| Wang Mang | |
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| Imperatore della Cina | |
| In carica | 10 gennaio 9 – 6 ottobre 23 |
| Predecessore | Ruzi Ying (erede designato della dinastia Han) |
| Successore | Gengshi |
| Altri titoli |
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| Nascita | 45 a.C. |
| Morte | Chang'an, 6 ottobre 23 |
| Casa reale | Dinastia Xin |
| Padre | Wang Man |
| Madre | Qu |
| Consorti | imperatrice Wang imperatrice Shi |
| Figli | vedi Discendenza |
Wang Mang (cinese: 王莽, pinyin: Wáng Mǎng; nome di cortesia: Jujun, 巨君; 45 a.C. – Chang'an, 6 ottobre 23) è stato un sovrano cinese, imperatore della Cina dal 9 al 23 e unico sovrano della dinastia Xin.
Nipote dell'imperatrice Wang Zhengjun, consorte dell'imperatore Yuandi, fece carriera a corte grazie alla potente famiglia materna e alla fama di modestia e di virtù confuciana che seppe costruirsi. Fu il reale detentore del potere durante il regno dei sovrani bambini Pingdi e Ruzi Ying, finché nel 9 si proclamò imperatore. Tentò numerose riforme, dell'amministrazione, della moneta, della proprietà fondiaria e dei monopoli statali, in gran parte fallite. Il mutamento del corso del Fiume Giallo e le conseguenti carestie provocarono rivolte contadine, tra cui quella delle Sopracciglia Rosse, nel corso delle quali fu ucciso nel 23. La storiografia ufficiale lo presentò come l'usurpatore per antonomasia; gli storici moderni gli riconoscono però un ruolo decisivo nell'affermazione dell'idea del mandato del cielo, cui si richiamarono tutte le dinastie successive.

Wang Mang apparteneva a un'influente famiglia originaria della comanderia di Wei, nell'odierno Hebei, salita ai vertici della corte Han quando l'imperatore Yuandi (48-33 a.C.) elevò al rango di imperatrice la consorte Wang Zhengjun, che fece ottenere ai fratelli e ai nipoti cariche importanti. Il padre di Wang Mang, Wang Man, fratello minore dell'imperatrice, morì però prima di essere creato marchese insieme agli altri fratelli, e il figlio, pur strettamente imparentato con la famiglia imperiale, non poté permettersi il tenore di vita dei cugini. Ricevette comunque una solida formazione confuciana, si distinse per la passione per lo studio e vestiva in modo semplice, come un discepolo di Confucio. Si guadagnò inoltre fama di uomo devoto alla famiglia, occupandosi della madre vedova, della cognata e del nipote Wang Guang, rimasto orfano del padre Wang Yong.
Nel 22 a.C. assistette per mesi, giorno e notte, lo zio Wang Feng, reggente e comandante supremo delle forze imperiali, durante la sua ultima malattia; commosso, Wang Feng lo raccomandò all'imperatrice madre e all'imperatore Chengdi, e su sua richiesta Wang Mang ottenne un comando nell'Armata del Nord e la carica di consigliere dell'imperatore, cui seguirono i titoli di comandante della cavalleria e di consigliere di palazzo. Il 12 giugno del 16 a.C. fu creato marchese di Xindu (新都侯), con una parte del feudo dello zio Wang Shang, marchese di Chengdu, che aveva chiesto all'imperatore di cederla al nipote. Già allora appariva come un uomo di talento, dai vasti interessi e capace di procurarsi sostenitori. Continuò a mostrarsi modesto, distribuendo parte delle proprie rendite a subalterni e studenti e rifiutando più volte, secondo l'ideale confuciano dell'umiltà, doni e promozioni prima di accettarli; diversamente da molti nobili del suo tempo, in quegli anni non tenne concubine.
Quando un altro zio, Wang Gen, succeduto a Wang Feng come comandante supremo (da sima, 大司馬), si preparava a lasciare la carica, i principali candidati alla successione erano Wang Mang e Chunyu Zhang, che godeva del favore dell'imperatrice. Wang Mang raccolse prove che il rivale aveva ricevuto denaro da un'ex consorte ripudiata dell'imperatore e progettava di procurare cariche ai propri sostenitori; nell'8 a.C. le presentò all'imperatore e all'imperatrice madre, che esiliarono Chunyu. Questi cercò di restare nella capitale corrompendo il cugino Wang Rong, che, scoperto, si suicidò; interrogato di nuovo, Chunyu confessò e fu giustiziato. Ritiratosi Wang Gen per motivi di salute, all'inizio del 7 a.C. Wang Mang, a 37 anni, divenne comandante supremo e reggente: fu il primo della nuova generazione della famiglia a ricoprire la carica, dopo i quattro zii che l'avevano preceduto.
