| Liguri | |
|---|---|
| Luogo d'origine | Italia nord-occidentale e Francia sud-orientale |
| Periodo | Bronzo finale - I secolo a.C. |
| Lingua | Ligure |
I Liguri (in latino Ligures; in greco Λίγυες, Lígyes) furono un'antica popolazione stanziata in età preromana nell'Italia nord-occidentale e nell'estremo lembo sud-orientale della Francia, in un territorio che, dal Var e dalle Alpi Marittime, si estendeva lungo l'arco costiero e appenninico fino a comprendere l'attuale Liguria, il Piemonte meridionale, l'Oltrepò Pavese e la Lunigiana. Da essi presero nome la regione storica e il mar Ligure.
Sul piano archeologico i confini di questo territorio non furono mai netti e variarono nel tempo: un territorio propriamente ligure si delineò soltanto con l'inquadramento amministrativo di età augustea, che istituì la Regio IX Liguria tra i fiumi Var, Magra e Po. Il termine "Liguri" non costituisce un'autodenominazione, ma una categoria geografica ed etnografica elaborata dal mondo greco e poi ripresa dagli autori latini: le fonti antiche restituiscono un insieme frazionato di gruppi autonomi (tra cui Genuati, Tigulli, Statielli, Apuani, Ingauni, Bagienni, Friniati), privo di unità politica.
I Liguri non adottarono la scrittura per la propria lingua, che è perciò nota solo indirettamente e di incerta classificazione. La loro etnogenesi è ricondotta dalla ricerca al Bronzo finale, per progressiva stratificazione di gruppi locali; nel corso dell'età del ferro entrarono in contatto con Etruschi, Greci e Cartaginesi, processo culminato nella fondazione dell'emporio di Genua di iniziativa etrusca. Dal III secolo a.C. si scontrarono con Roma in una lunga serie di guerre, che si conclusero entro la metà del II secolo a.C. con la sottomissione e, in alcuni casi, la deportazione di intere tribù.
L'origine del nome è incerta. La forma più antica è greca: gli autori arcaici chiamarono questa etnia Lígyes (Ecateo di Mileto, FGrHist 1 F 58). Dal greco derivò il latino Ligures.
L'amplissima estensione geografica attribuita ai Liguri dalle fonti greche più antiche, che li collocano lungo tutto il Mediterraneo nordoccidentale dalla Penisola iberica all'Italia centrale, non documenta la reale diffusione di un singolo popolo, ma riflette l'uso di "Liguri" come designazione generica dei popoli di quelle coste, ancora poco conosciute dai navigatori greci di età arcaica. Questa lettura, già anticipata da Giuseppe Micali nel 1821, è stata sviluppata in seguito come analisi della costruzione del concetto geografico di "Liguri". Coerentemente, alcune fonti di età ellenistica e romana usano il composto Keltolígyes ("Celto-Liguri"), riferito però soltanto alle comunità dell'entroterra di Massalia: genti di stirpe celtica insediate dove la geografia greca più antica poneva i Liguri.
Per la ricerca attuale quell'estensione smisurata è una costruzione culturale, non una realtà etnografica. Colonna la fa risalire a un concetto di matrice greca arcaica, che immaginava un dominio ligure subito oltre l'Etruria e il Tirreno e disteso lungo l'intero Mediterraneo occidentale, oltre le Colonne d'Ercole; a suo avviso furono i Focei, e segnatamente i coloni di Massalia, a forgiare tale idea e forse lo stesso etnonimo, poi diffusi dalla geografia ionica entro il VI secolo a.C. Ne restano tracce nei lemmi che Stefano di Bisanzio riprende da Ecateo, dove Massalia è detta città ligure prossima ai Celti e gli Elisici di Narbona sono annoverati fra i Liguri. Su questo sfondo la mitistoria greca costruì genealogie che collegavano i Liguri ai Siculi e ai Sicani (in Tucidide e in Filisto di Siracusa, che li poneva nell'Italia nord-adriatica) e alla figura di Cicno, il re ligure tramutato in cigno: temi che Colonna ritiene formatisi nell'Etruria padana tardo-arcaica, a contatto con i Greci di Spina, e che Virgilio riprese facendo dei Liguri i soli alleati degli Etruschi guidati da Tarconte.
Sul versante latino la designazione ha invece una genesi propria. Arnaud osserva che nessuna fonte greca classica collocava Liguri in Italia: i Ligures italiani compaiono per la prima volta nella documentazione romana, negli Acta triumphalia del 236 a.C., con il trionfo de Ligureis di Publio Lentulo Caudino, sotto il nome latino e a partire da sud, dalla foce della Magra, senza che venisse stabilito alcun legame esplicito con i Lígyes della Gallia meridionale. Il nome, forse riferito in origine a un solo piccolo popolo stanziato alla foce della Magra, sarebbe stato poi esteso per metonimia a tutte le genti non galliche che Roma incontrò risalendo verso la futura Regio IX Liguria, il cui inquadramento augusteo fissò l'idea che i Liguri appartenessero a quello spazio.


Le conoscenze sui Liguri derivano dall'integrazione di due ordini di dati, le fonti letterarie antiche e la documentazione archeologica, il cui rapporto è dialettico più che complementare: per ampi tratti dell'età preromana le fonti scritte sono assenti o tarde, e la ricostruzione poggia in prevalenza sull'archeologia.
