| Madrepora arancione | |
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| Stato di conservazione | |
| Classificazione scientifica | |
| Dominio | Eukaryota |
| Regno | Animalia |
| Sottoregno | Eumetazoa |
| Phylum | Cnidaria |
| Classe | Anthozoa |
| Sottoclasse | Hexacorallia |
| Ordine | Scleractinia |
| Famiglia | Dendrophylliidae |
| Genere | Astroides Quoy & Gaimard, 1827 |
| Specie | A. calycularis |
| Nomenclatura binomiale | |
| Astroides calycularis (Pallas, 1766) | |
| Sinonimi | |
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Madrepora calycularis | |
La madrepora arancione o corallo arancione (Astroides calycularis Pallas, 1766) è un corallo madreporario coloniale appartenente alla famiglia Dendrophyllidae. È l'unica specie nota del genere Astroides (Quoy & Gaimard, 1827).

È diffusa principalmente nel Mediterraneo centro-occidentale e meridionale ma anche nell'Oceano Atlantico nelle adiacenze dello stretto di Gibilterra. Nel Mediterraneo è presente lungo le coste dei mari centro-meridionali, in particolare è comune nel Mar Ionio e nel Mar Tirreno, con la Toscana come limite superiore. È più frequente nelle regioni meridionali del Mediterraneo. Non è presente in Alto Adriatico e nel Mar Ligure. Il suo areale è in espansione a causa del riscaldamento dell'acqua del Mediterraneo.
Forma colonie incrostanti su substrati rocciosi e cavità a partire dalla superficie fino ai 50 metri di profondità. È più abbondante tra la superficie e i 10 m di profondità. Predilige acque calde ed esposte alle correnti, vive prevalentemente su fondi duri rocciosi poco profondi e poco esposti alla luce del sole, preferibilmente ombreggiati (è una specie sciafila), come anfratti rocciosi, pareti rocciose verticali, grotte sommerse e semisommerse. Riesce a colonizzare anche gli anfratti rocciosi della fascia intertidale. Predilige spesso ambienti con forte idrodinamismo.


Madrepora coloniale incrostante, forma colonie tondeggianti cespugliose o massive dal caratteristico colore arancione, costituite da numerosi polipi arancioni affiancati tra loro, ciascuno che alloggia nel proprio calice di carbonato di calcio, il corallite. I polipi sono facilmente riconoscibili per la colorazione arancione vivo, presentano un corpo cilindrico corto e largo, misurano fino a 10 cm di diametro, e presentano una corona di numerosi tentacoli retrattili leggermente verrucosi che circondano una bocca centrale.

La morfologia delle colonie dipende dalle caratteristiche ambientali: le colonie massive si trovano in siti caratterizzati da intenso idrodinamismo, mentre coralliti radi e cilindrici sono tipici di ambienti più profondi e più calmi dal punto di vista idrodinamico. In zone più riparate e più profonde i coralliti possono essere ben separati tra loro. Le popolazioni del Mediterraneo occidentale possono presentare differenze nella struttura delle colonie, con forme più massive e polipi ravvicinati oppure conformazioni maggiormente ramificate, caratterizzate da polipi più distanziati. Queste variazioni morfologiche sono associate alle differenti condizioni idrodinamiche degli habitat colonizzati.
Ciascun polipo secerne uno scheletro di carbonato di calcio, il corallite, sul quale alloggia. Nel caso delle colonie cespugliose i coralliti sono cilindrici e possono raggiungere l'altezza di 40 mm. Nelle colonie massive i coralliti sono poco serrati e circolari, separati da solchi più o meno marcati, o molto serrati e poligonali. In quest'ultimo caso il cenosteo è ridotto ai soli bordi di separazione tra un corallite e l'altro. Il cenosteo è molto poroso. Il diametro dei singoli coralliti circolari in genere è inferiore a 10 mm, mentre quello dei coralliti poligonali è compreso tra 12 e 15 mm. I setti dei coralliti sono dritti e molto sottili. I setti di ciascun corallite sono 48 disposti in 4 ordini, 12 dominanti (primo e secondo ordine) raggiungono la columella, che è ben sviluppata, spugnosa, nettamente sporgente, costituita da papille o lamelle irregolarmente anastomizzate.
La disposizione dei coralliti può essere di tipo cerioide (cioè posti a stretto contatto l'uno con l'altro, con teche parzialmente fuse, di tipo plocoide (cioè con coralliti distanziati) o, a maggiori profondità, di tipo faceloide (cioè con conformazione allungata, a forma di tubo).
Come tutti gli antozoi, la madrepora arancione è un predatore prevalentemente di plancton, in particolare piccole componenti dello zooplancton presenti in sospensione nella colonna d'acqua, che ciascun polipo cattura grazie ai tentacoli muniti di nematocisti.
La madrepora arancione è inoltre in grado di predare organismi di dimensioni considerevolmente maggiori rispetto ai singoli polipi, come la medusa Pelagia noctiluca. La cattura avviene attraverso un comportamento cooperativo tra polipi della stessa colonia: alcuni afferrano l'ombrello della medusa, trattenendola mediante i propri tentacoli, mentre altri ne catturano e consumano progressivamente i tentacoli. Questo comportamento consente alla colonia di sfruttare risorse alimentari che un singolo polipo difficilmente riuscirebbe a catturare.
La madrepora arancione è una specie gonocorica, cioè a sessi separati: presenta colonie maschili e femminili separate. È inoltre vivipara, poiché le femmine trattengono e sviluppano gli embrioni all'interno dei polipi, rilasciando successivamente larve chiamate planule. Il ciclo riproduttivo è strettamente stagionale: la maturazione dei gameti avviene soprattutto durante i mesi più freddi, la fecondazione si verifica prevalentemente in primavera e il rilascio delle larve, dette planule, avviene tra giugno e luglio, quando temperatura dell'acqua e fotoperiodo raggiungono valori elevati. Quindi questi due fattori ambientali, luce e temperatura, contribuiscano a regolare la riproduzione della specie. La maturità sessuale viene raggiunta già da colonie relativamente piccole, di circa 3-4 cm², e la fecondità aumenta con le dimensioni delle colonie.
Le condizioni ambientali influenzano la stagionalità riproduttiva della madrepora arancione: il ciclo riproduttivo può mostrare differenze geografiche. Nelle popolazioni delle coste meridionali spagnole è stato osservato un ritardo degli eventi riproduttivi rispetto a quelle dell'Italia sud-occidentale, probabilmente legato alle diverse condizioni termiche stagionali.