Il 17 aprile del 7 a.C. morì Chengdi e salì al trono il nipote Aidi, deciso a governare personalmente e sostenuto dalle famiglie della madre, Ding, e della nonna, Fu, che miravano a ridimensionare i Wang. Su consiglio della zia, Wang Mang presentò le dimissioni, dapprima respinte; dopo aver irritato la nonna dell'imperatore negandole il posto d'onore durante un banchetto, il 27 agosto del 7 a.C. le ripresentò e furono accettate.

Wang Mang rimase dapprima nella capitale Chang'an, ma nell'estate del 5 a.C. fu costretto a trasferirsi nel suo marchesato, a Xinye, nell'odierno Henan, dove condusse vita ritirata. I suoi sostenitori inviarono a corte centinaia di petizioni in suo favore e nel 2 a.C. ottenne di tornare nella capitale, senza incarichi ufficiali.
Il 15 agosto dell'1 a.C. Aidi morì senza figli e senza aver designato un successore, dopo aver consegnato in punto di morte i sigilli imperiali al favorito Dong Xian. Poiché la madre e la nonna dell'imperatore erano morte, l'unica autorità in grado di risolvere la crisi era l'imperatrice vedova Wang Zhengjun, che fece togliere i sigilli a Dong Xian e convocò il nipote a palazzo; su suo consiglio Dong Xian fu privato di cariche e titoli e si suicidò, e il 17 agosto Wang Mang tornò reggente. Come imperatore fu scelto l'ultimo discendente di Yuandi, Liu Jizi, che salì al trono il 17 ottobre con il nome di Pingdi: nato nel 9 a.C., era ancora un bambino. Wang Mang destituì ed esiliò i parenti delle famiglie Fu e Ding, spinse al suicidio le imperatrici vedove di Chengdi e di Aidi e privò postumamente dei titoli la nonna di Aidi; il corpo di Dong Xian fu riesumato e risepolto in una prigione.
Durante il regno nominale di Pingdi il potere di Wang Mang crebbe notevolmente: affidò le cariche più importanti ai suoi sostenitori e godette di autentica popolarità tra funzionari e letterati. Migliorò le scuole provinciali, ampliò l'Accademia imperiale, costruì una nuova strada attraverso le montagne tra la valle del Wei e il Sichuan e garantì la pace ai confini; nel 5 riunì nella capitale una conferenza sui testi classici, sull'astronomia e l'astrologia e sulla divinazione. Nell'1 d.C. ricevette il titolo di duca Anhan («duca che pacifica gli Han», 安漢公). Il titolo di gong («duca») non era mai stato usato in epoca imperiale e richiamava il Duca di Zhou, modello del reggente virtuoso. Il conferimento fu preceduto dall'omaggio alla corte di un fagiano bianco, considerato segno di favore celeste, da parte della popolazione meridionale degli Yueshang. In questo periodo Wang Mang sostituì inoltre i nomi di istituzioni e di alcune località con altri che richiamavano le dinastie Zhou e Shang.
Per rafforzare la propria posizione decise di dare in sposa all'imperatore la propria figlia: mostrandosi riluttante, chiese pubblicamente alla zia di non prenderla in considerazione, mentre faceva giungere a corte numerose petizioni a favore delle nozze. Il 16 marzo del 4 la figlia, ancora bambina, divenne imperatrice.
Wang Mang tenne lontani dalla corte i parenti dell'imperatore e impedì alla madre di Pingdi, della famiglia Wei, di fargli visita. Il figlio maggiore di Wang Mang, Wang Yu, che si era schierato con i suoi avversari, cercò di favorire un incontro tra il bambino e la madre e, non riuscendovi, tentò di screditare il padre con falsi presagi, facendo spargere del sangue sulla porta della sua residenza; scoperto, fu messo a morte su ordine del padre. L'epurazione che seguì, alimentata dai nomi di complici ottenuti con la tortura, colpì numerosi funzionari, molti membri della famiglia Wei e alcuni parenti di Wang Mang considerati infidi; la madre di Pingdi fu invece risparmiata e conservò formalmente i suoi onori.