Le fonti letterarie sono greche e romane, e nessuna è ligure. Il nome Lígyes compare nella tradizione greca a partire da Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) e ricorre poi in Erodoto, nello Pseudo-Scilace, in Tucidide e in Polibio, mentre per parte latina la testimonianza più antica e influente è quella delle Origines di Catone, oggi perdute ma utilizzate da autori successivi. Tali fonti vanno però lette con cautela, per tre ragioni convergenti. La prima è che "Liguri", nelle fonti greche più antiche, è una categoria geografica generica più che l'indicazione di un popolo definito: fissata come quasi-etichetta letteraria già dal VI secolo a.C., designa in modo indistinto le genti delle coste nordoccidentali del Mediterraneo, e solo in seguito si restringe all'Italia nord-occidentale e alla Francia meridionale.
La seconda ragione è che le fonti tendono a definire i Liguri "per differenza", in opposizione ai Celti, e che tale contrapposizione è una categoria storico-politica, non una classificazione etnica o linguistica fondata: come ha mostrato Filippo Maria Gambari, i Liguri sono popolazioni stanziali che le fonti distinguono dai Celti invasori, al di là delle possibili affinità linguistiche o etniche. Da ciò derivano nelle stesse fonti antiche denominazioni intermedie e ambigue, come Keltolígyes ("Celto-Liguri") o Semigalli, applicate a singoli gruppi.
La terza ragione è che la più autorevole tradizione latina sull'arrivo dei Celti in Italia, quella di Livio (V libro), è una costruzione letteraria che fonde tradizioni diverse, etrusche, galliche, massaliote e liguri, con finalità non puramente cronachistiche: la critica storica e archeologica recente ne ha rivalutato l'attendibilità di fondo, a condizione di articolarne i dati e di non ricondurre l'arrivo dei Celti a un evento unitario. Questa lettura critica delle fonti antiche, sviluppatasi soprattutto a partire dalla fine degli anni settanta del Novecento, è il presupposto della ricostruzione storica che segue, fondata in primo luogo sui dati archeologici.
L'etnogenesi dei Liguri non è ricondotta a un popolo originario, ma a un processo di stratificazione che ha inizio nel Bronzo finale (XII-X secolo a.C. circa). Le forme insediative che caratterizzeranno l'età del ferro sono già tutte compresenti in questa fase. Nei rilievi interni dominano piccoli nuclei d'altura (i castellari), di norma poche capanne in posizione di controllo sulle valli, con economia silvo-pastorale e collegati dai percorsi di crinale. Lungo il litorale convivono insediamenti arroccati e villaggi di fondovalle impiantati allo sbocco dei fiumi, con vocazione produttiva e portuale. Lungo i grandi corsi d'acqua (il Po, il Trebbia, il Tanaro, la Bormida) passano gli scambi a lungo raggio che mettono in contatto il litorale, la Pianura Padana e il versante transalpino.
Allo stesso orizzonte risale la formazione del margine settentrionale verso il mondo celtico. I primi segni di distinzione tra le terre a sud del Po e quelle padane si avvertono dal XIII secolo a.C. e si fissano tra il 1180 e il IX secolo a.C. circa, percepibili sia nella produzione ceramica, che guarda alla Francia orientale e meridionale, sia in un uso sepolcrale poi mantenuto per tutta l'età del ferro, quello di chiudere l'urna cineraria sotto una lastra di pietra, attestato per esempio ad Alba. Anche in questo caso la linea rimase incerta, specie sul versante appenninico che scende verso la pianura.
Per Paltineri questa configurazione segna due cose insieme: l'inizio del processo etnogenetico che porterà ai Liguri dell'età del ferro e, già allora, una geografia tutt'altro che compatta. Il territorio risulta diviso in più sub-aree, ciascuna con un proprio gruppo autonomo ma inserito in una rete di rapporti comuni: in quelle partizioni si lasciano riconoscere i nuclei che le fonti chiameranno poi Sabates, Bagienni, Genuati e Tigulli.
Nella prima età del ferro (IX-fine VII secolo a.C.) il cambiamento riguarda soprattutto il settore centro-orientale: l'entroterra di Oltrepò Pavese e Piacentino viene abbandonato, mentre sulla costa del Tigullio cresce Chiavari, dove sul finire dell'VIII secolo a.C. sorge un sepolcreto a incinerazione ripartito fra tre nuclei parentali. Diverso è il quadro del Piemonte meridionale e del Cuneese, dove la direttrice del Tanaro mantiene la sua centralità e il popolamento mostra continuità. In tutta la regione, con la sola eccezione di Genova, non si compie il processo di formazione di centri protourbani che altrove caratterizza la penisola italiana.
Sul finire del VII secolo a.C. il popolamento ligure entra in una fase nuova, in parallelo con eventi di scala mediterranea: la nascita di Massalia e la contesa per il controllo dell'alto Tirreno che oppone Etruschi, Greci e Cartaginesi. A imprimere la svolta è l'ascesa di Genua, unico abitato ligure destinato a una fisionomia urbana; il suo decollo, posteriore a quello di Chiavari, deve molto all'apporto etrusco. L'entroterra si riorganizza in funzione dell'emporio e prende forma stabile un corridoio commerciale che, passando per Dertona, raggiunge dalla costa la Pianura Padana; su quella stessa linea correrà in seguito la via Postumia.
La necropoli di Chiavari documenta dalla fine dell'VIII secolo a.C. l'inserimento della costa orientale ligure nelle rotte che dall'Etruria meridionale risalivano verso la Francia meridionale, con importazioni dall'area di Vulci e di Caere e una coppa protocorinzia di mediazione tirrenica. Dalla metà del VII secolo i rapporti si concentrano su Pisa, che controllava la Versilia e la valle del Serchio e tentava di governare il commercio costiero tra l'Etruria settentrionale e la Liguria: ne è marcatore l'importazione a Chiavari di coppe di bucchero di probabile produzione pisana. Secondo Paltineri fu proprio la scelta etrusca di fondare il proprio emporio a Genova, e non a Chiavari, a determinare dal VI secolo a.C. la crescita della prima e il declino della seconda.
