
Ali Babachahi, in persiano علی باباچاهی (Kangan, 11 novembre 1942 – Karaj, 23 febbraio 2026), è stato un poeta, critico letterario e scrittore iraniano.
Nato il 20 aban 1321 e morto il 4 esfand 1404 secondo il calendario persiano, appartenne alla generazione di poeti venuta dopo Nima e fu una delle voci riconosciute della poesia persiana moderna. Negli anni novanta si impose come uno dei teorici e dei critici più discussi della poesia iraniana contemporanea, legando il proprio nome alle formule di «poesia post-nimaiana» (she'r-e pasa-nimai) e, più tardi, di «poesia in un'altra condizione» (she'r dar vaz'iyat-e digar). Per circa diciotto anni insegnò letteratura a Bushehr, dove nel 1967 fondò la rivista letteraria Tekapu, soppressa poco dopo per le pressioni della SAVAK. Nell'ottobre 1977 lesse le sue poesie a Teheran nelle cosiddette «Dieci notti del Goethe»; dopo la rivoluzione, nel 1983, fu mandato in pensione d'autorità. Per molti anni diresse le pagine di poesia del mensile Adineh. Membro dell'Associazione degli scrittori iraniani (Kanun-e nevisandegan-e Iran), fu tra i passeggeri del pullman che nel 1996, nel cosiddetto «incidente del pullman per l'Armenia», si tentò di far precipitare in un burrone. Nel 2016 la sua raccolta In kashti-ye por-asrar («Questa nave misteriosa») vinse ex aequo la prima edizione del Premio di poesia Ahmad Shamlu. Lasciò oltre trenta volumi tra poesia, critica e ricerca.
Ali Babachahi nacque l'11 novembre 1942 a Kangan, nella provincia di Bushehr, ultimo dei figli della famiglia, e trascorse l'infanzia nel villaggio di Jofreh. Come raccontò egli stesso, il suo primo incontro con la poesia avvenne grazie a un venditore ambulante che girava per i vicoli di Jofreh offrendo halva e libri, tra cui Mush-o gorbeh («Il topo e il gatto») di Obeid Zakani. Attraverso i fratelli maggiori conobbe anche la pubblicistica politica del partito Tudeh e riviste come Omid-e Iran, Sepid-o siah e Roshanfekr.
Frequentò le scuole superiori a Bushehr, dove ebbe come insegnanti Manouchehr Atashi e Mohammad-Reza Nematizadeh; a quest'ultimo avrebbe poi attribuito un ruolo decisivo nella propria formazione poetica. A tredici o quattordici anni lesse ad Atashi una sua poesia, «Baran» («Pioggia»), e il maestro gli chiese di ripeterla davanti alla classe: un episodio in cui Babachahi vide più tardi «l'inizio dell'avventura che fece di lui un poeta». Vinse il primo premio del concorso letterario riservato agli studenti delle superiori, prima a Bushehr e poi a Shiraz, e prima ancora del diploma pubblicava già le sue poesie, con lo pseudonimo «A. Faryad», sulle riviste Omid-e Iran e Zan-e ruz. Quando Omid-e Iran scelse un suo componimento come «migliore poesia della settimana», cominciò a firmarsi con il proprio nome.
Nel 1961, a diciannove anni, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Shiraz (secondo altre fonti nel 1960). A Shiraz strinse amicizia con poeti come Alireza Tabaei e Mansour Owji, con i quali si ritrovava a leggere versi in un caffè di viale Zand. In quegli anni scriveva anche racconti, ma lasciò la narrativa per dedicarsi alla poesia e alla critica dopo che lo scrittore shirazi Mohammad Moazzen gli disse senza mezzi termini che «non era un buon prosatore». Le poesie uscite sul settimanale Ferdowsi nel 1963 e nel 1964 segnarono definitivamente la sua strada.
Concluso il servizio militare, nel 1966 fu nominato insegnante di letteratura a Bushehr, dove avrebbe insegnato per circa diciotto anni. Nel 1969, tre anni dopo l'assunzione, si sposò. La moglie, Farkhondeh Bakhtiari, era a sua volta insegnante nelle scuole superiori della città; dal matrimonio nacquero una figlia, Ghazal, e un figlio, Behrang.
Nell'autunno del 1967 Babachahi assunse la direzione della rivista letteraria Tekapu («Impegno»), pubblicata a Bushehr. La rivista trovò subito ascolto negli ambienti intellettuali di Teheran: Khusheh, il periodico diretto da Ahmad Shamlu, ne ripubblicò alcuni testi e definì i suoi autori «gli artefici della poesia iraniana di oggi». Dopo appena tre numeri, tuttavia, nel 1968 Tekapu fu chiusa per le pressioni degli apparati di sicurezza, con il pretesto formale della mancanza di autorizzazione.
Sempre nel 1967 uscì, a spese dell'autore, la sua prima raccolta, Dar bi-tekyegahi («Senza appoggio»), composta di poesie in metro nimaiano. Seguirono Jahan va roshanayi-ha-ye ghamnak («Il mondo e le luci malinconiche», 1970), Az nasl-e aftab («Della stirpe del sole», 1974) e Seda-ye shen («La voce della sabbia», 1977), oltre a due libri di poesia per l'infanzia. I suoi versi comparivano sulle principali testate intellettuali dell'epoca, a cominciare da Khusheh e Ferdowsi, e collaborava inoltre con riviste come Roshanfekr e Rudaki.
Negli stessi anni si dedicò alla critica della poesia. Il suo esordio critico, apparso su Ferdowsi, fu una replica a un articolo di Reza Baraheni; seguirono interventi assai polemici contro la poesia di Yadollah Royaee. All'epoca avversava apertamente i movimenti della «poesia del volume» (she'r-e hajm) e della «nuova onda» (mowj-e now); ripensando a quel periodo, avrebbe poi ammesso: «Allora ero in qualche misura ideologico, o trascinato dallo spirito del tempo». Nei decenni successivi il suo giudizio su quei movimenti, e in particolare sulla poesia del volume, cambiò. Nel settembre 2022, intervistato dall'agenzia ISNA dopo la morte di Royaee, lo definì un poeta d'avanguardia «di valore», che «conosceva a fondo la poesia iraniana e quella francese»; dichiarò di credere nella sua presenza letteraria e di aver «sempre ammirato le sue poesie», pur giudicando il manifesto della poesia del volume «molto altisonante» e, nella forma, «non scientifico e poetico». Il suo impegno politico, ricordava, era stato fino ad allora esclusivamente culturale, ma con l'avvicinarsi della rivoluzione assunse una forma «più concreta e più pratica».