Pingdi morì il 3 febbraio del 6, senza eredi. Secondo la storiografia tradizionale Wang Mang, preoccupato dalla crescente ostilità dell'imperatore adolescente verso il trattamento riservato alla famiglia materna, lo fece avvelenare, scrivendo segretamente una preghiera in cui offriva agli dèi la propria vita in cambio di quella del sovrano, da usare come prova della propria innocenza. Lo storico Hans Bielenstein osserva tuttavia che la morte di Pingdi non era nell'interesse di Wang Mang: come suocero dell'imperatore e probabile nonno del suo successore, avrebbe potuto contare a lungo su un potere stabile, mentre la scomparsa del sovrano lo costrinse a ricostruire su nuove basi la propria posizione senza inimicarsi la famiglia imperiale.
Poiché Pingdi era l'ultimo discendente di Yuandi, il successore andava scelto tra i discendenti di Xuandi, tra cui vi erano cinque re e quasi cinquanta marchesi. Per non vedere limitata la propria autorità da un sovrano adulto, Wang Mang scelse il più giovane, Liu Ying, trisnipote di Xuandi nato nel 5 e noto come Ruzi Ying («il bambino Ying»), che il 17 aprile del 6 fu designato erede al trono senza essere incoronato. Per editto dell'imperatrice vedova Wang Mang divenne reggente e poi «imperatore facente funzione» (she huangdi, 攝皇帝), richiamandosi al ruolo svolto dal Duca di Zhou durante la minore età del re Cheng; a corte fu chiamato anche «pseudo-imperatore» (jia huangdi, 假皇帝) e il nome dell'era fu mutato in Jushe («reggenza», 居攝).
Le sue pretese provocarono la reazione della famiglia imperiale. Tra maggio e giugno del 6 un marchese tentò di attaccare il capoluogo della propria comanderia, ma fu sconfitto e i suoi stessi parenti presentarono un memoriale di scuse; altre due rivolte di marchesi ebbero ancora meno rilievo. Più grave fu l'insurrezione guidata nella parte centrale della Grande Pianura da Zhai Yi, figlio di Zhai Fangjin, già cancelliere di Chengdi, che proclamò imperatore un membro della famiglia imperiale, istituì una propria amministrazione e accusò Wang Mang di aver avvelenato Pingdi, mentre un'altra rivolta scoppiava nei pressi della capitale. Con un'azione energica, e con un proclama in cui prometteva di restituire il potere al raggiungimento della maggiore età dell'erede, Wang Mang soffocò le ribellioni in tre mesi, e da allora non incontrò più opposizioni serie. Alla repressione della rivolta partecipò tra gli altri il generale Wang Yi (王邑).

La facilità con cui erano state soffocate le rivolte e l'accettazione delle sue iniziative da parte di quasi tutti i funzionari mostravano che la famiglia imperiale aveva perso ogni sostegno. Wang Mang si richiamò allora alla concezione del mandato del cielo, legata alla dinastia Zhou e ricomparsa negli ambienti di governo alla fine degli Han occidentali, associata alla teoria dei cinque elementi (legno, fuoco, terra, metallo e acqua), che avrebbero dominato a turno il mondo naturale: ogni dinastia regnava in virtù di un elemento ed era destinata a perdere il mandato quando la sua fase si esauriva. Si trattava dunque di dimostrare che il fuoco, elemento degli Han, doveva cedere alla terra, elemento associato all'Imperatore Giallo, da cui Wang Mang sosteneva di discendere. Tra il 6 e l'8 una serie di presagi confermò questa tesi: fu scoperta una pietra con il nome di Wang Mang, un messaggero del Cielo gli apparve in sogno, davanti a lui sgorgò spontaneamente una sorgente, fu ritrovato un bue di pietra (animale associato alla terra) e fu rinvenuto uno scrigno di bronzo con due documenti che lo indicavano come nuovo imperatore, designato dal fondatore degli Han, Gaozu. Il 10 gennaio del 9 Wang Mang proclamò la fine della dinastia Han e salì al trono come primo imperatore della dinastia Xin (新朝, «nuova dinastia»). Ruzi Ying fu privato del titolo e tenuto in isolamento; in seguito sposò una nipote di Wang Mang.
