofagi rientranti tra le cause nocive delle colture agrarie (dorifare delle patate, afidi del pesco, mosca dell'ulivo, ragnetto rosso dei limoni, bruchi delle verdure a foglie verdi etc.) – e che, in certi casi, possono arrivare anche ad uccidere la pianta: come la Cocciniglia del Fico, la Cavolaia maggiore dei broccoli, etc. –, per il fatto che gli insetti non sono vertebrati e non avrebbero un sistema nervoso centrale o nocicettori (recettori del dolore) nel cervello.
Un assunto, tuttavia, contestato da recenti studi: dimostranti che anche gli invertebrati provano dolore, oltre ad avere capacità valutatorie e di adattamento situazionale: la Dichiarazione di New York sulla Coscienza Animale del 2024 ha "riconosciuto la possibilità realistica della coscienza negli invertebrati, inclusa Apis mellifera, sottolineando l'importanza di considerare il loro benessere sulla base di prove scientifiche."
Ed altri studiosi giustificano la uccisione di taluni fitofagi in quanto esseri meno complessi dei bovini, ovini, equini etc. (considerati essere senzienti dall'art. 13 TFUE, al pari di cinghiali e cervi; un elenco in via di espansione, seppur legata alla lenta capacità dell'impulso scientifico di intaccare nell'attività normativa degli organi legiferanti); anche questa conclusione è stata respinta da altri studiosi anche perché non sufficientemente fondata, e trasudante arragonza di dominio di specie che dovrebbe deflettere dinnanzi al c.d. principio di precauzione.
Quanto alla possibilità che gli insetti fitofagi commestibili (dannosi per l'agricoltura) possano rientrare nella dieta vegana (come suggerito dal principio di precauzione 'fischeriano'), al momento la letteratura di settore lo esclude: "Gli insetti sono classificati come animali e, pertanto, non sono una fonte alimentare vegana. Sebbene la definizione e la pratica del veganismo siano contestate, una dieta vegana convenzionale rifiuta il consumo e l'uso di tutti gli animali e prodotti animali, inclusi il miele prodotto dalle api e la seta prodotta dai bachi da seta, entrambi insetti commestibili popolari." Assunto esclusorio confermato anche dagli studi 'Zielińska' del 2024: "I vegani ritenevano che il consumo di insetti fosse irresponsabile e moralmente sbagliato".
Il rapporto tra agricoltura e taluni fitofagi infestanti (insetti) è stato autorialmente letto sotto la lente dell'agricoltura biologica – che dovrebbe anzitutto reggersi su "tre pilastri principali per la progettazione di strategie di gestione dei parassiti: risanamento, manipolazione dell'habitat e controllo biologico conservativo. " –, evidenziandosi che allo stato attuale l'agricoltura biologica nella gestione dei parassiti fitofagi con prodotti non chimici, oppure con l'utilizzo di nemici naturali, darebbe risultati insostenibili: sia per una efficiente lotta contro i fitofagi infestanti, sia in termini di resa del raccolto dei prodotti vegetali; un problema confermato da ulteriori meta-analisi: "I risultati del nostro studio indicano che i danni causati da uccelli e roditori rimangono elevati per molte colture e sono destinati a essere economicamente significativi all'interno dello Stato della California. Pubblicato da Elsevier Ltd." Ed anche altri autori si sono espressi sull'impraticabilita' di un'agricoltura affrancata dai fitofarmaci chimici: "(1) le popolazioni di parassiti non hanno nemici naturali efficaci nella regione, (2) l'habitat naturale è una fonte di parassiti maggiore rispetto ai nemici naturali, (3) le colture forniscono maggiori risorse per i nemici naturali rispetto all'habitat naturale, (4) l'habitat naturale è insufficiente in quantità, prossimità, composizione o configurazione per fornire popolazioni di nemici sufficientemente grandi necessarie per il controllo dei parassiti e (5) le pratiche agricole contrastano l'insediamento dei nemici e il biocontrollo fornito dall'habitat naturale."
La Academy of Nutrition and Dietetics (ex American Dietetic Association) ha dichiarato nel 2009 che una dieta vegetariana o vegana è adeguata a tutte le età e può contribuire ad un buono stato di salute, a patto che sia correttamente pianificata, e in alcuni casi opportunamente integrata. Alcuni ritengono che escludere la carne e, in generale, i prodotti di derivazione animale, significhi eliminare dalla dieta i prodotti alimentari più ricchi in proteine dal momento che l’organismo umano ha due vincoli legati alle proteine che non possono essere violati, ovvero il fabbisogno di amminoacidi essenziali giornaliero e il fabbisogno proteico totale giornaliero. Ogni parte dei vegetali contiene proteine ma queste sono presenti in quantità maggiore nei semi. Tuttavia, tra i gli pseudocereali la quinoa, il teff, l'amaranto, il grano saraceno e il miglio hanno generalmente tutti gli amminoacidi essenziali. I cereali sono più bassi in amminoacidi come la lisina, mentre i legumi hanno più basse quantità dell'amminoacido metionina. Per cui la dieta vegana dovrebbe comprendere una quantità sufficiente di legumi, cereali, frutta secca e semi, così da soddisfare il fabbisogno proteico in modo salutare. Inoltre, anche le alghe sono una fonte proteica alternativa e sostenibile.