Dal 10 al 19 ottobre 1977 (18–27 mehr 1356) l'Associazione degli scrittori iraniani organizzò, insieme al Goethe-Institut, dieci serate di conferenze e letture poetiche dal titolo «Notti degli scrittori e dei poeti iraniani», nel giardino della Società culturale Iran–Germania in viale Pahlavi (oggi viale Valiasr), a Teheran. Il ciclo sarebbe passato alla storia come le «Dieci notti del Goethe». Come ricorda la Encyclopædia Iranica, l'istituto aveva già ospitato letture di poesia negli anni precedenti; nel 1977, però, l'interlocutore iraniano non fu più la Società letteraria di Teheran, sostenuta dal governo, ma per la prima volta l'Associazione degli scrittori, d'orientamento oppositivo, che aveva potuto riprendere a riunirsi grazie alla parziale liberalizzazione avviata dal primo ministro Jamshid Amouzegar. Si scelse il giardino della Società culturale perché la sede dell'istituto era troppo piccola per il pubblico atteso. I membri dell'associazione concordano nell'attribuire l'idea al poeta Jalal Sarfaraz, responsabile della pagina di poesia del quotidiano Kayhan; l'organizzazione pratica fu affidata a Eslam Kazemiyeh. Lo stesso Sarfaraz scrisse in seguito di essersi ispirato alle serate di poesia della rivista Khusheh, promosse da Ahmad Shamlu, e che il giardino era stato preso in affitto, su suggerimento del direttore dell'istituto Hans Becker, per 4 000 toman a sera.
Secondo la Iranica, la prima sera l'affluenza fu tale che la folla si riversò nelle strade vicine, dove vennero installati altoparlanti; le prime serate richiamarono fino a diecimila persone, scese a circa tremila quando cominciò a piovere. Più di cinquanta scrittori, poeti, drammaturghi, critici e traduttori presero la parola su censura, libertà di pensiero, responsabilità degli intellettuali, disuguaglianze e oppressione, «trasformando così un evento letterario in un evento politico». Il sito Azadi stima il pubblico tra le dieci e le quindicimila persone, mentre un articolo firmato «M. Kh.» sulla rivista online Iranchehr conta 57 tra oratori e poeti.
Associazione e istituto si erano accordati perché gli oratori, al posto di «censura», usassero il termine costituzionale momayyezi («controllo»); ma già la terza sera Shams Al-e Ahmad svelò l'accordo in apertura del suo intervento e ripeté più volte la parola proibita. La quinta sera, dopo una conferenza di Bagher Momeni, che secondo Azadi pronunciò la parola «censura» più di cento volte, e una lettura di Saeed Soltanpour, l'entusiasmo del pubblico toccò il culmine e Becker intimò al poeta di scendere dal palco. Si decise allora di eliminare le conferenze, ma il pubblico protestò e, dopo una nuova trattativa tra associazione e istituto, dalla sesta sera gli interventi ripresero. Alla fine della nona serata fu letto un telegramma di solidarietà firmato da un gruppo di scrittori e intellettuali francesi, tra cui Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Michel Foucault. L'ultima sera il presidente dell'associazione, Behazin (Mahmoud Etemadzadeh), si rivolse alla folla con queste parole: «Per dieci sere siete venuti, spesso in diecimila e più [...] e avete ascoltato gli oratori. Che cosa avete sentito? Libertà, e libertà, e libertà...»; il messaggio conclusivo dell'associazione fu letto da Houshang Golshiri. La Iranica sottolinea che, sebbene la zona fosse presidiata da mezzi blindati, non si registrarono violenze, e che le Dieci notti furono «la prima di una serie di grandi riunioni di protesta culminate nella rivoluzione del 1979».
Il manifesto, disegnato da Bozorg Khezraei, grafico del quotidiano Ettela'at, raffigura un pesciolino bianco che, nelle parole del suo autore, lancia «il grido della lotta contro la censura e la repressione». Secondo Sarfaraz, la censura impedì che il nome dell'associazione comparisse sul manifesto, che fu censurato due volte; a giornali, radio e televisione, aggiunge, fu ordinato di non dare alcuna notizia dell'evento, e soltanto Cyrus Alinejad ne pubblicò un resoconto su Ayandegan dopo la prima serata, procurandosi dei guai. La ricostruzione di Iranchehr, basata sui giornali dell'epoca, è in parte diversa: il 4 ottobre 1977 quattro quotidiani nazionali avrebbero pubblicato manifesto e programma, e Ettela'at, Kayhan e Rastakhiz avrebbero dato brevi notizie delle serate fino alla sesta, dopo di che tutti, eccetto Ettela'at, smisero di parlarne.
Le registrazioni delle Dieci notti circolarono in migliaia di copie in Iran e all'estero, e nel 1978 l'editore Amir Kabir raccolse i testi delle conferenze e delle poesie nel volume Dah shab («Dieci notti»), curato da Naser Mo'azzen. Sarfaraz riferisce che i nastri originali delle conferenze e delle letture, e quelli dei dibattiti con il pubblico, andarono poi perduti per incuria; se ne conservarono tuttavia delle copie, e tra il 2022 e il 2023 il sito Azadi ha messo in rete i file audio delle letture e delle conferenze, insieme al manifesto e a una copia digitale del libro.
Babachahi, che viveva allora a Bushehr, fu annunciato tra i partecipanti prima ancora che gli organizzatori riuscissero a contattarlo. Il 4 ottobre 1977 Kayhan scriveva: «Benché i nomi di Mansour Owji, Ali Babachahi, Bahman Salehi e Mansour Barmaki compaiano nell'elenco dei partecipanti, gli organizzatori non sono riusciti a raggiungerli, poiché vivono in provincia». Secondo «M. Kh.», l'associazione, che non aveva l'indirizzo di alcuni di questi poeti, ne rese pubblici i nomi perché venissero a saperlo e potessero intervenire; il 10 ottobre Kayhan annunciò che erano stati avvertiti e avevano dato la loro disponibilità. Dei quattro, Salehi e Barmaki alla fine non parteciparono.