Durante il regno Wang Mang usò i nomi di era Shijianguo (始建國, 9-13), Tianfeng (天鳳, 14-19) e Dihuang (地皇, 20-23).
Nello stesso 9 Wang Mang soffocò rapidamente due rivolte dell'ex famiglia imperiale, i cui membri l'anno seguente furono privati dei titoli nobiliari e ridotti alla condizione di sudditi comuni. I titoli Han furono aboliti e sostituiti da un sistema a cinque gradi che si riteneva in uso sotto i Zhou; nel 14 furono mutati anche i nomi delle province, delle comanderie e delle contee, preferendo termini tratti dallo Shujing. Nel 9 fu vietata la compravendita di schiavi privati e fu proclamata una riforma agraria, secondo la quale ogni uomo abile al lavoro doveva ricevere un'uguale quantità di terra: le famiglie che ne possedevano di più dovevano cedere l'eccedenza a parenti e vicini, e la vendita della terra fu vietata. Già nel 7 i marchesi e i nobili di rango inferiore erano stati obbligati a cambiare l'oro posseduto con moneta di minor valore; nuove denominazioni monetarie furono introdotte nel 7, nel 9, nel 10 e nel 14, la prima e l'ultima delle quali con una riduzione del peso delle monete. Nel 10 furono istituiti monopoli di Stato sull'alcol, sul sale, sui manufatti in ferro, sul conio della moneta e sui proventi di monti e paludi; contemporaneamente il mercato di beni essenziali come cereali, vestiti e seta fu stabilizzato da agenzie statali che li acquistavano quando i prezzi erano bassi e li rivendevano quando erano alti, con magazzini in cinque città importanti. Monopoli e stabilizzazione dei prezzi furono confermati nel 17. Dopo il 10 fu imposta a cacciatori, pescatori, mercanti e artigiani un'imposta pari a un decimo dei proventi e nel 16 si stabilì che negli anni di cattivo raccolto gli stipendi dei funzionari diminuissero in proporzione.
Nelle riforme di Wang Mang si è spesso vista la realizzazione di un'utopia confuciana, e lo si è perfino definito un socialista. In realtà gran parte di esse riprendeva pratiche dei precedenti imperatori Han. I titoli erano già stati modificati nel 144 e nel 104 a.C.; Wudi (141-87 a.C.) aveva attuato una riforma monetaria nel 119 a.C. e introdotto i monopoli del sale e del ferro intorno al 119 a.C. e quello dell'alcol nel 98 a.C.: quest'ultimo fu abolito nell'81 a.C., mentre quelli del sale e del ferro durarono, con una breve interruzione nel 44-41 a.C., fino alla fine degli Han occidentali. Il conio era monopolio statale dal 112 a.C., i proventi di monti e paludi erano monopolio personale dell'imperatore, come le imposte pagate da pescatori, cacciatori e falegnami, e il programma di stabilizzazione dei prezzi risaliva al 110 a.C.; anche Wudi aveva tassato mercanti e artigiani, e in misura maggiore. Una politica economica attiva fondata su monopoli e controllo dei prezzi era peraltro estranea al confucianesimo. Di realmente nuovo, e riconducibile all'ideale confuciano dei campi a pozzo, vi furono soltanto la riforma agraria e il divieto di possedere schiavi privati.
La riforma agraria e il divieto della schiavitù privata si rivelarono inattuabili per l'opposizione dei proprietari terrieri e della burocrazia, e Wang Mang vi rinunciò già nel 12. Il divieto di possedere oro, probabilmente un tentativo di impoverire l'aristocrazia Han al di sotto del rango di re, fu revocato nel 10, quando questa aveva cessato di esistere. Lo scopo principale dei cambi della moneta era ridurre il peso delle monete di valore elevato, il che facilitava il soddisfacimento della domanda statale di metallo e il trasporto di grandi somme; ma cambiamenti così drastici e frequenti generarono confusione e sfiducia nel sistema monetario, e la tesaurizzazione delle vecchie monete divenne comune nonostante le pene severe. I monopoli furono aboliti nel 22, perché inapplicabili durante la guerra civile, ma furono ripristinati, a eccezione di quello dell'alcol, dagli imperatori Han orientali, insieme al programma di stabilizzazione dei prezzi. Nonostante la propaganda che lo presentava come un saggio confuciano intento a realizzare gli ideali dell'epoca Zhou, nella politica interna Wang Mang fu dunque un pragmatico, che adottò le misure che gli sembravano efficaci, confuciane o meno, senza discostarsi molto dalla politica dei suoi predecessori.

