Lingua ligure antica

Ligure antico †
Parlato inItalia nord-occidentale, Francia sud-orientale
Periodoattestato c. II secolo a.C. – I secolo d.C.
Parlanti
Classificaestinta
Tassonomia
FilogenesiIndoeuropea
 posizione interna dibattuta: celtica, para-celtica o ramo indoeuropeo distinto
Codici di classificazione
ISO 639-3xlg (EN)
Glottologanci1248 (EN)

Il ligure antico (o semplicemente ligure) fu la lingua parlata in età preromana e romana dai Liguri, popolo dell'Italia nord-occidentale e della Francia sud-orientale; gli studi recenti la considerano una lingua indoeuropea. Non se ne conserva alcun testo continuo e nessuna iscrizione può esserle attribuita con certezza: la lingua è documentata quasi esclusivamente da toponimi e idronimi, da nomi tribali e personali e da poche glosse citate da autori greci e latini. Il documento più importante è la Tavola di Polcevera (117 a.C.), un arbitrato romano che tramanda in trascrizione latina una serie di nomi di luogo indigeni; un piccolo gruppo di iscrizioni preromane, in particolare cinque statue-stele della Lunigiana, è stato attribuito al ligure, ma tale attribuzione resta discussa.

Data la scarsità della documentazione, la classificazione del ligure e i suoi rapporti con le lingue vicine sono stati a lungo oggetto di dibattito. Gli specialisti concordano oggi nel ritenerlo una lingua (o un gruppo di lingue) indoeuropea, mentre la sua posizione interna all'indoeuropeo rimane controversa: alcuni studiosi lo classificano come lingua celtica conservativa, altri come lingua indoeuropea distinta le cui somiglianze con il celtico si spiegherebbero con il contatto o con l'eredità indoeuropea comune. Entrambe le posizioni restano in parte congetturali per la povertà dei dati. Non è nemmeno certo che il materiale tramandato rappresenti una sola lingua: le forme non celtiche e non italiche raccolte nell'area che le fonti antiche chiamavano "ligure", estesa dalla regione ligure fino al Rodano e, per i più antichi autori greci, fino alla Spagna nord-orientale, potrebbero appartenere a più lingue distinte.

Dalla fine del XIX secolo alla metà del XX il nome "ligure" fu usato anche in un'accezione assai più ampia, come etichetta per ipotetici strati linguistici preistorici dell'Europa occidentale, di volta in volta preindoeuropei o indoeuropei arcaici. Queste teorie paneuropee sono respinte dalla storiografia recente.

Contesto etnografico

Territorio ed etnonimo

L'etnonimo è attestato come Lígyes in greco, Ligures in latino e Lecuste/Lecste in etrusco. I primi geografi greci, come Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) e lo Pseudo-Scilace (IV secolo a.C.), usarono il termine Ligues come etichetta generica per i popoli dell'estremo Occidente, collocati in uno spazio semimitico ai confini del mondo conosciuto; in queste fonti la Ligustica corrispondeva spesso all'area di influenza di Massalia, dal golfo di Emporion in Catalogna ad Antibes (Antipolis) nella regione francese della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Gli autori greci di questo periodo non menzionano Liguri in Italia.

Solo a partire dal III secolo a.C. le fonti romane registrano dei Ligures in Italia, a nord del fiume Magra; le campagne militari di Roma portarono progressivamente a riconoscere un popolo ligure nell'Italia nord-occidentale, fino alla costituzione della Regio IX Liguria sotto Augusto, estesa da Album Intimilium (l'odierna Ventimiglia) ad Ameglia.