Vitamina B12
La dieta vegana, se non applicata adeguatamente e in alcuni casi particolari pianificata da un nutrizionista, può portare a deficit o riduzione nell'assorbimento di nutrienti essenziali, tra cui acidi grassi, minerali e vitamine, con particolare riguardo verso la vitamina B12. Come evidenziato da uno studio retrospettivo del 2013, che analizzava i dati di ulteriori 18 studi scientifici, la carenza di vitamina B12 tra i vegani è diffusa in ogni fascia di età, gruppo sociale e luogo di residenza. Per cui è consigliata la regolare integrazione di vitamina B12 e gli esami clinici periodici, al fine di monitorarne i livelli nel sangue.
Inoltre, alcuni integratori alimentari vegetali a base di spirulina, sono utili fonti di minerali e in piccola quantità vitamina B12 .Tuttavia, l'apporto della vitamina B12 è in forma non biologicamente disponibile, pertanto le fonti attualmente più affidabili di vitamina B12 rimangono gli integratori farmaceutici ricavati da biosintesi. Recenti studi sono stati volti per trovare alghe, microalghe ed altri alimenti con disponibilità di vitamina B12 e uno studio del 2014 ha rilevato che l'alga Nori apporti vitamina B12 biodisponibile agli umani, risultando utile per prevenirne una carenza.
Omega-3 e acidi grassi
L'acido grasso alfa-linolenico (ALA) viene assunto in quantità simili tra vegetariani e non vegetariani, attraverso fonti vegetali come semi di lino, semi di canapa e di chia o, in quantità minori, frutta secca come noci. Tuttavia, la conversione dell'ALA nei suoi derivati a catena lunga EPA e DHA nel corpo umano è più limitata (5-10%).
Se l'alimentazione non ha un eccesso di omega-6 (oli di girasole, mais e soia) che riducono la conversione e se vengono abbinati a vitamina E che aiuta a proteggere l'ALA dall'ossidazione, la conversione potrebbe essere più efficiente.
L'olio di microalghe è invece una fonte diretta di DHA ed EPA, poiché esse sono alla base della catena alimentare marina che rende i pesci ricchi omega-3. Anche alghe come la Chlorella, l'alga Nori e l'alga wakame contengono quantità modeste di EPA, la Spirulina contiene tracce di ALA e l'ulva Lactuca, conosciuta come lattuga di mare, è un'alga nordica che può contenere EPA. Tuttavia, è solo recentemente che si sta valutando il potenziale nutrizionale ed ecologico delle specie algali.
Uno studio su 73.308 partecipanti ha rivelato che i vegetariani hanno una riduzione del rischio di mortalità del 12% e una riduzione del 19% di mortalità legata a problemi cardiovascolari, rispetto alle diete convenzionali. Uno studio della Oxford University pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal afferma che la dieta vegana e vegetariana diminuisce l'insorgenza di ischemia cardiaca, mentre sarebbe lievemente correlata all'aumento del rischio di ictus.
Diverse pubblicazioni degli ultimi anni hanno cercato di determinare in che modo la dieta vegana abbia un impatto positivo in alcune patologie come cancro, malattie cardiache, infiammazione cronica e diabete. Viene riportato una minore incidenza e mortalità per cardiopatia ischemica (-25%) e incidenza di cancro (-15%); effetti positivi sono stati riscontrati anche nella prevenzione e trattamento del diabete di tipo 2. Un altro studio ha mostrato che le diete a base vegetale hanno rivelato una minore produzione di metaboliti pro-infiammatori come gli acidi biliari secondari e una maggiore produzione di acidi grassi a catena corta, i quali hanno effetti antinfiammatori. Inoltre, le diete a base vegetale erano legate a più alti livelli di depressione, ma a livelli più bassi di ansia. Tuttavia, i risultati di altri studi indicano che una dieta vegana di alta qualità abbassi i livelli di depressione. Le diete a base vegetale potrebbero avere un ruolo nel modulare l’infiammazione, anche nella gestione di malattie della pelle come la psoriasi.
L'Accademia di nutrizione e dietetica degli Stati Uniti e l'Associazione dei dietisti del Canada ritengono che le diete vegane ben pianificate siano appropriate per tutte le fasi della vita, comprese la gravidanza, l'allattamento, l'infanzia e l'adolescenza.
Anche studi scientifici emergenti evidenziano come possa essere considerata salubre, purché si abbia una consapevolezza della necessità di equilibrare la dieta con i micronutrienti necessari. L'analisi valuta inoltre la riduzione dei tassi di diabete gestazionale e ipertensione. Le diete vegane, ben pianificate, tendono ad essere più ricche in fibre alimentari, magnesio, acido folico (vitamina B9), vitamina C, vitamina E, potassio e sostanze fitochimiche, e più basse in calorie, grassi saturi e colesterolo.
Esistono poche informazioni sulla crescita dei bambini vegani. I risultati hanno suggerito che c'è una piccola percentuale di valori atipici in questa popolazione, con intervalli normali di peso e altezza, e presentanti obesità meno frequentemente.
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