La questione principale della politica estera fu il rapporto con gli Xiongnu. Dal 51 a.C. tra la Cina e gli Xiongnu regnava la pace e nel 33 a.C. il chanyu Huhanye (58-31 a.C.) aveva sposato la concubina imperiale Wang Zhaojun, che gli diede un figlio, Yituzhiyashi, e dal successivo chanyu ebbe una figlia, Yun. Questa nel 2 fu accolta alla corte cinese presso l'imperatrice vedova Wang e, tornata tra gli Xiongnu, formò con il marito, un influente aristocratico, e probabilmente con il fratellastro Yituzhiyashi un partito filocinese, guardato con sospetto dalla fazione conservatrice, cui apparteneva il chanyu Nengzhiyasi (8-13), che cercava la guerra con la Cina. Il pretesto fu offerto dallo stesso Wang Mang, che abbassò il rango attribuito al chanyu e iniziò a trattarlo come un vassallo. Nel 10 Nengzhiyasi accolse un gruppo di cinesi fuggiti dal dominio di Wang Mang e il regno di Turfan, formalmente soggetto all'impero, il che equivaleva a una dichiarazione di guerra. Wang Mang mobilitò 300 000 uomini, e gli Xiongnu si limitarono a incursioni di frontiera. Nell'11 Wang Mang propose come chanyu Xian, fratellastro di Nengzhiyasi, che dopo un primo insuccesso gli succedette alla sua morte, nel 13. Il successore di Xian, Hudu Er Shi (18-48), fu ostile alla Cina, ma la guerra non riprese, a parte un'incursione nel 19; Hudu Er Shi fece però uccidere Yituzhiyashi, e Yun fuggì presso Wang Mang con il marito, che l'imperatore propose come chanyu, ma che morì poco dopo. Secondo il racconto tradizionale, Wang Mang progettava di spezzare il potere del chanyu dividendone il regno tra i suoi parenti, e quando truppe cinesi rapirono a questo scopo un fratello e due figli del sovrano, gli Xiongnu devastarono le regioni settentrionali della Cina.
Sugli altri fronti Wang Mang ebbe in genere successo. Nel 13 si ribellò Karasahr e fu ucciso il protettore generale cinese delle Regioni occidentali; nonostante le gravi perdite subite dalla spedizione punitiva del 16, la rivolta fu repressa e l'impero conservò i suoi possedimenti negli odierni Gansu e Xinjiang. Nel 12 insorsero le popolazioni locali dell'odierno Guizhou e nel 14 quelle dello Yunnan, e in entrambi i casi le rivolte furono domate. Sempre nel 12 Wang Mang sconfisse facilmente il regno coreano di Goguryeo, mentre a occidente estese il territorio cinese nel Kokonor (l'odierno Qinghai) a spese dei Qiang. Le fonti tradizionali descrivono questi conflitti in termini assai più negativi: secondo il Libro degli Han, Wang Mang offese i capi delle popolazioni sudoccidentali privandoli del titolo di re concesso dagli Han e facendo uccidere il sovrano di Juting, che non accettava la degradazione, irritò i coreani storpiando il nome del loro capo e perse le Regioni occidentali, dove il suo inviato Dan Qin, dopo aver fatto giustiziare il re di uno degli Stati locali, fu ucciso, e la spedizione punitiva fallì: un esercito fu distrutto e a un altro fu tagliata la via del ritorno.
Secondo le fonti tradizionali, convinto che l'apparato di governo avrebbe funzionato una volta conformato a quello dei Zhou, Wang Mang ne trascurò lo stato effettivo: mentre l'imperatore e i suoi consiglieri cercavano nei testi antichi indicazioni sul governo dei Zhou, decisioni importanti restavano in sospeso, i governatori provinciali si arricchivano e la riforma degli stipendi, rimasta incompiuta, lasciò molti funzionari senza paga, alimentando la corruzione.
