| Castevoli frazione | |
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Comune | Mulazzo |
| Territorio | |
| Coordinate | 44°17′21.84″N 9°54′29.02″E |
| Altitudine | 406 m s.l.m. |
| Abitanti | 32 (2021) |
| Altre informazioni | |
| Cod. postale | 54026 |
| Prefisso | 0187 |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Nome abitanti | castevolesi |
| Patrono | san Martino |
| Giorno festivo | 11 novembre |
| Cartografia | |
| Sito istituzionale | |
Castevoli è una frazione del comune italiano di Mulazzo, nella provincia di Massa-Carrara, in Toscana. Sorge sul versante collinare della riva destra del Magra, nella Lunigiana storica, e contava 32 abitanti al censimento del 2021.
La frazione comprende le tre località abitate di Borgo, Foce e Pieve, oltre a diverse borgate rurali. Il Borgo è il nucleo murato attorno al castello; la Pieve, nella valle del torrente Canosilla, è il centro religioso del territorio, documentato dal 998.
Il nome compare nel 1077, nella forma Casteulo, in un diploma imperiale a favore dei marchesi d'Este. Passato ai Malaspina alla fine del XII secolo, il luogo seguì le sorti del feudo di Villafranca fino al 1561, quando divenne un feudo autonomo. Il regime feudale fu abolito nel 1797; Castevoli venne aggregato al comune di Mulazzo nel 1849, dopo essere stato amministrato da Tresana.

Castevoli si trova a sud di Mulazzo, di fronte a Villafranca, che sorge sull'altra sponda del Magra. Il territorio degrada dal poggio del castello alla valle del torrente Canosilla o Canossina, affluente di destra del Magra. Nella cartografia seicentesca il torrente segnava il confine tra il territorio di Tresana e quello di Lusuolo e Villafranca.
Il toponimo deriva dal latino medievale Casteolo, con il significato di luogo fortificato: secondo Manfredo Giuliani il nome appartenne dapprima al poggio, poi al castello e infine al feudo e al paese, che nella parlata locale è chiamato Casté.
Il censimento ISTAT distingue tre località abitate, poste a quote diverse:
Vi si aggiungono le borgate di Bergondola, Ca' del Prado, Costa d'Arzola, Fontanasaqui, Percangiola, Pradola, Rivazzo, Sogaglia e Terceretoli.
Il territorio di Castevoli ebbe un ruolo di transito già in età antica e medievale. Secondo Manfredo Giuliani la pieve di Vico (l'odierna pieve di San Martino) si allineava con le pievi di Urceola-Saliceto e di Vignola lungo il tracciato di un'importante via che, correndo sulla destra del torrente Verde e della Magra, collegava Piacenza al mare di Luni e all'Italia centrale ricongiungendosi al valico appenninico del Borgallo; in alcuni tratti abbandonati la via conservava il nome di «via di Annibale» e restò frequentata fino all'età moderna come alternativa alla via Francesca di Monte Bardone, sulla sinistra della Magra. Una diramazione, ancora riconoscibile come mulattiera in parte selciata, saliva da Gavedo per la val di Stola e il torrente Geriola toccando Fontanasaqui, il Borgo, la Foce e la Pieve e proseguendo verso Tresana. Eugenio Branchi denomina invece «antica via Francesca» proprio la strada che passava al Geriola, mettendo in comunicazione Sarzana, Albiano, Terrarossa, Lusuolo, Groppoli, Mulazzo e Pontremoli.
La più antica attestazione riguarda il centro religioso: nel 998 il marchese Oberto II rinunciò ai propri diritti sulla pieve di Vico, identificata con l'odierna pieve di San Martino, in favore del vescovo di Luni.