Le colonie di madrepora arancione possono ricoprire estese superfici rocciose, formando strutture tridimensionali che aumentano la complessità dell'ambiente bentonico e offrendo microhabitat ad altri organismi marini. Le colonie di questo corallo infatti ospitano una ricca fauna di invertebrati bentonici, contribuendo alla biodiversità dei fondali rocciosi mediterranei. Tra gli organismi associati figurano numerosi crostacei, molluschi e policheti, che utilizzano le colonie come rifugio e microhabitat. L'elevata diversità della fauna associata, che può comprendere decine di specie differenti, varia in relazione alla profondità, alla località e alle condizioni ambientali. La complessità strutturale delle colonie conferisce quindi alla madrepora arancione un importante ruolo ecologico nell'organizzazione dei popolamenti bentonici.

È un corallo aermatipico, è cioè privo di microalghe dinoflagellate endosimbionti fotosintetiche, le zooxantelle. L'assenza di microalghe endosimbionti che necessitano di luce solare per effettuare la fotosintesi consente alla madrepora arancione di poter colonizzare ambienti poco esposti alla luce del sole. La madrepora arancione è infatti una specie sciafila, cioè predilige ambienti poco illuminati o ombreggiati come anfratti rocciosi, pareti rocciose verticali, strapiombi e ingressi di grotte sommerse e semisommerse, dove l'esposizione alla luce solare è ridotta. Tuttavia, può colonizzare anche substrati più illuminati.
È una specie termofila, predilige acque calde, è una specie adattata ad ambienti caratterizzati da temperature relativamente elevate, come le acque più calde del Mar Mediterraneo. In particolare, la madrepora arancione è diffusa soprattutto nel Mediterraneo centro-meridionale, dove le temperature dell'acqua sono generalmente più elevate rispetto ai settori settentrionali. Essendo una specie termofila, la sua distribuzione geografica è influenzata dalla temperatura: le acque più fredde possono limitarne la diffusione, mentre condizioni termiche favorevoli possono permetterne l'espansione verso aree più settentrionali. È importante però precisare che termofila non significa necessariamente resistente a temperature estremamente elevate: anche la madrepora arancione può subire stress termico durante ondate di calore marine particolarmente intense. La temperatura rappresenta uno dei principali fattori che ne influenzano la distribuzione nel Mediterraneo.
È parassitata dal crostaceo cirripede Megatrema anglicum.
Le caratteristiche abiotiche dell'ambiente influenzano sia la forma delle colonie sia il periodo riproduttivo della specie. Uno studio del 2013 confronta due popolazioni di madrepora arancione, una lungo le coste meridionali della Spagna e una lungo quelle dell'Italia sud-occidentale, per comprendere come le condizioni ambientali possano influenzarne la morfologia e la riproduzione. I ricercatori hanno osservato importanti differenze nella struttura delle colonie: quelle spagnole presentavano forme più massicce, con polipi ravvicinati, mentre quelle italiane erano maggiormente ramificate, con polipi più distanziati. Queste differenze potrebbero essere legate alle diverse condizioni idrodinamiche. È stato inoltre osservato un ritardo nella riproduzione della popolazione spagnola, probabilmente associato alle differenti variazioni stagionali della temperatura dell'acqua. Lo studio dimostra quindi come le condizioni ambientali possano influenzare sia la forma delle colonie sia il periodo riproduttivo della specie.
La madrepora arancione può sopravvivere, accrescersi e riprodursi anche in ambienti costieri soggetti alla presenza di inquinanti, mostrando una certa capacità di recupero in condizioni ambientali sfavorevoli. La presenza di giovani colonie in ambienti caratterizzati da disturbo antropico suggerisce inoltre che la specie possa completare il proprio ciclo riproduttivo anche in ambienti alterati, evidenziandone le potenzialità negli interventi di ripristino ecologico.