A questa fase di forte apertura al mondo etrusco lungo la valle del Tanaro si lega la stele di Busca (fine VI secolo a.C.), iscrizione etrusca in cui Colonna riconobbe la tomba di un ligure (Motico) che, fuori dalla regione, aveva assunto il prenome, la lingua e la formula funeraria etruschi. Per Paltineri è la spia di gruppi etruschi, o di Liguri ormai etruscofoni, distribuiti lungo l'asse del Tanaro e con ogni probabilità collegati all'emporio di Genova. Per Giuseppe Sassatelli potrebbe essere invece la tomba di una persona di origine “leponzia”.
Verso l'Etruria il limite non fu mai fisso e si spostò ripetutamente lungo l'età del ferro. Nella fascia tra l'Arno e la Magra la cultura materiale rimanda agli Etruschi nelle fasi iniziali e ai Liguri in quelle più recenti, segno di un passaggio di mano che Livio (XLI, 13, 4) ricorda a proposito di Luna, etrusca prima di divenire ligure. La sistemazione che colloca schematicamente i Tirreni e gli Umbri a meridione dei Liguri, riferita da Giannattasio, va intesa come una costruzione erudita di età storica e non come la fotografia di un assetto etnico fisso.
Sul piano culturale la Genova arcaica e classica non si configura come una colonia etrusca, ma come un emporio aperto in cui convivono componenti diverse. Per il V secolo a.C. Melli individua nella città tre componenti coesistenti: una ligure, radicata sul luogo fin dal Bronzo finale, una etrusca e una golasecchiana. I graffiti, tracciati secondo l'uso epigrafico nordetrusco, danno per la massima parte nomi etruschi, ma accanto a essi compaiono un nome umbro (aia) e uno celtico o celto-ligure (Nemetie): segno di una comunità mista. Allo stesso modo, se alcuni studiosi hanno interpretato le insolite strutture funerarie della necropoli di Genova come segno della partecipazione di migranti etruschi alla nascita dell'oppidum, Giannattasio rileva che la fisionomia dei corredi rimanda piuttosto ai Liguri.
Dal tardo V secolo a.C. intervengono ulteriori cambiamenti, legati a processi di ampio raggio: la spinta marittima di Massalia verso le coste liguri e la discesa dei Galli nell'Italia settentrionale. Le ondate galliche paiono incidere poco sulla Liguria, soprattutto sul versante costiero: a Genova l'oppidum viene rimaneggiato, con interventi che fanno pensare a un aumento della popolazione, e il centro conserva il proprio ruolo di scalo commerciale. All'interno, nel territorio degli Statielli, gli abitati tendono a ritirarsi su alture difese; Paltineri lega questo ripiegamento a un doppio ordine di cause: il peggioramento del clima, con forti piogge e regime fluviale instabile, e l'incertezza politica prodotta dalla calata gallica e dalla ristrutturazione del mondo insubre.
Sul versante dei traffici, la sconfitta etrusca di Cuma (474 a.C.) e l'ascesa di Siracusa indebolirono progressivamente la presenza etrusca a Genova, senza tuttavia provocarne il declino; entro la metà del IV secolo a.C. le importazioni di vino etrusco furono sostituite in via permanente da quelle massaliote.
Esaurita, tra la fine del IV e la prima metà del III secolo a.C., la fase più acuta delle incursioni galliche, anche Roma entra in gioco nella regione. A pesare di più sono ora le manovre internazionali di Roma e Cartagine: a seconda di come ciascun gruppo ligure si rapporta all'una o all'altra potenza, le comunità si schierano in modi opposti. I Bagienni risultano alleati di Roma fin dalla battaglia di Canne (216 a.C.); i Sabates del Ponente si schierano con i Cartaginesi; la distruzione di Genova nel 205 a.C. e la sua ricostruzione a opera di Roma scandiscono una fase di generale insicurezza. Agli inizi del II secolo a.C., in parallelo con le campagne militari romane, i territori degli Apuani e degli Statielli subiscono distruzioni e deportazioni.
In questo stesso giro d'anni, fra il finire del III secolo e la metà del II, si forma l'immagine romana dei Liguri, definita per contrasto con la civiltà urbana: territorio spezzettato, abitati piccoli e in posizione elevata (da cui le formule sparsi per saxa e castella vicosque), nessuna vera dimensione cittadina e, nelle fonti, l'assenza di un capo di rilievo da tramandare, là dove invece i Celti ne hanno. Paltineri osserva che, depurata da pregiudizi e luoghi comuni, questa rappresentazione romana coincide in buona parte con il quadro di lungo periodo ricostruito dall'archeologia: una pluralità di gruppi autonomi la cui scarsa unità interna li rese vulnerabili davanti all'avanzata romana. Maras vi coglie anche una ricaduta identitaria: sarebbe stato lo scontro con Roma, in particolare nei decenni seguiti alla seconda guerra punica, a far maturare nei Liguri il senso di appartenere a un unico ethnos, saldato per opposizione al di sopra delle molte divisioni interne; in questa luce egli rilegge l'episodio narrato da Plutarco (Vita di Mario, 19), in cui alcuni ausiliari liguri rivendicano per sé, di fronte ai Germani, l'antico nome di Ambrones.

Il confronto militare tra Roma e i gruppi liguri si aprì nel 238 a.C. e si protrasse, con alterne vicende, per circa un secolo. La frammentazione delle tribù e la natura impervia del territorio, diviso tra costa e montagna, spinsero Roma a un ventaglio di strumenti che andavano dalla coercizione all'assimilazione: da un lato massacri, azioni punitive, deportazioni sistematiche e confische di terre, dall'altro trattati di alleanza (foedera), legami di clientela, fondazione di colonie, sistemazione agrimensoria del territorio e costruzione di strade.
