| Beato Alcuino di York | |
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Monaco e teologo | |
| Nascita | York, circa 735 |
| Morte | Tours, 19 maggio 804 |
| Venerato da | Chiesa cattolica (beato) e anglicana |
| Ricorrenza | 20 maggio |
Alcuino di York (Alhwin, Alchoin o, in latino, Albinus o Flaccus; York, 735 circa – Tours, 19 maggio 804) è stato un pensatore e teologo anglosassone, venerato come santo dalla Chiesa d'Inghilterra e come beato dalla Chiesa cattolica.
Alcuino fu uno dei principali artefici del Rinascimento carolingio: insegnò soprattutto grammatica e arti liberali, improntando il suo magistero a una pedagogia di tipo dialettico. Fu consigliere di Carlo Magno.
Proveniente da una nobile famiglia della Northumbria, il suo luogo di nascita è questione controversa. Probabilmente, però, nacque a York o nelle immediate vicinanze. Mentre era ancora bambino, entrò nella scuola della cattedrale ivi fondata dall'arcivescovo Egberto. La sua attitudine presto attirò l'attenzione di Alberto, allievo di Egberto e maestro nella scuola, nonché quella dell'arcivescovo, che dedicarono particolare attenzione alla sua istruzione. Da giovane, in compagnia del suo maestro, fece numerose visite in continente e quando nel 767 Alberto subentrò nella sede di York il compito di dirigere la scuola fu naturalmente devoluto ad Alcuino.
Durante i quindici anni che seguirono si dedicò alla scuola di York attirandovi numerosi studenti e arricchendone la già preziosa biblioteca. Di ritorno da Roma, nel marzo 781, incontrò Carlo Magno a Parma. Qui fu invitato dal principe, che ammirava grandemente, a trasferirsi in Francia e stabilirsi a corte come "Maestro della Scuola Palatina". La scuola rimase ad Aquisgrana per la maggior parte del tempo, ma si mosse di luogo in luogo, seguendo la residenza reale.
Della sua opera di educatore e studioso si può dire, in generale, che si inquadrava per la maggior parte nel movimento per la rinascita degli studi che distinse l'età in cui visse e che rese possibile la grande rinascita intellettuale di tre secoli dopo. Con lui la scuola anglosassone raggiunse la massima influenza. La ricca eredità intellettuale lasciata da Beda il Venerabile a Jarrow fu ripresa da Alcuino a York e, attraverso le sue opere nel continente, divenne propria della civilizzata Europa.

Le influenze che Alcuino subì a York derivavano principalmente da due fonti: irlandese e continentale. Dal VI secolo in poi i monaci irlandesi furono impegnati a fondare scuole, chiese e monasteri in tutta Europa; e da Iona, secondo Beda, Aidan e altri missionari celtici portarono la conoscenza dei classici e la fede cristiana in Northumbria.
Tuttavia, la scuola celtica contribuì solo indirettamente alla formazione di Alcuino. La forte caratterizzazione romana che aveva imbevuto la Scuola di Canterbury, fondata da Teodoro e da Adriano, inviati dal Papa in Inghilterra nel 669, si riproponeva naturalmente nella Scuola di Jarrow e da questa, a sua volta, nella scuola di York. L'influenza è ben visibile in Alcuino, sia sul lato religioso, per la sua adesione alla tradizione romana, sia sul lato intellettuale poiché la sua conoscenza del greco, materia prediletta dagli studiosi irlandesi, sembra essere stata molto approssimativa.
Una caratteristica importante del lavoro di educatore svolto da Alcuino a York fu la cura e la conservazione, nonché l'ampliamento, della sua preziosa biblioteca. Intraprese infatti molti viaggi attraverso l'Europa al solo scopo di copiare e raccogliere libri. Riunì intorno a sé anche numerosi allievi provenienti da tutte le parti d'Inghilterra e da tutto il continente europeo.
Una caratteristica della scuola che merita di essere citata era l'organizzazione degli studi di impronta moderna: gli studenti erano separati in classi, secondo gli argomenti e i soggetti studiati, con un insegnante per ogni classe. Ma fu solamente quando assunse l'incarico presso la Schola Palatina che le abilità di Alcuino risaltarono maggiormente. Nonostante l'influenza di York, in Inghilterra la cultura era in declino, il paese scosso da contrasti e da guerre civili, e Alcuino percepì nella crescente potenza di Carlo Magno e nel suo desiderio di sviluppo della cultura un'opportunità che neanche York, con tutta la sua preminenza, poteva offrire. Non rimase deluso. Carlo contava sull'educazione per completare l'opera di costruzione del suo impero e la sua mente era piena di progetti educativi.