La causa principale della caduta di Wang Mang non furono tuttavia le riforme fallite, ma una catastrofe naturale, il mutamento del corso del Fiume Giallo. Tra il 3 e il 5 si verificò un'enorme inondazione e nell'11 il fiume abbandonò il suo antico corso settentrionale per quello attuale; Wang Mang non aveva i mezzi per far fronte al disastro. Molti morirono nelle due inondazioni e i superstiti si dispersero; seguirono la carestia e una lenta migrazione dei contadini dalla parte meridionale della Grande Pianura verso sud, lungo la quale si diffuse l'anarchia causata dalle bande di contadini in cerca di cibo. La situazione più grave si ebbe nello Shandong, sovrappopolato per l'afflusso di profughi a cui due nuovi rami del fiume impedivano di allontanarsi; le bande contadine vi formarono un grande esercito, poco organizzato, il cui capo più importante fu Fan Chong. Gli insorti iniziarono a considerarsi sostenitori degli Han deposti e si dipinsero le sopracciglia di rosso, il colore di quella dinastia: per questo furono noti come Sopracciglia Rosse.
Nel 21 morì la moglie di Wang Mang; il figlio Wang Lin, erede al trono, si suicidò dopo che il padre ne aveva scoperto la relazione con una dama di corte, e poco dopo morì anche l'altro figlio, Wang An. Wang Mang riconobbe allora due figli illegittimi e li creò duchi.
Wang Mang inviò contro le Sopracciglia Rosse due eserciti, nel 18 e nel 22, entrambi sconfitti. Nell'ottobre del 22 Liu Yan, discendente in sesta generazione dell'imperatore Jingdi, alla testa delle forze dell'aristocrazia locale e di bande contadine alleate, tra cui i ribelli Lülin, insorse nella comanderia di Nanyang, nell'odierno Henan meridionale. Dopo i primi successi, i capi contadini, temendo che Liu Yan fosse proclamato imperatore a vantaggio dell'aristocrazia di Nanyang, anticiparono gli eventi e l'11 marzo del 23 proclamarono imperatore un altro membro della famiglia Han, cugino di Liu Yan, Liu Xuan, che assunse il nome di era Gengshi («nuovo inizio»).
Wang Mang mandò contro di lui un grande esercito (secondo le fonti, circa 430 000 uomini), che dopo aver battuto i ribelli nei primi scontri fu sconfitto il 7 luglio del 23 nella battaglia di Kunyang. Anche i funzionari di Wang Mang cominciarono allora a cospirare contro di lui; la congiura fu scoperta e i suoi membri, tra cui il celebre erudito Liu Xin, furono condannati a morte. I funzionari locali iniziarono a riconoscere l'autorità di Gengshi e nuove rivolte scoppiarono nel Sichuan, lungo il corso inferiore dello Han e del Fiume Azzurro e nella parte settentrionale della Grande Pianura. Gengshi marciò allora su Chang'an, dove insorsero le grandi famiglie della regione, attirate dalla prospettiva di un ricco bottino. Il 4 ottobre i ribelli entrarono in città e il giorno seguente si unirono a loro gli abitanti; i combattimenti raggiunsero il palazzo, e il 6 ottobre del 23 Wang Mang fu ucciso insieme agli ultimi sostenitori. La sua testa fu tagliata e inviata a Gengshi.
Secondo le fonti, alla vigilia dell'assalto Wang Mang aveva riunito la corte per una cerimonia in cui chiese al Cielo di non abbandonarlo dopo averlo scelto come imperatore. Nell'assalto perse la vita anche la figlia, l'ex imperatrice. La testa di Wang Mang fu esposta nel mercato di Wancheng (宛市), capitale provvisoria di Gengshi, e rimossa dopo che la folla inferocita gli aveva tagliato la lingua; fu poi conservata per secoli nel tesoro imperiale.
La fonte principale sul regno di Wang Mang è il Libro degli Han (Han shu), redatto tra il 36 e il 110 circa da Ban Biao, Ban Gu e Ban Zhao, che gli dedica il capitolo 99, diviso in tre parti; il Libro degli Han posteriori aggiunge poche informazioni. Poiché l'opera fu scritta sotto gli Han orientali, che avevano rovesciato Wang Mang, la sua rappresentazione è probabilmente sfavorevole.