Nel 1077 l'imperatore Arrigo IV confermò «Casteulo», in Comitatu Lunense, ai marchesi Ugo e Folco d'Este. Intorno al 1195 Castevoli passò dagli Este ai Malaspina; nella divisione del patrimonio malaspiniano del 1221 toccò a Corrado, capostipite della linea dello Spino Secco, e nel 1266 ai discendenti di Federico Malaspina, poi noti come marchesi di Villafranca.
Il 29 settembre 1281, in un atto rogato a Villafranca, compaiono fra i testimoni i fratelli «Opecino et Conrado de Casteulo»; nel 1301 l'inventario dell'eredità del marchese Opizzone I elenca «Casteoli et distrittus» fra i domini malaspiniani. Le menzioni documentano il luogo e il suo distretto, ma non consentono di datare le strutture del castello oggi conservate.
Nel 1416 i genovesi guidati da Tommaso di Campofregoso sottrassero Castevoli ai marchesi di Villafranca. Il 15 marzo 1447 tre marchesi di Villafranca s'impegnarono a consegnare al doge Giano Campofregoso i castelli di Castevoli, Brugnato, Lignaro e Rocchetta, ricevendo in cambio Villafranca, Virgoletta, Panigale, Licciana e altri luoghi. Nel 1465 una transazione assegnò Castevoli ad Azzone Malaspina di Mulazzo; il possesso durò poco e il feudo tornò ai signori di Villafranca.

Nel 1561, alla morte del marchese Giovan Battista, i figli Alfonso e Tommaso si divisero i beni: Tommaso ebbe Castevoli e ne fece un feudo indipendente. Tommaso I trasformò il castello in residenza marchionale e riorganizzò l'abitato ai suoi piedi come borgo murato. All'ingresso fece collocare nel 1563 l'iscrizione:
Nel 1567 Castevoli e gli altri castelli del ramo di Villafranca furono posti sotto l'accomandigia di Cosimo I de' Medici; nel 1574 Tommaso ottenne dall'imperatore Massimiliano II l'investitura del feudo, confermata nel 1577 da Rodolfo II.
Alla morte di Tommaso nel 1603 gli succedette il nipote Francesco, cresciuto ed educato a Siena presso il nonno; nel 1619 fece collocare sopra la porta il bassorilievo marmoreo della Madonna con Bambino, opera del tardo Quattrocento. Il ramo castevolese dei Malaspina si estinse nel 1676 con la morte senza eredi diretti di Niccolò, ultimo discendente della linea; nel 1678 il feudo passò ad Alfonso II Malaspina di Villafranca.

Dopo successivi passaggi ereditari, nel 1759 Castevoli giunse a Tommaso III, inizialmente sotto reggenza. Accordatosi con il marchese di Mulazzo per costruire un ponte sul torrente Geriola e riscuotervi un pedaggio, nel 1791 Tommaso III lo impose con bando del 1º marzo pur senza aver edificato il ponte, costringendo i sudditi di Mulazzo a guadare il torrente in un punto più lontano e disagevole; con un secondo bando del 22 marzo vietò ai propri uomini il transito nei territori di Mulazzo e Parana. Il marchese di Mulazzo Azzo Giacinto Malaspina replicò l'11 maggio con un editto che minacciava di proibire la questua ai frati minori osservanti di San Bernardino di Castevoli e di imporre pedaggi di ritorsione. Queste imposizioni e il divieto di transito nel feudo di Mulazzo diedero inizio a una sollevazione contro il marchese. Il 23 novembre 1794 l'imperatore Francesco II incaricò il duca di Modena di sedare la rivolta e processarne i responsabili; la sollevazione terminò nel 1795.
Il 2 luglio 1797 l'editto del generale Chabot abolì i feudi imperiali della Lunigiana, ponendo fine alla signoria dei Malaspina su Castevoli.