Le fonti antiche registrano un rapporto incerto tra Liguri e Celti. Tito Livio riteneva i Liguri uno strato più antico dei Galli nell'Italia settentrionale, mentre Strabone osservava che molti dei popoli un tempo detti "Liguri" erano in realtà Celti, e proponeva che l'influenza celtica avesse soppiantato i Liguri originari. Il composto etnico Keltoligyes ("Celto-Liguri") è in realtà rarissimo nelle fonti (Pseudo-Aristotele; Strabone) e appartiene a una classe tipicamente ellenistica di formazioni che uniscono un etnico contemporaneo a una denominazione geografica o etnica più antica, come Celtiberi, Celtoscythae o Gallograeci. Scrivendo all'inizio del I secolo d.C., Strabone notava comunque che i Liguri delle Alpi erano un popolo distinto dai Celti (heteroethneis), pur simile a essi nel modo di vivere (bíois).

Documentazione

La conoscenza del ligure poggia su tre tipi di testimonianze indirette: le glosse citate da autori greci e latini; i nomi tribali e personali tramandati dai testi antichi e dall'epigrafia latina; i nomi di luogo e di fiume dell'area considerata ligure nell'antichità.

Iscrizioni

Il documento singolo più importante è la Tavola di Polcevera (Sententia Minuciorum, CIL V 7749), una tavola bronzea del 117 a.C. rinvenuta nel 1506 nella val Polcevera presso Genova. Registra un arbitrato del senato romano tra i Genuates e i Viturii Langenses e conserva in trascrizione latina una serie di nomi indigeni di luogo e di fiume, tra cui Porcobera (l'odierna Polcevera), i corsi d'acqua Vinelasca, Neviasca, Tulelasca e Veraglasca, e l'oronimo Berigiema. Queste forme costituiscono il nucleo del materiale onomastico convenzionalmente detto ligure.

Una seconda fonte epigrafica latina è la Tabula alimentaria di Veleia (CIL XI 1147), dei primi del II secolo d.C., che nei suoi elenchi catastali conserva toponimi dell'Appennino ligure, alcuni dei quali (come Caudiacis, Flania e Poptis, quest'ultimo con un nesso -pt- non atteso in celtico) non hanno aspetto celtico.

Nessuna iscrizione è attribuita al ligure in modo unanime, ma un piccolo dossier epigrafico preromano è stato rivendicato alla lingua. Cinque statue-stele della Lunigiana (Zignago, Filetto I, Filetto II, Bigliolo e Sorano V) recano brevi iscrizioni funerarie in un alfabeto di derivazione etrusca vicino a quello della tradizione di Lugano, datate alla fine del VII o alla metà del VI secolo a.C. e quindi contemporanee alle più antiche iscrizioni leponzie. La loro trascrizione e la loro attribuzione linguistica sono discusse: Michel Lejeune le riteneva liguri, Aldo Luigi Prosdocimi e Patrizia de Bernardo Stempel almeno in parte celtiche, mentre Bernard Mees legge ciascun testo come un nome personale seguito dal nome del padre, formato con gli stessi elementi dei nomi liguri delle iscrizioni latine più tarde ma con desinenze grammaticali (-u per il portatore, un genitivo in -s per il padre) che non corrispondono all'uso celtico.

Altri testi preromani sono stati associati al ligure: circa 32 brevi iscrizioni linguisticamente miste da Genova, alcune delle quali conservano l'elemento onomastico Blais-, e una ciotola da Ameglia con il graffito enistale, confrontabile con i nomi liguri Enistalus ed Enistalius. La ciotola, dalla tomba 6 della necropoli di Cafaggio di Ameglia, è scritta in un alfabeto detto "corsivizzante" diffuso nell'Etruria settentrionale all'inizio dell'età ellenistica; nella terminazione -ale è stata riconosciuta una variante ligure del suffisso patronimico leponzio -alo e dell'etrusco padano -alu. Una seconda iscrizione della stessa necropoli, mi ates, è invece in lingua etrusca.

Alcune iscrizioni rupestri di varie zone della Liguria e della Lunigiana sono state interpretate come liguri da Adolfo Zavaroni, in un alfabeto che egli propone derivato dall'umbro; queste letture, prive di riconoscimento nella letteratura specialistica, sono ritenute destinate a essere messe in discussione, e nessuna analisi di tale materiale viene accolta negli studi di riferimento.