Il manifesto inseriva Babachahi, con Eslam Kazemiyeh, M. Azad, Javad Mojabi, Jalal Sarfaraz e Batoul Azizpour, nel programma di domenica 16 ottobre 1977 (24 mehr 1356), la settima serata. Stando ai file audio diffusi da Azadi, la serata si aprì con una conferenza di Kazemiyeh su «La libertà nella costituzione e lo svolgimento delle notti dei poeti»; seguirono un intervento di Dariush Ashoori dal titolo «La poesia è libertà» e l'annuncio dell'ammissione di Abbas Jalali Susanabadi all'associazione, quindi lessero le loro poesie Jafar Kushabadi, Ali Babachahi, Javad Mojabi e M. Azad. Nel corso della stessa serata la figlia Maryam lesse un messaggio del traduttore Mohammad Ghazi, rimasto senza voce dopo un intervento alla gola. Sulla composizione della serata le fonti non coincidono: il volume Dah shab include tra i poeti della settima notte anche Batoul Azizpour e Jalal Sarfaraz, mentre nei file audio di Azadi la lettura di Sarfaraz e le poesie di Azizpour (lette dallo stesso Sarfaraz) figurano nell'ottava.
In Dah shab le poesie di Babachahi compaiono nella sezione dedicata alla settima notte (pp. 447–456): «Salam bar shekufe-ye sorkhi ke az piyale-ye mashreq damid» («Salve al fiore rosso sbocciato dalla coppa dell'Oriente»), «Sorud-e bumi» («Canto indigeno»), «Dar vasf-e asheqan-e donya» («In lode degli amanti del mondo») e «Dar qalamrow-e khakestar» («Nel regno della cenere»). La prima si apre con i versi: «Salve al sole e all'amore / o anima inquieta del porto / o culmine di gloria e di follia». La registrazione della sua lettura di quella sera, lunga 3 minuti e 35 secondi, è consultabile sul sito Azadi.
Nel 1980 pubblicò la raccolta Jashn-e jonun («La festa della follia»). Nel 1983, dopo diciotto anni di insegnamento, fu collocato a riposo anticipatamente e d'ufficio; anni dopo avrebbe detto di essere stato «molto probabilmente» «messo da parte» da chi si considerava il «vero padrone della rivoluzione». Lasciò allora Bushehr e si trasferì a Karaj. Secondo Ali Masoudinia, una volta allontanato dall'insegnamento si dedicò per anni alla ricerca critica sulla poesia iraniana.
A Karaj, grazie al drammaturgo Khosrow Hakim-Rabet, lavorò per la radio come autore di radiodrammi. Dal 1989 collaborò con il Centro di pubblicazioni universitarie (Markaz-e nashr-e daneshgahi), allora diretto da Nasrollah Pourjavady: per undici o dodici anni vi si occupò di redazione editoriale e di ricerche sui testi classici persiani, finché il dipartimento del dizionario persiano non fu chiuso. Gli vengono attribuite anche collaborazioni con le case editrici Papirus e Pishbord e la cura della sezione di poesia e critica della rivista Nafeh.[senza fonte]
Dal 1988 pubblicò sul mensile Adineh una serie di articoli sulle correnti della poesia contemporanea; dal numero 35 ne prese in mano le pagine di poesia, che curò per circa dieci anni, succedendo, a suo dire, a Eshkevari. Nel numero 36 pubblicò testi di Ahmad Shamlu, Farrokh Tamimi, Seyyed Ali Salehi, Ali Mohammad Haghshenas e Hormoz Alipour. La severità delle sue scelte spinse alcuni poeti esclusi a coniare contro di lui lo slogan scherzoso «Dittatore, sbrigati / pubblica le nostre poesie!». Secondo KhabarOnline, da quella posizione Babachahi fece conoscere giovani poeti e criticò apertamente le correnti poetiche dominanti; fu allora che elaborò le nozioni di «poesia post-nimaiana» e, in seguito, di «poesia in un'altra condizione». Masoudinia considera Adineh una delle pubblicazioni più influenti degli anni novanta in vari campi, poesia compresa.
Dopo il pensionamento Babachahi divenne un assiduo frequentatore degli incontri del mercoledì in casa di Mohammad-Ali Sepanlou, e attraverso di essi entrò nel circolo consultivo dell'Associazione degli scrittori. Firmò la «Dichiarazione dei 134 scrittori» (il testo «Noi siamo scrittori», 1994) e, come membro del circolo consultivo, lavorò poi alla rinascita dell'Associazione degli scrittori iraniani. Quando, nel febbraio-marzo 1999, l'Associazione avviò la sua terza fase di attività, ne divenne membro a pieno titolo e tale rimase fino alla morte; partecipò per l'ultima volta all'assemblea generale nel 2023.
Nell'agosto 1996 Babachahi fu uno dei ventuno scrittori, poeti e giornalisti che partirono in pullman per l'Armenia, invitati dall'Unione degli scrittori armeni. Secondo Radio Farda, Mansour Koushan, incaricato di coordinare il viaggio, aveva preparato un elenco di personalità letterarie; Ahmad Shamlu, Houshang Golshiri e Reza Baraheni rinunciarono per ragioni diverse, e a partire furono infine in ventuno: Mohammad-Ali Sepanlou, Javad Mojabi, Masoud Behnoud, Sirous Alinejad, Amir Hassan Cheheltan, Bijan Bijari, Bijan Najdi, Mohammad Mohammad-Ali, Shahriar Mandanipour, Shapour Jorkesh, Masoud Toufan, Ali Babachahi, Hassan Asghari, Manouchehr Karimzadeh, Kamran Jalili, Mahmoud Tayyari, Faraj Sarkohi, Fereshteh Sari, Majid Danesh-Arasteh, Ali Seddighi e Mansour Koushan. All'alba del 6 agosto 1996, al passo di Heyran, l'autista cercò per due volte di gettare il pullman nel burrone, lanciandosi ogni volta fuori dal mezzo; furono la prontezza di Masoud Toufan e di Shahriar Mandanipour a salvare i passeggeri, che vennero poi trattenuti e interrogati ad Astara e rilasciati la mattina seguente. Secondo BBC Persian, il racconto più dettagliato della vicenda è quello che Mansour Koushan ha dato nel libro Hadis-e teshneh va ab, mentre il primo testo sull'argomento pubblicato in Iran si deve a Mohammad Mohammad-Ali, all'inizio degli anni duemila. L'episodio fu in seguito riconosciuto come un complotto del Ministero dell'intelligence per eliminare scrittori scomodi ed è stato collegato alla catena di omicidi politici degli anni novanta. Babachahi lo ricordò sempre come un'«esperienza spaventosa».