La madrepora arancione è considerata come specie a rischio minimo dalla Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), perché non vi sono specifiche minacce alle popolazioni ed i dati disponibili sul trend di popolazione indicano che sia in aumento in relazione all’incremento delle temperature, ma risulta vulnerabile a danneggiamenti meccanici, alterazioni e degradazioni dell'habitat e altre pressioni antropiche. Le principali minacce per la specie sono rappresentate dalla pesca illegale al dattero di mare (Lithophaga lithophaga), un mollusco bivalve che vive all'interno di substrati rocciosi il cui prelievo implica l’asportazione di vaste superfici rocciose, e dal turismo subacqueo che può comportare danneggiamento delle colonie al contatto anche accidentale. Il cambiamento climatico e la modificazione dei flussi di corrente, con conseguenti fenomeni di sedimentazione, sono dei rischi per la specie. La mortalità delle colonie può inoltre essere elevata in determinate condizioni locali, con tassi annui di scomparsa che in alcune popolazioni sono stati stimati fino al 50%.
La specie è inserita nell’allegato II del Protocollo SPA/BIO della Convenzione di Barcellona e nell’allegato II della Convenzione di Berna, è protetta dalla Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Flora and Fauna (CITES).
L'innalzamento della temperatura dei mari a causa del cambiamento climatico, e in particolare le ondate di calore estive, possono rappresentare una minaccia per questo corallo. Nonostante la sua ecologia termofila, la madrepora arancione può essere vulnerabile a temperature eccessivamente elevate, soprattutto durante ondate di calore marine particolarmente intense e prolungate, più frequenti durante l'estate. L'esposizione a condizioni termiche estreme può provocare danneggiamenti ai tessuti e fenomeni di mortalità delle colonie. Episodi di questo tipo sono stati documentati anche nel Mediterraneo centrale, in particolare nell'arcipelago delle Pelagie, dove durante l'estate del 2020 alcune popolazioni hanno mostrato percentuali di colonie danneggiate superiori al 30%, in concomitanza con temperature marine eccezionalmente elevate. L'aumento della frequenza e dell'intensità delle ondate di calore a causa dei cambiamenti climatici potrebbe quindi favorire ulteriori episodi di mortalità e contribuire al declino locale di alcune popolazioni.
Anche l'acidificazione degli oceani ha un impatto sulla sopravvivenza di questa specie di corallo.
L'acidificazione delle acque marine può compromettere la riproduzione della madrepora arancione, interferendo con lo sviluppo dei gameti e degli embrioni. In condizioni di pH particolarmente ridotto possono verificarsi ritardi nella maturazione dei gameti maschili e alterazioni del successo riproduttivo. Nelle popolazioni sperimentalmente esposte alle acque acidificate dalle emissioni vulcaniche di CO₂ presso l'isola di Panarea, nelle isole Eolie, è stata osservata anche l'assenza di embrioni nelle colonie sottoposte ai livelli più elevati di acidificazione.
Le prime fasi del ciclo vitale risultano particolarmente sensibili alle variazioni delle condizioni chimico-fisiche dell'acqua. Temperature moderatamente più elevate possono favorire e accelerare la metamorfosi larvale, mentre la riduzione del pH può rallentare lo sviluppo e compromettere la formazione dello scheletro calcareo. L'effetto combinato di riscaldamento e acidificazione può inoltre ridurre la sopravvivenza, l'insediamento e la crescita dei giovani polipi, ostacolando il reclutamento di nuove colonie e il mantenimento delle popolazioni nel lungo periodo.
La madrepora arancione possiede una buona capacità di rigenerazione e crescita, che può essere sfruttata per il ripristino ecologico delle colonie danneggiate. I frammenti di colonie vive distaccatesi naturalmente dal fondale possono essere recuperati e fissati nuovamente al substrato, favorendo la formazione di nuove colonie senza danneggiare quelle ancora integre. Questa tecnica di ripristino ecologico ha mostrato elevati tassi di sopravvivenza e una buona capacità di produzione di nuovi polipi, indipendentemente dalle dimensioni iniziali dei frammenti. Il recupero e il trapianto di questi frammenti rappresentano quindi una possibile strategia per favorire il ripristino delle formazioni di madrepore arancioni e il recupero degli habitat marini degradati.