Genova, fattasi civitas foederata per salvaguardare il proprio ruolo commerciale, pagò la fedeltà a Roma con la distruzione già ricordata: nel 205 a.C. l'oppidum fu raso al suolo da Magone, promotore dell'alleanza con Savo, e venne riedificato di lì a poco da Spurio Lucrezio (203 a.C.). Sulla costa orientale la svolta fu segnata dalla deduzione della colonia di Luna (177 a.C.), raccordata alla colonia latina di Luca (180-179 a.C.). La sottomissione dell'interno richiese invece più campagne militari: le operazioni contro gli Statielli presero avvio nel 173 a.C. dalla base di Dertona, posizione chiave verso l'entroterra ligure e l'Italia nord-occidentale, e nel 148 a.C. la via Postumia, da Genova a Dertona, assicurò il pieno controllo del territorio interno.
Della persistente disunione dei Liguri, sfruttata dai conquistatori, è testimone un eccezionale documento epigrafico del 117 a.C., la Sententia Minuciorum o Tavola di Polcevera: la sentenza con cui i senatori Quinto e Marco Minucio Rufo dirimono la lite sul possesso e l'uso di terre contese tra i Genuati e i Viturii Langenses.
Sul versante appenninico tosco-emiliano gli Apuani avevano organizzato, a partire dal III secolo a.C., una rete di abitati d'altura compresa fra la Lunigiana e la montagna pistoiese, fatta di castella e villaggi disposti lungo i crinali (come Monte Pisone e Pietra Pertusa) e collegata ai traffici tirrenici. Il margine sud-orientale di quest'area è documentato nell'alta Valdinievole e sullo spartiacque tra Reno e Ombrone, dove le necropoli vanno dal pieno III secolo a.C. all'avanzato II (Pian del Santo, Casore del Monte, Montale). Qui il processo di romanizzazione fu particolarmente lento e giunse a compimento soltanto in età augustea, e in qualche caso non prima dell'inoltrato I secolo d.C.
Sullo scorcio del III secolo a.C. la penetrazione del vino fra i Liguri delle Apuane e della valle del Serchio si fa massiccia, al punto che negli insediamenti di questa fase le anfore greco-italiche costituiscono quasi la totalità dei rinvenimenti ceramici. Divenuto tratto del «modo di vivere», il vino ribalta i termini dello scambio: se prima lo squilibrio commerciale era colmato da parte etrusca con vino e monete, ora i Liguri, che hanno ormai poco da offrire, fanno della razzia il mezzo per procurarselo, tanto che ancora nel 193 a.C., a stare a Livio, la spes praedae figura tra i moventi dell'attacco ligure. Alle annuali campagne consolari, culminate nel 180 a.C. con la deportazione di massa degli Apuani nel Sannio, i Liguri delle valli alte del Serchio risposero con un sistema di insediamenti d'altura, sopra i 1000 metri, capace di dissolversi e ricrearsi rapidamente in siti protetti dalla natura del terreno; alcuni di questi poli (Montefegatesi) sopravvissero alla guerra e diedero origine a una struttura insediativa di montagna destinata a durare fino al Medioevo.

L'abitato ligure è di norma un piccolo nucleo d'altura o di mezza costa. La posizione risponde a due esigenze: dominare il territorio dai crinali e restare agganciato alle vie d'acqua e di terra che mettevano in comunicazione il litorale con l'entroterra e, più oltre, con la Pianura Padana. Si trattava di un'economia povera, imperniata su pastorizia, coltivazioni di sussistenza e risorse del bosco. Poiché i siti prescelti erano ripidi e con un solo ingresso difendibile, servivano terrazzamenti in pietra a secco: oltre a guadagnare superficie, contenevano il dilavamento del suolo. Le case erano capanne (a pianta rettangolare, circolare o ellittica) impostate su uno zoccolo di pietra a secco, con elevato in graticcio di canne rivestito d'argilla; il tetto, sostenuto da pali di legno, era di rami e paglia.
Il tratto che meglio definisce il mondo ligure, dal Bronzo finale alla romanizzazione, è la divisione in gruppi autonomi, ciascuno radicato in un proprio territorio. Sul piano materiale l'identità emerge dal vasellame fatto a mano, con inclusi grossolani e un repertorio decorativo ricorrente (cordoni a impressione, solcature), e da ornamenti caratteristici quali i bottoni conici a fusione di bronzo e i bracciali a estremità aperte con motivi geometrici, presenti su un'area che va dalla Liguria al Piemonte meridionale e dalle Alpi Marittime alla Lunigiana. Lo studio dei resti ossei mostra individui di statura media (1,64 m) e complessivamente sani; le fonti antiche trasfigurano questo dato nel topos del Ligure forte, rude e valente in guerra, forgiato da una terra difficile.
L'unico abitato a evolvere in senso urbano fu Genua. L'insediamento più antico, sul colle del Castello a dominio del porto, risale al VI secolo a.C.; fra V e IV secolo si articola in case a pianta quadrangolare e si cinge di robuste mura a doppio paramento con nucleo di riempimento (emplecton) e almeno una torre, assumendo la fisionomia di oppidum e di scalo di redistribuzione verso l'entroterra e la Pianura Padana.
Le fonti antiche non restituiscono i Liguri come unità politica, ma come un insieme di gruppi autonomi, ciascuno legato al proprio territorio. Lo stesso Plinio il Vecchio, nel passare in rassegna le gentes Alpinae piegate da Augusto e incise sul trofeo delle Alpi di La Turbie, tiene distinti i Turi di ceppo ligure, i Liguri Bagienni, i cosiddetti Liguri Montani e diverse tribù di Liguri Capillati ai margini del mar Ligure.