Una rinascita letteraria, in realtà, era già incominciata. Ad Aquisgrana giunsero studiosi provenienti da Italia, Germania e Irlanda e, quando nel 782 Alcuino si trasferì presso Carlo Magno, presto, insieme con i giovani membri della nobiltà che era stato chiamato a istruire, si trovò circondato da un gruppo di studenti più anziani, alcuni dei quali erano considerati tra i migliori studiosi del tempo. Sotto la sua guida, la Schola Palatina divenne ciò che Carlo aveva sognato: il centro della conoscenza e della cultura per il regno e l'Europa intera. Carlo Magno stesso, la sua regina, sua sorella, i tre figli e le due figlie studiarono presso la scuola: un esempio che il resto della nobiltà non mancò di imitare. Il maggior merito di Alcuino quale educatore laico, tuttavia, non fu solamente la formazione di una generazione di uomini e donne, ma soprattutto l'ispirare, con la sua passione per l'insegnamento e l'apprendimento, giovani di talento che accorrevano a lui da tutte le parti.

Alcuino, come Beda, era un insegnante piuttosto che un pensatore, un produttore e un distributore piuttosto che un originatore di conoscenza e, in questo senso, la predisposizione del suo genio rispose perfettamente alle necessità intellettuali dell'epoca, che erano la conservazione e la rinascita al mondo dei tesori di conoscenza ereditati dal passato e a lungo nascosti. «Disce ut doceas» ("impara per insegnare") fu il motto della sua vita, e il valore supremo che dava all'ufficio dell'insegnamento è riconoscibile nell'ammonimento che impartiva sempre ai suoi discepoli: «chi non impara in gioventù, non insegna in vecchiaia» («Qui non discit in pueritia, non docet in senectute»). Anche vivendo nel mondo e quindi molto occupato negli affari pubblici, condusse una vita in completa umiltà; ebbe un infinito entusiasmo per lo studio e un instancabile zelo per il lavoro pratico in classe e in biblioteca.
La sua disponibilità e umanità lo resero universalmente amato e il vincolo che lega maestro e allievo si evolse spesso in un'intima amicizia che durò per tutta la vita. Molte delle sue lettere che si sono conservate furono scritte ai suoi ex allievi; di queste più di trenta erano indirizzate all'amato discepolo Arno, che divenne arcivescovo di Salisburgo. Prima di morire, Alcuino ebbe la soddisfazione di vedere i giovani che aveva preparato impegnati nell'opera dell'insegnamento in tutta Europa. «Ovunque - diceva Wattenbach parlando del periodo che seguì - in qualsiasi attività letteraria visibile, si può essere certi di trovare un allievo di Alcuino».
Molti dei suoi allievi occuparono posizioni di prestigio nella Chiesa e negli Stati e prestarono la loro influenza alla causa della cultura, come il succitato Arno, arcivescovo di Salisburgo; Teodolfo, vescovo di Orléans; Leidrad, vescovo di Lione; Eanbaldo, arcivescovo di York; Adelardo, il cugino di Carlo, che divenne abate di Corvey, in Renania Settentrionale-Vestfalia; Aldrich, abate di Ferrières, e Fredegiso, successore di Alcuino a Tours. Tra i suoi allievi a Tours fu anche il celebrato Rabano Mauro, che nella sua scuola a Fulda proseguì il lavoro intrapreso da Alcuino ad Aquisgrana e a Tours.
Lo sviluppo della Schola Palatina, tuttavia, per quanto importante, fu solo una parte dei grandi piani culturali di Carlo Magno. Per la diffusione della cultura, dovevano essere istituiti in tutto il regno altri centri educativi e per questo, in un'epoca in cui l'istruzione era così ampiamente sotto il controllo della Chiesa, era essenziale che il clero dovesse essere composto da uomini di cultura.
Con questo obiettivo bene in vista, furono emanati, a nome dell'imperatore, una serie di decreti o Capitolari, che imponevano a tutto il clero secolare e regolare, pena la sospensione dall'ufficio, la capacità di leggere e scrivere e il possesso delle cognizioni necessarie per l'intelligente esercizio delle funzioni imposte dallo stato clericale. Dovevano essere istituite scuole di lettura a beneficio dei candidati al sacerdozio e i vescovi erano tenuti a esaminare il loro clero di tanto in tanto per accertarne il grado di conformità con tali disposizioni legislative. Fu stilato anche un programma per l'istruzione elementare universale. Un capitolare dell'anno 802 stabiliva che «tutti avrebbero dovuto mandare il proprio figlio a studiare lettere, e che il bambino doveva rimanere a scuola con la massima diligenza fino a che non fosse stato ben istruito» (West, 54). In virtù dei decreti del Concilio di Vaison, in ogni città e villaggio doveva essere istituita una scuola in cui i sacerdoti avrebbero insegnato gratuitamente.
È impossibile stabilire in che misura Alcuino contribuì all'organizzazione di un così vasto sistema di istruzione basato su un'istituzione centrale, la Schola Palatina, un certo numero di scuole subordinate in cui si insegnavano le arti liberali sparse in tutto il Paese, e scuole per la gente comune in ogni città e villaggio. La sua mano non è percepibile in alcun provvedimento legislativo, ma non vi può essere alcun dubbio sul fatto che ebbe molto a che fare con l'ispirazione, se non con la definizione, di queste leggi. «La voce - dice giustamente Gaskoin - è la voce di Carlo, ma la mano è la mano di Alcuino» Fu, comunque, anche su Alcuino e i suoi allievi che ricadde la responsabilità dell'applicazione delle leggi.