Dopo il periodo napoleonico il congresso di Vienna non ricostituì i feudi imperiali della Lunigiana, ma li assegnò, insieme al ducato di Massa e al principato di Carrara, a Maria Beatrice d'Este, prevedendone espressamente l'impiego in permute con il Granducato di Toscana; con convenzione del 20 dicembre 1815 la duchessa cedette gli ex feudi lunigianesi al figlio Francesco IV d'Austria-Este, duca di Modena. Castevoli fu così comunità del comune di Tresana, nel ducato di Modena, dal 1815 al 1847. In attuazione della clausola viennese sulle permute, il trattato di Firenze del 28 novembre 1844, stipulato fra Toscana, Modena e il duca di Lucca futuro duca di Parma, incluse Castevoli, con Treschietto, Villafranca e Mulazzo, nello scambio territoriale con il futuro ducato di Parma, divenuto effettivo nel 1847; il 23 maggio 1849 Castevoli fu aggregato al comune di Mulazzo.
Il castello, danneggiato durante la rivolta e dai terremoti del 1820 e del 1920, rimase a lungo in stato di abbandono. Nel 1991 fu acquistato e restaurato da Erika End e Loris Nelson Ricci, che ne fecero la propria residenza e la sede di un centro culturale.

Il castello sorge sulla sommità del poggio. Le strutture conservate, datate dal XIII al XVII secolo, hanno pianta irregolare, doppia cinta muraria, due torrioni circolari e una corte triangolare attorno alla quale si dispongono il mastio e la torre d'avvistamento. Il Borgo è disposto ai piedi del castello e vi si accede attraverso due porte.
Sopra la porta interna è murato un complesso marmoreo formato da una Madonna con Bambino in marmo bianco e da due teste d'angelo in bardiglio. Il rilievo centrale, attribuito a maestranze fiorentine del tardo Quattrocento, fu inserito nel 1619 in una cornice con cartiglio voluta dal marchese Francesco Malaspina.
La pieve di San Martino, già pieve di Vico, sorge nell'omonimo nucleo, isolata rispetto agli altri abitati. L'istituzione plebana è documentata dal 998; nel 1229 vi è ricordato l'arciprete Confalonerius. Nel Quattrocento esercitava giurisdizione su una rete di cappelle rurali distribuite nei territori circostanti.
L'edificio è affiancato da un campanile a vela in arenaria, rinforzato da un arco e da uno sperone. All'interno si conserva una vasca battesimale monolitica in macigno, a forma di calice e di fattura romanica.
Nel Borgo, presso il castello, si trova l'oratorio di Santa Maria Assunta, distinto dalla pieve di San Martino. Secondo Giuliani, il marchese Tommaso I Malaspina lo restaurò, e forse lo ingrandì, durante la riorganizzazione cinquecentesca del Borgo; lo stesso Giuliani lo descriveva già in rovina e abbandonato, con alcuni altari ancora visibili.
In località Veriolo, poco fuori dal Borgo, Tommaso I Malaspina fondò all'inizio del Seicento un convento di frati minori osservanti dedicato a san Bernardino da Siena. Branchi vi ricorda un crocifisso dell'artista senese Sebastiano Tullio; Giuliani lo segnalava in seguito come disperso. Soppresso in età napoleonica e successivamente riaperto, il convento fu chiuso definitivamente entro la fine dell'Ottocento.
L'archivio parrocchiale documenta gli oratori della Beata Vergine Addolorata a Rivazzo, di Santa Lucia a Foce, di Sant'Antonio a Terceretoli e della Beata Vergine della Misericordia.
Nel primo Seicento il feudo contava circa 200 fuochi; nel 1832 la parrocchia di San Martino aveva 532 abitanti e l'intera arcipretura 742. Il censimento del 2011 contava 50 abitanti; al censimento permanente del 2021 erano scesi a 32 — 12 alla Pieve, 11 alla Foce e 9 al Borgo — con un calo di oltre un terzo in un decennio.
La memoria della sollevazione settecentesca è rimasta nel soprannome di «ribelli» attribuito agli abitanti di Castevoli nei paesi vicini.