Tra i gruppi ricordati dalle fonti e riconoscibili sul piano archeologico figurano i Genuati (area di Genova), i Tigulli (Tigullio), gli Statielli (medio Tanaro, intorno ad Aquae Statiellae), gli Apuani (valle della Magra e Lunigiana), i Friniati (Appennino tosco-emiliano, il gruppo ligure più orientale ricordato dalle fonti), gli Ingauni (Albingaunum), gli Intemelii (Albintimilium), i Sabates (Savonese), i Bagienni (Cuneese) e i Montani dell'entroterra. Più in generale, la rappresentazione regionale dell'Italia preromana rischia, come osserva Isayev, di attribuire coesione ad aree che ne erano prive: i confini erano permeabili e in Liguria, come nel Veneto, elementi celtici compaiono all'interno degli insediamenti italici già dal VII secolo a.C. La debole unità tra i gruppi, tratto di lunga durata, si rivelò un punto di fragilità di fronte all'espansione di Roma.
Sul versante sud-orientale l'articolazione tribale trova riscontro archeologico nei materiali dell'area apuo-friniate. Dai primi del III secolo a.C. si diffonde, dalla Magra alla montagna pistoiese, una variante locale della fibula Certosa detta «apuana», insieme a produzioni ceramiche a decorazione dipinta, elementi con cui Adriano Maggiani ha marcato la peculiarità di questo territorio rispetto all'area ligure che va dal Genovese al Piacentino. Una distinzione ulteriore emerge nell'armamento: mentre i Liguri della Lunigiana e della costa adottano armi e tecniche di combattimento celtiche latèniane, con la lunga spada, i Liguri orientali, come mostra la tomba delle Grazie di Saturnana sulla montagna pistoiese, partecipano dell'armamento etrusco-italico, con il più corto gladio integrato dalla lancia. Fra i Liguri della valle del Serchio e gli Etruschi di Pisa si intreccia una rete di «insediamenti di frontiera», dalla Versilia alla montagna pistoiese, che scambia manufatti tirrenici, come la ceramica a vernice nera, contro le materie prime della montagna: lana, legname e prodotti del bosco e dell'allevamento, secondo lo stesso modello che Strabone descrive per Genova.
Trattandosi di un mondo agro-pastorale, il sistema religioso ligure appare più semplice di quello dei Greci o dei Celti e resta in larga parte sfuggente. Mancano un pantheon definito e divinità chiaramente antropomorfe: al centro stanno oggetti ed elementi naturali legati alla quotidianità, anzitutto il sole, l'acqua e i monti. Sui rilievi e ai valichi si aprono santuari a cielo aperto con rocce istoriate dell'età del bronzo, come il Monte Bego in Francia e il Monte Beigua nel Savonese: vi si contano migliaia di incisioni (soli, fulmini, figure cornute, carri, guerrieri, armi), lette come la raffigurazione di una divinità potente e temuta, che insieme elargisce fertilità e prosperità.
In tutta la regione ricorrono le coppelle, incavi di norma sotto i dieci centimetri di diametro, intese come simboli solari e a volte raccordate da canaletti che farebbero pensare a riti con versamento di liquidi. Dove si accompagnano a impronte di piedi a grandezza naturale, in siti ricchi d'acqua, rinviano a un culto delle acque e delle loro virtù curative (Monte Beigua, Acquasanta presso Genova). Al culto delle cime si lega Penninus, nume di mercanti e viandanti: la sua immagine nasce, nella zona tra Levanto e Sestri Levante, da un fenomeno locale ricorrente, gli scrosci improvvisi e brevi che suggerivano una divinità intenta a lanciare folgori dall'alto. Che tra VI e IV secolo a.C. si venerasse ancora una divinità cornuta lo confermano la ceramica e le corna di pecora deposte in una fossa votiva dell'entroterra di Ponente (Caprauna), in relazione con le figure cornute incise al Monte Bego.
Di questi culti resta comunque poco. Vi rientra un gruzzolo di monete, oboli pseudo-massalioti battuti a Genova e mai entrati in circolazione, infilato in una fenditura naturale del suolo al valico della Crocetta d'Orero, lungo la via dalla costa alla pianura poi ricalcata dalla via Postumia: un'offerta per propiziarsi le divinità dei crocicchi. Discorso a sé per le dodici statue-stele trovate fuori contesto tra Magra e Vara: parte riusa modelli più antichi (databili intorno al 3200-2500 a.C.), parte è di fattura nuova (VII-VI secolo a.C.) e mostra figure armate fiere della propria identità. Il loro carattere sacro viene ricondotto a un culto eroico degli avi.
I sepolcreti sorgevano in zone inadatte a coltura e abitato. Il più antico è quello di Chiavari (fine VIII-inizi VI secolo a.C.): 126 tombe distribuite in tre recinti, con cassette litiche che racchiudono urne chiuse da una scodella. I corredi, posti all'interno e talvolta spezzati per rito, variano secondo il sesso e la condizione sociale: più ricchi e ornati quelli femminili, segnati dalle armi quelli maschili. La compresenza di manufatti di area golasecchiana e hallstattiana con materiali greci, etruschi, fenici ed egeo-orientali colloca Chiavari entro i circuiti commerciali mediterranei del VII secolo a.C.
Il sepolcreto di Genova (V-IV secolo a.C.), con 122 tombe, accompagna la crescita dell'oppidum: sono pozzi a tronco di cono ricavati nel calcare, con urne cinerarie e corredo. Nel V secolo il cinerario è un cratere a figure rosse chiuso da una kylix e accompagnato da bronzi da simposio; nel IV secolo compaiono armi piegate o spezzate di proposito, gesto interpretato come modo di impedire che il valore del defunto venisse portato via. Qui i corredi non si differenziano per sesso ma per rango; vasi a figure rosse di soggetto dionisiaco, servizi da simposio e rametti di mirto sono stati ricondotti a riti e a credenze di salvezza.