È vero che le leggi furono applicate imperfettamente; le misure previste e parzialmente attuate per l'istruzione delle persone non furono un completo successo; il movimento per la rinascita e la diffusione della cultura in tutto l'Impero non giunse a buon fine, tuttavia molte cose erano destinate a durare nel tempo. «La saggezza accumulata o il passato, che aveva corso il pericolo di scomparire, era stato preservato e, quando diversi secoli più tardi, giunse una più grande e permanente rinascita culturale, le fondamenta gettate nell'VIII secolo erano ancora lì, pronte a sostenere il peso della più elevata cultura che gli studiosi della nuova rinascita avrebbero costruito» (Gaskoin, cit., p. 209).
Nel 786, Alcuino ritornò in Inghilterra a causa, a quanto pare, di importanti affari ecclesiastici e nuovamente, nel 790, in missione per conto di Carlo Magno. Nel 794, Alcuino partecipò al sinodo di Francoforte, dove ebbe una parte molto importante nella definizione dei decreti di condanna dell'Adozionismo nonché negli sforzi compiuti successivamente per la sottomissione dei recalcitranti prelati spagnoli.
Nel 796, dopo aver compiuto il suo sessantesimo compleanno, ansioso di ritirarsi dal mondo, fu nominato da Carlo Magno abate di San Martino a Tours. Qui, nella sua vecchiaia, ma con immutato slancio, si dedicò alla costruzione di una scuola monastica modello, raccogliendo libri e attirando studenti, come aveva fatto in precedenza a York e ad Aquisgrana; indicando, tra l'altro, ai suoi confratelli che «fodere quam vites melius est scribere libros», cioè che la via del sapere è migliore di quella dell'agricoltore cui indulgeva ancora una parte piuttosto ampia del movimento monastico. Dai re carolingi della Scuola palatina ricevette in dono cinque abbazie: Ferrières, Flavigny, Saint-Josse-sur-Mer, San Lupo a Troyes e Berge presso Liegi.
Alcuino ebbe probabilmente un ruolo importante come consigliere di Carlo Magno nello storico incontro avvenuto a Paderborn nell’estate del 799 con papa Leone III, incontro durante il quale si stabilirono gli accordi per istituire il Sacro Romano Impero.
Poiché nelle sue lettere amava definirsi «Albinus, humilis Levita», alcuni studiosi sono convinti che Alcuino sia stato solo un semplice diacono, mentre altri suppongono che in età ormai avanzata sia diventato sacerdote. Il suo anonimo biografo, nel descrivere l'ultimo periodo della sua vita, dice che «celebrabat omni die missarum solemnia» Jaffé et al., Monunmenta alcuiniana, Vita, 30). In una delle sue ultime lettere, Alcuino accettava il dono di una casula, che prometteva di utilizzare nelle «missarum solemniis» (Epistola 203). È probabile che egli fosse un monaco benedettino, ma anche questo è contestato, e alcuni storici hanno supposto che fosse un membro del clero secolare, anche quando esercitava l'ufficio di abate a Tours.
Morì a Tours il 19 maggio 804.
Secondo il pensiero di Alcuino lo studio delle artes non è mai dedicato ad un fine escluso di conoscenza personale, ma l’applicazione di esse è pienamente funzionale alla formazione del cristiano, come condizioni preliminari che permettano al discorso teologico di potersi comporre e sviluppare in modo corretto e consapevole. Lo studio di tutti i testi alcuiniani dedicati a tematiche teologiche e composti per difendere la fede ortodossa dagli eretici va orientato in questa direzione: la lettura delle Scritture, l’ossequio dei Padri e la conoscenza delle artes sono fondamentali per la formazione di un buon cristiano, infatti i detrattori della fede corrispondono proprio a chi non è in grado di coordinare tra loro queste competenze.
Le principali opere dedicate allo studio delle artes del trivium sono:
Per quanto riguarda invece le artes del quadrivium l'aritmetica, in particolare, si rifaceva sostanzialmente alla traduzione latina dell'opera di Nicomaco di Gerasa (II secolo d.C.) da parte di Boezio, mentre la geometria si fondava per lo più sulle nozioni di agrimensura che erano state ereditate dal mondo romano. In questo periodo, tuttavia, emerse un problema particolarmente caro agli ecclesiastici, che contribuì a mantenere vivo l'interesse verso la matematica: si tratta del cosiddetto problema del computus, ossia del calcolo della data della Pasqua, che, per la sua difficoltà, vide impegnati i più eminenti intellettuali del tempo. Già Beda il Venerabile aveva dato una soluzione al problema nel suo trattato De ratione temporum, in cui offriva anche un'utile esposizione del cosiddetto «calcolo digitale», cioè del calcolo eseguito con le dita delle mani.
Tra le opere pedagogiche composte da Alcuino ne sono presenti di importanti riguardanti tale ambito matematico:
Emergono anche trattati riguardanti il computus e l’astronomia:
Questi quattro trattati sono stati raccolti nel 1777 dall’abate Frobenius Forster (sant’Emmerano, Ratisbona) come Opusculum sextum e pubblicati con il titolo De cursu et saltu lunae ac bissexto. Furono ristampati senza modifiche da Jacques Migne.