Glosse

Le glosse sono l'unico strato del materiale ligure in cui è registrato il significato delle parole, ma l'interpretazione di quasi tutte resta controversa e alcune probabilmente non dovrebbero essere dette liguri. Plinio il Vecchio riferisce che i Liguri chiamavano il Po Bodincus (Polibio: Bodenkos), spiegando il nome come "senza fondo" (fundo carens); la forma è stata confrontata con il sanscrito budhná- ('fondo, base'), il latino fundus e il medio irlandese bond. La glossa è importante perché, se l'etimologia è corretta, documenta la deaspirazione dell'indoeuropeo *bʰ e l'esito *u > o in ligure.

Molte altre glosse proposte restano incerte. Erodoto, parlando dei Sigynnae|Sigynnai, annota che il termine sigynnai era usato dai Liguri stanziati nell'entroterra sopra Massalia per indicare i mercanti ambulanti. Il termine lebērís (λεβηρίς), registrato da Strabone come parola massaliota per 'coniglio', è attribuito al ligure solo nell'ipotesi che i coloni greci lo avessero preso dalla popolazione locale. Plinio cita langa o langurus come nome di una lucertola delle rive del Po, che Johannes Hubschmid collegò al latino longus. Lo stesso Plinio riferisce che la segale era detta asia dai Taurini: poiché la classificazione etnica dei Taurini era incerta già nell'antichità, l'attribuzione di questa glossa al ligure dipende dall'identificarli come Liguri; la forma è stata corretta da Whitley Stokes restituendo una s- iniziale (sasia) e accostata al sanscrito sasya- e al gallese haidd ('orzo'). Il termine saliúnka ('valeriana'), in Dioscoride, è stato confrontato con il medio irlandese sail e il latino salix ('salice'), anche qui in modo incerto. Il leponzio pala '(pietra) funeraria' è stato talora considerato un prestito dal ligure.

Toponomastica e onomastica

Il suffisso più spesso considerato diagnostico del ligure è -asca/-asco, densamente attestato nei nomi di luogo dell'odierna Liguria, del Piemonte, del Ticino e della Provenza (come Neviasca, Vinelasca, Giubiasco, Venasca). Il suo valore diagnostico è stato però fortemente ridimensionato: Giulia Petracco Sicardi ha rilevato che nel corpus dei nomi di luogo e degli etnici antichi della Liguria le formazioni sicure in -asco- sono appena sei, e che la produttività del suffisso nella regione è in gran parte di età romana e medievale, sicché la presenza di nomi in -asco non basta da sola a definire "ligure" un territorio in età antica. Sul piano della classificazione, il suffisso non trova confronti nella toponomastica europea, ma è accostato all'armeno -acʿi (< *-ask-) e sembra rappresentare una forma rimodellata del suffisso *-isk̑- attestato in germanico e tocario.

I nomi personali liguri sono caratterizzati dalla frequenza del suffisso gentilizio -anius. I trinomina Parra Enicius Miranius e Velacus Blaisicius Enici sembrano contenere patronimici liguri, mentre serie come Blaesus, Blaesius, Blaisicius mostrano il modo in cui tali nomi erano derivati. L'elemento Blais-, attestato in nomi sia della Liguria sia della Gallia Narbonense, compare già nella Genova preromana su ceramica del V secolo a.C. nella forma plaiṣ[.

Storia degli studi

Le teorie del sostrato

Dalla fine del XIX secolo alla metà del XX il termine "ligure" servì da etichetta per strati linguistici preistorici dell'Europa occidentale, in due accezioni concorrenti: alcuni studiosi lo usavano per un presunto sostrato mediterraneo preindoeuropeo, altri per uno strato indoeuropeo arcaico distinto sia dal celtico sia dall'italico.