In un'intervista concessa per il suo settantasettesimo compleanno (novembre 2019), Babachahi spiegò di aver pubblicato il suo ultimo libro, la raccolta Joseph, to morakhkhasi («Joseph, puoi andare», Mania Honar, 2018), con il sottotitolo «L'azione dell'elemento sociale» e una prefazione di 33 pagine, per rispondere a quei critici che giudicavano la sua poesia priva di dimensione sociale. Disse di non avere nuovi libri in cantiere, di passare gran parte del tempo a leggere filosofia e romanzi e di frequentare i social network per restare in contatto con i più giovani: lì, come ai tempi di Adineh, pubblicava le poesie di altri autori. Ricordò inoltre di aver tenuto per anni un laboratorio di poesia; secondo Masoudinia il laboratorio era attivo dagli anni duemila e da esso uscirono diversi poeti poi affermatisi. Nello stesso articolo l'agenzia IBNA lo indicò come uno dei capostipiti della «scuola poetica di Bushehr».
L'ultima raccolta di Babachahi, Jahan motavajjeh shod (she'r-ha-ye e'teraz) («Il mondo se n'è accorto (Poesie di protesta)»), uscì in prima edizione presso l'editore norvegese Aftab; il frontespizio reca l'anno persiano 1401 (2022–2023) e, secondo l'editore, il libro contiene 58 poesie. L'editore presenta questi testi come «il frutto di cento giorni di lotta nelle strade», in cui «il poeta e la parola marciano insieme alla protesta del popolo». Radio Zamaneh la descrive invece come una raccolta di 136 pagine con una breve prefazione e 54 poesie, uscita nella primavera del 2023. Anche Hossein Noushazar, che scrive per la stessa testata, la data al 2023 e la riconduce all'«influsso del movimento Donna, vita, libertà». Per l'Associazione degli scrittori iraniani il libro è il racconto in versi che Babachahi fece del movimento di protesta del 2022. Nella prefazione l'autore scrive che la protesta e la disobbedienza civile sono l'arma del popolo contro la povertà e la repressione, e che «ciò non significa che gli intellettuali possano sottrarsi a queste sventure»; se la prende con i «poeti sazi» che «rivendicano libertà e giustizia al riparo della metafora e del simbolo», e presenta il proprio lavoro anche come una sfida alle «regole consolidate» della poesia. Nell'aprile 2023 la rivista letteraria Bang pubblicò tre poesie della raccolta scelte dallo stesso autore, tra cui «Ey…!» letta dalla sua voce. Secondo Noushazar, «Ey…!» fu scritta nel 2020 come risposta alle proteste del novembre 2019 e vide la luce solo nel 2023; il 23 febbraio 2026 Radio Zamaneh la trasmise nella voce del poeta, insieme alla notizia della sua morte.
Dopo un periodo di malattia, Ali Babachahi morì per arresto cardiaco nel pomeriggio di lunedì 23 febbraio 2026, a 83 anni, in un ospedale di Karaj. I funerali si svolsero la mattina di giovedì 26 febbraio 2026 nel cimitero di Behesht-e Sakineh, a Karaj: accanto ai familiari erano presenti, tra gli altri, Hormoz Alipour, Mohammad Ghassemzadeh, Shahab Mogharrabin, Hafez Mousavi e Mozaffar Royaee, e la sepoltura fu accompagnata dal suono del dammam, il tamburo tradizionale dell'Iran meridionale. In una nota l'Associazione degli scrittori iraniani lo ricordò come «uno scrittore indipendente e un sincero difensore della libertà di pensiero e di espressione».
Nel corso dei decenni lo stile di Babachahi passò dal romanticismo sociale e dalla poesia nimaiana alla poesia post-nimaiana. Behzad Khajat distingue nella sua opera due fasi, prima e dopo gli anni novanta, e lo colloca tra i precursori della corrente che in quel decennio rovesciò la concezione tradizionale della poesia. L'Associazione degli scrittori iraniani lo definisce un «poeta sperimentale» che in settant'anni di attività rinnovò per due volte il proprio stile. Al funerale Hafez Mousavi ricordò come Babachahi, «proprio quando si trovava all'apice della notorietà e del prestigio», avesse mostrato un volto completamente diverso pubblicando negli anni novanta Nam-nam-e baranam («Sono la pioggerella»).
Nel saggio «L'estensione illimitata del significato», apparso sulla rivista Rudaki (n. 22, 2008), Babachahi sostiene che il testo letterario, e in particolare la poesia contemporanea, non possiede un significato fisso e prestabilito: il senso si costruisce in un processo dinamico tra testo e lettore. Ambiguità, sospensioni e fratture linguistiche non sono dunque difetti, ma risorse che allargano il campo dell'interpretazione. Nell'articolo «La crisi della poesia e le vie per uscirne» (mensile Farhang-e towse'eh, maggio-giugno 2001) osserva: «La crisi, nel suo senso generale, rimanda probabilmente a qualcosa che sta fuori dalla poesia. Sarebbe quindi ingiusto addossarne la responsabilità alla poesia contemporanea».