Non essendo riuscito a fondare una dinastia duratura, Wang Mang fu considerato un usurpatore che si era attribuito illegittimamente il mandato del cielo. Ban Gu cercò in ogni modo di contrapporlo al restauratore degli Han, Guangwu (25-57), descrivendo con disapprovazione la sua dedizione allo studio, la cura per la madre vedova, per la cognata e per il nipote orfano, il rispetto dell'etichetta in presenza degli zii, la modestia crescente con l'avanzare della carriera e la generosità, per concludere che la sua era una fama vuota. Ban Gu suggeriva così che Wang Mang avesse raggiunto la sua posizione non per capacità autentiche ma con una disonesta ostentazione di virtù, mentre uno storico a lui favorevole avrebbe potuto lodare, sulla base degli stessi fatti, la sua dedizione agli studi, l'amore per la famiglia e le virtù confuciane; anche la descrizione del suo aspetto fisico doveva qualificarlo come usurpatore. La biografia del Libro degli Han, che non contiene biografie dei suoi collaboratori, resta comunque la fonte principale, e richiede un'attenta critica: Ban Gu scrive che Wang Mang perse le Regioni occidentali, ma altrove riferisce della nomina di un nuovo protettore generale; lo critica per le perdite causate dalla mobilitazione di 300 000 uomini contro gli Xiongnu, ma non muove la stessa critica a Wudi, che ne aveva mobilitati altrettanti e per di più in un solo luogo. Secondo Bielenstein, Wang Mang non fu l'ipocrita ridicolo e tortuoso, megalomane e inetto descritto da Ban Gu.
Questa immagine divenne comunque dominante nella tradizione cinese. Gli studi moderni collegano però a Wang Mang un'eredità ben più significativa. L'idea del mandato del cielo, risalente agli Zhou occidentali (1050-770 a.C. circa), compariva raramente nella letteratura dei periodi successivi; né i sovrani Qin né gli Han vi si richiamarono, ed essa tornò nel dibattito politico solo con un memoriale del cancelliere Kuang Heng intorno al 34 a.C., sotto la cui influenza nel 31 a.C. il culto dei cinque Di, ereditato dai Qin, fu sostituito da quello del Cielo e della Terra. Attento a queste nuove correnti, Wang Mang fu, secondo Michael Loewe, il primo imperatore cinese a fondare la propria legittimità sul mandato del cielo, che collegò alla teoria dei cinque elementi. Ciò si spiega con la sua adesione alla «scuola dei testi antichi», cioè alla versione del Shujing che sarebbe stata conservata da Kong Anguo, di cui uno dei massimi esponenti, Liu Xin, fu suo stretto collaboratore: in questa scuola il mandato del cielo era associato ai cinque elementi che si succedevano nel dominio, ciascuno corrispondente a una dinastia. Alcuni studiosi contestano che i Qin si fossero identificati con l'acqua e gli Han occidentali con la terra, considerando interpolazioni i relativi passi delle Memorie di uno storico e osservando che non è attestato esplicitamente che Wudi abbia compiuto l'atto corrispondente nel 105 a.C.; solo per Wang Mang è registrata in modo univoco l'adozione di uno dei simboli da parte della dinastia. Era inoltre proprio lui ad avere interesse per una dottrina che giustificasse il cambio di dinastia, anche se implicava che nessuna dinastia sarebbe stata eterna: l'impero di Qin Shi Huang avrebbe dovuto durare «diecimila generazioni», ed è difficile immaginare che gli imperatori Han del I secolo a.C. propagandassero una dottrina che ne implicava la caduta. Secondo Loewe, Wang Mang, odiato e denigrato dagli storici cinesi, fu quindi uno dei pochi imperatori cinesi a lasciare un'eredità duratura, poiché le dinastie successive non poterono affermare il proprio diritto a governare senza ricorrere allo stesso tipo di sostegno religioso e intellettuale che aveva preso forma durante il suo regno: dagli Han orientali in poi nessun pretendente al potere poté ignorare il principio del mandato del cielo, e per molti secoli fu necessario sostenere che l'imperatore e la sua dinastia occupavano il posto loro spettante nel ciclo dei cinque elementi.
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