Sono presenti anche numerose epistole in cui Alcuino tratta del medesimo argomento:
Si cita per completezza sul tema anche una lettera oggi considerata apocrifa:
Oltre all’approfondimento delle artes Alcuino compone delle opere considerabili pedagogiche anche in campo morale e cristiano:
Anche opere riconducibili ad altri campi di interesse nella vasta produzione di Alcuino possono aver avuto anche diffusione a fini pedagogici.
Ne costituiscono un esempio il De animae ratione liber ad Eulaliam virginem (lettera inviata a Gundrada, sorella di Adelardo di Corbie e cugina di Carlo Magno, che aveva richiesto un trattato sulla natura dell’anima) che circola in molti manoscritti del IX sec. insieme al De fide sanctae et individueae Trinitatis e al De Trinitate ad Fredegisum Quaestiones XXVIII (trattati di natura prettamente teologica).
Altre opere di ambito pedagogico e riferite alle varie artes risultano citate in alcune testimonianze e attribuite ad Alcuino, ma, se effettivamente composte, mai ritrovate:
Infine sono presenti opere pedagogiche attribuite ad uno pseudo Alcuino:
L'opera di Alcuino quale teologo può essere classificata come esegetica, morale e dogmatica.
Durante il suo soggiorno a Tours, Alcuino si dedicò intensamente alla lettura e alla scrittura, oltre a formare i suoi studenti, istruendoli con grande devozione. Il suo biografo, nella Vita Alcuini, racconta che egli si immerse pienamente nella spiritualità e nella vita intellettuale del monastero. Fu proprio qui che Alcuino scrisse la maggior parte delle sue opere esegetiche.

Di seguito si elencano le opere esegetiche attribuite ad Alcuino:
Alcune opere esegetiche sono di attribuzione incerta. Tra queste figurano:
La sua più importante opera biblica fu, comunque, la revisione del testo della Vulgata. All'inizio del IX secolo, questa versione era diffusa in molte varianti in tutta Europa. Di fatto, l'uniformità nel testo sacro era sconosciuta; per questo motivo ogni chiesa e monastero aveva le sue letture e spesso si trovavano testi diversi anche all'interno delle stesse strutture. Il tentativo di Alcuino era dunque volto a garantire maggiore uniformità e correttezza filologica nella trasmissione delle Scritture, e a standardizzarne il testo latino. Anche altri studiosi cercarono di porre rimedio a questa condizione: ad esempio Teodolfo d'Orléans produsse un testo rivisto della Vulgata che è sopravvissuto in cinque manoscritti.
Un’indicazione del fatto che Alcuino fosse stato incaricato da Carlo Magno «in emendatione Veteris Novique Testamenti» ci giunge dalla lettera di dedica a Gisela, sorella di Carlo, che correda l'Expositio in Iohannis Evangelium. La produzione di sei Bibbie complete, supervisionate da Alcuino, è attestata da diverse sue lettere e dalle poesie dedicatorie che le accompagnavano.
Dei tre brevi trattati morali che Alcuino ci ha lasciato, due, il De virtutibus e vitiis e il De animæ ratione, sono in gran parte arrangiamenti delle opere di Agostino d'Ippona, mentre il terzo, Sulla Confessione dei Peccati, è una sintetica esposizione sulla natura della confessione, indirizzata ai monaci di San Martino di Tours.
Strettamente legati agli scritti morali, per spirito e finalità, sono le sue opere sulla vita di san Martino di Tours, San Vedasto, san Ricario di Centule e san Villibrordo, quest'ultima una biografia di notevole lunghezza.
La fama di Alcuino come teologo, però, è dovuta principalmente alle sue opere dogmatiche. Avendo percepito l'atteggiamento sostanzialmente eretico di Felice ed Elipando sulla questione cristologica, un atteggiamento la cui eterodossia, inizialmente, era stato nascosta persino ai loro occhi dalla pretestuosa distinzione tra figli naturali e adottivi, Alcuino si erse a campione della Chiesa contro l'eresia adozionista.
La condanna della nascente eresia da parte del Sinodo di Regensburg (792), avendo fallito nel controllo della sua diffusione, provocò la convocazione di un altro e più grande sinodo, composto dai rappresentanti delle Chiese di Francia, Italia, Gran Bretagna e Galizia, a Francoforte da parte di Carlo nel 794. Alcuino era presente a questo incontro e, senza dubbio, ebbe una parte di rilievo nel dibattito e nella stesura della Epistola Synodica, anche se, con la consueta modestia, nelle sue lettere non ne fornì mai alcuna prova. In base agli atti del Sinodo, Alcuino rivolse a Felice, del quale aveva alta stima, una toccante lettera di ammonimento e di esortazione, alla quale ricevette risposta dopo il suo trasferimento a Tours, nel 796. Nella missiva Felice faceva capire che sarebbe stata necessaria qualcosa di più di una supplica amichevole per fermare l'eresia.