I fondamenti della poesia post-nimaiana sono esposti nel saggio «Assi e caratteristiche della poesia post-nimaiana» (rivista Karnameh, marzo-maggio 1999). KhabarOnline riassume i principi della «poesia in un'altra condizione» in quattro punti: la «linguisticità della poesia» (la lingua come oggetto e non come strumento della poesia), il «differimento del significato», la «fuga dalla sintassi» e il ricorso all'«umorismo e alla parodia». Nella già citata intervista all'ISNA, Babachahi distingue la «poesia in un'altra condizione» dalla «poesia altra» (she'r-e digar) degli anni sessanta, corrente alla quale ascrive poeti come Bijan Elahi e Houshang Chalangi e alla quale ritiene vicina la poesia di Royaee. La «poesia altra», spiega, rispetta la propria unità organica ed è «strutturata e centripeta»; la «poesia in un'altra condizione», invece, «appartiene all'età del sospetto»: è centrifuga, costruita su «narrazioni molteplici» che danno voce ai «diversi io interiori dell'essere umano», e rimane aperta nel finale. Se la poesia di Royaee è a suo giudizio «strutturalista», quella «in un'altra condizione» è «post-strutturalista», «frammentata in apparenza, con narrazioni molteplici» e «orientata al lettore». In un'intervista all'agenzia di stampa Mehr (2006) definì l'interesse dei poeti contemporanei per la «struttura profonda psicologica» «una sorta di misticismo», e a Radio Zamaneh (2008) spiegò la presenza femminile nei suoi versi come «il desiderio di una certa freschezza, una sorta di vitalità». Era convinto che la poesia continui il suo cammino anche quando il poeta non c'è più. Diceva di dovere le sue poesie «alle inquietudini» che lo «assediano con violenza», e aggiungeva che in mezzo a tutto questo «l'umorismo mi viene in soccorso». Secondo Hossein Noushazar, Babachahi teneva a distinguere la «poesia di protesta» dal semplice «slogan» o «grido» e ne rivendicava la dimensione artistica: la poesia di protesta, a suo avviso, non deve ricalcare le amare realtà sociali, ma trasfigurarle in «realtà artistica» attraverso l'immaginazione, il pensiero e i mezzi della lingua. L'umorismo grottesco e il virtuosismo verbale dei suoi versi erano per lui il frutto del confronto con la catastrofe; il poeta, sosteneva, deve liberarsi dei vecchi idealismi e dei discorsi del potere attraverso un approccio decostruttivo, e tanto la censura ufficiale quanto l'autocensura sono due flagelli per chi crea.
Come critico Babachahi aveva la penna affilata. Il suo libro Gozare-ha-ye monfared («Proposizioni isolate»), che stila una graduatoria dei poeti e attacca senza giri di parole alcune correnti, sollevò molte reazioni. La sua controversia teorica più celebre fu quella con Reza Baraheni, rimasta nella memoria come la «battaglia Teheran–Toronto». Criticò anche la corrente della «semplicità» poetica (sadeh-nevisi), in particolare le posizioni di Mohammad Shams Langeroodi e di Seyyed Ali Salehi. Secondo Ali Masoudinia, soprattutto negli anni novanta e duemila Babachahi fu in polemica continua con altri critici e poeti, a volte fino alla «violenza verbale»; Masoudinia ricorda i suoi scontri con Reza Baraheni e Manouchehr Atashi come «ricordi preziosi» di un'epoca in cui la poesia era ancora motivo di dibattito e di contesa, e cita una battuta dello stesso Babachahi: «Ormai non rispondo più a nessuno che stia sotto Baraheni!». Per la polemica di Shapour Jorkesh contro le teorie di Babachahi e la risposta di Reza Baraheni, si veda più avanti.
Nella sua Storia analitica della poesia nuova, Mohammad Shams Langeroodi descrive la prima raccolta di Babachahi, Dar bi-tekyegahi, come una poesia emotiva e ricca di immagini, socialmente orientata e attraversata da una tristezza autodistruttiva: sentimentale e «giovanile», seppe tuttavia conquistare tanto gli ambienti politicizzati quanto i fautori dell'«arte per l'arte» e divenne celebre. Nella seconda raccolta, Jahan va roshanayi-ha-ye ghamnak, Babachahi avrebbe proseguito sulla stessa strada, con un tono declamatorio e carico di immagini, sotto l'influsso di Forugh Farrokhzad; la terza, Az nasl-e aftab, non mostrerebbe invece progressi qualitativi di rilievo, se non sul piano metrico, dove, secondo Langeroodi, sviluppa le conquiste di Farrokhzad e di M. Azad e compie un passo dai metri nimaiani verso il verso libero. Anche Khosrow Golsorkhi dedicò una recensione a Jahan va roshanayi-ha-ye ghamnak.[senza fonte]
Esfandiar Koucheh, su Radio Zamaneh, ricorda che Manouchehr Atashi aveva indicato Babachahi, insieme ad altri due poeti, sulla rivista Donya-ye sokhan come uno dei portabandiera della poesia d'avanguardia degli anni novanta. Recensendo Jahan motavajjeh shod, Koucheh legge la prefazione come «una sorta di manifesto» della poesia di protesta e osserva che l'autore, sulla scia di Edward Said, ritiene che poeti e scrittori abbiano il dovere di non restare indifferenti a ciò che accade intorno a loro, proteste di piazza comprese. In questa raccolta, a suo giudizio, «con la fiammata della rivoluzione del popolo iraniano» i giochi linguistici di Babachahi si diradano, le immagini si fanno «più nude» e le poesie datate 2022 risultano «più dinamiche e più coinvolgenti». Koucheh segnala inoltre i numerosi rimandi storici e letterari: a un verso di Ahmad Shamlu («Guarda il sangue sul selciato»), alla rivoluzione costituzionale e a Howard Baskerville, al visir Hasanak e alla Tarikh-e Beyhaqi di Beyhaqi, agli slogan e alle ronde dei comitati rivoluzionari degli anni ottanta. Tra i punti deboli del libro indica però la presenza di tre poesie quasi identiche per trama e lessico («Protesta 3», «Protesta 8» e «Protesta (racconto)»). Analizzando «Ey…!», Noushazar scrive che il poeta gioca con i pronomi «alla maniera di Derrida» per far emergere la violenza latente del potere, e che il verso «Mahboubeh era il mio altro nome», attribuendo al narratore un'identità femminile, avvicina la poesia al movimento Donna, vita, libertà con un anno di anticipo sulla sua esplosione.