Il sepolcreto di Ameglia (IV-III secolo a.C.) conta venti tumuli quadrangolari in pietra a secco, con cassetta centrale e segnacoli al vertice; il rito è la cremazione secondaria, con ceneri e corredo raccolti in un'olla d'impasto. Lo studio osteologico ha riconosciuto ottantadue individui. I corredi maschili, più ricchi, recano armi spezzate di proposito; quelli femminili una fusaiola e una cintura. Il servizio da simposio, segno di rango elevato, ricorre invece in entrambi i sessi.
Al di là delle varianti locali, il rito funerario ligure, cremazione con urna entro cassetta litica e distinzione fra lo status guerriero dei maschi e quello matronale delle femmine, resta nella struttura sostanzialmente costante dall'VIII al III secolo a.C. e in tutta la regione, mutando nella forma degli oggetti ma non nell'impianto: una continuità che Davide Delfino legge come testimonianza di lunga durata dell'ethnos ligure. Nei corredi maschili la costante è l'arma, segno dello status di guerriero, mentre la ceramica d'importazione, presente solo di rado, funge da vero indicatore di rango e rimanda ai rapporti del defunto con il mondo etrusco e greco, in particolare attraverso il servizio mercenario, attestato per i Liguri fin dalla battaglia di Imera del 480 a.C. Nel sepolcreto di Ameglia (Cafaggio) lo stesso rito ligure accoglie due gruppi distinti: guerrieri con panoplia latèniana, spade con coppia di draghi ed elmi celto-italici, e donne con ornamenti di tradizione golasecchiana ed etrusca; Delfino vi riconosce l'integrazione per via matrimoniale di un gruppo di guerrieri celti nel territorio degli Apuani, legata alle invasioni celtiche del IV secolo a.C., come conferma la tomba di Pegazzano.
L'economia ligure era di sussistenza: allevamento, agricoltura ridotta, risorse del bosco. La rarità di pollini di piante coltivate (noce, nocciolo, castagno, olivo) e la mancanza di specie infestanti nei depositi archeologici fanno pensare a una pratica agricola contenuta, propria di comunità piccole e poco dense, che non avevano bisogno di alterare l'ambiente con l'introduzione di specie domestiche. Sin dall'antica età del bronzo la gestione del suolo passava per il debbio, ossia l'incendio controllato del bosco per aprire spazi a coltura o pascolo. Il vantaggio era ottenere in fretta vaste superfici sfruttabili; lo svantaggio, che tolta la vegetazione veniva meno la tenuta delle radici, con erosione e franamenti. Esaurito il terreno, lo si lasciava e si dava fuoco a un nuovo lembo di bosco.
Le indagini archeobotaniche condotte su tredici siti tra Liguria e Piemonte meridionale, datati tra l'VIII e il II-I secolo a.C., delineano per l'entroterra un quadro agricolo più ricco rispetto a quello, più povero, della sola fascia costiera: una coltivazione di più cereali in cui dominano orzo, miglio e farro, affiancati da leguminose (lenticchia, favino, pisello, cece), da piante da fibra come il lino e dalla raccolta di frutti nel bosco. Tra le attestazioni di rilievo figura la segale, documentata in tre siti piemontesi e unica testimonianza di questo cereale nell'Italia nord-occidentale per l'età del ferro. I contesti funerari documentano inoltre la produzione di pane e di prodotti da forno come offerte rituali (Valdieri, Montabone) e di bevande fermentate: nei pozzetti di Montabone si è riconosciuto il deposito di una birra rozza e non filtrata, identificata dal polline di luppolo, di II-I secolo a.C.
Alla base sussistenziale si affiancano la metallurgia (scorie di fusione del ferro in numerosi siti) e la partecipazione agli scambi mediterranei. Per il tramite dell'emporio di Genua i Liguri immettevano sul mercato ferro semilavorato, corallo, formaggio, miele e legname e fornivano mercenari, ricevendo in cambio beni di pregio come vino e olio; le importazioni (anfore etrusche e massaliote, ceramica attica da simposio) documentano questi traffici già nella media età del ferro. Il ruolo emporico di Genova venne meno nel III secolo a.C., quando i Cartaginesi rasero al suolo l'abitato del Castello e Roma ricostruì la città sulla piana del porto.
Per la lingua ligure non è arrivato a noi alcun testo. Mentre per il celtico i centri golasecchiani e l'entroterra di Massalia arrivarono ad adattare, rispettivamente, un alfabeto etrusco e uno greco alla parlata locale, in Liguria ciò non accadde mai: la conosciamo solo di riflesso, da glosse, nomi di luogo e nomi di persona conservati in iscrizioni di altre lingue (etrusco, greco, latino) e nella tradizione letteraria.
Le iscrizioni più antiche dal territorio ligure sono quelle delle statue-stele della Lunigiana (cinque esemplari iscritti, da Zignago, Selva di Filetto, Bigliolo e Sorano, su oltre ottanta noti) e di Genova: sono redatte in alfabeto etrusco e si datano, sulla base delle armi raffigurate, tra la fine del VII e la metà del VI secolo a.C. Esse contengono onomastica indigena, ma non testi in lingua ligure. Iscrizioni in lingua etrusca, e non solo in alfabeto etrusco, sono attestate in un'area abitata da Liguri: è il caso della stele di Busca (fine VI secolo a.C.), il cui testo (mi suthi Larthial Muthikuś, "io sono la tomba di Larth Muthiku") è interamente etrusco, mentre le iscrizioni di Genova, le più antiche delle quali risalgono al V secolo a.C., risultano linguisticamente miste.