Contro gli insegnamenti degli eretici, Alcuino aveva già redatto un piccolo trattato, consistente principalmente in citazioni patristiche, dal titolo Liber Albini contra haeresim Felicis, ma ora intraprese una più ampia e approfondita discussione delle questioni teologiche coinvolte. Questa opera, in sette libri, Libri VII adversus Felicem, era una confutazione delle posizioni adozioniste, piuttosto che l'esposizione della dottrina cattolica e, di conseguenza, seguiva la linea delle loro argomentazioni anziché un rigoroso ordine logico. Alcuino usava contro gli adozionisti l'universale testimonianza dei Padri, le incongruenze insite nella loro stessa dottrina, la sua logica relazione con il nestorianesimo, e lo spirito razionalista che era sempre pronto a chiedere spiegazioni umane per gli imperscrutabili misteri della fede. La disputa tra Alcuino e Felice ebbe luogo nella primavera del 799 nel palazzo reale ad Aquisgrana e si concluse con il riconoscimento da parte di Felice dei suoi errori e la sua accettazione degli insegnamenti della Chiesa. Felice, in seguito, rese una visita amichevole ad Alcuino a Tours.
Dopo aver cercato invano la sottomissione di Elipando, Alcuino redasse un altro trattato intitolato Adversus Elipandum Libri IV, incaricando della sua diffusione gli emissari che Carlo Magno aveva inviato in Spagna. Nell'802 inviò all'imperatore l'ultimo e forse il più importante dei suoi trattati teologici, il Libellus de Sancta Trinitate, un'opera in forma particolare, probabilmente suggeritagli durante le dispute con gli adozionisti. Il trattato contiene una breve appendice intitolata De Trinitate ad Fridegisum quaestiones XXVIII. Il libro è un compendio della dottrina cattolica sulla Trinità basato sulle opere di sant'Agostino.
Non è certo in quale misura Alcuino condivise gli atteggiamenti negativi assunti dalla chiesa franca, su incitazione di Carlo Magno, verso i mal tradotti e malintesi canoni del Concilio di Nicea del 787. Tuttavia, lo stile dei Libri Carolini, che condannavano, in nome del re, i canoni del concilio, porta a favorire l'ipotesi che Alcuino non abbia partecipato direttamente alla loro stesura.
Alcuino ebbe l'onore di essere stato il principale agente nella grande opera di riforma liturgica operata da Carlo Magno. All'incoronazione di Carlo il rito più diffuso in Francia era quello gallicano, ma così modificato da tradizioni e usi locali da costituire un serio ostacolo all'unità ecclesiastica. Scopo principale dell'imperatore era quello di sostituire il rito romano a quello gallicano o, almeno, pervenire a una revisione tale di quest'ultimo da renderlo sostanzialmente uno con quello romano. La forte propensione di Alcuino verso le tradizioni della Chiesa romana, combinata con il suo carattere conservatore e l'autorità universale di cui godeva il suo nome, lo qualificavano per la realizzazione di un cambiamento che l'autorità regale in sé era impotente a realizzare.
La prima opera liturgica di Alcuino fu, probabilmente, un omiliario, una raccolta di sermoni in latino a uso dei sacerdoti. Un'altra opera liturgica di Alcuino consisteva in una raccolta di epistole da leggere la domenica e nei giorni di festa, dal titolo Comes ab Albino ex Caroli imp. praecepto emendatus. Prima della sua opera, i passi delle Scritture da leggere durante la Messa, spesso, erano indicati solo ai margini del Bibbie utilizzate; il Comes, invece, si basava sulla sequenza romana, avvicinandosi, in tal modo, a un'uniformità dei riti. L'opera di Alcuino che ebbe la più grande e duratura influenza in questa direzione, tuttavia, fu il Sacramentario, o Messale, che compilò basandosi sul Sacramentario Gregoriano, aggiungendovi parti da altre fonti liturgiche. Prescritto come messale ufficiale per la Chiesa Franca, presto venne comunemente usato in tutta Europa, contribuendo alla realizzazione dell'uniformità liturgica della Messa in tutta la chiesa occidentale. Altre opere liturgiche di Alcuino furono una raccolta di Messe votive, redatta per i monaci di Fulda, un trattato intitolato De psalmorum usu, un breviario per i laici e una breve spiegazione delle cerimonie battesimali.
La produzione poetica di Alcuino, in perfetta sintonia con la ricchezza di linguaggi che caratterizza la poesia di età carolingia, è estremamente varia e composita, un vero coacervo di generi e stili diversi.
La maggior parte dei testi che ci sono traditi si presentano come componimenti religiosi d’occasione, atti a celebrare ora la vita di un santo ora gli spazi di un monastero o di una chiesa, fornendo iscrizioni ad “altari, nicchie, cappelle, dormitori, biblioteche, mense”. Accanto ai testi più specificatamente religiosi, fra i quali ricordiamo anche un certo numero di inni e ritmi dogmatici, è possibile imbattersi anche in epigrammi, enigmi, sottoscrizioni librarie ed epitaffi, oltre che diverse epistole metriche inviate nel tempo ad amici e allievi.
Da un punto di vista cronologico è possibile suddividere la produzione di Alcuino in due grandi momenti, grosso modo riferibili ai due principali luoghi in cui si dipana la sua esistenza.