Sul versante indoeuropeo, Henri d'Arbois de Jubainville propose che i Liguri costituissero un antico sostrato indoeuropeo dell'Europa occidentale, distinto dai gruppi gallico e italico, esteso dall'Italia nord-occidentale e dalla Corsica fino alla Francia meridionale e alla Spagna. La sua teoria, detta "celto-ligure", influenzò gli studi filologici e archeologici per decenni; secondo Bernard Mees, d'Arbois divenne il "nonno intellettuale" di una genealogia di teorie del sostrato preistorico e protostorico. Negli stessi anni Paul Kretschmer, pubblicando le iscrizioni di Ornavasso (1905), sosteneva che alcune iscrizioni in alfabeto etrusco (in seguito identificate come leponzie, cioè celtiche) testimoniassero uno strato linguistico ligure. Più tardi Julius Pokorny riprese queste idee nella sua teoria panillirica, e Hans Krahe le rielaborò nella teoria dell'idronimia "antico-europea", concettualmente ancora debitrice del quadro celto-ligure di d'Arbois. Tutte queste costruzioni stratigrafiche paneuropee furono criticate e abbandonate.

L'interpretazione rivale, che vedeva nel "ligure" un sostrato mediterraneo preindoeuropeo, proseguì in parallelo, con letture mediterraneiste pubblicate ancora negli anni '50. A Genova, già a partire da Emanuele Celesia e Gaetano Poggi, erano circolate ipotesi ascientifiche (come l'identificazione del genovese moderno con l'antica lingua dei Liguri) di grande fortuna locale ma prive di fondamento, legate al clima culturale e politico tra regionalismo, nazionalismo e mediterraneismo. Tracce di "ligure" furono in passato individuate fino in Hispania, Sicilia, Corsica, Normandia e Germania meridionale, sulla base di affermazioni di autori antichi e di presunti paralleli toponomastici. Il linguista James Clackson ha criticato questi approcci osservando che l'etichetta "ligure" serve in realtà a mascherare la nostra ignoranza sul paesaggio linguistico preromano di varie regioni d'Europa.

Lingua indoeuropea regionale

Nel 1900 Carl Pauli, sviluppando d'Arbois de Jubainville, sostenne che i Liguri fossero indoeuropei. Paul Kretschmer (1905) concluse che il ligure fosse un membro autonomo della famiglia indoeuropea e diede al termine "celto-ligure" il significato duraturo di "Liguri celtizzati". Joshua Whatmough riteneva che il materiale onomastico documentasse una lingua indoeuropea né italica né celtica, ma intermedia tra le due. Vittore Pisani (1941) vedeva nei dialetti liguri storici uno strato indoeuropeo non celtico e non italico sovrapposto a uno strato preindoeuropeo ("anario"), fortemente influenzato dal gallico dalla fine del VI secolo a.C.; come Kretschmer, contava ancora le iscrizioni leponzie tra le liguri.

Lo spartiacque fu la decifrazione dell'iscrizione di Prestino da parte di Prosdocimi (1967), seguita dallo studio di Lejeune (1971): la riduzione dell'indoeuropeo *p documentata nella forma Uvamokozis provò che il leponzio era una lingua celtica e non un ramo del ligure. Una volta che il corpus leponzio fu correttamente datato e riconosciuto come celtico, il ligure non poté più essere considerato un idioma di transizione tra il celtico e le altre lingue indoeuropee d'Italia.

Classificazione

Dall'inizio del XXI secolo gli specialisti delle lingue antiche della regione, tra cui Patrizia de Bernardo Stempel, Xavier Delamarre, Jürgen Untermann, Javier de Hoz, Alexander Falileyev, Francesco Rubat Borel e Bernard Mees, concordano nel ritenere il ligure una lingua indoeuropea; il punto di disaccordo è quanto fosse vicino al celtico.

Fonologia

La fonologia storica dello strato indoeuropeo del ligure è stata abbozzata da Whatmough, Giacomo Devoto e Lejeune, e ricostruita in maggior dettaglio da Giulia Petracco Sicardi a partire dal rilevamento grafofonetico delle basi onomastiche tramandate dalle fonti antiche; il suo schema è stato in seguito ripreso e aggiornato da Falileyev. Secondo questa ricostruzione il ligure era una lingua centum.