In un intervento pubblicato su KhabarOnline il giorno stesso della morte del poeta, Ali Masoudinia individua il «punto essenziale» della sua opera nella «costante tensione» verso una poesia «propositiva e controcorrente». Babachahi, ricostruisce Masoudinia, esordì negli anni sessanta a Bushehr con la poesia nimaiana, affermandosi al tempo stesso come critico serio, e tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta si distinse dai coetanei per un modo nuovo di trattare i metri composti e la prosodia nimaiana. Il culmine del suo percorso poetico e critico arrivò però negli anni novanta: dopo essere passato al verso libero, si avvicinò alla teoria letteraria e al pensiero postmoderno e trovò in Nam-nam-e baranam e in Manzel-ha-ye darya bi-neshan ast («Le tappe del mare non lasciano traccia») una tessitura linguistica e un'identità formale inconfondibili, che cercò di spiegare con le nozioni di «poesia in un'altra condizione» e di «poesia post-nimaiana». Tra i tratti di questa poesia Masoudinia elenca il crollo decostruttivo dei punti d'appoggio tematici, le rotture sintattiche e i salti di registro, il fluire di una mente che procede per associazioni, un andamento da collage, l'abbondanza di spazi bianchi da leggere e «un umorismo audace e nero»; aggiunge che più tardi Babachahi sperimentò anche la poesia breve, l'haiku e forme più semplici e narrative. Il gusto per la sperimentazione gli appare un tratto «insolito tra i poeti della sua generazione»; il metodo critico di Babachahi è a suo dire «estremamente eclettico e fuori dagli schemi», ma capace di produrre «testi critici di valore», e libri come Gozare-ha-ye monfared, She'r-e emruz, zan-e emruz («Poesia di oggi, donna di oggi») e Se daheh sha'eran-e herfe'i («Tre decenni di poeti di professione») hanno dato un contributo «non trascurabile» allo studio della poesia iraniana contemporanea. Masoudinia, che anni prima gli aveva dedicato uno scritto intitolato «Il gladiatore solitario e accigliato», ritiene che la poesia di Babachahi sia stata «mal servita» e che lui stesso, pur essendo una figura influente e un teorico della letteratura iraniana, «non sia stato apprezzato per quanto valeva»; la ragione andrebbe cercata in parte nel fatto che difendeva i propri versi «con ostinazione» e «con tutto se stesso».
Secondo Iran Emrooz, la critica ha messo in luce come alcune sue poesie si fondino sulla sperimentazione formale e sul gioco con le strutture della lingua, mentre altre esprimono la sua critica sociale, il suo umorismo e il suo impegno politico.
In un'intervista all'IBNA rilasciata dopo la morte del poeta, Behzad Khajat lo definì una figura «universale»: forse nessuno eguaglia Shamlu per l'ampiezza dell'attività, osservò, ma Babachahi resta «una scelta degna di attenzione, che può stare accanto a una grande figura come Shamlu o, su un altro orizzonte, accanto a Reza Baraheni». Secondo Khajat, le teorie di Babachahi «resero esplicito e accademico» il clima pluralista successivo agli anni novanta e la svolta della poesia verso la «centralità della lingua», sempre a partire dalla sua stessa produzione poetica. A differenza di tanti contemporanei preoccupati di difendere il proprio «prestigio tradizionale», egli accettò il rischio della «poesia sperimentale» e, soprattutto negli anni di Adineh, creò un legame profondo con le nuove generazioni portando alla ribalta giovani poeti. Khajat vede nell'umorismo della «poesia in un'altra condizione» uno strumento per incrinare le «grandi narrazioni sacre»: l'amata, figura sacra e irraggiungibile della poesia tradizionale, diventa così nei versi di Babachahi un personaggio comune, quotidiano.
Simin Behbahani dedicò ai suoi versi l'articolo «Uno sguardo ad alcune poesie di Babachahi», uscito nel numero 23 del bimestrale letterario Chameh (aprile-giugno 2022).
Abdolali Dastgheib tornò più volte sulla poesia di Babachahi, in particolare con l'articolo «Il postmodernismo nelle poesie di Babachahi», pubblicato su Jahan-e Ketab (anno 15, nn. 3–4, numero progressivo 254, maggio-luglio 2010), e con «Le novità della poesia di Babachahi appartengono piuttosto a questo luogo», apparso su Chameh nel 2022. Secondo il resoconto di Jam-e Jam Online, in un incontro dedicato a Babachahi presso l'Associazione nazionale dei critici letterari, pochi giorni dopo la sua morte, Dastgheib lesse alcune poesie da Faghat az pariyan-e daryayi zakhm-e zaban nemi-khorad («Solo dalle sirene non riceve frecciate») e da Picasso dar ab-ha-ye Khalij-e Fars («Picasso nelle acque del Golfo Persico»). I critici, disse, si interessano al «rango e all'appartenenza» dei poeti più che a conoscere loro e la loro opera, mentre il valore di una poesia sta nella possibilità per il lettore di entrare nel suo mondo: un mondo che in Babachahi è, a suo avviso, «ora comico, ora grave, ora lirico». Fino alla fine degli anni novanta, osservò, la poesia di Babachahi rimase fedele allo spirito nimaiano; poi cambiarono il lessico, i rapporti che reggono il mondo della poesia, «il modo di disporre le parole» e il modo stesso di entrare nel testo. Tra i tratti caratteristici di questa poesia indicò la frammentazione delle frasi (dietro la quale, a suo giudizio, scorre il significato principale), le allusioni locali, i rimandi a proverbi, filastrocche e racconti popolari, la familiarità con la letteratura classica, il grottesco e l'umorismo, e citò come esempio del gioco linguistico del poeta il verso «Il niente del niente è meglio del niente». Dastgheib giudicò più forte la componente poetica di Faghat az pariyan-e daryayi... e più marcata quella teorica di Picasso..., e insistette sul fatto che la poesia di Babachahi «non è affatto una fuga dal significato»: dietro la forma nuova si nascondono le pene e i tormenti dell'uomo contemporaneo. Concluse che ciò che Babachahi dice nei suoi versi «non è né un'imitazione né un riflesso di altri libri postmoderni» e che il poeta aveva «capito bene la postmodernità… e la mette a frutto nella sua poesia».