I primi segnali di un certo interesse verso la scrittura poetica sono già ravvisabili mentre si trova ancora in Inghilterra, e risalgono in modo particolare a questa prima fase un ampio "Poema sui vescovi, sui re e sui santi della Chiesa di York" e un epitaffio del caro maestro Aelberht, scritto intorno al 780.
La quasi totalità dei Carmina – come si può facilmente immaginare – fiorisce però dopo il trasferimento definitivo di Alcuino presso il regno dei Franchi, dove viene a contatto con un ambiente assai prolifico e fiorente, sotto ogni aspetto.
Sebbene la maggior parte delle poesie di Alcuino siano di dimensioni abbastanza ridotte, all’abate sono attribuiti alcuni estesi poemetti, volti a celebrare le vite di santi e di clerici legati all’ambiente ecclesiastico e devozionale anglo-franco, oltre che a tener traccia di avvenimenti rilevanti della sua epoca; ne possiamo individuare in modo particolare tre:
Nell’età carolingia il genere epigrammatico torna ad essere praticato con vivissimo interesse da parte di dotti e maestri, rifunzionalizzato in una maniera del tutto nuova e squisitamente letteraria. Come chiarito molto bene da Francesco Stella, “novità è il titulus, schiettamente medievale, che in Occidente subentra all’antico epigramma” e che nella prassi scrittoria diviene “didascalia di oggetti, libri, luoghi o illustrazioni”.
Nell’opera del maestro di York l’epigramma si trova spesso impiegato con intenti prefatori nelle presentazioni di libri o di codici (ed. MGH, Poetae Latini Aevi Carolini I: "Inscriptiones sacrorum librorum", pp. 283 – 304), e in iscrizioni murarie apposte per impreziosire edifici ecclesiali o monastici.
Questo brevissimo carme (ed. MGH, p. 284, n. 65 IV), realizzato per la Bibbia Vallicelliana di Moutier-Grandval, riproduce l’immagine tradizionale del copista o dello scrittore come navigante in un mare di carta e viene spessissimo ripreso anche all’interno di altri codici manoscritti.
Il lavoro di Alcuino sui libri trova applicazione soprattutto in contesti religiosi o esegetici e l’insieme indistinto delle “inscriptiones” librarie radunato dal filologo tedesco Ernst Dümmler nella propria edizione può essere in realtà ulteriormente approfondito e distinto nel modo che segue.
A partire dal IX secolo l’uso di apporre una breve introduzione metrica all’inizio di un testo in prosa o in versi, soprattutto ad apertura di Bibbie o di commenti biblici, diventa parte integrante dell’esperienza che guida la fruizione libraria. Si deve proprio ad Alcuino una forte istituzionalizzazione di questo sottogenere, che viene piegato a finalità didascaliche del tutto in linea con la sua attività di maestro; gli sono attribuiti in particolare una serie di versi che fungono da introduzioni al Sacro testo, in grado di sintetizzarne il contenuto e i principali snodi narrativi con straordinaria perizia. Degni di nota, in questo senso, sono soprattutto due carmina:
Prologhi metrici sono posti anche ad apertura di commenti a singoli libri biblici, anch’essi afferenti ad un genere letterario estremamente prolifico in età carolingia. Alla paternità alcuiniana possiamo ricondurre due componimenti, posti ad introdurre l’esegesi a due libri molto letti e studiati nel Medioevo latino: l’Ecclesiaste (ed. MGH, n. 76, p. 297) e il Cantico dei Cantici (ed. MGH, n. 78, p. 299).
Nel caso dell’abate di Tours interessanti sono anche i titula inerenti ad immagini librarie, utilizzati come vere e proprie didascalie ad immagini presenti all’interno dei codici. Tipicamente alcuiniana è l’abilità di sovrapporre alla pura descrizione artistica notazioni esegetiche che rendono il dettato carico di una forte ambizione letteraria e poetica; si possono considerare i seguenti carmina:
Un ampio numero di componimenti è pensato ad hoc per ornare le superfici di strutture architettoniche di varia tipologia e mole, con l’intento specifico di nobilitare altari, reliquiari, mense, dormitori, pareti, biblioteche e infermerie; tutte le parti che in definitiva costituiscono gli interni di chiese e monasteri.
Tali scritti sono riferibili nel complesso alla tendenza assai diffusa in quest’epoca di fotografare con le proprie parole attimi di quotidianità collettiva, focalizzando la scrittura intorno ad oggetti di varia foggia, che diventano occasione di più ampie riflessioni e proiezioni simboliche; in questo modo il lettore viene educato al rispetto ed esortato alla contemplazione, anche a partire da oggetti del tutto insospettabili come una latrina (ed. MGH, n. 96 II: In latrinio):
Attribuire ad un simile carme significati grotteschi o umoristici sarebbe del tutto anacronistico rispetto alle reali intenzioni di Alcuino, animato al contrario da un così sincero e radicato anelito spirituale da ritrovare in ogni elemento (anche nel più basso) lo spunto per una più profonda riflessione morale.