Sul piano consonantico, Petracco Sicardi rileva che le fricative f e h sono quasi del tutto assenti (fa davvero eccezione solo Flania): là dove latino e italico presentano tali fricative come riflesso delle aspirate indoeuropee, il ligure ha b da *bʰ, con deaspirazione generale delle aspirate ereditate (a differenza del latino). Il fenomeno è documentato dall'idronimo genovese Porcobera, che Plinio rende per metà con Porcifera: al b ligure corrisponde l'f latina. La *p- iniziale e le sonoranti erano invece conservate, a differenza del celtico. Le sorde k e t ricorrono spesso, p molto meno; tra le sonore b prevale su d e ancor più su g. Questa distribuzione, unita all'assenza dei gruppi grafici gu e gw, la induce a ipotizzare che il ligure avesse reso labiali le labiovelari indoeuropee: con certezza la *gʷ sonora e la *gʷʰ sonora aspirata, e forse anche la corrispondente sorda.

Nel vocalismo, *o è la vocale più rara ed è talvolta alterata di timbro; *u esita in o in certe posizioni, e *-i̯o- atono diventa -i̯e-. I dittonghi con i non compaiono, mentre quelli con u (soprattutto au) si mantengono; in particolare *eu non si monottonga mai, e in questa conservazione Petracco Sicardi riconosce un tratto che allontana il ligure dal latino e dall'italico, e in parte anche dal gallico.

Due tratti sono proposti dalla studiosa solo in via dubitativa. Il nesso st (in Blustiemelo, Clastidium) potrebbe essere l'esito dell'indoeuropeo *d+t, il che accosterebbe il ligure all'illirico e al greco distinguendolo dal latino e dal celtico; lo stesso nesso appare però già evoluto in ti [tsi] nella variante Rubacotium. L'alternanza b/u di Sauone/Sabates potrebbe a sua volta riflettere lo sviluppo delle labiovelari.

Sono attestati la composizione e una serie di suffissi (-ink-, -isk-, -l-, -i̯o-, -ask-), alcuni dei quali potrebbero in realtà essere preindoeuropei o di origine multipla. Falileyev sottolinea che lo schema resta provvisorio e che stabilire la collocazione precisa del ligure indoeuropeo tra gli altri rami è, allo stato dei dati, solo speculativo.

Somiglianze con il celtico

Secondo de Bernardo Stempel e Delamarre, molti nomi tribali detti liguri dalle fonti antiche si possono spiegare come celtici, tra cui gli Ingauni (< celtico *Pingāmnī), i Salyes, gli Intimilii, gli Oxybii e altri. La somiglianza tra il nome antico di Genova (Genua) e quello di Ginevra (Genaua) è stata addotta da Delamarre come indizio di celticità: entrambi i toponimi potrebbero derivare dal celtico genu- 'bocca', senso adatto a insediamenti alla foce di un fiume. de Bernardo Stempel ha inoltre elencato una serie di mutamenti fonetici e di suffissi che il ligure condividerebbe con il celtico, proponendo che esso rappresenti un dialetto celtico arcaico ("celto-ligure") modellato dall'influenza di un sostrato non celtico.

Su questa linea, Francesco Rubat Borel, sulla base di un corpus dell'onomastica epicoria dell'epigrafia latina della Regio IX Liguria, considera il ligure un dialetto celtico dotato di caratteristiche proprie, in parte conservatrici e in parte innovatrici. Tra i tratti che attribuisce al ligure vi sono gli esiti uea-, ueu-, uia- dell'indoeuropeo *upo-, che conservano traccia della *p intervocalica lenita ma non del tutto caduta (come in Veamonius, accostato all'uvamo- di Prestino), la conservazione dei nessi */st/ ed */eu/, e l'abbassamento di /o/ atono in /a/ nel primo membro dei composti.