Nell'ottobre 2011 Faraj Sarkohi, anch'egli tra i passeggeri del pullman per l'Armenia, dedicò all'opera di Babachahi la rubrica «Sette giorni, libri» di BBC Persian, prendendo spunto dall'uscita di Gol-baran-e hezar-ruzeh («Una pioggia di fiori lunga mille giorni»), e vi distinse due fasi. Nella prima, tra gli anni sessanta e settanta, Babachahi si era imposto come una delle figure di spicco della poesia del tempo con la celebre «Vengo dall'abbeveratoio delle rane dalla voce sgraziata» e con le altre poesie di Dar bi-tekyegahi. Queste poesie nimaiane adottavano i procedimenti allora dominanti e, con la loro «critica e negazione dell'ordine esistente», rifiutavano gli assetti sociali, politici e culturali del tempo; allo stesso orizzonte appartengono Jahan va roshanayi-ha-ye ghamnak, Az nasl-e aftab, Seda-ye shen e parte di Ava-ye darya-mardan («Il canto degli uomini del mare»). La seconda fase, secondo Sarkohi, è legata agli sconvolgimenti degli anni novanta, quello che egli chiama «il decennio della crisi della poesia persiana», segnato dalla comparsa di correnti come la poesia post-nimaiana, la «poesia in un'altra condizione», la poesia decostruttiva e quella postmodernista. Babachahi fu tra i pionieri del rinnovamento della struttura, della forma e della lingua della poesia nimaiana e tra i poeti più influenti del decennio, e cercò di dare fondamento teorico alle sue proposte negli scritti in prosa, soprattutto in Gozare-ha-ye monfared. In anni in cui la «povertà teorica» riduceva spesso la critica all'adozione di concetti diffusi dalla traduzione di una o due opere di pensatori postmoderni, la sua poesia, scrive Sarkohi, «andò oltre la semplice riproduzione di queste tendenze»: con l'inclinazione alla polifonia, ai metri composti, al relativismo e al rifiuto degli assoluti e delle grandi narrazioni, con le nuove sperimentazioni di forma, lingua e tono, con la decostruzione e lo straniamento, il grottesco e «la costruzione della poesia sulla contraddizione e sul paradosso», cercò di aprire prospettive nuove senza smettere di essere poesia. Poiché poggiava sulla conoscenza della cultura e della poesia classiche, della tradizione nimaiana e di Shamlu, oltre che sull'«esperienza e il talento» dell'autore, restò immune da quelli che allora venivano chiamati «giochi linguistici e strutturali». Sarkohi vede nelle poesie di Gol-baran-e hezar-ruzeh la prosecuzione di questo cammino e ritiene che esse consolidino la posizione di Babachahi «come uno dei pochi poeti compiuti di questa onda o corrente».
Diversi altri passeggeri del pullman per l'Armenia furono per Babachahi colleghi, compagni di circoli letterari o critici. Secondo l'Associazione degli scrittori iraniani, egli frequentava con regolarità gli incontri del mercoledì in casa di Mohammad-Ali Sepanlou, attraverso i quali entrò nel circolo consultivo dell'Associazione. Babachahi stesso ricordava di aver preso parte, prima della rivoluzione, ai «Martedì della poesia» con Mohammad Mokhtari, Javad Mojabi, Faramarz Soleimani, Aziz Khalili, Esmail Raha, Mohammad Mohammad-Ali e pochi altri, e si rammaricava che Mojabi, rievocando quegli anni in un libro di memorie, avesse taciuto il suo nome, per ragioni che diceva di ignorare. In Ayineh-ye bamdad, raccolta di scritti e interviste su Ahmad Shamlu, Mojabi riportò una conversazione su Shamlu con alcuni poeti, tra cui Manouchehr Atashi, Mohammad Hoqouqi, Mohammad-Ali Sepanlou e lo stesso Babachahi; fu inoltre presente, nella casa di Shamlu, alla prima cerimonia del Premio di poesia Ahmad Shamlu, in cui In kashti-ye por-asrar di Babachahi risultò uno dei due vincitori. In un articolo uscito su Independent Persian dopo la morte di Mojabi (2026), Dariush Me'mar mette a confronto i percorsi poetici dei due: poeti come Reza Baraheni e Babachahi, scrive, «si impegnarono, in alcune fasi della loro vita poetica, in sperimentazioni radicali sulla lingua, sulla sintassi e sulla forma», creando talvolta uno scarto notevole tra un periodo e l'altro, mentre Mojabi rimase sostanzialmente nel solco della tradizione nimaiana e del verso libero di Shamlu.
Dal 1997 il romanziere Mohammad Mohammad-Ali curò con Babachahi tre numeri speciali di Adineh dedicati alla poesia e al racconto, una collaborazione che Babachahi ricordava come «un periodo molto buono». Mohammad-Ali e Masoud Behnoud sono tra le voci che nel documentario In ghiyafeh-ye mashkuk raccontano il poeta e l'uomo. La rivista letteraria Bang, tra i cui redattori figura Shahriar Mandanipour, pubblicò nell'aprile 2023 tre poesie della raccolta di protesta di Babachahi.
Il critico Shapour Jorkesh, anch'egli a bordo di quel pullman, fu tra i più fermi oppositori delle teorie di Babachahi. In un'intervista a Mahyar Zahed, pubblicata con il titolo «Guardando al futuro» sul quotidiano Etemad (n. 1545, 21 novembre 2007), lo definì un «giornalista e poeta contemporaneo» e affermò che a pagina 771 di Gozare-ha-ye monfared Babachahi attribuiva al suo libro Hush-e sabz cinque versi che in realtà non vi compaiono. «Il signor Babachahi, che riconosce di dovere agli anni novanta il suo eventuale populismo letterario», dichiarò Jorkesh, «può con un simile gioco di prestigio negare qualsiasi possibile influsso di Shamlu su di sé»; e aggiunse: «forse ho il diritto di considerare una teoria tanto disinvolta e imprecisa tra le cause dell'impasse della poesia degli anni novanta». Secondo Etemad, l'intervista «suscitò ampie reazioni», e Reza Baraheni prese le difese di Babachahi con una lunga replica intitolata «Alla generazione senza età di domani» (Etemad, n. 1567, 17 dicembre 2007): «Tutti sanno che il signor Babachahi è un poeta e un critico letterario. È la prima volta che qualcuno lo chiama "giornalista"». Anteponendo «giornalista» a «poeta», sosteneva Baraheni, Jorkesh aveva voluto «sminuire» Babachahi e doveva scusarsi sia con i giornalisti sia con lui, perché «tutto ciò che ha scritto e pubblicato finora appartiene alla poesia e alla critica della poesia».
La poesia di Babachahi ha dato vita a un'ampia letteratura accademica. A ottobre 2026 la banca dati Elmnet registra oltre 70 documenti scientifici sotto la voce «Ali Babachahi» (articoli in rivista, atti di convegno, tesi di laurea magistrale e di dottorato, monografie), alcuni dei quali firmati dallo stesso poeta. Almeno otto tesi di laurea magistrale e di dottorato, discusse tra il 2010 e il 2016 in atenei come le università di Arak e di Zabol, l'Università Ferdowsi di Mashhad, l'Università Vali-e-Asr di Rafsanjan e l'Università Payame Noor, ne esaminano vari aspetti: la messa in rilievo (foregrounding), l'immagine dell'amata, le opposizioni binarie, gli elementi regionali e il localismo, l'umorismo e il grottesco, le componenti postmoderniste.