Una particolare tipologia di componinenti è rappresentata da testi indirizzati a destinatari reali, poeti, amici o membri della corte, sotto forma di vere e proprie lettere metriche, anche se va effettivamente sottolineato che in quest’epoca testi simili non costituiscono di per sé un genere letterario autonomo e codificato; il medesimo orientamento allocutorio che troviamo in questi scritti emerge in realtà anche in relazione ad altri luoghi scrittori, come ad esempio nelle prefazioni librarie di cui si è detto sopra (dove nel prologo o nel saluto finale Alcuino si rivolge a volte ad un interlocutore specifico).
Fra i diversi tipi di carmi “circolari” è interessante ricordare il carme n. 4 (ed. MGH, p. 220), in cui il poeta con una suggestiva apostrofe alla Poesia (“Cartula, perge cito pelagi trans aequora cursu”, it. “Canzone, affretta il passo oltre le acque”) ricorda i propri amici, disposti lungo diversi luoghi nella zona renana, in una forma che secondo alcuni sarebbe stata pienamente epistolare.
Altrettanto suggestivo è il carme n. 18 (ed. MGH, p. 239), in cui Alcuino si augura di riunirsi ai due amici Paolino (definito al v.4 del carme n. 17 come “colui che ha colmato le nostre orecchie con le dolci Muse”) e Arnone, e vedere in questo modo la propria arte accresciuta sotto il segno dell’amicizia che li lega [v. 9 e ss.]:
Si noti in particolare la perizia con cui l’ultimo verso è costruito: il forte iperbato che divide il sintagma “manibus meis” crea fisicamente l’immagine dell’abbraccio con cui il poeta auspica di ricongiungersi ai propri compagni d’arte.
In diverse occasioni il maestro non manca nel ricordare ai propri allievi di York di mettere mano al metro e alla lira, per rendere onore ai tempi passati tra i libri e per guardarsi dalle tentazioni del mondo; l’allievo Coridone – che ne pare dimentico – viene subito richiamato all’ordine ed esortato a riprendere possesso della propria arte (ed. MGH, n. 32, p. 249, v. 20 e ss.):
Nel complesso della produzione di Alcuino di York non mancano componimenti di più significativo impegno stilistico e poetico, a pieno titolo annoverabili tra i più bei esempi di poesia carolingia.
Nella corte di Carlo Magno i poeti, su imitazione delle antiche corti imperiali, sono soliti scambiarsi poesie dal tono giocoso e amicale, apostrofandosi ognuno con uno pseudonimo diverso, proprio come fa l’abate nel carme n. 13 (ed. cit., p. 237):
Ciascun soprannome è in genere tratto dalla tradizione pastorale, classica o biblica; vengono qui citati l’allievo e poeta Angilberto di Saint-Riquer ("Omero"), l’imperatore Carlo Magno ("Davide") e infine Alcuino stesso, soprannominato "Flacco" in riferimento al poeta latino Orazio.
Su modello classico, contiamo un certo numero di ecloghe e contrasti di straordinaria importanza per la tradizione letteraria latina e romanza, come è il caso del Conflictus veris et hiems (ed. MGH. n. 58, pp. 270 – 272), “il primo vero esempio di contrastus medievale (…) in età carolingia”; il testo è assemblato sull’alternanza tra la voce della Primavera, che annuncia la lieta stagione, e l’Inverno, che ricorda i piaceri delle feste davanti ai caldi focolari, il tutto orchestrato all’interno di una cornice bucolica di chiara ascendenza virgiliana in cui “al raggiare del sole primaverile (…) convengono rapidamente dagli alti monti i pastori, per cantare insieme liete canzoni” in una vera e propria gara poetica.
Di straordinaria bellezza sono anche elegie dal carattere personale e simbolico, come i Versus de cuculo (ed. cit. n. 57) e la poesia O mea cella (ed. cit. n. 23), definita come la “poesia più bella del medioevo”.
Una più concreta declinazione del rapporto tra arte figurativa e poetica si trova espressa nei carmina figurata, esperimenti letterari in cui il rapporto tra testo e figura è strettamente interdipendente e studiato. Ogni verso si sviluppa orizzontalmente e si integra alla perfezione con l’immagine che il poeta intende figurare, all’interno della quale si definiscono spazi di scrittura in genere riempiti da altrettanti passaggi; per questa ragione si parla anche di versus intexti (it. versi intrecciati).
Il genere viene fatto risale al poeta latino Optaziano Porfirio e trova in età carolingia straordinaria espressione in un autore come Rabano Mauro, a cui si deve il ciclo di carmi indicati sotto il titolo di De laudibus Sanctae Crucis.
Fra i testi di produzione alcuiniana si possono ricordare due carmina legati alla geometria religiosa della croce, entrambi dedicati a Carlo Magno e apposti dal Dümmler sotto l’etichetta di “Versus de Sancta Cruce ad Carolum”. Si tratta dei nn. 6 (ed. MGH, p. 224) e 7 (ed. MGH, p. 226).
Si ritrovano fra i testi poetici del dotto inglese anche diverse scritture enigmistiche, immaginate come indovinelli rivolti ai propri allievi e fruite in ambiente eminentemente scolastico, come dimostra il proliferare al loro interno di termini legati al campo semantico della “lettera” e della “parola”. Nell’edizione Dümmler gli aenigmata si trovano apposti, l’uno di seguito all’altro, sotto i nn. 63 (I-V, p. 282) e 64 (I-II, pp. 282 – 283); in quest’ultimo caso l’indovinello punta ad un referente molto più concreto rispetto ai casi precedenti, dando voce – in modo estremamente suggestivo – ad un oggetto di uso domestico e quotidiano: un camino acceso.