Tratti non celtici

Altri studiosi rilevano nel ligure tratti difficilmente conciliabili con il celtico. L'etnonimo Friniates può a stento essere considerato celtico. Il nome Taurini, dall'indoeuropeo *tauros 'toro', non presenta la forma celtica con metatesi taruos; secondo Delamarre ciò potrebbe spiegarsi con l'influenza del latino o con la conservazione di una forma arcaica. La glossa Bodincos 'senza fondo', dall'indoeuropeo *bʰudʰnós, non mostra la metatesi italo-celtica (cfr. latino fundus, medio irlandese bond). L'idronimo Porcobera conserva la *p- iniziale, regolarmente caduta in celtico (cfr. antico irlandese orc < *porkos), e il nesso -pt- di Poptis e Caeptiemam non è atteso in celtico, dove l'ereditato *-pt- dà -xt-.

Mees obietta che l'analisi del materiale onomastico ligure come celtico comporta sviluppi fonologici altrimenti non attestati in celtico, come *upo- > uea- e *o atono > a, e che il suffisso -asc- e la *p conservata di Porcobera rendono problematica la classificazione del ligure come lingua celtica; il ligure condividerebbe alcuni tratti fonologici con il celtico ma se ne distinguerebbe nettamente nella morfologia, presentandosi come lingua separata con alcune somiglianze. Egli osserva inoltre che presso i Romani i Liguri non erano annoverati tra i Celti, e che i pochi paralleli tra nomi liguri e celtici si possono spiegare come tratti indoeuropei ereditati, non specificamente celtici. Nella stessa direzione, l'analisi di Untermann dei nomi personali dell'epigrafia latina della Liguria indica una lingua (o famiglia) indoeuropea distinta: i nomi liguri sono in prevalenza semplici e monotematici, non i composti tipici del celtico.

Il dibattito attuale

Il dibattito centrale riguarda dunque il rapporto preciso tra ligure e celtico, dato che il primo mostra sia convergenze sia divergenze rispetto alle varietà celtiche antiche come il gallico e il leponzio. Da un lato de Bernardo Stempel, Delamarre e Rubat Borel considerano il ligure un dialetto celtico (con tratti arcaici, e per de Bernardo Stempel su sostrato non celtico); dall'altro de Hoz, Untermann, Falileyev e Mees lo ritengono una lingua o un ramo indoeuropeo distinto, eventualmente imparentato con il celtico o influenzato da esso, oppure i cui tratti condivisi rifletterebbero semplicemente l'eredità indoeuropea comune.

Il dibattito si estende anche all'estensione geografica degli elementi attribuibili al ligure. Javier de Hoz ha proposto di distinguere due zone: il territorio dei "Liguri" della Regio IX (tra Ventimiglia e Ameglia), con un'identità culturale ben definita e probabilmente una lingua indoeuropea ("ligure" propriamente detto) di cui si sa poco, e l'area più ampia descritta dalle fonti più antiche come abitata dai "Ligues" (dall'Arno a ovest del Rodano, forse fino alla Spagna nord-orientale), abitata da popoli forse imparentati culturalmente ma probabilmente eterogenei. Egli chiama la prima "ligure ristretto" e la seconda "ligure ampio"; Falileyev aggiunge alla prima anche i territori contigui della Francia sud-orientale. Una minoranza di studiosi ha messo in dubbio l'esistenza stessa di una lingua o cultura ligure.