La classificazione del ligure è dibattuta. La questione fu a lungo intrecciata con quella del lepontico: solo la decifrazione dell'iscrizione di Prestino, a opera di Aldo Luigi Prosdocimi nel 1967, permise di riconoscere il lepontico come lingua celtica e di distinguerlo dal ligure. Abbandonata la lettura tardo-ottocentesca e primonovecentesca del ligure come residuo pre-indoeuropeo di tipo mediterraneo, oggi si confrontano tre posizioni. Per Francesco Rubat Borel e Patrizia de Bernardo Stempel si tratta di una varietà del celtico con fisionomia propria; secondo Jürgen Untermann, Giulia Petracco Sicardi e Bernard Mees è invece una lingua indoeuropea distinta dal celtico; per David Stifter, infine, dato il carattere estremamente frammentario della documentazione, l'affiliazione resta indeterminata.
A sostegno della lettura celtica, Francesco Rubat Borel ha schedato nell'epigrafia latina della Regio IX 2324 nomi, isolandone 346 non riconducibili a latino, greco o semitico, tutti risultati compatibili con il celtico; tra i tratti distintivi individua l'esito di *upo- in uea- (in luogo di uo-) e la conservazione dei nessi /st/ ed /eu/. Le percentuali di onomastica celtica toccano i valori massimi nel Piemonte sudoccidentale (fino al 40,2% a Pedona) e i minimi sulla costa e nel settore orientale (3,4% a Iulia Dertona). In senso opposto, Mees e Petracco Sicardi osservano che alcuni caratteri non trovano riscontro nel celtico, in particolare il suffisso gentilizio -anius, la conservazione di *p nell'idronimo Porcobera (l'odierna Polcevera) e il suffisso toponomastico -asc-; sui 225 nomi di luogo e di popolo dell'antica Liguria esaminati da Petracco Sicardi gli indizi di un'area di lingua celtica risultano scarsi.
Proprio il suffisso -asca/-asco, a lungo considerato la marca per eccellenza del ligure a partire dagli studi di Flechia e di d'Arbois de Jubainville, è stato in seguito ridimensionato: esso forma soltanto sei dei 225 toponimi antichi della regione, e la sua produttività in epoca medievale dipende da fattori distinti, sì che la presenza di toponimi romanzi in -asco non basta a definire "ligure" il patrimonio onomastico antico di un territorio.
Tra i pochi termini liguri tramandati dalle fonti classiche è il nome del Po, riportato come Bodincus da Plinio il Vecchio, che lo glossa come "privo di fondo" (fundo carens).
Il principale indicatore archeologico dell'identità ligure è la ceramica plasmata a mano, con degrassante mal cernito e una decorazione che ricorre dal Bronzo finale fino al termine dell'età del ferro: nastri a impressione, solcature e motivi tracciati con le dita o con strumenti diversi. Negli ornamenti personali spiccano i bottoni (dapprima a calotta, poi conici) fusi in bronzo secondo una moda locale che si estende dalla Liguria al Piemonte meridionale e dalle Alpi Marittime alla Lunigiana, e i bracciali a capi aperti con decoro geometrico, deposti nelle sepolture femminili di Chiavari e Genova.
Nei corredi circolano poi oggetti di varia origine, assorbiti nella cultura locale: materiali di area golasecchiana (fibule, bracciali, vasi carenati) e hallstattiana (phalerae), ceramica greca da mensa e da simposio, ollae etrusche, manufatti fenici ed egeo-orientali (catenelle, orecchini a cestello, paste vitree). La cultura di Golasecca, di norma riferita ai Leponzi di lingua celtica, e l'orizzonte hallstattiano restano distinti dal mondo ligure. Lo studio della piccola metallurgia (fibule, pendagli, ganci di cintura) mostra peraltro che nella media età del ferro la Liguria interna piemontese apparteneva alla medesima cerchia metallurgica golasecchiana, pur conservando una propria autonomia nelle forme vascolari e nel rituale funerario, segnato dalla copertura del cinerario con una lastra di pietra anziché con una scodella capovolta. Secondo Venturino Gambari e collaboratori questa condivisione metallurgica va letta come effetto di scambi commerciali, circolazione di artigiani e mobilità di individui, soprattutto femminili, inseriti nelle comunità liguri attraverso strategie matrimoniali, lungo le direttrici che dalla costa risalivano le valli dello Scrivia e del Polcevera verso l'emporio etrusco di Genova; la presenza di tipi golasecchiani è massima nel settore sud-orientale e si attenua verso occidente. La ceramica a figure rosse attica o magnogreca nelle tombe non implica necessariamente che il defunto fosse straniero: per lo più funziona da segno di condizione sociale.
La ricerca ha progressivamente abbandonato la cosiddetta «questione delle origini», a lungo formulata come ricerca di una patria e di una migrazione iniziali, a favore di un modello di etnogenesi in loco per stratificazione di gruppi locali a partire dal Bronzo finale: il problema storiografico non è più stabilire da dove vengano i Liguri, ma ricostruire come si sia formata, nelle fonti antiche e negli studi moderni, l'idea stessa di un popolo ligure unitario.
Tra l'Ottocento e la prima metà del Novecento la definizione linguistica ed etnica dei Liguri seguì un percorso in cui i progressi della ricerca si saldarono a spinte politiche e ideologiche, dal nazionalismo al campanilismo locale. Proprio la povertà della documentazione (poche glosse, qualche toponimo e nome, più le iscrizioni delle statue-stele), unita alla collocazione di questo popolo a cavallo del confine italo-francese, lo rese un oggetto di studio particolarmente permeabile a quei condizionamenti.