L’interesse di Alcuino nei confronti dell'ars poetica si allinea perfettamente alle tendenze culturali che si registrano nel suo tempo, soprattutto presso altri autori anglosassoni del calibro di Aldelmo di Malmesbury, Bonifacio e Beda il Venerabile.
Nella biblioteca di York, presso la quale egli trascorre gli anni della sua formazione, oltre ai poeti cristiani (come Prudenzio e Giovenco, citati spesso nelle sue opere didattiche), Alcuino ha anche occasione di imbattersi in molti autori classici, tra i quali spicca in particolar modo Virgilio, a più riprese ricordato e nominato all’interno delle proprie epistole (cfr. Monumenta Alcuiniana, epp. 98, 119, 132, 216, 239, 243, 252); il suo biografo anonimo, parlando della sua infanzia, definisce il “puer Albinus” come “Virgilii amplius quam psalmorum amator”.
Particolarmente significativi sono anche autori come Lucano (ep. 103), Ovidio (ep. 54), Stazio e Tibullo nei confronti dei quali l’autore si pone in una prospettiva di forte imitazione, ergendoli a modelli di lingua e stile.
La produzione poetica dell’abate di Tours non passò inosservata presso i suoi contemporanei, al punto che Carlo Magno stesso gli domandò a più riprese di scrivere e mandargli delle poesie; l’arte di Alcuino è apprezzata al punto che l’imperatore, impegnato a sedare una ribellione sollevata da una tribù sassone, chiede al suo maestro di comporre un “cantum militarem” che potesse rasserenare gli animi dei propri soldati (cfr. Monumenta alcuiniana, ep. 100, p. 422: “ut puerorum saevitia vestrorum cuiuslibet carminis dulcedine mitigaretur", it. “affinchè la crudeltà dei vostri figli fosse mitigata dalla dolcezza di un qualche canto”), richiesta a cui Alcuino dimostra di voler attendere con la massima solerzia (“Ed ecco che io, il tuo Flacco, nel frattempo vado a concludere fedelmente con ogni premura ciò che la tua dolcissima autorità ha voluto affidarmi”).
I poemi di Alcuino piacquero molto anche ad altri autori illustri della sua epoca, tra cui il poeta Teodolfo d’Orleans, che in una lettera inviata al re dice di lui:
Anche se la sua poesia non è ancora stata adeguatamente studiata nel suo complesso, ciò che sappiamo in merito al resto della sua produzione ci porta a ritenere con un certo grado di ottimismo che possa aver costituito un modello a cui le generazioni successive si sono rifatte, soprattutto nel caso di suoi allievi diretti come Rabano Mauro e Fredegiso di Tours; non è affatto improbabile che l’impronta del dotto inglese sia altrettanto radicata anche presso altri autori – carolingi e non – che gli succedono, molto più di quanto sia stato finora osservato.
Contiamo ad oggi un totale di 124 carmina, unificati per la prima volta nel 1617 dall’erudito francese André Duchesne (latinizzato Andrea Quercetanus) sulla base di un ricchissimo codice della biblioteca di Saint-Bertin, situata nel nord della Francia; l’antico testimone bertiniano, ormai disperso, riportava la maggior parte delle poesie in sequenza continua e senza titolo, causando all’interno dell'editio princeps non poche difficoltà di riordino: non è un caso che molti componimenti – a questa altezza raggruppati in 272 paragrafi – siano stati erroneamente malintesi e fusi tra loro.
A porre in parte rimedio a queste incertezze sarà l’abate tedesco Frobenius Forster, che circa un secolo più tardi, nel 1777, mise a stampa un’edizione delle opere alcuiniane in due volumi, basata sulla prima disamina del Quercetanus, ma riveduta ed ampliata (“de novo collecta, multis locis emendata, et opusculis primum repertis plurimum aucta”).
Un significativo punto d’approdo per gli studi intorno a questi numerosi testi è rappresentato dall’edizione offerta dal filologo Ernst Dümmler all’interno della collana Monumenta Germaniae Historica, nel primo tomo della serie “Poetae latini Aevi Carolini”. Per la ricostruzione del testo l’editore si serve dei testimoni già collazionati dal Frobenius, giovandosi però anche dell’apporto di altri manoscritti, da cui trae composizioni omesse all’interno del lavoro precedente.
Ciò che per il momento occorre osservare è che l’opera poetica di Alcuino attende ancora un’edizione critica che ne valuti in maniera esaustiva la portata e la grandezza.
La tradizione manoscritta dei componimenti alcuiniani è assai ampia e complessa, disseminata all’interno di un vasto numero di codici che solo raramente ne riportano quantità consideravoli; per un elenco generico dei principali codici che contengono gruppi più o meno ampi di carmina si rimanda al catalogo in costante aggiornamento riportato dalla banca dati Mirabile.
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