Note

Fonti esplicative

  1. ↑ Documentato quasi esclusivamente da nomi di persona e di luogo. Alcune glosse isolate compaiono prima (Erodoto, V secolo a.C.) e cinque iscrizioni su statue-stele della Lunigiana (fine VII–VI secolo a.C.) sono state attribuite al ligure, ma la loro attribuzione è discussa.
  2. ↑ La classificazione del ligure come lingua indoeuropea è il punto di vista prevalente nella ricerca recente, ma poggia su un numero limitato di etimologie ricavate da toponimi, glosse e nomi propri, in assenza di testi diretti. Giulia Petracco Sicardi parla a questo proposito di una «indoeuropeicità acquisita», anteriore sia alla conquista romana sia ai più recenti insediamenti celtici, accanto a un più antico fondo lessicale preindoeuropeo (Petracco Sicardi-Caprini 1981, p. 21). Fino alla metà del XX secolo il termine «ligure» era stato impiegato anche per un presunto sostrato mediterraneo preindoeuropeo, accezione oggi abbandonata; la posizione del ligure all'interno dell'indoeuropeo (dialetto celtico, lingua para-celtica o ramo distinto) resta dibattuta.
  3. ↑ Le sei formazioni sono Areliasci, Caudalasci, Neviasca, Tulelasca, Veraglasca e Vinelasca. Il glossario dei nomi liguri raccolti dalle fonti classiche compilato da Petracco Sicardi comprende 225 lemmi, ma include anche voci di etimologia latina e voci di lettura incerta; scartati questi elementi, il rilevamento linguistico è condotto su 181 toponimi ed etnici (dei circa 65 toponimi di età romana relativi alla Liguria moderna, oltre la metà provengono dalla sola Tavola di Polcevera). La studiosa non formula in realtà un rapporto diagnostico «6 su 225»: l'osservazione riguarda la rarità del suffisso nello strato antico e la sua diffusione soprattutto in età romana e medievale (Petracco Sicardi-Caprini 1981, pp. 10, 24-25, 30).
  4. ↑ Si vedano ad esempio F. R. Hodson e John F. Drinkwater, Ligurians, in Oxford Research Encyclopedia of Classics, 2016. e Ralph Haeussler, Becoming Roman?: Diverging Identities and Experiences in Ancient Northwest Italy, Left Coast Press, 2013, p. 87..

Fonti bibliografiche

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  3. 1 2 Untermann 2006.
  4. ↑ Marchesini 2009, p. 83.
  5. 1 2 3 4 5 Clackson 2015, pp. 3-5.
  6. 1 2 de Hoz 2005, p. 175; Untermann 2006, pp. 1762-1766; Delamarre 2007, pp. 36-37; Rubat Borel 2008, pp. 150-151; de Bernardo Stempel-Arenas Esteban 2011, pp. 129-130; Falileyev 2020, pp. 894-895; per un quadro delle posizioni, Mees 2024, pp. 203-204.
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  14. ↑ Arnaud 2001, pp. 325-327.
  15. ↑ Rubat Borel 2008, p. 152.
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  33. ↑ Rubat Borel 2008, p. 150.
  34. ↑ Falileyev 2020, pp. 892-893.
  35. ↑ Rubat Borel 2008, p. 148.
  36. ↑ Rubat Borel 2008, pp. 148-149.
  37. ↑ Rubat Borel 2008, p. 149.
  38. ↑ Rubat Borel 2008, pp. 150-151.
  39. ↑ Mees 2024, p. 206.
  40. ↑ Petracco Sicardi-Caprini 1981, pp. 21-27.
  41. ↑ Petracco Sicardi-Caprini 1981, pp. 21-23.
  42. ↑ Petracco Sicardi-Caprini 1981, pp. 22, 26.
  43. ↑ Petracco Sicardi-Caprini 1981, p. 27.
  44. ↑ de Bernardo Stempel 2006; de Bernardo Stempel-Arenas Esteban 2011.
  45. ↑ Delamarre 2007, pp. 36-37.
  46. ↑ de Bernardo Stempel-Arenas Esteban 2011, pp. 129-130.
  47. ↑ Rubat Borel 2021, pp. 229-237.
  48. ↑ Delamarre 2003, p. 291.
  49. 1 2 Mees 2024, pp. 203-204, 209.
  50. ↑ Mees 2024, p. 220.
  51. ↑ de Hoz 2005, p. 175; Untermann 2006, pp. 1762-1766; Falileyev 2020, pp. 894-895; Mees 2024, pp. 206, 209.
  52. ↑ de Hoz 2005, p. 175.
  53. ↑ Falileyev 2020, p. 892.

Bibliografia

Voci correlate

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