In un articolo uscito su Zibayi-shenasi-ye adabi (2012), Mohammad-Jalil Bahadori e Hassan Zolfaghari annoverano tra i tratti della poesia degli anni duemila, e di quella di Babachahi in particolare, l'indifferenza per l'ordine cronologico: il poeta intreccia epoche diverse, costruisce un testo non lineare e si prende deliberatamente delle libertà rispetto ai fatti storici, un procedimento che gli autori ricollegano al pensiero dei post-strutturalisti e di Jacques Derrida. Ebrahim Mohebbi e i suoi coautori (2019), con un approccio di stilistica cognitiva, individuano nella «distorsione strutturale» e nella rottura dello schema «contenitore e luogo» due tratti stilistici dei suoi versi che, a loro giudizio, approdano a uno «schema rizomatico», e ritengono la stilistica tradizionale inadeguata ad analizzare poesie di questo tipo. Mohammad-Amin Ehsani Estahbanati e Mohammad-Reza Sarfi (2021) vedono in Babachahi «uno dei più avanzati esponenti del postmodernismo in Iran» e ne studiano componenti come la fuga dalla sintassi, la struttura disordinata della lingua, il rifiuto della ragione e l'assenza di coesione e di certezze. Behzad Khajat (2021), mettendo a confronto una sua poesia con una di Mohammad Shams Langeroodi alla luce della teoria del rizoma di Gilles Deleuze, presenta Babachahi come esponente della poesia postmodernista e Shams Langeroodi come rappresentante della cosiddetta corrente della «semplicità».
Ali Mohammadi e Tahereh Ghassemi (2022), partendo dai titoli delle sue poesie, ne ricostruiscono l'evoluzione dagli esordi nel segno di Nima e del realismo fino all'approdo alla poesia postmoderna con Nam-nam-e baranam e Aghl azabam mi-dahad («La ragione mi tormenta»). Ronak Joharzadeh e i suoi coautori (2022) rilevano in queste due stesse raccolte la frequenza di elementi come l'incertezza, la «lettura dei vuoti», la «morte dell'autore» e il paradosso, e discutono i punti di forza e di debolezza di questa poesia sul piano linguistico, tematico e letterario. Secondo lo studio di Zakieh Mohammadlou e dei suoi coautori (2022), nella poesia di Babachahi la similitudine è la forma più comune di deviazione semantica, mentre la metafora è meno frequente. Mahboubeh Shirgardoun (2022), esaminando sette raccolte, osserva che la sua poesia poggia soprattutto sulla descrizione e sulla similitudine, attinge largamente agli elementi naturali e ha nella ripetizione la sua figura prediletta. Altri studi analizzano la poesia «Pasingahi 2» dal punto di vista della geocritica e della teoria della «struttura dell'orizzonte» di Michel Collot, e la poesia «Duri va...» secondo la teoria dei «mondi testuali» di Paul Werth; la sua opera è stata inoltre confrontata con quella di Kiumars Monshizadeh applicando il modello di Geoffrey Leech.
In un articolo pubblicato sul trimestrale Motale'at-e honar-e eslami (2024), Leila Amini, Shahin Ojagh Alizadeh e Seyyedeh Mandana Hashemi Esfahani collocano Babachahi e Reza Baraheni tra i maggiori poeti del «decennio Settanta» (gli anni novanta del calendario gregoriano) e analizzano nella loro opera la «polifonia», uno dei segni distintivi del postmodernismo. Secondo lo studio, nei due poeti la polifonia nasce dal metro e dalla musicalità, dall'alternanza di registri linguistici e dal contrasto tra lingua letteraria e parlata, dalla «scrittura disseminativa» e dalla «scrittura folle», nonché dalla presenza di un personaggio schizofrenico, e porta alla «fuga dalla tirannia del monologo», alla rottura della narrazione e al rifiuto dell'asse verticale e dell'unità tematica. In un secondo articolo, apparso su Sabk-shenasi-ye nazm va nasr-e farsi (febbraio-marzo 2025), gli stessi autori studiano la «poesia disseminativa» di Babachahi, nozione che fanno risalire alla «disseminazione» di Derrida e che, a loro dire, la poesia degli anni novanta estese dalla lettura del testo alla sua produzione. Ne individuano le componenti principali nella polifonia, nella lettura dei vuoti e nel coinvolgimento del lettore, nella dislocazione della lingua e nella scrittura folle, nell'umorismo e nella parodia, nell'intreccio dei tempi, nella figura molteplice dell'amante e dell'amata e nell'intertestualità. Nella maggior parte delle poesie della «quarta fase», concludono, Babachahi riprende, in modo implicito o esplicito, parole e immagini da testi antichi, canzoni, ballate e proverbi popolari.
Accanto agli articoli accademici, alla poesia di Babachahi sono stati dedicati diversi libri: Ram va naram: Atashi – Babachahi («Domato e indomito: Atashi – Babachahi») di Nasrin Mozaffari e Marzieh Nowruzi, che la mette a confronto con quella di Manouchehr Atashi; Be samt-e chehreh-ha-ye mokhtalefi di Ebrahim Mohebbi, sullo stile di Babachahi e di Abbas Saffari; Barkhord-e menghar-e parandeh be laleh-ye gush di Hossein Bagheri, sulla «decostruzione» in dieci raccolte degli anni 2010; e Gosast-ha va peyvast-ha-ye revayi dar ash'ar-e Ali Babachahi di Javid Takavaran.
Secondo la nota diffusa dall'Associazione degli scrittori iraniani, Babachahi pubblicò ventisette raccolte di poesia, sette volumi di critica e teoria letteraria e cinque opere di ricerca. KhabarOnline parla di più di trentacinque volumi.
Le date sono indicate secondo il calendario persiano, seguite dall'anno gregoriano corrispondente; poiché l'anno persiano comincia intorno al 21 marzo, ciascuno di essi si estende su due anni gregoriani.
Elenco ricavato da fonti giornalistiche:
Nel 1403/2024 l'editore Ketab-e Hormoz ha riproposto Dar bi-tekyegahi (ISBN 9786228365534) e Aghl azabam mi-dahad, e nel 1404/2025 ha pubblicato un volume intitolato Dar ghar-ha-ye nargesi («Nelle grotte dei narcisi»), a cura di Abdollah Soleimani (ISBN 9786228365824).
Fonti per questo elenco:
Fonti per questo elenco:
Anche Birun paridan az saf (1385/2006) raccoglie, accanto a recensioni e articoli, diverse sue interviste (si veda Critica e teoria letteraria).
Le poesie di Babachahi sono state tradotte, tra l'altro, in inglese, olandese, curdo e arabo.
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