Il costrutto che la ricerca moderna ha dovuto smontare ha radici antiche. L'idea di una diffusione originaria dei Liguri su tutto l'Occidente, dall'Europa settentrionale alla penisola iberica, non è un dato etnografico, ma il prodotto di una stratificazione letteraria plurisecolare. Già le fonti greche arcaiche avevano elaborato il concetto di una "grande Liguria" di matrice focea e massaliota, che la mitistoria ellenistica dilatò collegando i Liguri ai Siculi, ai Sicani e alla figura di Cicno (vedi Etnonimo). Pellizzari ha seguito l'ulteriore sedimentazione di questa immagine nelle fonti letterarie e negli scoli tardoantichi: il popolo, che la tradizione collocava un tempo nell'intero Occidente, vi compare ormai confinato nel solo estremo nord-ovest della penisola, e "Liguria" passa a designare non più un ethnos ma una circoscrizione, la provincia tardoantica imperniata su Milano e spinta assai oltre il Po.
Lo stesso studio segnala la fragilità di alcune "prove" di una Liguria nordica o iberica: la collocazione dei Liguri lungo le coste del mare del Nord nel poemetto Ora maritima di Avieno dipende, in un passo controverso, da una congettura editoriale (Ligus per il tràdito Lucis/Lusis, forse da leggere come Lusitani), mentre l'aggancio dei Liguri al lacus Ligustinus presso Tartesso è con ogni probabilità uno sforzo dotto di ricondurre un nome di luogo a un'etnia già nota, e non la prova di un insediamento effettivo. Parallelamente, l'immagine negativa del Ligure fallax e quasi ferino non riflette un carattere etnico, ma nasce nel clima ostile delle guerre romano-liguri della prima metà del II secolo a.C.: l'accusa catoniana di essere inliterati mendacesque, formulata nelle Origines, si trasmette poi come luogo comune attraverso Virgilio (Eneide, XI), Servio e gli scoliasti, fino ad Ausonio. L'affresco "pan-ligure" che la linguistica e la paletnologia tra Otto e Novecento avrebbero disegnato, con i Liguri primo popolo dell'Europa occidentale, riattivava così, su basi nuove, la medesima geografia smisurata già tracciata dalla mitistoria antica.
Nei primi studi sull'iscrizione di Zignago, scoperta nel 1827, la componente celtica fu riconosciuta da Francesco Orioli (1854) e in seguito da studiosi come John Rhys e Joseph Vendryes. Sul fronte toponomastico, Giovanni Flechia (1873) riconobbe nel suffisso -asco una formazione tipica dell'Italia nord-occidentale e la ascrisse in origine ai Liguri; muovendo da qui Henri d'Arbois de Jubainville elaborò una vasta ricostruzione della protostoria europea che faceva dei Liguri il primo popolo indoeuropeo d'Europa occidentale, diffuso dall'Italia nord-occidentale alla Francia, alla Spagna e oltre. Lo storico Camille Jullian fece propria questa lettura "pan-ligure", adattandola, nella Francia compresa fra la disfatta del 1870 e la prima guerra mondiale, a un'esigenza di coesione nazionale, sino a sostenere che fra gli abitanti di quelle ampie regioni non corresse alcuna differenza linguistica di rilievo.
In ambito locale, nella Genova post-risorgimentale, gli antichi Liguri divennero l'antenato indefinito su cui proiettare ogni fantasia. Emanuele Celesia (1863) identificava il dialetto genovese con la parlata degli antichi Liguri, di cui sarebbe stato la diretta continuazione, e ne faceva la matrice di ogni altro idioma dell'Italia antica, etrusco incluso; la tesi, priva di fondamento scientifico, ebbe il maggiore seguace in Gaetano Poggi. Pur già criticate da linguisti come Ernesto Giacomo Parodi, simili tesi pesarono a lungo sulla cultura locale e segnarono per decenni perfino uno studioso del calibro di Nino Lamboglia.
Negli stessi decenni si affermò in Italia, sul modello della teoria del sostrato di Graziadio Isaia Ascoli, la corrente mediterraneista, che assegnava a un fondo pre-indoeuropeo "mediterraneo" tutto ciò che, nel lessico e nei nomi di luogo, sfuggiva a una spiegazione indoeuropea. La Liguria antica, dotata di due testi epigrafici fittissimi di toponimi (la Tavola di Polcevera e la Tabula alimentaria di Veleia), divenne un banco di prova ideale per questo indirizzo. Il fascismo rafforzò questa tendenza, dentro la retorica della romanità e del primato mediterraneo e in contrapposizione alla Francia (vista come celtica), all'Inghilterra e soprattutto alla Germania. Su questo sfondo Nino Lamboglia, nei primi anni di guerra con la Francia, piegò la questione ligure in funzione antifrancese e contro l'ipotesi celtica.
Al di là delle teorie dei dilettanti e del mediterraneismo, i principali studiosi del primo Novecento (Paul Kretschmer, Benvenuto Terracini, Joshua Whatmough, Vittore Pisani) leggevano il ligure di glosse, toponimi e nomi personali come prevalentemente o nettamente indoeuropeo e vicino al celtico, assegnando allo strato pre-indoeuropeo soltanto ciò che restava altrimenti inspiegabile. Una volta collocate cronologicamente in modo corretto le iscrizioni leponzie, e separato così il leponzio (celtico) dal ligure, dagli anni ottanta del Novecento una parte degli studiosi ha smesso di leggere il ligure come anello di passaggio per inquadrarlo come varietà celtica con caratteri suoi; è la linea poi sostenuta dallo stesso Rubat Borel, che oggi convive con chi vi riconosce una lingua indoeuropea distinta dal celtico o di affiliazione indeterminata.